Archivi

Chi non paga i servizi e la sindaca brutta e cattiva

Foto dal web

E’ di qualche giorno fa la notizia, che non vado neanche a ricercare perché non m’interessano luoghi e nomi ma solo il concetto, di una sindaca che, a fronte del servizio di mensa non pagato da alcuni genitori, ha impedito ai bambini di usufruirne, facendo allestire per loro un tavolo a parte dove è stato servito pane e olio.

La persona sulla cui pagina ho letto la notizia additava la sindaca come disumana, sosteneva che i bambini non vanno umiliati e non c’entrano niente con le malefatte dei genitori e il tavolo a parte è stato chiamato, non ricordo se da lui o da qualche lettore, “il tavolo della vergogna”; altre persone invece hanno ritenuto fin troppo generoso il tavolo a parte, in quanto se un genitore non paga la mensa non deve far altro, all’ora di pranzo, che prendere il figlio e portarselo a casa, oppure fornirgli la sporta con il pranzo (qui ci sarebbero altre questioni, ma passiamo oltre).

La sindaca ha precisato che non si tratta di persone in difficoltà economiche, già esonerate dal pagamento, ma di “furbetti” all’italiana che intendevano passarla liscia e usufruire del servizio senza pagare, e che avevano già ricevuto ampio preavviso (mi pare quaranta giorni) dell’interruzione del servizio in caso di mancato pagamento della retta dovuta.

Si sottolinea nei commenti che, in seguito al provvedimento, gli aspiranti furbi si sono sbrigati a pagare, quasi tutti, e che qualsiasi altro mezzo per recuperare i crediti da parte del comune sarebbe stato o inefficace o troppo costoso.

Voi che pensate di questa storia e come avreste gestito la questione?

Update: trovato il post che ha originato questa mia riflessione, è questo:

Annunci

Le parole della Shoà

***

Non rende l’idea dire che chi ha vissuto la Shoà è traumatizzato: il fatto è che è segnato a sangue per il resto della sua vita, lui e – forse per memoria genetica o forse per il clima respirato in casa, i ricordi, i racconti, il dolore taciuto ed altro – anche i suoi discendenti.

Wiesenthal diceva che anche gli ebrei nati dopo la guerra sono dei sopravvissuti, e vi assicuro che l’affermazione ha un suo perché. A me personalmente è capitato più volte di sognare le persecuzioni, che stavo in un cinema ed entravano i tedeschi, con le armi spianate, e cercavano di portarci via, e noi cercavamo di fuggire.

Persino mia figlia ha fatto sogni del genere, un incubo popolato di soldati con stivaloni neri che marciavano al passo dell’oca: io non credo ci sia altra spiegazione che la memoria genetica.

Insomma, molto spesso tanti ebrei (e a volte anche non ebrei, con decisamente meno diritto) si inalberano se qualcuno usa dei termini che fanno parte del macabro vocabolario della Shoà, quali “olocausto”, “camere a gas” etc.

Ora, da una parte i miei correligionari si devono rendere conto che certe parole hanno anche un altro significato e devono essere decontestualizzate e ricontestualizzate, e che non si può gridare ogni volta alla “banalizzazione della Shoà”, come per esempio quando un vegetariano o un vegano chiamano olocausto quanto succede al mattatoio o gli antiabortisti definiscono olocausto la soppressione di miriadi di embrioni e feti che avviene quotidianamente nel mondo, fuori o dentro ospedali e cliniche.

Sull’altro fronte però chi non l’ha passato, buon per lui, deve anche fare uno sforzo in più per capire quanto possiamo essere traumatizzati e quante generazioni e secoli di pace ci vorranno per cancellare – o almeno attenuare – il dolore di questa memoria.

Tutto questo mi tornava in mente qualche giorno fa quando il medico mi ha detto, data la mia situazione ponderale, che dovevo fare la “dieta Auschwitz”: giuro che un pugno allo stomaco mi avrebbe fatto meno male. Peraltro non ho mancato di rispondergli che abbiamo già dato, ma con tutta la sua intelligenza e anche il suo acume sul piano umano dubito che abbia capito il mio stato d’animo e la sua gaffe.

