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Alibi

A volte mi sembra semplicemente di stare in attesa che il tempo passi, è che il lavoro sia un alibi per non vivere.

In effetti, quando mollo la presa dal lavoro, il vuoto mi attanaglia.

Ovviamente sono ben cosciente che probabilmente si tratta solo di stanchezza e bisogno di riorganizzare il proprio tempo quando se na ha nuovamente a disposizione.

Il mistero di Camilla Fabri

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Giorni fa ero tranquillamento al mio pc, non ricordo leggendo cosa, quando mi capita sotto gli occhi una foto a me ben nota: strabuzzo gli occhi, sogno o son desta, ma è lei?

E sì che era lei, l’articolo parlava di lei dicendo cose allucinanti che, per quanto mi era dato di sapere, non stavano né in cielo né in terra. “Commessa part-time con stipendio dichiarato di 1800 euro annui (in altri articoli diventati mensili), che ha comprato un appartamento a Via Condotti da cinque milioni di euro”: Camilla commessa part-time? Camilla ha sposato un miliardario, e fa la vita da miliardaria, altro che commessa! E poi nel 2012? Per quanto ne so io, nel 2012 faceva la studentessa liceale (si sarebbe diplomata credo un paio di anni dopo).

Sapevo dell’appartamento  a via Condotti, figurati se non girano le voci tra noi mamme, rimaste ancora in contatto e sempre a scambiarci notizie sui nostri figli: un piccolo regalo del marito (più o meno come quelli che faceva Attila a me 😆 ), come il macchinone e tutti gli altri beni di lusso.

Mi riferisce mia figlia che è apparso un articolo che parlava di lei sulla sua bacheca fb, e la cattiveria dei commenti faceva paura: è proprio vero, se l’invidia fosse febbre tutto il mondo ce l’avrebbe, quando una persona ha fortuna il mondo la vorrebbe fulminare!

Ora, se il marito è un onesto miliardario come ce ne sono tanti (e vabbè, dai!) o sia invischiato davvero in intrighi internazionali io ovviamente non lo so, ma so che lei, anche dopo questo incontro, il matrimonio, una vita che altro che Hollywood, era rimasta la ragazza semplice di sempre, figlia di persone semplici, di quelle che la mattina si alzano all’alba per andare a lavorare (probabilmente non prima di aver messo su una lavatrice o svuotato la lavastoviglie). La madre? Una madre, di quelle che ai figli ci tengono, e che probabilmente sarà stata solo in parte felice della fortuna di sua figlia, ma che in fondo al cuore, e neanche tanto in fondo, l’avrebbe voluta magari meno ricca ma più vicina.

Ora che leggo che è scomparsa e che forse si è rifugiata in Russia io penso a questi genitori, che forse non potranno avere nessun contatto con lei, non potranno vederla neanche in videochiamata, non potranno sentirla, probabilmente neanche sapere dove sia, e ci soffro, perche sono madre, e prima di tutto penso a quella madre: se io fossi costretta a non vedere mia figlia impazzirei, e per lei sarà sicuramente lo stesso.

(Che poi, quando ho saputo dell’appartamento che avevano comprato a via Condotti, scherzando avevo pensato pure “Magari chiedo se serve qualcuno che dia un’occhiata alla casa in loro assenza, lo faccio con piacere, sono una che crede nell’amicizia io!”: meno male che era solo una battuta tra me e me, sennò a quest’ora avevano sequestrato pure a me, insieme alla casa e alle altre opere d’arte!).

https://www.ilmessaggero.it/roma/news/camilla_fabri_roma_marito_instagram_ultime_notizie_news-4865288.html

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/chi-alex-saab-fedelissimo-maduro-che-ha-guadagnato-milioni-1785033.html

https://www.ilsussidiario.net/news/camilla-fabri-fuggita-in-russia-la-commessa-milionaria-di-roma-e-sparita-nel-nulla/1950863/

Una nuova fase

Beh, che sono un po’ meno presente l’avrete notato, come pure sapete quello che bolliva in pentola, però torno con buone notizie.

