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Chi tocca il miele si lecca le dita

“Le auto blu sono il male assoluto, se mi vedete in auto blu linciatemi”

Anche della Taverna hanno pubblicato una foto con la didascalia – che purtroppo condivido – “Ora che le hanno dato la poltroncina si è calmata”.

Mi chiedo se potrebbe succedere anche a me la stessa cosa: io sono certa di no, ma chissà se erano certi anche loro? Davvero il potere corrompe a tal punto? Davvero acceca così tanto e allontana dal popolo?

Frasi (banali, scontate, impropriamente usate e abusate) cui sono cordialmente allergica

Sono ricapitata casualmente su questo post che mi permetto di riproporvi non tanto per il post in sé, quanto perché i commenti sono spassosissimi e mi ci sono fatta delle sane risate! Per leggere i commenti sul vecchio post, cliccate su “View original post” in fondo all’articolo

Diemme - La strada è lunga, ma la sto percorrendo

giornata-del-post-banale

1) Non si può giudicare.

2) Il torto e la ragione stanno sempre nel mezzo.

3) Non è sempre così (ma va?).

4) Non si può generalizzare.

5) Non esistono solo il bianco e il nero, ci sono tante sfumature di grigio.

ma al momento the winner is:

6) Siamo fatti della stessa materia di cui son fatti i sogni.

Quello che voglio dire è che non c’è nulla di sbagliato in queste espressioni (a parte la seconda, che è perlomeno espressa male), ma l’uso continuo e scriteriato che se ne fa, l’averle fatte diventare tutte acritici tormentoni a rendermele indigeste!

E voi, ci sono frasi – evidentemente ritenute tanto sagge o poetiche da fare chic in società – di cui avete piene le tasche?

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L’inarrestabile piaga dei copincolla e degli screenshot

Ieri ho avuto una mezza discussione con un’irritante capra che mi spiegava come copincollare un testo non condivisibile. Le ho risposto più o meno (non vado a riprendere il botta e risposta altrimenti mi faccio il sangue amaro) che non è che non sapessi copincollare, è che era una mia scelta etica non farlo, perché se un contenuto è reso non condivisibile dall’autore un motivo ci sarà, e rispetto la volontà dell’autore. Insomma, se tu mi fai entrare in casa tua io non sono autorizzata a fotografarla e pubblicarne le foto!

Mi risponde, non ricordo se la stessa capra o un’altra, che era inevitabile dover copincollare, perché non era l’autore ad aver scelto di non rendere condivisibile il testo (falso!), ma Fb che non permetteva di condividere i post privati: ma va? Indovina un po’ perché si chiamano “privati”? Vediamo un po’ se riesce a capire il significato della parola “privato”?

Si picca un po’ di gente, che evidentemente si sente punta sul vivo, e dichiara di avere sempre chiesto il permesso. Qui interviene un altro fattore: se io condivido un tuo post l’hai scritto tu, se copincollo sembra che l’abbia scritto io. Se indico l’autore è una mia dichiarazione, in realtà quello potrebbe benissimo non aver scritto niente – parlo da un punto di vista meramente tecnico – e quel post essere comunque una mia iniziativa.

Saranno pure fisime, ma siccome riesco a sopravvivere pure senza condividere un post, non capisco perché dovrei venire meno alle mie convinzioni, certo non perché la casalinga di Voghera fa così, ha sempre fatto così e sostiene che sia giusto e si debba fare così.

A me è capitato – e non solo una volta – di vedere miei post di fb, da me condivisi solo con i miei contatti, riportati sulle loro bacheche con l’indicazione – giacché era loro intenzione essere corretti – del mio nome e che il post era stato ripreso dalla mia bacheca (altro consiglio datomi dalla caprina boriosa utonta con cui mi sono trovata a discutere).

Come si suol dire “So che le tue intenzioni erano buone”, non volevi copiarmi e togliermi la paternità di un mio scritto, ma solamente condividere un pensiero che avevi apprezzato attribuendo a Cesare quel che è di Cesare, ma benedett’uomo, se io decido che un post sia visibile solo ai miei contatti avrò le mie ragioni?