Purtroppo dobbiamo rassegnarci al fatto che abbiamo una ferita aperta che gli altri, buon per loro, non hanno: a me la parola “forno” ricorda più la sventurata fine di mio nonno che non la torta alla vaniglia della nonna, e quindi vorrei invitare a uno sforzo su entrambi i fronti, da una parte a non gridare sempre alla lesa maestà quando è chiaro che nell’interlocutore non c’è la benché minima cattiva intenzione, dall’altra a mettersi nei panni della persona che ha un vissuto, diretto o indiretto, cosi terribile, capire quando si è usata un’espressione impropria, e soprattutto cercare di non farla, di capire che per noi tutto ciò che riguarda l’olocausto è ancora campo minato e non sarà facile tornare alla normalità: sono passati più di settant’anni? E secondo voi sono sufficienti per dimenticare un abominio tale, con ancora in vita le persone che hanno visto deportare i propri cari sotto i propri occhi e moriranno senza essersi mai dati pace della fine che hanno subito?

Auguro a tutti una vita di pace e di serenità e, già che ci sono e l’argomento è attuale, di rispetto e solidarietà per chi fugge dalla guerra, dalla fame e dalle carestie.

Di primo novembre ed altre nostalgie

Domani è il primo novembre. Sarebbe stato il compleanno di Arthur, nonché il suo compliblog.

Lo mettemmo su insieme, scelsi io il nome (voi mi direte “E sai che fantasia, “Il mondo di Arthur”!).

Fu un momento particolare, lì a fare le prove al telefono, le varie impostazioni, la scelta dei temi… Io ero emozionata, era da oltre un anno che lavoravamo a quattro mani sul mio, mi sembrava che, come dire, l’impresa di famiglia si stesse allargando, e invece fu l’inizio della fine: ma questo chi mi segue da allora lo sa, e per chi non c’era sarebbe inopportuno rivangare ora qualsiasi cosa, e non solo perché Arthur non è più tra noi.

Arthur non sapeva di avere i giorni contati (vabbè, diciamo gli anni, visto che ne sono comunque passati dieci), Xavier invece lo sapeva (o lo sa? Esiste ancora su questa terra?).

Sono stati due rapporti diversi, ma entrambi, in modi diversi, in tempi diversi, pervasi di una dolcezza che, non essendoci più, lascia in me un amaro con cui è difficile convivere.

Ieri ripensavo a un altro mio carissimo amico, è stato per oltre dieci anni con una donna davvero in gamba e infatti l’amicizia con lui, che risaliva ai tempi dell’infanzia (quando l’ho conosciuto aveva nove anni!), non solo si è mantenuta ma anzi, si è ovviamente e comprensibilmente allargata anche a lei.

Vorrei cogliere l’occasione per dire a tutte le donne gelose e insicure che la migliore amica del vostro compagno (ovviamente purché sia davvero un’amica e non una pretendente friendzonata) è la vostra più preziosa alleata, altro che nemica da eliminare! E’ lei quella che gli farà capire quello che voi non riuscite a spiegare, è lei quella che lo convincerà a quel passo che è indeciso a fare: avete presente quando una mamma dice che il figlio è bello bravo e buono e intelligente e nessuno se la fila perché la parola di una madre nei confronti di un figlio non conta praticamente nulla? Ecco, così è la voce di certe donne, in certi momenti,  verso i loro compagni, le loro parole vengono ritenute di parte, ed è l’amica del cuore quella che saprà mediare facendo passare il vostro pensiero senza il peso della pressione emotiva (e del conflitto d’interessi!)

Ma torniamo alle nostalgie.

Ieri rovistavo tra le e-mail di lei, e l’impressione è stata di estraneità assoluta. Un amico comune la definiva “il nulla”, e mi rendo conto ora di quanto la sua definizione fosse azzeccata.

