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Notte dopo (quella) degli esami

Poesia di Raymond Carver

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Avevo compiuto 18 anni da poco, ero in anticipo sui tempi. Al quarto anno di liceo decisi di fare il “salto”, e presentarmi direttamente all’esame di maturità. I miei non spesero un soldo né di libri né di ripetizioni, feci tutto da sola, sull’enciclopedia o su libri dei compagni del quinto.

Mia madre, con cui già allora c’era un pessimo rapporto, venne a prendermi, emozionata.

A me non fece piacere.

Quello sforzo enorme, pagato non poco a tutti i livelli, mi sarebbe servito – pensavo io – ad avvantaggiarmi un anno di università, perché i miei non volevano che la facessi, dichiaravano di non poterselo permettere, e io speravo di poter dire loro “Fate finta che stia ancora al liceo, in fondo quest’anno avrei frequentato il quinto”.

Non avevo bisogno dei loro soldi, avevo risparmi (avevo iniziato a lavorare fin dall’età di 13 anni per pagarmi gli studi universitari), e in più avevo degli sgravi per merito.

Ma lei non volle, non volle, non volle.

Passai l’estate dopo la maturità, superata brillantemente, a singhiozzare perché volevo studiare, ma non c’era verso che me lo permettessere, a nessun costo. Incontravo i miei compagni che non avevano nessuna voglia di proseguire, e i genitori lì a promettere loro mari e monti perché almeno tentassero. Arrivai a cambiare strada quando lì incontravo.

Me le ricordo quelle lacrime, e quel cambiare strada a testa bassa.

Mia madre arrivò a buttare i libri che avevo comprato (e pagato non poco!) pur d’impedirmi di studiare.

Fu così che seguii il primo imbecille che mi si portò all’estero, promettendomi che avrei potuto studiare lì (cosa che feci, ma non certo grazie a lui).

Non ho mai perdonato mia madre, mai.

Sono passati 41 anni e ancora non riesco a fare pace con questa cosa (né lei cambiò mai atteggiamento, né su questo né su tutto il resto).

Scusate se non risponderò a vostri eventuali commenti, ma mi fa troppo male.

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Il caciocavallo (by Rita La Rosa)

“The Favorite” by Georgios Iakovidis

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Cari amici, eccomi dopo lungo silenzio con una chicca per voi. Una mia amica ha simpaticamente raccolto il guanto della sfida lanciato anni fa su chi si sarebbe voluto cimentare in un’ode al caciocavallo, e ne sono usciti questi versi di una dolcezza unica. Io, pur non conoscendo il dialetto siculo (ah, quanto vorrei che Arthur fosse qui con noi!), leggendoli mi sono commossa, e comunque sotto c’è la traduzione in italiano. L’autrice ci prega, nel caso dovessimo copiare la poesia altrove, di riportare, oltre ovviamente al suo nome, anche la dedica al nonno e alla mamma, che del componimento desidera costituisca parte inscindibile.

U Cascavaddu, u vinu di Vittoria e a nustalgia

Eru ‘na picciridda e m’ piaciva
U nonnu mu civava pianu pianu
A vucca mia, ricordo, ca ririva
Mangiannu tuttu u pezzu sanu sanu

Ma Matre, mu civava cu lu pani
chiddu d’casa ch’m’ piaciva assai
Rraffavu su furmaggiu cu li mani
U pani, nonsi, un nnu mangiavu mai

U cascavaddu bbonu e sapuritu
M’ lassava a vucca assai salata
Eru ‘na criaturedda e cu lu dito
Rrattavu a ma lingua arrutuliata

U nonnu che assai bbene m’ vuliva
Senza cha Mamà virisse ch’ faciva
Dicennu “ma nipute è comu ammia”
Co vinu di Vittoria mallinchiva

Do bummulu u mittiva intru u bcchere
“Nanticchia – m’ diciva – sciatu miu “
“Un t’ fare viriri, girate i darrere
Ca Mamà tua ci penzu ggiustu iu”

Sentu a nustalgia do passatu
Eru ‘na criaturedda sapurita
Co cascavaddu in manu e fra li dita
Sentìa ca ‘mavivu arricriatu

di Rita La Rosa – 17 febbraio 2019

In ricordo di mio Nonno Vincenzo Coco (detto Nonno Cecè) e di mia Mamma Pina e delle mie vacanze marine a Gela