Con un sottile gioco di trattative, non esclusivamente mie, e trattenendo il fiato sulle montagne russe delle varie possibilità e dei possibili scenari e intrecci, diciamo che le cose sono andate oltre ogni rosea previsione, il rapporto con la precedente azienda  si è concluso felicemente e l’ingresso in quella nuova oramai è confermato e consolidato.

Il lavoro è oggettivamente aumentato, ma serviva una nuova sferzata di energia, uno stato d’animo meno stanco, nuovi collaboratori, nuovi colleghi etc. etc.

Ho fatto l’estratto conto contributivo, e purtroppo qualcosa è andato perso: colpa loro, ma me ne sono accorta tardi, e qualcosa non è recuperabile, qualcos’altro forse sì, ma pure lì c’è da lavorare.

Per quanto riguarda la pensione, se confermano quota cento io tra qualche anno potrei usufruirne, non perché non stia bene al lavoro (veramente sto benissimo, e devo dire che lo amo anche moltissimo, sia il lavoro sia l’ambiente), ma il fatto è che la vita non ci appartiene, e abbiamo visto anche qua nella blogsfera persone che se ne sono andate così, giovani e senza preavviso; davvero stiamo come sugli alberi le foglie, e un po’ di vita senza pressione me la vorrei vivere (anche se poi so che si rimpiange pure la pressione).

Andiamo avanti così, con un pensiero a mio padre, che ha passato tante, tante difficoltà, e a cui ora avrei potuto regalare un po’ di tranquillità ma, ahimé, non c’è più. Mi consolo dicendomi che poi il suo più grande desiderio era darla a noi la serenità, e almeno in questo ha vinto la sua battaglia.

Ora mi vado a godere la mia domenica di sfaccendamenti domestici, buona domenica anche a tutti voi, e a presto!

Sbaglio o son destra?

A volte mi interrogo su me stessa, su come ho affrontato e affronto la vita, e non mi sembra ci siano mezze misure: o ho sbagliato tutto e l’ho sprecata, o ho saputo scegliere una strada di saggezza e coerenza raggiungendo una serenità che generalmente le persone non hanno.

Non so decidermi su quale sia la risposta giusta, mi sento davvero dalla parte del bene al pensiero che sono una senza “tormenti”, che sono felice delle gioie altrui, che non devo nulla a nessuno, che mi sono fatta da sola, cresciuto una figlia, etc. etc. etc., sempre con le mie sole forze, e soprattutto senza mai scavalcare nessuno.

Mi sento invece in difetto quando penso a tutto il non fatto, a questa specie di elettroqualcosa piatto, mi chiedo se questa mia “spartanità”, questo mio essere istintivamente minimalista non sia una rinuncia a vivere piuttosto che una scelta di semplicità alla Diogene, o una saggia forma di atarassia/apatia di stoica/epicureica memoria.

Insomma: “Niente se mi giudico, tanto se mi confronto” ma non solo: se vogliamo andare avanti a proverbi aggiungerei pure “Il gabbo arriva la bestemmia no”, e ora vi spiego perché.

Dovete sapere che tanti anni fa (ma proprio tanti tanti) io dissi una cattiveria a una persona, ma la dissi proprio con tutto il cuore e, francamente, non me ne sono mai pentita.

Lei era la ragazza di un mio carissimo amico (alla Xavier per intenderci), e lo trattava come una pezza da piedi. Lui era un ragazzo molto mite, non aveva certo una personalità proprompente, di quelle che generalmente piacciono alle donne, ma era una persona perbene e soprattutto la adorava.

Lei secondo me stava con lui solo e unicamente perché non se la copriva nessun altro (scusate il linguaggio diretto, ma oramai mi conoscete) e vi dirò di più: ogni tanto lo lasciava e, a mio avviso, si faceva un giretto altrove, convinta di trovare uno meglio di lui che avrebbe soddisfatto le sue manie di grandezza e i suoi sogni di gloria, poi si ritrovava da sola, presa e buttata via, e ritornava dall’innamorato di sempre, neanche particolarmente con la coda tra le gambe.