Ecco, oggi è stata, finora, nel bene e nel male, una giornata intensa, particolare, è stata una giornata che mi ha fatto capire, soprattutto, che la vita può cambiare, che all’improvviso può riprendere la corsa di chi è stato troppo a lungo fermo, che ci si può ricordare che esiste una vita: questo riprendere un discorso interrotto può darsi debba necessariamente passare attraverso un ultimo addio, un ultimo sguardo ai quei pezzi di noi lasciati sul percorso della vita?

Quello sport che non unisce e la discriminazione permessa

Ancora una volta: Vergogna alle federazioni sportive internazionali, in particolare questa volta a quella di judo, per consentire ai paesi musulmani di continuare nelle loro politiche razziste verso lo Stato ebraico.
Mentre gli israeliani hanno vinto numerose medaglie a Abu Dhabi, sono gli unici che non possono mostrare i colori del loro paese, né far risuonare l’Hatikva, l’inno nazionale di Israele, che sarebbe dovuto risuonare dopo che l’atleta israeliano ha vinto una medaglia e che invece è qui stato vietato.

Qui la vergogna che è stata, bandiera generica della federazione internazionale di judo ed inno relativo (unico stato cui non sono stati consentiti i colori della propria bandiera e l’inno nazionale!):

Qui invece è stato ricostruito quello che sarebbe dovuto essere:

Le molestie

Non so se esistano donne che non sono state molestate.

No, non commettete l’errore di pensare a quelle vecchie, a quelle brutte, grasse, irsute, no, neanche loro sono al sicuro, le molestie non conoscono età, né aspetto, né cultura, né ceto sociale: sei donna, ci provo, punto.

Resta il fatto che le molestie sono una cosa, lo stupro un’altra, ed è l’abuso di questo termine quello che lo banalizza e lo fa diventare meno credibile, più difficilmente individuabile e punibile.

Gli uomini il no non lo capiscono, per loro è sempre una melina.

Metteteci sull’altro fronte una come me, che è ingenua fino al midollo, e si dà il via alla fiera degli equivoci.

Perché io sapete, se un uomo mi chiede se può passare da me a prendersi un caffè, io accetto tutta gioiosa e metto su la Moka, mica il baby doll.

Perché se un uomo m’invita a cena io penso che voglia cenare, e se la cena me l’offre penso che sia galante, mica che ha pagato per lo streap tease.

C’è da dire, per contro, che quando realizzo in maniera troppo brutale che l’uomo che è con me non mi ha invitato al cinema per vedere il film, non mi ha invitato a cena per il piacere della mia conversazione, non si è autoinvitato a prendere un caffè perché gli piace un forte e corroborante espresso, il no lo so dire ben decisa, forte e chiaro.

Sono stata molestata? Non so cosa vogliamo intendere per molestie, di avances ne ho ricevute svalangate, molestie anche, le prime da persone che conoscevo, le seconde per lo più da sconosciuti.

Il no l’ho detto in maniera decisa, spesso caustica, e all’occorrenza le ho anche date, che un mio amico ancora ci ride al racconto.

Ai rifiuti sono spesso seguiti insulti da parte del rifiutato, ma poi tanto sono un disco rotto, ti danno dell’ipocrita bigotta, e a me che dicessero più di questo non è mai capitato.

Lo stupro è un’altra cosa, ve lo assicuro.

Ve lo assicuro.

Lo stupro è quando “no” non lo puoi dire.

Asia et similia

Mettiamola giù in maniera facile facile:

  1. L’uomo deve stamparsi bene in mente che no significa no.
  2. La donna deve stamparsi bene in mente che sì significa sì.

Quindi, cari signori , sappiate che se diciamo “no” non vuol dire che in fondo vogliamo e ce la stiamo tirando per divertirci ancora di più, se scalciamo, urliamo, piangiamo, tiriamo pugni non è perché fa parte del gioco, ma perché ci state violentando, e quello che state facendo si chiama stupro.