Traduzione

Il Caciocavallo il vino di Vittoria e la nostalgia

Ero una bambina e mi piaceva
Il Nonno mi imboccava piano piano
La mia bocca ricordo che rideva
Mangiando tutto un pezzo intero

Mia Mamma me lo dava con il pane
Quello di casa che mi piaceva molto
Arraffavo quel formaggio con le mani
E il pane, nossignore, non lo mangiavo mai

Il Caciocavallo buono e saporito
Mi lasciava la bocca molto salata
Ero una bambina e con il dito
Mi grattavo la lingua arrotolata

Il Nonno che mi voleva tanto bene
Senza che Mamma vedesse che faceva
Dicendo “Mia nipote è come me”
Col vino di Vittoria mi riempiva

Dall’orcio lo metteva nel bicchiere
“Poco – mi diceva – fiato mio”
“Non ti fare vedere, girati di schiena
Che a Mamma tua ci penso giusto io”

Sento una nostalgia del passato
Ero una bambina graziosa
Con il Caciocavallo in mano e fra le dita
Sentivo che mi ero ricreata.

Di Rita La Rosa – 17 febbraio 2019

Il sosia

Si dice che, quando l’uomo chiude una porta, Dio apra un portone, e a volte sembra proprio accadere così.

Un giorno qualsiasi, senza che io me l’aspettassi, me lo sono ritrovato accanto. Sulle prime non ci avevo fatto caso, ma poi parlando, a mano a mano che parlava del più e del meno, mi sembrava tanto simile a Xavier.

Andando avanti, con qualche piccola scaramuccia politica, qualche confronto che ci trovava su lati opposti, mi rendo conto che ha anche le stesse idee politiche, le sue stesse posizioni su tante questioni.

E poi, all’improvviso mi colpisce il suo volto: mi rendo conto che è incredibilmente simile, lo stesso sguardo, ma meno triste, la stessa impronta del viso, ma meno sofferente, e per certi versi mi sembra di averlo ritrovato, una versione più sana, più forte, con una posizione più consolidata anche, più fisicamente presente, se non altro per motivi squisitamente logistici.

Una differenza però sostanziale tra l’uno e l’altro: Xavier aveva deciso di essere mio amico, al bivio aveva preso la strada a sinistra, e la percorreva al mio fianco.

Lui, il sosia, non ha preso la strada a sinistra, se vogliamo dirla tutta neanche a destra: vive tranquillamente la sua vita, mentre io vado per la mia anche se, incrociando il suo sguardo, mi sgorga ogni volta silenziosa una lacrima.

Lettera dal passato (reblog)

Nel ricercare un ricordo di mio nonno, sono ricapitata su questo post: credo oggi sia il giorno più indicato per riproporvelo. L’amore e e il sostegno di mio nonno per me sono stati fondamentali, altrimenti con una madre che mi aveva reso e continuava a rendermi la vita un inferno non so come e se ce l’avrei fatta.

Diemme - La strada è lunga, ma la sto percorrendo

La nostalgia continua a circolare sui nostri blog, e forse è su quest’onda che sono andata a riprendere un vecchio pacco di lettere, che forse sarebbe stato meglio non riaprire.

Tra le altre questa, scrittami da mio nonno oltre trent’anni fa, quando ero fuggita, per andare a studiare all’estero, da genitori che non intendevano farmi terminare gli studi (sic!).

Roma, 3-10-79

Angelo nostro,

ti scrivo non appena ho ricevuto la tua del 12-9 per chiederti scusa se involontariamente ti ho aperto una ferita di nostalgia, ma tu con l’aiuto di Dio e la tua forza di volontà saprai vincere, e percorrere la via che con forza e volontà hai scelto.

Leggo che per te la vita è dura, ma il Signore ricompenserà i tuoi sacrifici. Sono felice ed orgoglioso di sentire che all’esame che hai fatto sei stata la prima su trenta candidate e con il voto di nove.

Nella vita…

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L’ultima volta

Ero con Antonella quando l’ho sentito l’ultima volta. Lei gli aveva mandato alcune foto del quartiere ebraico, sfidandolo a indovinare dove fossimo.

Avevamo chiacchierato allegramente, ci eravamo un po’ presi in giro; un po’, come al solito, avevamo messo in mezzo Antonella.