Purtroppo i copincolla e gli screenshot, che sono strumenti utilissimi se usati in maniera appropriata, diventano delle armi devastanti nei confronti della privacy altrui se usati scorrettamente o comunque scriteriatamente. Vedo screenshot di chat private distribuiti come caramelle, e sono veramente amareggiata per la totale mancanza di buon senso e di rispetto di troppa parte dell’umanità.

La gente (anzi, lagggente) commenta “Se non hai nulla da nascondere di che ti preoccupi?”. Allora, brutti imbecilli, esistono delle sfere che, seppure dai contenuti più che leciti, sono private (avete presente i segreti del talamo, quelli che oggi, ahimé non vanno più di moda?). Io a queste persone rispondo che è la cosa più normale del mondo che io vada al bagno, cionondimeno chiudo la porta e non accetto pubblico.

Ricordo quando fu diffuso l’audio del povero Carlo d’Inghilterra che diceva alla sua Camilla che avrebbe voluto essere il suo tampax: se permettete, tra due amanti, è un’affermazione che rientra assolutamente nella normalità, ma quale cattivo gusto diffondere quell’audio per mezzo mondo! Che se poi la gente non fosse morbosa, il revenge porn neanche esisterebbe, ma tant’è, esiste, e ci sono vittime che si suicidano: violare la privacy altrui non è uno scherzo!

Ai ferri corti

 

Da qualche giorno – oramai parecchi – io e mia figlia siamo ai ferri corti. La cosa mi fa soffrire terribilmente e, insomma, a ridosso della morte di mia madre e del calvario dell’ultimo periodo della sua vita è la ciliegina sulla torta che proprio non ci voleva.

I motivi sono sempre gli stessi, ma stavolta mi è scattato qualcosa che sembra – giustamente – irreversibile.

Come oramai anche i sassi sanno, padre e figlia si sono buttati totalmente sulle mie spalle: lui economicamente, mettendo al mondo una figlia e non provvedendo al suo mantenimento, lei fisicamente non facendo in casa assolutamente nulla, neanche le cose minime come buttare nel secchio la carta della merendina che mangia o la busta del latte finito.

Io subisco una sorta di riduzione in schiavitù, lavorando senza sosta fuori casa (va beh, ora in smart working) per guadagnare il pane e senza sosta a casa per cercare di sopravvivere al LORO caos.

Lui, per tenersi la coscienza a posto, siccome non capisce una mazza di che cosa significhi mantenere un figlio, “fa la spesa”, il che sarebbe comunque riduttivo, visto che un figlio oltre a mangiare si veste calza scarpe, paga tasse universitarie, compra libri di testo, ogni tanto fa qualche visita medica, mette benzina alla macchina di cui vanno pagati bollo e assicurazione, senza contare che ogni tanto si rompe e va riparata… e poi, anche se ridotta nel mio caso, un figlio ha in genere anche una vita sociale, quindi esce, fa un regalo a un amico/a per il compleanno, paga una pizza, ricarica il telefonino… niente, da quell’orecchio non gli entra, lui “fa la spesa”, ma non pensate che questo sia comunque uno sgravio, non pensate che mi riempia la dispensa di olio, conserve, che compri frutta e verdura e blablabla: no, lui compra patatine fritte, arachidi più o meno caramellate, pizza e brioche rigorosamente vegane. Ne compra in quantità industriale, decisamente superiore alla possibilità di consumo umano anche di una persona in forma come me, figuriamoci mia figlia che mangia come un uccellino. Insomma, in aggiunta al suo sostegno inesistente, mi ritrovo pure la cucina invasa da roba inutile per cui non c’è posto in dispensa e spesso pure il sacco della spazzatura è pieno: a me ripugna gettare il cibo, ma quando la muffa imperversa, o comunque i pacchi sono aperti da troppo tempo, non è che ci sia molto altro da fare, ed è a me che tocca gettare il cibo ed è a me che tocca portare fuori la spazzatura: insomma, oltre il danno la beffa.

