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Thailandia: il miracolo della cooperazione

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Si è conclusa ieri felicemente l’operazione di salvataggio dei dodici ragazzzi più il coach rimasti intrappolati nelle grotte alluvionate di Tham Luang per 18 giorni.

Non ho molto da aggiungere, se non che il tutto profuma di miracolo, miracolo che è stato possibile solo ed esclusivamente grazie alla cooperazione internazionale, a partire dal sistema di comunicazione sviluppato da un’azienda israeliana che ha permesso di localizzare i ragazzi, passando per il medico australiano Richard Harris che è stato nella grotta coi ragazzi dal primo all’ultimo momento, i sub britannici e americani, oltre  che i Navy Seal thailandesi, e anche l’Italia nel suo piccolo ha dato un contributo con le barelle su cui sono stati trasportati i ragazzi.

La prova che insieme si può fare tutto, ma proprio tutto.

Vi lascio, commossa e con una preghiera di ringraziamento all’Altissimo, che ci ha creato capaci anche di fare questo  ❤

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L’insopportabile buonismo

Francamente mi spiace parlare per slogan e frasi fatte, ma devo riconoscere che le cosiddette “anime belle”, o “buonisti” che dir si voglia, non si possono definire in altro modo.

Potete ben immaginare come le discussioni sui migranti sui social si sprechino, in un incalzare di botta e risposta che, purtroppo, porta alla luce sia la belva umana sia la sua immensa stupidità.

Per carità, i razzisti esistono, hai voglia, anzi, credo sia veramente tanta la gente che ragiona per categoria, che ha bisogno di un capro espiatorio, di un agnello sacrificale che tolga i peccati dal mondo. Il razzismo è figlio della stupidità e la madre dei cretini è sempre incinta, la gente difficilmente è capace di ragionare in termini di “persone” e “responsabilità personale” per carità, non ho nessuna intenzione di negare questo, però…

Però, i due estremi si toccano, come gli estremi opposti di un ferro di cavallo, e all’altra estremità rispetto ai razzisti ci sono i “buonisti”, altrettanto fuori dal mondo e privi di qualsiasi senso della realtà.

Se discuti con loro, è un continuo (e inutile) rettificare “ho detto questo e NON QUEST’ALTRO”, perché se parli di quegli extracomunitari che delinquono loro ti risponderanno a dir poco due cose, una più scontata dell’altra:

1) che ci sono tanti italiani delinquenti (ma va?)

2) che ci sono tanti extracomunitari brava gente (ma va?)

Adesso, mi dite che ci azzecca, ai fini della gestione dei flussi migratori, sapere, sottolineare, ricordare, comunicare, che Andrea Ghira, Angelo Izzo e un terzo che non ricordo hanno massacrato due ragazze al Circeo e che Mohammed Nonsocosa si è buttato in acqua senza pensarci due volte per salvare la vita a un bambino? Che cosa dimostrerebbe questo? Che contributo darebbe alla gestione dell’ingestito e forse ingestibile problema migratorio? Che ci azzecca che pure noi siamo stati emigranti? Tra l’altro, comunico a lorsignori che lo siamo ancora, visto che i nostri giovani sono quasi tutti rassegnati ad emigrare per costruirsi un futuro.

Leggo una frase, peraltro scritta da una persona che reputo molto intelligente e di grande buon senso, ma ahimé, anche lei galoppante il buonismo con tutto il pacchetto di processo alle intenzioni, che suona più o meno così; “quando non sarà rimasto neanche un extracomunitario né uno zingaro e continueremo a stare nella melma, allora mi voglio fare quattro risate”: ma qualcuno pensa davvero che noi diversamente buonisti riteniamo extracomunitari e zingari il male del mondo e che una volta “estirpato” questo male la terra diventerà il paradiso dell’Eden?

Davvero questa gente pensa di stupirti tirando fuori dal cappello il rom con due lauree che insegna filosofia o l’extracomunitario onesto fino al midollo che ha trovato un portafogli pieno di denaro e l’ha restituito al proprietario? A me, francamente, non aggiungono nulla di nuovo.

Mi dà fastidio di questa gente il fatto che dia per scontato che si ragioni per categorie, ciecamente, senza capacità di vedere il bene dove ritengono che noi vediamo solo male e il male dove loro ritengono che vediamo solo bene. Le accuse che fanno sono loro proiezioni (almeno nella maggior parte dei casi, nel mio sicuro), e semplicemente perché tu non vuoi che si lasci un fenomeno incontrollato e che si mantengano isole di illegalità decidono che odi l’uomo nero (a meno che non ti capiti un negrone superdotato o una stupenda etiope dalla vulva color ebano perché, sempre a loro insindacabile giudizio, sei pure ipocrita). Sono accuse di cecità, di limitatezza mentale, spesso anche di malafede, che troncano ogni possibilità di discussione e che io, personalmente, respingo al mittente.