Per contro, care signore, quando dite sì significa che acconsentite, “sì” non significa che vorreste dire no ma siete intimidite, stordite dalla soggezione, dall’alcool, dal dolore che vi è morto il gatto, “sì” non significa che in realtà in una piega riposta del vostro animo volevate dire no e che il vostro interlocutore aveva tutto il modo di capire che, mentre vi avvinghiavate a lui o smascellavate in ginocchio, in realtà proprio non volevate: portate rispetto a chi la violenza l’ha subita davvero e per colpa di quelle come voi perde ogni credibilità e vede ridotte al lumicino le possibilità di avere ascolto e giustizia!

 

Update: chiaro e puntuale e per me condivisibilissimo questo post di Selvaggia Lucarelli:

Torno una seconda e ultima volta, spero, sul caso Asia Argento perché ho letto un sufficiente numero di pareri in giro per convincermi ancora di più che questo caso sia un’occasione mancata. Un’occasione per parlare di abitudini maschili riprovevoli, certo, ma anche di donne che se le fanno star bene.

Non ci sono state vie di mezzo, in questo dibattito ignobilmente feroce. Da una parte l’universo radical chic e le femministe talebane, dall’altro il mondo di Libero. Nel mezzo io, Luxuria, la Aspesi e molte, moltissime persone pure molto note (e donne) che hanno preferito condividere il mio pensiero in privato o con un like. Perché mettere in discussione la bontà della versione di una donna che ha pronunciato la parola “stupro” fa paura. Basta mezzo punto di domanda su una storia che ha evidentemente dei lati sfocati, per diventare misogini, maschilisti, bulli, ultrá dello stupro, nemici delle donne, persone dedite al victim blaming (mo’ vi siete imparati ‘sta parola), spacciatori, negrieri e necrofili. Se poi ad esprimere qualche perplessità sul caso arrivo io (quella che quando si parlava delle ragazze di Firenze era insultata in quanto cattofemminista del cazzo), l’occasione per rigirare la frittata e farmi diventare improvvisamente la nemica delle donne TUTTE è troppo golosa. Per cui insulti, auguri di stupro e tutto il corollario di cosette che conosciamo bene, che però siccome sono io, tutto sommato “me le cerco”. Ma non parliamo di questo, che tanto ormai gli insulti sono la prassi, non c’è più notizia.

Comunque, nonostante gli editoriali elegantissimi (e banali, sì, banali) di chi ritiene che chi vede dei punti oscuri in questa vicenda sia da psicologo o un misogino senza speranza, non ritratto nulla della mia posizione (capirai se devo dimostrare qualcosa sul tema) ma la argomento meglio.
Perché una cosa è vera. Non è solo la Argento, il problema.
A proposito. Chiedo la grande cortesia di non scrivere stronzate della serie “Asia Argento ti sta antipatica.”. Certo. Io mi espongo su un tema del genere per antipatia. Come no. Siccome lei mi ha detto “analfabeta” a Ballando con le stelle due anni fa, io ho non ho dormito la notte da 730 giorni e aspettavo giusto che denunciasse qualcuno di stupro per dar ragione allo stupratore. Ora aspetto solo che qualcuno rapini a mano armata Brunetta per tifare per il rapinatore.

Partiamo dal tema portante della discussione: “Una violenza è sempre una violenza”. No. Mi spiace. So che è uno slogan politicamente corretto e che negarlo vuol dire passare per becere insensibili della serie “non sai di cosa parli”, ma non è esatto. Perfino un omicidio non è sempre un omicidio. Esiste un porco o un assassino, quello sempre. Poi esistono modalità, circostanze, età dei protagonisti, l’utilizzo o meno della forza e molti altri fattori che non rendono le storie tutte uguali. È proprio dire che la violenza è sempre violenza che banalizza la questione, non, al contrario, cercare di capire fino in fondo le circostanze. Lo fa la legge, approfondire le circostanze, non vedo perché chi dice che ” tra uno stupro e una molestia non c’è differenza” dovrebbe essere un tribunale migliore. Volete convincermi del fatto che la violenza di Rimini sia identica al “Mi fai un massaggio?” nella stanza di un produttore? Non ce la fate. Perché trovo che le due faccende siano due argomenti diversi sono una cretina? Bene. Fate pure. Per me molestia e stupro sono due argomenti diversi, sì. Confermo. Ribadisco. Sottoscrivo. Riesco a trovare un punto di contatto solo quando si parla di bambini. Di persone che non hanno coscienza di quello che gli viene fatto. Se parliamo di una ragazza di 20 anni che sa come funziona il mondo, io parlo di molestia. Orrenda eh. Ma molestia. (e si può denunciare anche quella, volendo)