Gli ultimi ventisei anni li ho trascorsi così, a guadagnarmi il pane fuori casa senza tregua (lui si butta malato non vi dico quanto, io non manco praticamente mai) e a raccogliere roba da terra per poter pulire casa: che faccio nel weekend? Raccolgo roba da terra e pulisco. E l’estate? Raccolgo roba da terra e pulisco. Lei non lava un piatto, non fa un bucato, non ritira i panni, non passa uno straccio, ma questo è nulla: non si toglie una tazza dal tavolo, non butta la roba da lavare nella cesta dei panni sporchi, niente, niente, NIENTE, è tutta la vita che litighiamo, le ho provate tutte, con le buone e con le cattive, siamo anche state da una psicologa, ma niente, lei non fa NIENTE.

Giorni fa, mentre c’era il padre a casa mia e io al solito sfacchinavo (e non vi dico come mi fanno sudare lo smart working, quello che fatico a poter avere un angolo in cui lavorare e un minimo di spazio di manovra per poter agire), sentivo loro che si lamentavano di me, e di tutto quello che dovevano sopportare, lei accorata e lui, il papà buono e comprensivo, che la capiva di tutto quello che doveva sopportare con questo mostro di madre e la consolava: ah, papino suo sì che la capisce, e poi è tanto buono, le compra sempre un sacco di dolcetti!

Che vi devo dire, mi è scattata una molla, la pazienza è finita e basta, non li sopporto più, la scena di me a testa bassa che sfacchinavo senza nessun aiuto su nessun fronte con quei due che sputavano nel piatto in cui abbondantemente mangiavano è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Con lui non parlo più e ho chiuso i rubinetti degli aiuti (non economici, ma lui era comunque uno sfruttamento continuo), idem con lei.

Se è vero che la vittima è quasi sempre complice del carnefice, io voglio smettere di essere loro complice e di permetter loro questo comportamento. Intanto le ho detto che se avesse messo il piede fuori casa senza mettere a posto a fondo la sua stanza avrebbe potuto pure fare meno di rientrare (e lei sa bene che sono capacissima di farle trovare il catenaccio). Ha imprecato tanto sul fatto che io sia una ricattatrice, e io le ho risposto che si doveva solo vergognare che a ventisei anni, per rimettere  a posto la sua stanza, avesse bisogno di essere ricattata.

L’ultimo episodio, che a me è pesato moltissimo, è stato una sua richiesta di soldi per un corso. Fino a pochi giorni fa non avrei avuto problemi, glieli avrei dati anche per un viaggio o un divertimento, figuriamoci per lo studio, ma ora mi è scattata la fase “Non sono un Bancomat, non ti è tutto dovuto”, e così glieli ho negati, dicendole di farseli dare dal padre, o di vedere se poteva pagarlo con le patatine fritte e le noccioline che paparino suo le porta.

Insomma, siamo ai ferri corti, cortissimi, abbiamo alzato ognuna il proprio muro, dialogo zero – anche perché sono ventisei anni che esprimo gli stessi concetti, oltre a quello che ho detto finora non so proprio più che dire.

Sono molto scorata.

Tre anni in luogo di verità

arthur...

Caro Arthur,

sono ormai tre anni che sei, come usava definirlo mia madre, “in luogo di verità”.

Quest’anno c’è anche lei, è venuta a mancare poco meno di un mese fa, in un modo che mi sento un pugno dritto al cuore ogni volta che ci penso.

Quando è morta però, dopo tanto dolore, ha finalmente riassunto la sua espressione serena, finalmente è tornata ad essere lei.

E’ strano il rapporto che si ha con la vita e con la morte, a volte sembra che le persone nascano nel momento in cui ci vengono a mancare, o perché è il momento in cui ci fermiamo a pensare, o perché ci rendiamo conto di quello che ci davano e che non c’è più, o perché magari siamo costretti a mettere mani nelle loro cose, e quelle piccole, povere cose trascurate, ci restituiscono più spesso di quanto non crediamo l’immagine di una…

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