Ora, io ho delle idee anche impopolari, e di quelle mi prendo la responsabilità, ma di quelle, non di altre. Se io dico bianco e tu non sei d’accordo col bianco, possiamo discutere, ma se tu sostieni che io abbia detto rosso, giallo o verde, questo mi manda fuori di testa.

Per dirla tutta, non si limitano ad attribuirti parole, loro vanno oltre, ti attribuiscono pensieri e intenzioni, senza possibilità di replica (in teoria a volte la possibilità di replica te la danno pure, ma sono parole al vento, per quanto tu ti possa spiegare questo non sposta di un centimetro le loro proiezioni e attribuzioni).

Ecco, non li sopporto proprio più, ma proprio proprio più. Non è che io non sopporti le loro idee, che pure non condivido, non sopporto che loro me ne attribuiscano di totalmente fuori dal mio essere, dal mio spirito, dal mio animo e dalla mia realtà. Non ne sopporto l’ovvietà, la banalità, e anche la superficialità, perché poi il loro intervento si riduce al non intervento, al lassismo, al pietismo lontano: vivono nel loro regno incantato, totalmente avulso da qualsiasi oggettiva realtà.

Insomma, se tu dici che un cieco non può guidare (a parte che con la tecnologia prima o poi si potrà arrivare anche a questo), ti accusano di essere una persona disumana, che butterebbe i disabili dalla rupe Tarpea, e che se avessi un figlio disabile e blablabla, e che tal musicista era sordo, e che tal scienziato ero para o tetraplegico, e che tal poeta era deforme, e inutile spiegare che tu non ritieni certo un non vedente una persona di serie B, ma semplicemente una persona che, oggettivamente, non vede. Sembra facile il concetto? Vi assicuro, coi buonisti non lo è.

Ma Salvini è razzista?

La domanda sembra retorica, la maggior parte (o semplicemente “qualcuno”?) risponderà semplicemente “Più di così? Lui è l’emblema del razzismo!” ma è veramente così?

Pare che il suo passato (che non ho approfondito) non deponga a suo favore, leggo amici del Sud che scrivono che non dimenticheranno come Salvini in passato abbia tuonato sarcastico contro di loro, ma evidentemente qualcuno invece ha dimenticato, perché pure al Sud i voti a Salvini sono tanti, e sapete perché? Perché piace quello che dice. Populista? Uno che parla alla pancia e dice agli italiani quello che vogliono sentirsi dire? Ma quale politico non lo fa, ammesso che sappia farlo?

Inutile dire che la pessima gestione dell’immigrazione ha portato acqua al suo mulino, la gente è esasperata, non certo dallo straniero (anche se di stupidi e disumani razzisti ce ne sono eccome), ma dallo straniero che delinque, da quello che ti tampina, da quello che parassita le nostre risorse. A me personalmente, sull’autobus, non dà certo fastidio lo straniero che sta andando al lavoro o portando i figli a scuola, ma quello che mi aggredisce, insulta, che mi costringe a scendere, etc. etc. Mi dà fastidio il pensiero che manteniamo una pletora di persone, magari genitori di questi stranieri che si fanno dare la pensione a sbafo, dopo essere stati poco o addirittura niente in Italia, mentre i nostri anziani frugano nei secchi della spazzatura.

Certo, bisogna andarci cauti, facilmente la gente fa d’ogni erba un fascio e difficilmente sa operare dei distinguo, e una cosa che ho letto recentemente è verissima:

La guerra tra poveri la vincono i ricchi

e queste guerre noi dobbiamo evitarle.

Ripeto, la questione non è “lo straniero”, ma la gestione dello straniero, e allora è da condannare chi vuole ripristinare la legalità? E’ un demagogo chi pretende che ogni persona che vive sul nostro territorio venga identificata? E non era invece demagogo chi ha regalato 500 euro ai giovani maggiorenni, giusto giusto debuttanti al voto, altro che buono cultura visto che riescono spesso a convertirlo in tutt’altro?

Ora il censimento nei campi nomadi, con il quale sono ovviamente d’accordissimo: zone franche, in cui le forze dell’ordine pare non entrino, occupate da gente che vive in condizioni di estremo degrado, ma soprattutto con una marea di identità per meglio delinquere, che devono essere assolutamente superate, per il bene nostro e loro, perché ogni essere umano merita una vita migliore di quella.