“Tu colpevolizzi la vittima.” Manco per niente. Cerco solo di essere lucida. Sul signor Weinstein non apro nemmeno il dibattito perché è un molestatore seriale e merita tutto quello che gli sta capitando. Lo do così per scontato che non c’è neppure storia. È la posizione delle donne, in questa vicenda, che è fatta di sfumature. E il dibattito sta così appassionando perché per la prima volta è anche la responsabilità delle donne a diventare un punto fondamentale del dibattito.

Non è vero quello che dice la Argento e con lei una buona parte del giornalismo pettinato che si discute di questo caso perché siamo sessisti. È quasi sempre vero, di solito, lo riconosco e sottoscrivo, ma questa volta no. Si discute perché in questa vicenda le donne escono ammaccate. Asia Argento, Gwyneth Paltrow, Angelina Jolie (per citarne alcune) non erano tre scappate di casa. Tre piccole fiammiferaie. Le cameriere davanti a un’opportunità di riscatto sociale. Di fama salvifica. Erano già figlie di padri potenti, ricche, privilegiate, cresciute nel mondo del cinema fin da bambine. Sono state zitte perchè volevano fare carriera, non perché non avrebbero avuto la potenza mediatica ed economica per fare un culo così a Mr Weinstein. Si sono ribellate e hanno denunciato Weinstein otto donne ben più indifese e sole e senza paracaduti delle tre citate. E’ che Gwyneth e le altre, come dice candidamente Asia, “tenevano alla loro carriera”. Le otto evidentemente tenevano di più alla loro dignità.

E allora mi spiace. Se tu lo lasci fare perchè sì, lui ti fa schifo, ma l’idea di perdere il ruolo da protagonista ti fa ancora più schifo, e poi il signor Weinstein lo ringrazi con l’oscar in mano o continui a vederlo nella suite di qualche hotel, beh, perdonatemi tutti. Io faccio fatica a provare empatia.

“La violenza è anche psicologica, era abuso di potere” . Già. Dire che però molte delle attrici coinvolte fossero delle ragazzine inesperte del mondo di fronte all’orco è abuso di credulità popolare. Non parliamo di ventenni arrivate dal paesello di montagna con la borraccia di latte di capra appesa al collo. Io a 20 anni lo ero, più o meno, ma che il mondo fosse pieno di bavosi che volevano usarmi sessualmente promettendomi lavoro e gloria, lo sapevo bene. E dai, su. Parliamo della Paltrow, della Jolie, della Argento. Mica di Giuseppina da Tagliacozzo. Smettiamola di giocare a cappuccetto rosso col lupo. E lo dico perché le Cappuccetto Rosso io le rispetto e rispetto il loro candore, la loro inesperienza, le loro storie, che nulla hanno a che fare con queste vicende in cui la conclusione non è mai “non ho parlato perché mi avrebbe ammazzata”. È “non ho parlato perché non avrei più lavorato”.

