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Il carabiniere ucciso e Bibbiano, perché ne parlo poco

Anzi per niente, perché è troppo anche per me: per quanto abbiamo letto, si parla di assistenti sociali giudici e psicologi alleati e complici nel togliere bambini a famiglie senza colpa e a danneggiarli con tecniche di lavaggio del cervello e non solo.

Un carabiniere accoltellato, che non si è potuto difendere perché praticamente la legge non lo permette (in Israele, avete presente l’intifada dei coltelli? Gli attentatori sono stati neutralizzati praticamente sempre), e il popolo italiano che fa? Si divide in due fazioni, quelli che gridano all’extracomunitario e cavalcono l’onda dell’odio e quelli che poi, una volta scoperto che si tratta di un bianco americano, gioiscono perché i primi si devono rimangiare quello che hanno detto, e del carabiniere ucciso pare non importare più nulla a nessuno.

Meritiamo di estinguerci.

Notte dopo (quella) degli esami

Poesia di Raymond Carver

***

Avevo compiuto 18 anni da poco, ero in anticipo sui tempi. Al quarto anno di liceo decisi di fare il “salto”, e presentarmi direttamente all’esame di maturità. I miei non spesero un soldo né di libri né di ripetizioni, feci tutto da sola, sull’enciclopedia o su libri dei compagni del quinto.

Mia madre, con cui già allora c’era un pessimo rapporto, venne a prendermi, emozionata.

A me non fece piacere.

Quello sforzo enorme, pagato non poco a tutti i livelli, mi sarebbe servito – pensavo io – ad avvantaggiarmi un anno di università, perché i miei non volevano che la facessi, dichiaravano di non poterselo permettere, e io speravo di poter dire loro “Fate finta che stia ancora al liceo, in fondo quest’anno avrei frequentato il quinto”.

Non avevo bisogno dei loro soldi, avevo risparmi (avevo iniziato a lavorare fin dall’età di 13 anni per pagarmi gli studi universitari), e in più avevo degli sgravi per merito.

Ma lei non volle, non volle, non volle.

Passai l’estate dopo la maturità, superata brillantemente, a singhiozzare perché volevo studiare, ma non c’era verso che me lo permettessero, a nessun costo. Incontravo i miei compagni che non avevano nessuna voglia di proseguire, e i genitori lì a promettere loro mari e monti perché almeno tentassero. Arrivai a cambiare strada quando lì incontravo.

Me le ricordo quelle lacrime, e quel cambiare strada a testa bassa.

Mia madre arrivò a buttare i libri che avevo comprato (e pagato non poco!) pur d’impedirmi di studiare.

Fu così che seguii il primo imbecille che mi si portò all’estero, promettendomi che avrei potuto studiare lì (cosa che feci, ma non certo grazie a lui).

Non ho mai perdonato mia madre, mai.

Sono passati 41 anni e ancora non riesco a fare pace con questa cosa (né lei cambiò mai atteggiamento, né su questo né su tutto il resto).

Scusate se non risponderò a vostri eventuali commenti, ma mi fa troppo male.

Shmòr al hakèsher, la password

Domani, anzi, per dirla tutta, stanotte a mezzanotte, uscirà un articolo, intitolato “Shmòr al hakèsher”, protetto da psw. Non chiedetemela, non la so neanch’io. In realtà, quando ho deciso di pubblicarlo, come psw ho spinto i tasti a casaccio sulla tastiera, e quando dico che non la so neanch’io (e anche se la leggessi non saprei riprodurla senza un copincolla), intendo davvero che non la so neanch’io.

E allora, qual è il senso della pubblicazione? Intanto per liberarmene: una volta pubblicato il post sarà inghiottito dal tempo, e non rimarrà una bozza eternamente sotto i miei occhi.

L’immagine dell’articolo protetto è quella che vedete anche qui, e l’articolo è il luogo in cui, contro ogni logica, ho continuato a scrivere a Xavier, per non importunarlo nella sua casella di posta elettronica, per dargli la possibilità di leggere solo se avesse voluto, tramite la richiesta di feedback che gli permetteva l’accesso illimitato.

“Shmòr al hakèsher” significa più o meno “Proteggi il legame”, ed è stato uno dei miei tanti tentativi di dialogo e riavvicinamento, evidentemente inefficaci.

Perché domani? Perché domani è il suo compleanno, dovrebbe compiere 60 anni (in realtà mi sbaglio sempre col suo anno di nascita) e i sessant’anni erano, per motivi che non sto qui a dire, quelli che riteneva essere la sua aspettativa di vita.

Spiazzati? Anch’io, anche se confido in un errore megagalattico e nell’intervento miracoloso di una qualche Forza Superiore che gli abbia concesso invece una vita lunga e felice.

Da parte mia, colgo l’occasione per dire qualcosa a chi mi legge, qualche riflessione a ruota libera.

  1. la frase “Quello che Dio ha unito l’uomo non separi” non vale soltanto per i coniugi, ma per ogni rapporto umano, che sia di amicizia, fratellanza, tra figli e genitori etc. Si parlava tempo fa su fb di amicizia uomo/donna, e il risultato di una lunga discussione, in cui sono intervenute molte persone, è stato che l’amicizia uomo/donna sì esiste, ma molto spesso, quasi sempre, finisce a causa di un partner geloso che non la concepisce. In altri contesti familiari, e di solito è sempre il partner quello che mette i paletti, viene proibito a una persona di vedere uno o entrambi i suoi genitori, oppure i suoi fratelli, perché per l’appunto invisi al partner. Spesso la persona cui è stato intimato l’aut aut fa finta di abbozzare per quieto vivere e continua a frequentare i propri familiari di nascosto (gli amici è più raro), ma il rapporto è comunque compromesso e viene tolta serenità a tutti: non fatelo!
  2. Ancora peggio è quando ci sono di mezzo i figli e un genitore tenta, per acrimonia o ritorsione, di allontanare il figlio o i figli dall’altro genitore: quale grande dolore per tutti, quale grande dolore infliggiamo ai nostri stessi figli, quelli che siamo chiamati a proteggere sopra ogni altra cosa: non fatelo! Anche qui rispettate il monito “Quello che Dio ha unito l’uomo non separi”, e quale unione più grande di quella che c’è tra genitori e figli?
  3. Non lasciate che un’incomprensione distrugga un rapporto forte, alimentato, cresciuto e consolidato negli anni: mettetevi nei panni dell’altro, cercare di rivivere la questione coi suoi occhi, porgete la mano se siete in grado, ma se non siete in grado e l’altro la porge a voi, tenetela stretta, tenetevi stretti, non lasciatela andare, non fatelo!

Io per lungo tempo non ho capito il significato della frase “donare il proprio dolore”, ma un giorno all’improvviso ne ho realizzato il significato: metto a disposizione la testimonianza del dolore che ho provato per spiegarlo, affinché questo possa essere capito, che ne possano essere comprese radici, intensità e dinamiche e con questo evitare che altri possano provocarlo, ignari di cosa sia, e metto anche a disposizione di chi lo prova la comprensione ed empatia di chi ha provato la stessa cosa.

Vorrei tanto che facessimo tutti uno sforzo in più per mantenere saldi e vivi i legami che abbiamo creato, vorrei tanto che “Shmòr al hakesher” diventasse un’esortazione interiore nel cuore di noi tutti.

Scusate il post lagrimevole, ma spero che serva a dare gli strumenti per conservare il vostro sorriso e tutti gli affetti conquistati, che rimangono di grande valore anche dopo una scaramuccia – o una guerra nucleare che sia.

Buona Pasquetta, e che la Pasqua appena trascorsa ci abbia veramente fatto rinascere a nuova vita, e che il Pesach, la cosiddetta Pasqua ebraica che quest’anno ha coinciso con quella cattolica, abbia veramente portato alla liberazione da quella schiavitù che non è l’Egitto, non è il Faraone, ma sono le pastoie dei complessi, i risentimenti, le incomprensioni, e tutto quello da cui l’uomo ha bisogno di essere liberato, amen.

 

Il narcisista e la slave

***

Questa la psicologia del naricisista, e la spiegazione di quello che lui definisce amore:

Cosa significa quando un narcisista dice “Ti amo”.

Ho letto oggi questo articolo, e ne ho voluto approfittare per rispondere a qualcosa che mi si agita nell’animo da un po’.

Una (almeno una intendo, ma insomma, mi riferisco ad una in particolare), dicevo, una delle lettrici di questo blog è una slave. Leggo il suo blog, e lo leggo con molto raccapriccio perché, inutile che io ci giri intorno, considero il rapporto master/slave un rapporto totalmente malato. E’ inutile che mi parlino della libera scelta, del “rispetto” (ma de che???), della grande bontà del “padrone” (o della “padrona”) che non farebbe mai loro del male: è un rapporto malato, portato avanti da due persone malate.

Ho rintracciato casualmente su un altro blog  un intervento di lei risalente a tanti anni prima, in cui urlava la propria solitudine e la mia idea, anche relativamente a storie di altre persone, mi persuadono sempre di più che hanno accettato situazioni decisamente contro la propria natura pur di non essere sole.

E’ così, è sempre stato così, la persona sola, l’emarginata, viene “reclutata” dai peggiori, che la plagiano, la sfruttano, la umiliano, la piegano, ma che diventano la sua famiglia (anche se in un senso moooolto alternativo del termine), per cui si può raccontare che non è più sola.

Ho visto persone dedicarsi al bullismo, accettare rapporti contro le proprie inclinazioni e la propria natura, rubare conto terzi, piegarsi a compromessi che tutto erano fuorché incontrarsi a metà strada, e tutto per non essere sole.

Ne ho conosciute, e non sono mai riuscita a far niente per loro: la paura della solitudine è più forte del dolore fisico, del rischio, di qualsiasi umiliazione.

Leggetelo l’articolo sul narcisista (che poi non è che la punta dell’iceberg, in quanto spiega semmai la posizione del dominante e non quella del dominato), e sappiatemi dire.

Caro B.

Cari amici,

continua la serie di “Il lamento del bradipo”, lettere che invio alle persone che hanno fatto o fanno parte della mia vita, mettendo a cuore vita, dubbi, pensieri e sentimenti.

Questa che pubblico oggi (peraltro già pubblicata qui), ha la particolarità di non essere una lettera scritta ora per questo blog, ma di essere una lettera reale e che realmente, vent’anni fa, inviai al legittimo destinatario.

Roma, 09/08/1992

Carissimo B.,

se non vado errata oggi sarebbe stata per noi una qualche ricorrenza.

E io mi sono svegliata come tutte le altre mattine, le lagrime agli occhi, e un macigno sul petto. Io non so nemmeno più cosa ci sia sotto questo macigno. E, purtroppo, non so neanche se riuscirò mai a spostarlo.

Io posso controllare il mio comportamento esteriore e renderlo razionale, posso non farlo indulgere in chiusure. Posso controllare i muscoli facciali e costringerli al sorriso, ma non so proprio cosa fare per fermare questo flusso di dolore che ricircola stagnante su se stesso.

Da nove mesi.

Ma non voglio stare a rivangare sul cosa, come, perché, la viltà del tuo comportamento e dei tuoi alibi, l’orrore e lo stupore delle tue assurde accuse, il non volersi fermare un attimo a pensare quanto sconcertante possa essere stato per me il tuo comportamento. La tua defezione umana. Con quanta paura mi hai lasciato. Quanta amarezza. Quanta incredulità.

Chissà perché poi all’improvviso hai cominciato a non capire più niente di me. Che accidente di molla ti è scattata. Quando. Perché.

Dopo sei mesi si è presentato un Luca a dirmi “perché non proviamo?”. Proviamo. Ma nella mia vita non è cambiato nulla. Nessuno è mai più arrivato a toccarmi il cuore: non perché non avesse i mezzi per farlo. Ma spostare il macigno è troppo duro.

A me non interessano più gli altri. Non ho la minima intenzione di passare le ore al telefono, o per strada, ad ascoltare i drammi esistenziali di quello che io riesco a vedere solo come il mio futuro accoltellatore. Non ho più nessuna voglia di essere svegliata nel cuore della notte da qualcuno che si sente triste e solo. Io la mia forza l’ho esaurita quasi tutta, e quelle poche briciole rimaste servono alla mia sopravvivenza: ognuno si tenga il suo letame.

Quando ci siamo rivisti sotto casa tua, mi è sembrato quasi che volessi indurmi a dire che per me eri stato pesante. Non potevi riuscirci: ogni istante che abbiamo passato insieme per me è stato prezioso, e quando tu ti sfogavi con me l’unica cosa che mi pesava era il non poterti adeguatamente aiutare.

Ma quanto poi mi è pesato il rimanere sola quando sono stata io ad avere bisogno! Quando, per una sfortunata congiuntura astrale sono stata contemporaneamente bombardata nella salute, nel lavoro, nella famiglia, e chi più ne ha più ne metta. Non avrei mai creduto che non mi avresti dato neanche un minuto di ascolto.

Forse ti avrei dovuto odiare. Ma sai come siamo irrazionali noi donne: potrei arrivare ad odiare il resto dell’umanità, te mai.
Quando ho ricevuto quell’ultimo, terribile messaggio che mi hai lasciato in segreteria, ho quasi perso i sensi dal dolore: e poi l’ho riascoltato 100 volte, con nausea, lagrime, e l’immancabile incredulità.

A volte penso che se un giorno incontrerò l’uomo della mia vita, non gli perdonerò di non essere giunto prima.
Non gli perdonerò di avermi costretta alla borsanera.
Le reazioni a catena scaturite dalla mia fragilità affettiva renderebbero incerti i pilastri su cui vorrebbe costruire il nostro futuro.
Forse gli chiederei di lasciarmi sola.
Nella mia stanchezza.
Nella mia paura.
Nel vuoto che ha preso il posto del paniere dei buoni sentimenti e dei sani principi che hanno resistito fin troppo.

Oggi è il nove agosto.
Ti ho pensato il sei aprile.
E il quattro maggio ho sperato che tu chiamassi.
[…]
E il venticinque giugno sono stata col cuore accanto al tuo.

Ma quando ti ho incontrato nel tuo ufficio, e ogni volta che ti ho rincontrato, non ho provato assolutamente nulla. Nella mia mente ho scisso le due persone: il “mio” B. è morto.
Tutti gli altri sono semplicemente non-B.

Tu compreso.