E invece è scoppiato il putiferio, qualcuno sente aleggiare misure restrittive su base etnica, un’intollerabile eco delle leggi razziali, cui dobbiamo opporci con tutte le nostre forze. Una persona mi ha detto che se tale proposta fosse venuta da qualcun altro, quasi quasi ci si poteva credere che fosse per legalità e rigore, ma da Salvini la connotazione diventa immediatamente razziale, di discriminazione razziale, preludio alla persecuzione.

Io, quello che Salvini ha in testa, non lo so, ma quello che dice sono in parecchi a ritenerlo giusto. Quando Salvini ha riferito in Senato sulla questione dell’Aquarius ha espresso concetti sacrosanti, anche a favore dei migranti, perché nessuno deve essere più costretto ad imbarcarsi e a morire in mare per cercare una vita migliore. E noi vogliamo mangiare le arance di Sicilia. Magari dall’estero ci facciamo portare i datteri.

V. pure: “Salvini – Migranti salvati, grazie Libia

 

Annientare la nostra umanità

Abbiamo già visto come la senatrice Segre sia stata aggredita sui social per la sua arringa in Senato contro eventuali “leggi speciali”: a parte che dire a una sopravvissuta ai campi di sterminio che lei non sa che significhi essere derubati denuncia un QI sotto zero, resta sacrosanto il fatto che, se pure tutti gli zingari fossero ladri, la legge dovrebbe condannarli in quanto ladri e mai in quanto zingari. Le leggi razziali non ci piacciono, le condanne per colpe di nascita non avranno mai il nostro avallo!

LILIANA SEGRE
“Ad Auschwitz superai la selezione per tre volte. Quando ci chiamavano sapevamo che era per decidere se eravamo ancora utili e potevamo andare avanti, o se eravamo vecchi pezzi irrecuperabili. Da buttare. Era un momento terribile. Bastava un cenno ed eri salvo, un altro ti condannava. Dovevamo metterci in fila, nude, passare davanti a due SS e a un medico nazista. Ci aprivano la bocca, ci esaminavano in ogni angolo del corpo per vedere se potevamo ancora lavorare. Chi era troppo stanca o troppo magra, o ferita, veniva eliminata. Bastavano pochi secondi agli aguzzini per capire se era meglio farci morire o farci vivere. Io vedevo le altre, orrendi scheletri impauriti, e sapevo di essere come loro. Gli ufficiali e i medici erano sempre eleganti, impeccabili e tirati a lucido, in pace con la loro coscienza. Era sufficiente un cenno del capo degli aguzzini, che voleva dire “avanti”, ed eri salva. Io pensavo solo a questo quando ero lì, a quel cenno. Ero felice quando arrivava, perché avevo tredici anni, poi quattordici. Volevo vivere. Ricordo la prima selezione. Dopo avermi analizzata il medico notò una cicatrice. «Forse mi manderà a morte per questa…» pensai e mi venne il panico. Lui mi chiese di dove fossi e io con un filo di voce ma, cercando di restare calma, risposi che ero italiana. Trattenevo il respiro. Dopo aver riso, insieme agli altri, del medico italiano che mi aveva fatto quella orrenda cicatrice, il dottore nazista mi fece cenno di andare avanti. Significava che avevo passato la selezione! Ero viva, viva, viva! Ero così felice di poter tornare nel campo che tutto mi sembrava più facile. Poi vidi Janine. Era una ragazza francese, erano mesi che lavoravamo una accanto all’altra nella fabbrica di munizioni. Janine era addetta alla macchina che tagliava l’acciaio. Qualche giorno prima quella maledetta macchina le aveva tranciato le prime falangi di due dita. Lei andò davanti agli aguzzini, nuda, cercando di nascondere la sua mutilazione. Ma quelli le videro subito le dita ferite e presero il suo numero tatuato sul corpo nudo. Voleva dire che la mandavano a morire. Janine non sarebbe tornata nel campo. Janine non era un’estranea per me, la vedevo tutti i giorni, avevamo scambiato qualche frase, ci sorridevamo per salutarci. Eppure non le dissi niente. Non mi voltai quando la portarono via. Non le dissi addio. Avevo paura di uscire dall’invisibilità nella quale mi nascondevo, feci finta di niente e ricominciai a mettere una gamba dietro l’altra e camminare, pur di vivere. Racconto sempre la storia di Janine. È un rimorso che mi porto dentro. Il rimorso di non aver avuto il coraggio di dirle addio. Di farle sentire, in quel momento che Janine stava andando a morire, che la sua vita era importante per me. Che noi non eravamo come gli aguzzini ma ci sentivamo, ancora e nonostante tutto, capaci di amare. Invece non lo feci. Il rimorso non mi diede pace per tanto, tanto tempo. Sapevo che nel momento in cui non avevo avuto il coraggio di dire addio a Janine, avevano vinto loro, i nostri aguzzini, perché ci avevano privati della nostra umanità e della pietà verso un altro essere umano. Era questa la loro vittoria, era questo il loro obiettivo: annientare la nostra umanità.”