Questione Asia Argento. Allora. Cominciamo col dire che avere delle perplessità su questa storia vuol dire averlo su QUESTA storia che riguarda UNA donna. Per voi Asia Argento è tutte le donne? Vi sentite tutte Asia Argento? Bene. Io no. E con me tante altre. Io parlo di lei, e credo di avere il diritto di trovarla una vittima molto atipica. E no, non è vero che non le credo. Le credo fino ad un certo punto, che è diverso. Il che non vuol dire che colpevolizzi le vittime o metta in dubbio la credibilità di tutte le donne. Parlo di Lei. Credo che sia stata molestata, sì. Non ho alcun dubbio sul fatto che lui l’abbia attirata in camera, che le abbia proposto un massaggio, che dopo quel massaggio le abbia tirato su la gonna.
Non credo però che la fama di W. non lo precedesse. Non credo si sia trattato di uno stupro ma di una molestia sessuale. Odiosa. Credo che al “mi fai un massaggio” una donna capisca bene la situazione e che , come dice la Aspesi, non sia una di quelle situazioni in cui pensi: leggeremo un copione insieme. Credo che la Argento non solo potesse, ma dovesse dire di no. Credo che i suoi 21 anni fossero i 21 anni di una ragazza di mondo. Credo che avrebbe potuto e dovuto fare come chi da quella stanza se ne è andata. (lei è l’unica a parlare di stupro) Io di esperienze così, anche quando ero ben più giovane, ne ho vissute un bel po’. Ho detto no. Con imbarazzo. Vergogna. Ma ho detto no. Avrei dovuto denunciare? E cosa? Una molestia che potevo rifiutare? Ho fatto la mia parte, credo. Ho rifiutato, risposto male, mortificato chi mi stava mortificando. Ho detto il più possibile in giro cosa mi era accaduto. Ho evitato di rivedere quegli uomini. Ma soprattutto: non sono cose che mi hanno segnata a vita. Ci penso con un profondo senso di schifo, ma a una mano sul culo si sopravvive. Ho imparato a difendermi e a parlare di donne. A stare dalla parte delle donne. Con lucidità però. Senza mescolare piani diversi. No, non sono stata stuprata. Sono stata molestata, tante volte. Questo vuol dire concedere attenuanti a chi molesta? No. Vuol dire dare il giusto nome alle cose.

Infine, vorrei dire che il silenzio assordante delle attrici in questi giorni racconta molte cose. Non leggo solidarietà e neppure punti di vista. Perché tacere fa comodo quasi quanto parlare quando non si ha più nulla da perdere. Eppure il W. italiano c’è. Anche più d’uno.
È che è il sistema, bellezze. E molte di noi decidono di far parte dell’ingranaggio. È dura da accettare ma è così. Ne conosco almeno una decina di donne pronte a tutto. Un paio fanno pure quelle che “io sono la paladina delle donne che vanno avanti per meriti”. E non solo stanno tutti zitti, pur sapendo, ma finiscono per dare loro i ruoli e gli spazi migliori. Al cinema, in TV, ovunque. È sempre la cosa più comoda, il silenzio. E alla lunga, in termini di carriera, l’investimento migliore.

E allora permettetemi di dire una parola sulle vittime certe di questa vicenda. Anzi, di queste vicende. Quelle che i no li hanno detti, nonostante i sogni e le ambizioni. Nonostante al lavoro ci tenessero pure loro. Donne che magari non avevano famiglie e capitali solidi alle spalle, ma hanno scelto di non sacrificare la dignità alle ambizioni. Donne che non sono state promosse, che hanno perso il lavoro, che sono state mobbizzate o umiliate, ma che al capo o all’uomo di merda di turno hanno saputo dire no. Donne che si sono viste scavalcare e sorpassare a destra da quelle che “sì mi fa schifo ma voglio fare carriera” e che magari erano meno brave. Ce ne sono tante di donne così. Che ci provano a togliere il potere di umiliarci a questi uomini di merda. Anche solo con quei no detti a muso duro. Donne per cui nessuno prova empatia o gratitudine perché probabilmente sono rimaste invisibili, con ruoli di serie b al cinema o alla scrivania, con 1200 euro al mese. Donne che denunciando, talvolta, hanno rischiato la vita, non il lavoro.
Quelle sono le mie eroine. Sul resto, scusate, lasciatemi libera di avere perplessità senza accuse idiote che scomodino temi come femminismo e la solidarietà femminile.
È che se proprio devo scegliere per chi provare empatia, in questa storia, io scelgo chi ha detto ” ‘Sti cazzi del lavoro, io le mani addosso da questa bestia non me le faccio mettere.”.