Ci volevamo bene, un’amicizia che è stata prima speciale, poi burrascosa, infine si era assestata sui binari tranquilli di un antico affetto, di persone che oramai si conoscevano da tempo.

Poi non l’ho più sentito, e un po’ ho dato la colpa all’estate, ma poi il tempo è diventato troppo. Ho chiamato al suo telefono ininterrottamente, ho scritto messaggi e inviato e-mail, ma niente. Non è che ci sentissimo quotidianamente, ma regolarmente sì.

Nell’ultima e-mail gliel’ho scritto che mi stava venendo il coccolone, di farsi vivo in qualche modo ma… non è stata colpa sua, non avrebbe potuto più farsi sentire, non potrà mai più.

D’altra parte, ricordate come stavo male, e sembrava fosse senza un perché? Eppure la vita mi ha insegnato che, quando io sto male in quel modo, qualcosa succede, che io lo sappia o no.

A volte è stato un terremoto, un attentato, un cataclisma da qualche parte, ma a volte era una persona cara che ci aveva lasciato, speriamo per un luogo migliore.

Ciao Arthur, la tua Tremendisia ti porterà sempre nel cuore, e puoi giurarci che ci metterà un bel po’ a riprendersi, se mai lo farà, ma non dimenticherà mai che tu volevi che il sorriso prevalesse, sempre.

Figli che amano troppo

Mi è tornata in mente da poco la sua mano screpolata, ma curata quanto poteva, con quell’anellino finto, che guardava e riguardava trasudando gioia, e mi ha ricordato quelle bambine a cui compri quei cartoni coi gioielli delle principesse, quei grossolani pezzi di plastica colorati con la coroncina dorata, e loro l’indossano e si specchiano e si vedono così meravigliose e assumono quell’espressione così felice.

Mia madre è così bambina certe volte che ti commuove, così bambina altre volte che ti fa salire una rabbia incontenibile, perché non può una donna adulta essere così stolta, agire così per impulsi elementari, e fare così tanti danni.

Da anni provo questa rabbia che non mi si placa, però poi ripenso ai sacrifici che ha fatto, tanti, quanto lavoro giorno e notte, quanti pasti saltati per far mangiare noi, quanti vestiti rammendati per far vestire noi, e quei sogni di bambina quasi totalmente infranti, anche se mio padre in qualche modo il suo principe azzurro lo è stato.

Complessi? Probabilmente tanti, esternati con la repressione di chiunque minacciasse la sua flebile luce, una figlia poi non se lo sarebbe mai dovuta permettere.

Ricordo le sue mani che tenevano ferme le mie quando mio padre inferociva, ricordo le sue bugie al pronto soccorso per coprire l’accaduto, ricordo le sue assenze quando avrei avuto bisogno di sentire che c’era e poi ricordo le sue lacrime per ciò davanti a cui era impotente, e che non sto qui a raccontare.

Ogni tanto me lo chiedo cosa sognasse, quale fosse la vita che voleva, quanto ha sofferto quella che ha avuto. Forse non voleva poi tanto, mia madre è sempre stata felice con poco, e ancora rivedo quella mano su cui faceva scivolare quell’anellino fasullo (quello vero l’aveva venduto per bisogno), mirandolo e rimirandolo con gli occhi pieni di felicità.

 

Canzone delle domande consuete

Ecco, questa canzone mi spezza il cuore (e non è la sola tra quelle di Guccini).

Mi sembra che ci sia dentro tutta le mia vita, o almeno un pezzo, come in ognuna delle sue stupende liriche.

Le domande consuete, quelle che tutti nella vita ci facciamo, i sentimenti contrastanti, gli incontri voluti e schivati, il rimpianto, la rabbia, la nostalgia, ogni sentimento di quelli che posso aver provato nel corso della vita, sono tutti struggentemente presenti in una o più canzoni di Guccini.

Sono sempre stata rimproverata per ascoltare questa musica così noiosa, da familiari e amici prima, da mia figlia ora, e allora rimane la coccola di quando sto sola, una play list e via, la vita mi ripassa davanti agli occhi, con gioie e dolori, amori, entusiasmo, slancio e disincanto, l’impegno sociale e i tradimenti di chi sembrava lottare con noi.

Guccini e Guccini, e chi se ne frega se la musica non somiglia a quella di Chopin, l’effetto che mi fa è spesso lo stesso…