Tratto da “Fino a quando la mia stella brillerà” di Liliana Segre.

L’Aquarius e lo scarico di responsabilità

http://www.tgcom24.mediaset.it/2018/video/-non-sbarcare-a-valletta-una-decisione-del-capitano-avevamo-dato-disponibilita-l-ambasciatrice-maltese-a-tgcom24_3071783.shtml

Per ora volevo raccontare solo questo episodio, per cui prendete questo post come “in fieri” perché probabilmente tornerò a completare l’articolo e ad aggiornarlo.

Della mia posizione sui fatti che stanno accadendo tornerò a parlare, ma mi venuto in mente questo episodio di quando mia figlia era piccola e aveva appena imparato ad usare il vasetto. I rapporti con il padre erano estremamente conflittuali, anche perché lui imponeva la sua presenza a tutte le ore del giorno e della notte e nessun ricorso a carabinieri, tribunale dei minori, assistenti sociali è mai servito a risolvere la questione.

Dunque una sera io ero andata a dormire, distrutta per la stanchezza e dopo avere svolto ampiamente il mio dovere di madre. Alle due di notte circa lui mi sveglia perché la bambina aveva fatto la cacca e mi chiamava (lui) per pulirle il sederino. Io comincio a urlare che l’avrebbe dovuto fare lui, lui era sveglio, io a dormire, la bambina in quel momento era affidata a lui, era crudeltà mentale buttarmi giù dal letto in piena notte per quel motivo, l’avrebbe dovuto fare lui e basta, mica era storpio, aveva due mani esattamente come me. Lui non lo vuole fare, gli fa schifo, cominciano a volare improperi e rinfacci, io ero fuori della grazia di Dio.

“E intanto” commenta tristemente una mia amica alla quale raccontavo l’episodio “la ragazzina era là col sedere sporco, ad aspettare che qualcuno la pulisse”.

Ecco, credo che non ci sia bisogno di spiegare l’associazione di idee.

Potrei azzardarmi a dire che io ero l’Italia, Attila l’Europa, e mia figlia l’Aquarius…

Linko anche un altro articolo sull’argomento, che però non ho ancora finito di leggere.

https://www.internazionale.it/bloc-notes/annalisa-camilli/2018/03/22/proactiva-open-arms-sequestro-diritto-internazionale

Liliana Segre, l’Italia e gli zingari

***

Ora però facciamo i seri. Nel corso del dibattito in Senato per la fiducia al neo-governo ha preso la parola la senatrice a vita Liliana Segre, una delle ultime persone sopravvissute all’olocausto ancora in vita.

Dati i “sospetti xenofobici” che molti di noi nutrono nei confronti del nuovo governo, Liliana Segre coglie l’occasione per dire la sua nei riguardi di paventate leggi speciali nei confronti degli zingari, contro le quali dichiara che si schiererà in ogni modo, perché ciò che è avvenuto non deve avvenire mai più.

Aggiungo un’immagine presa da fb di commenti all’intervento di Liliana Segre di un vuoto umano e culturale spaventosi, e una considerazione di qualcuno che osserva sconsolato che, se questi sono gli italiani, non ce la potremo fare.

Ora, intendiamoci, io detesto gli zingari, nel senso che detesto il loro modo di vivere, assolutamente inconciliabile con la società civile (per zingari intendo quello che si intende comunemente, perché so che molti invece si sono integrati e questi ovviamente non sono in discussione).

Volendo liberarci del problema “zingari”, secondo voi che cosa deve e può fare una società civile?

1) Promuovere l’integrazione con programmi efficienti e ben definiti.

2) Ignorarli, lasciare che la gente continui a disprezzarli e a soffrirne i furti e altri comportamenti molesti, semmai sbattendoli ogni tanto in galera, con figli minori in carcere fino a tre anni con le madri e poi a famiglie affidatarie.

3) Creare dei campi di sterminio sul modello nazista e promuovere una soluzione finale.

La terza ovviamente è un’affermazione che vuole essere provocatoria, anche se ho la vaga impressione, e lo dico con enorme dolore, che molti italiani l’avallerebbero.