“Negracci”: la civiltà non ha ancora vinto la sua battaglia contro il razzismo

Leggo e mi viene da piangere.

Voi mi direte, ma da una pagina del genere che t’aspettavi?

E che dirvi, sicuramente mi aspettavo enfatizzate a fini strumentali tutte le notizie negative che avessero come protagonisti gli immigrati, ma questa foto con queste parole di presentazione mi ha veramente avvilito, per non parlare poi dei commenti!

La foto viene definita testimonianza di un “episodio vergognoso”: credo che una persona normale la guardi e si chieda dove sia questo episodio vergognoso, guardi la foto di dritto e di rovescio, la ingrandisca e la rigiri, ma di vergognoso – la persona normale – non riesca a trovarci proprio nulla.

Però magari la persona normale non è totalmente ingenua, e capisce dove vogliono andare a parare: il messaggio sotteso è “Vergogna, negri seduti e bianchi in piedi!”, e sembra di essere tornati nell’America degli schiavisti, ai tempi in cui il gesto di Rosa Parks segnò un cambiamento epocale, una vera e propria rivoluzione sociale e culturale.

Ma la persona normale pensa che quelli siano fatti preistorici, che oramai neanche ci si possa più credere che sia esistito un tempo in cui i negri e i bianchi vivevano in aree separate e non potevano neanche contrarre matrimonio. La persona normale, se italiana, si vergogna del ventennio fascista, ma lo considera una pagina vergognosa della nostra storia che però ci siamo lasciati alle spalle, che non ci riguarda più, e che un’Italia razzista non ci sarà mai più.

La persona normale, nel ventunesimo secolo, si aspetta che si ragioni in termini di persone, e non di bianchi e neri, cristiani ed ebrei, nobili e popolani, etc. etc. etc.

La persona normale certamente sa che ci sono dei poveri di spirito pieni di pregiudizi che vedono solo quello che vogliono vedere, ma riesce ancora a stupirsi del fatto che a volte, semplicemente, non vedano affatto.

La persona normale non crede ai suoi occhi quando vede definita “un episodio vergognoso” l’immagine di uno spiazzo, amenamente affacciato sul verde, in cui ci sono quattro persone sedute su una panchina, beatamente a farsi gli affari propri, più altre persone in piedi, più o meno intente alla medesima attività.

La foto è stata scattata e inoltrata da “un segnalatore che preferisce rimanere anonimo”, e la persona normale si chiede quanto possa essere abietta e vile quest’altra persona che tira il sasso e nasconde la mano, che si “indigna” perché dei negri stanno seduti mentre ci sono dei bianchi in piedi ma “non vuole essere nominata”.

Ma non abbiamo già detto che la persona normale è molto ingenua?

Lei si aspetta che un pubblico, anche di media intelligenza, guardi la foto e subito chieda cosa ci azzecchi quel commento, si aspetta che qualcuno chiederà se hanno sbagliato a caricare l’immagine, oppure chiederà chiarimenti su quale sia l’episodio vergognoso che decisamente non si evince dalla foto (le persone presenti nell’immagine sembrano anche pulite e decorosamente vestite).

E invece no.

Salvo rare eccezioni, ecco la brava gente partecipare all’indignazione, concordare sul fatto che si stia assistendo a un episodio vergognoso, e le voci fuori dal coro sono davvero poche, forse due o tre su quasi duecento commenti.

Si sprecano epiteti del tipo “negracci”, “luridi negri” e non ricordo che altro, sempre sulle stesso tono.

Gente con cui condividiamo il pianeta, e già me li vedo a venderne la pelle alle SS o al KKK di turno persino con la coscienza di aver fatto giustizia, da persone superiori che sono.

Mi dicono che quello che denunciò mio nonno alle SS era un vicino di casa con cui ogni tanto nonno giocava anche a carte.

Ne sono passati di anni e di storia ma…

Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo.