Primo racconto

fugit-tempus
Termini proposti per il gioco: piede – mandorlato – proposta

Per il primo racconto ci metto la prima parola io, e stavolta opterei per una semplice, tipo “piede”. Vorrei che Pan e Piemme proponessero le altre due, e Brandy l’immagine. Se poi Morena volesse scrivere l’incipit… se può… sarebbe la ciliegina sulla torta.

Via!

*** Il gioco è rigorosamente aperto a tutti ***

suspense_25Titolo : SUSPENSE

Lucilla non aveva mai amato il mare e, ora che non poteva vedere nient’altro dalle finestre di quella torre incredibile in cui era andata ad abitare, una specie di faro nel nord dell’Irlanda, l’odiava addirittura. Misha, la bellissima e smorfiosa gatta nera, regalo di Stephen prima della sua partenza, la pensava esattamente come lei.

gatta-neraEra per questo che si allontanava da lì ogni volta che poteva e Lucilla, col tempo, aveva imparato ad accettare queste sue fughe senza preoccuparsene più di tanto, semmai invidiando un po’ la sua gatta per questa libertà che a lei, ahimé, non era concessa.

alla-finestra-con-fataSi era però, dentro di lei, costruita come un piccolo mondo, e ogni volta che s’affacciava alla finestra, a seconda di come era il mare, vedeva praterie sconfinate, sentiva il rumore di foglie portate dal vento, l’urlo di dolore di alberi chini sotto la sferzata del vento, l’odore di salsedine che somigliava a ciclamini in fiore, e verso sera, sdraiata per terra, guardava il soffitto come fosse un cielo stellato, con a lato sonnecchiante, la smorfiosa Misha, sempre però con in mano il suo fido mandorlato, che quando andava al mercato l’ Armando le regalava dicendole: “ attenta ai denti, mi raccomando e poi, mangialo un po’ per volta che magari può farti male… “

Armando era non molto segretamente innamorato di lei, ma lei non gli aveva mai permesso neanche di mettere un piede nella sua torre, in cui viveva come un’altera castellana, snobbando il luogo per un verso, ma per certi altri difendendolo come una roccaforte.

Un giorno lui le fece una proposta: “Lucilla, se vuoi ti porto la spesa a domicilio, tutte le mattine”. “Uhm…non credo che Misha gradirebbe” gli rispose. “Misha? Vuoi dire che sei già…sei già impegnata?” disse Armando deluso. Lucilla sorrise. “Impegnata? E’ la mia prigione!” esclamò andandosene con la borsa della spesa appesa ad un braccio e la stecca di mandorlato nella mano.

Armando rimase perplesso. Cosa potevano significare quelle parole che gli risultavano oltremodo sibilline? Cosa, chi, era la sua prigione? La torre? O forse una storia che lei subiva per qualche inenarrabile motivo? E qella nota che aveva appena captato nella sua voce, era tristezza, sconforto, rabbia, dolore, o forse rassegnazione?

Non se ne dava pace.

Al che decise di guardarla con più attenzione, senza per questo spiarla troppo nei suoi movimenti, così, giusto per riuscire a capire meglio cosa intendesse lei quando parlava di prigione.
Una mattina di novembre, il vento soffiava impetuoso, il mare era talmente grosso che, dalle panchine del porto, si vedevano onde alte che andavano a cozzare contro qualsiasi cosa passasse di lì inavvertitamente, così Armando non vedendola arrivare, decise di andare al faro per consegnarle la spesa; era una scusa e lui lo sapeva benissimo, ma aveva voglia di vederla anche soltanto per un attimo e chissà, magari riusciva anche a farsi invitare a bere qualcosa e così intanto poteva guardarla, tenere per sé ogni suo movimento, che gli avrebbe fatto compagnia in quei giorni tristi, in cui era solo con se stesso.

Non si era mai avventurato fin lassù, dal momento che quel posto non lo ispirava particolarmente, né ne avrebbe avuto motivo, visto che Lucilla scendeva ogni mattina.  Riteneva che quell’austera torre avesse un’aria sinistra, assolutamente inadeguata alla giovane Lucilla, ritenuta da lui uno splendore che avrebbe meritato un luogo per vivere ben più gioioso.

cancello_xsPercorse la strada rimuginando tra sé e sé ogni momento che, di lì a poco, l’avrebbe fatto sentire più vivo, quando improvvisamente ebbe la sensazione di essere seguito, come se uno sguardo lo fissasse da dietro le spalle e allora si fermò, diede un’occhiata in giro, vide di essere solo, e riprese il suo cammino.
Però, quella sensazione ormai l’aveva turbato e, senza chiedersi più di tanto il perché, accelerò il passo, finché non si trovò davanti ad un enorme cancello in ferro battuto con le estremità fatte a forma di frecce, dipinte d’oro. Aldilà c’era un prato con erbacce sparse dappertutto e in fondo, s’intravvedeva il faro che troneggiava in mezzo a tutto quel paesaggio.