Parlando con me, che a lui volevo un bene dell’anima, lei ne sparava sempre peste e corna; io allora non facevo altro che invitarla a lasciarlo se quella era l’opinione che aveva di lui, se ne andasse a cercare altrove il suo principe azzurro e lo lasciasse finalmente libero di trovarsi una che gli volesse bene e lo apprezzasse per quello che era (tra le altre cose, quando lui seppe che la invitavo a lasciarlo non la prese troppo bene).

Lei aveva una gran voglia di essere amica mia, anzi, si sentiva proprio di esserlo, anche se quest’amicizia nessuno gliel’aveva mai concessa, e si lamentava pure che era sempre lei a chiamarmi e mai io (cocca bella, significherà pure qualcosa?) e soprattutto indovinate cosa? Mi dava tanti, ma tanti consigli, ma che dico, non consigli, erano delle vere e proprie direttive, per di più perentorie, a campare come diceva lei. Dopo averla invitata mille volte a farsi i fatti suoi tanto non avevo nessuna intenzione di prendere in nessuna considerazione le sue illuminate esortazioni, all’ennesimo rinfaccio che nella vita avevo sbagliato tutto le risposi che magari avevo pure sbagliato, mi ero sposata e avevo divorziato, mi ero trasferita all’estero ed ero tornata, etc. etc. etc., ma intanto avevo fatto un sacco di cose, avevo vissuto ma lei? Lei che cosa avrebbe raccontato al Padreterno? La sua “prudenza”, la sua paura di tutto, i suoi piedi di piombo, l’avevano tenuta inchiodata allo stesso posto da sempre, e che aveva fatto, per esempio, negli ultimi vent’anni? Niente, avevo solo rughe in più, una vita completamente sprecata.

Avete presente “colpita e affondata”? Non mi parlò mai più, e io ne ebbi un grande senso di liberazione. Poi, ovviamente, Xavier docet, corsi e ricorsi storici, lui prese le parti della sua bella e, dopo un periodo in cui cercò di conciliare i due rapporti, si allontanò.

Beh, lasciando stare loro due e tornando a me, cosa ho fatto negli ultimi vent’anni? Che racconterò al Padreterno? Rispetto a vent’anni fa ho solo il fisico più segnato e, come volevasi dimostrare, il gabbo è puntualmente arrivato.

E vabbè, che vi devo dire, domani è un altro giorno!

(Francesco Guccini – L’avvelenata)

Non chiedermi chi sono

Bozza scritta mille anni fa, ritrovata oggi: già che ci sono la pubblico!  😆

(Non chiedermi chi sono – poesia di Alessandro Ceccoli)

Qualche giorno fa ho avuto una mezza discussione con una persona (della blogosfera), la quale sosteneva che, insomma, avendo avuto pure contatti privati, conoscendo io la sua identità, e che diamine, il minimo dell’educazione era rivelargli la mia!

Non l’ho fatto, e ritengo che questo abbia guastato il rapporto.

La stessa cosa accadde qualche anno fa con una fedelissima, vera e propria mascotte di questo blog, che mi ha voluto dire di sé, senza che io glielo avessi chiesto, vita morte e miracoli, ma poi si è ritenuta offesa perché non avevo ricambiato la cortesia.

Avevo intenzione di riprendere il discorso ma, in verità, ma ne sono sempre dimenticata, fino a che non ho letto questo post di Solindue (avrei volentieri partecipato alla discussione, ma antichi dissapori rendono inappropriata la mia presenza in quel blog).

Ok, affronterò l’argomento in casa mia. Una volta una tizia, per dimostrarmi quanto si fidasse di me, mi raccontò tutte le confidenze ricevute dalla blogsfera, e arrivò a girarmi e-mail di terzi, senza neanche oscurarne il nome.

Più che dimostrarmi quanto lei si fidasse di me, in questo modo mi provò piuttosto quanto lei fosse inaffidabile e da tenere alla larga il più possibile! Delle cose proprie uno fa ciò che vuole, ma i segreti e le confidenze altrui sono e debbono rimanere sacre, persino nel caso l’amicizia si guasti.

Ora, siccome internet è una pubblica piazza e io tutta ‘sta stima della massa non ce l’ho, ritengo l’anonimato un diritto inalienabile: questo non perché uno abbia cose da nascondere ma insomma, non avere nulla da nascondere non significa rinunciare alla propria privacy ed esporsi nudi alla folla. Oltretutto , più o meno indirettamente, tramite i vari racconti, uno espone al pubblico anche vicini, parenti, colleghi e conoscenti, e questo mi pare davvero inopportuno.

BD - Bastardi Dentro, FB e la privacy

NB: la delicatezza della poesia d’introduzione e la crudezza della battuta della vignetta finale, la dicono lunga sulla mia doppia anima!

Ciao Ivana

Ci sono perdite che ti colpiscono più di altre, anche senza un particolare perché. Con Ivana, la blogger Semprevento, l’amicizia non era mai decollata, anche se io per lei avevo una simpatia a pelle, e decisamente una grande stima: una toscanaccia sincera, tosta e fragilissima, piena di vita ma forse con una malinconia di fondo che non sempre riusciva a celare.

Questo l’ultimo commento che lasciò sul mio blog anni or sono:

…se volevi farmi piangere , ci sei riuscita…
Su segnalazione di Luisa sono venuta a vedere ….
Su questo post dovrebbe scrivere la sua storia, mia figlia.
Nessuno meglio di lei conosce l’alone del buio.
E una vita parallela alla cecità , quella totale.
Discriminata sin dall’ asilo ….”diversa a scuola”…
Pochi professori propensi all’aiuto …
il sostegno , grazie a Dio era quello di una mia cara amica,
insegnante capace e preparata.
Le cicatrici ci sono e sono molte.
Le ferite continuano ma con meno intensità.
E’ cresciuta in lei la volontà di essere accettata
per come vede…e per quello che non vede.
Qualcuno fugge…quelli intelligenti restano.

Il suicidio è una conseguenza che va messa sul piatto della bilancia.
C’è , esiste e vince se non si aiuta i nostri ragazzi a raggiungere una consapevolezza
della propria situazione.
la parola “diversa ” non mi piace.
il diversamente abile….una scusa, solo una scusa che già fa la differenza tra me e te.
Altro non posso scrivere. ci sono cose che vanno vissute per esser capite a fondo.
La sofferenza gratuita è disumana e la rabbia in me abbonda tanto…in qualsiasi
situazione si manchi di rispetto ad un essere umano..

Concordo con Barbara…
Occorre così tanto amore per la vita da poterla vivere anche senza luce…
Ho fatto anch’io il percorso al buio, a Firenze in occasione di una giornata particolare
organizzata dall’ Istituto Nicolosi (Fi). Esperienza che mi ha turbata molto…
uscendo poi, lo stesso sospiro liberatorio e mia figlia invece sorrideva…ne abbiamo parlato… a lungo…aveva 18 anni e tanto entusiasmo nel dividere con me quello che riuscivo solo ad immaginare.
Il resto è la nostra storia, quella di tutti i giorni, divisa tra noncuranza della gente e problemi di ogni tipo. Il mondo è fatto su misura per i vedenti…tutti gli altri sono solo un peso se non riusciamo ad abbattere il minimo scalino che per chi non vede o ha un visus molto limitato, diventa un enorme montagna.

Il video è un pezzo di vita vero…
la mamma di Sara.

Ieri mi ha fatto piangere lei. PIù giovane di me, a quanto ho capito – ma non so molto, forse è andata diversamente – non un incidente, non una lunga malattia, semplicemente un malore, praticamente un attimo (due o tre giorni credo), e chi le era vicino ha dovuto immediatamente farsi una ragione del fatto che non ci sarebbe stata più.

La cosa sconcertante è stata l’immagine che qui riporto, a quanto ho potuto ricostruire, postata il giorno prima del malore: forse siamo molto di più di quello che pensiamo e che sappiamo. Forse.