La seconda è stata più o meno quella adottata finora, una realtà lasciata abbandonata a se stessa, a scatenare tra l’altro un’ennesima guerra tra poveri e poverissimi.

La prima ovviamente è quella in cui credo io e quella che sta cercando di attuare la sindaca Virginia Raggi, provocando indignatissime reazioni dei romani brava gente.

Che sia inteso, vi piaccia o no, io nel mio programma elettorale inserirò solo ed esclusivamente la prima opzione, una società umana e un governo efficiente non possono far altro che quello, con buona pace dei forcaioli di cui, ahimé, temo che il mondo non si libererà mai.

Update: ecco la trascrizione del disorso di Liliana Segre al Senato.

Liliana Segre,
Senato della Repubblica,
5 giugno 2018

“Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi senatori, prendendo la parola per la prima volta in quest’Aula non possa fare a meno di rivolgere innanzitutto un ringraziamento al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale ha deciso di ricordare l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali, razziste, del 1938 facendo una scelta sorprendente: nominando quale senatrice a vita una vecchia signora, una persona tra le pochissime ancora viventi in Italia che porta sul braccio il numero di Auschwitz.

Porta sul braccio il numero di Auschwitz e ha il compito non solo di ricordare, ma anche di dare, in qualche modo, la parola a coloro che ottant’anni orsono non la ebbero; a quelle migliaia di italiani, 40.000 circa, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che subirono l’umiliazione di essere espulsi dalle scuole, dalle professioni, dalla società, quella persecuzione che preparò la shoah italiana del 1943-1945, che purtroppo fu un crimine anche italiano, del fascismo italiano.

Soprattutto, si dovrebbe dare idealmente la parola a quei tanti che, a differenza di me, non sono tornati dai campi di sterminio, che sono stati uccisi per la sola colpa di essere nati, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento. Salvarli dall’oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano. A non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno ha verso gli altri.

In quei campi di sterminio altre minoranze, oltre agli ebrei, vennero annientate. Tra queste voglio ricordare oggi gli appartenenti alle popolazioni rom e sinti, che inizialmente suscitarono la nostra invidia di prigioniere perché nelle loro baracche le famiglie erano lasciate unite; ma presto all’invidia seguì l’orrore, perché una notte furono portati tutti al gas e il giorno dopo in quelle baracche vuote regnava un silenzio spettrale.

Per questo accolgo con grande convinzione l’appello che mi ha rivolto oggi su «la Repubblica» il professor Melloni. Mi rifiuto di pensare che oggi la nostra civiltà democratica possa essere sporcata da progetti di leggi speciali contro i popoli nomadi. Se dovesse accadere, mi opporrò con tutte le energie che mi restano.

Mi accingo a svolgere il mandato di senatrice ben conscia della mia totale inesperienza politica e confidando molto nella pazienza che tutti loro vorranno usare nei confronti di un’anziana nonna, come sono io. Tenterò di dare un modesto contributo all’attività parlamentare traendo ispirazione da ciò che ho imparato. Ho conosciuto la condizione di clandestina e di richiedente asilo; ho conosciuto il carcere; ho conosciuto il lavoro operaio, essendo stata manodopera schiava minorile in una fabbrica satellite del campo di sterminio. Non avendo mai avuto appartenenze di partito, svolgerò la mia attività di senatrice senza legami di schieramento politico e rispondendo solo alla mia coscienza.

Una sola obbedienza mi guiderà: la fedeltà ai vitali principi ed ai programmi avanzatissimi – ancora in larga parte inattuati – dettati dalla Costituzione repubblicana. Con questo spirito, ritengo che la scelta più coerente con le motivazioni della mia nomina a senatrice a vita sia quella di optare oggi per un voto di astensione sulla fiducia al Governo.

Valuterò volta per volta le proposte e le scelte del Governo, senza alcun pregiudizio, e mi schiererò pensando all’interesse del popolo italiano e tenendo fede ai valori che mi hanno guidata in tutta la vita.”

 

Post impegnato

Con la nascita della terza Repubblica da una blogger seria come me, che nei post precedenti ha pure abbozzato un programma elettorale, vi aspettereste un’analisi puntuale ed approfondita.

Bene, vi dirò, in seguito a una disamina attenta e rigorosa, degna della grande statista che sono, che Fico è un gran fico e Giuseppe Conte mi fa sangue: rovinati per rovinati perlomeno mi lustro gli occhi!

Ad ogni buon gioco ho iniziato a studiare tedesco, perché nella vita non si sa mai.