In un angolo, c’era una cordicella attaccata ad una campanella, la prese in mano e stava per scuoterla, quando improvvisamente si udì come d’un canto, il guaito d’un cane ferito, insomma come fosse un lamento e, fermo immobile con la cordicella in mano, sentì i brividi percorrergli la schiena e, dentro, uno strano presentimento…

“Lucilla è in pericolo!” pensò afferrando le sbarre del cancello, “ecco perché non si è vista in paese”.
Si guardò intorno e non vedendo nessuno appoggiò il piede sulle sbarre. Poi alzò anche l’altro e si issò in cima, vicino alle estremità appuntite e quando fu a cavallo del cancello, proprio in quel momento, le sue orecchie udirono un suono. No, non era il guaito di prima ma un rumore secco e metallico:
“CLACK!”
Armando immaginò subito che un fucile automatico e con il colpo in canna gli fosse puntato contro. Invece, poco dopo sentì il cancello muoversi e lui, immobile, si lasciò trasportare.

cerchio-magico-pentacoloL’amore che lui provava per Lucilla aveva creato come un portale d’ingresso alla sua anima, e il cancello si era aperto per trasportarlo nel mondo interiore della donna, dove avrebbe potuto scoprire quali catene la facevano sentire prigioniera della vita che lei conduceva.

Si trovava in quel paesaggio spaziale che erano i ricordi della donna, antri da guardare con altri occhi, voci da sentire con altre orecchie. E’ lì che finalmente riuscì a vedere l’origine di quel canto, che era la gioia di quella donna, l’origine di quel guaito, che era il dolore… e quel “clack”? Si addentrò nei meandri di quei ricordi, alcuni sentieri erano diritti, altri impervi, boscosi, oppure aridi, oppure erbosi, alla ricerca di quel “clack” che non riusciva a localizzare.

********************************************

Eppure… percorrendo lo stretto sentiero che portava alla torre, continuava a guardarsi intorno per cogliere un segno, qualcosa e fu proprio in quell’istante che la vide; inizialmente pensò ad un’allucinazione, uno scherzo di tutta quella tensione che ormai si era impadronita di lui, ma poi, guardando meglio, si rese conto che invece era realtà… seduta su di una pietra, con alle spalle un grande cipresso, ci stava una vecchina, con braccio una piccolissima bambola vestita tutta di bianco.

La teneva cullandola, senza dire una parola, con lo sguardo perso nel vuoto, come se fosse rapita da pensieri lontani mille miglia. Una debolissima nebbiolina l’avvolgeva e a volte la nascondeva del tutto, ecco perché aveva pensato ad un’allucinazione. Lei, era minuta, magrissima, i capelli bianchi raccolti accuratamente dentro ad una cuffietta color ciclamino, con le sue lunghe dita ossute, accarezzava la bambola, e mentre lo faceva, l’impressione era del nulla, di una mano che si muoveva sospesa nell’aria e questo lo fece rabbrividire.
Decise di avvicinarsi per chiederle di Lucilla, e fu allora che risentì quel “clack”: nell’altra mano, la vecchina teneva una pistola a canna lunga e gliela stava puntando contro…

Intuì in un lampo che la vecchina rappresentava l’aspetto che aveva l’amore nel cuore di Lucilla, raggrinzito e lontano, la bambola bianca era lei e la sua purezza, che da quell’amore aspettava di essere accarezzata e coccolata ma…. qualcosa nel suo cuore puntava un’arma contro chiunque le si avvicinasse: ma perché questa paura, perché?

…stava cercando di adeguare lo sguardo alla poca luce quando una mano fredda si posò sulla spalla e una voce, a lui nota gli disse:
-alzati Dino che la sveglia è già suonata da un po’ e devi andare al lavoro…
-grazie a dio che sei tu mamma
-e chi se no?
-hem… volevo dire, grazie a dio che ci sei tu… mammina mia, scommetto che hai anche preparato la colazione… mammà vogli’ ‘a zupp’ e latt!
-certo Dino! una bella zuppa di latte col tuo dolce preferito…?

 Ci aveva sperato di risvegliarsi come fosse stato un brutto sogno! Quante volte la mamma, da bambino, l’aveva salvato da un brutto sogno, chiamando il suo Armandino! Ma ora questo non poteva accadere, anche se per un attimo in cuor suo se l’era figurato.

Istintivamente, Armando alzò le mani. Le mise bene in alto, come se volesse afferrare qualcosa ma sopra di lui non c’era alcun appiglio.
“Se fosse un film di sicuro avrei trovato un bastone o qualcosa con cui difendermi” pensò amaramente.
La vecchietta non parlava ma la sua pistola faceva paura e Armando balbettò qualcosa.
“Mi- mi s…
“Misha?” chiese la vecchietta.
“Sì, sì, sono un vecchio amico di Misha! Passavo di qui e pensavo di porgere un saluto”.
La vecchietta alzò la canna, mirò alla testa di Armando e poi fece partire un colpo che produsse una scriminatura nella folta chioma dell’uomo.
“Tira un po’ alto…” mormorò guardando la canna. Armando rimase impietrito per alcuni secondi, con il viso imbrattato di nero e l’odore di polvere da sparo nelle narici.
Poi, da uomo vigoroso qual era, si riprese di colpo, afferrò per il collo la povera vecchietta e la sollevò da terra.
“Dimmi cosa hai fatto a Lucilla! Dimmelo o ti…”.
Fece un triste sorriso la vecchina: “Che vuoi che faccia l’amore a una donna romantica? Le amputa il cuore”.
Così dicendo ripose la pistola e buttò a terra la bambola, che si imbrattò, e guardandola continuò:
“Questo fa l’amore a una donna: e tu che vuoi adesso, con la tua ridicola stecca di mandorlato, credi che basti questo? Misha ti salterà addosso se ti accosti alla torre: povera bestia, è stato testimone di tutte le lagrime di quella donna, fino a che non ne ha più avute da piangere. Misha oggi è l’unico affetto di Lucilla, l’unica che conosce la sua storia.”
L’uomo era allibito. Chi mai aveva fatto tanto male a Lucilla? Chi aveva ridotto il suo amore ad avere l’aspetto di una veccha decrepita, arida e minacciosa, che puntava la pistola contro chiunque tentasse di avvicinarsi alla ragazza? Chi era quell’amore che gettava quella bambola a terra e la infangava?
“Ti faccio una proposta:” continuò la vecchietta “Non mettere piede nella torre, non corteggiare più Lucilla, e io non ti farò patire le stesse pene”.
Armando era sconvolto e allibito.…
Armando si chinò a raccogliere la bambola, ma Misha gli saltò addosso e lo graffiò; l’uomo non si fece fermare da questo attacco e, preso un fazzoletto dalla tasca, cominciò con cura a pulire la bambola. Mentre era intento a fare questo trovò tra le pieghe della gonna della bambola una lettera ingiallita dal tempo, scritta con una calligrafia quasi di bambina che diceva:

lettera_ingiallita“Amore mio,
da tempo la guerra è finita, e so per certo che tu, grazie al cielo, sei tornato. Sano e salvo? Non saprei dirlo, perché non è da me che sei tornato. Ricevo regolarmente le tue lettere, ma non le tue visite, e mi chiedo il perché di questa tua assenza: non hai dunque voglia di vedermi? Non vuoi abbracciarmi? E allora, perché questa tua dedizione, perché queste lettere infuocate che mi bruciano il cuore, senza però calore che venga dalle tue braccia, che desidero e bramo.

Qual è il tuo segreto, quale il tuo dolore? In cosa ti ha segnato questa guerra? O non è stata lei? Ti prego, lascia che io ti dimentichi se devo, non scrivermi che m’ami se non m’ami. E se m’ami, perché tu sei lontano e io qui sola?
La tua gatta mi fa buona guardia, né io tale guardia disdegno. Vivo in questa odiosa torre perché se andassi altrove non saprei come dirtelo, e tu non sapresti come trovarmi, anche se per me è ormai una prigione da cui bramo ardentemente uscire, amata od obliata, ma non tenuta sospesa in quest’attesa che non ha motivo, non ai miei occhi almeno.
Amato Stephen, abbi pietà di questa donna che t’ama, donale la dolce prigionia delle tue braccia o la libertà dell’abbandono e dell’oblio, o questo limbo mi sarà fatale”
Armando, interdetto, rimase immobile a fissare la lettera. Amava un altro, tanto da aspettarlo per anni, tanto da rinchiudersi in una torre e spegnere la sua giovinezza con una stupida gatta che le faceva la guardia graffiando, ancora più di lei, chiunque le si accostasse.
Una rabbia feroce si impossessò di lui, prese la bambola, insieme a quella lettera, e scagliò entrambe violentemente a terra.
Tutt’a un tratto si ritrovò fuori di lì, riverso a terra, fuori del cancello, in mezzo all’erba incolta, con addosso la rabbiosa gatta che soffiava dalle narici e lo graffiava.
Non c’era più nulla di quello che aveva visto fino ad allora, solo la lettera ingiallita, che prese un’ultima volta per leggerla ancora; ma non vi trovò più traccia delle parole di Lucilla, solo una frase scolorita dalla lagrime:
*** L’amore non si arrende a così poco ***
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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91 commenti

91 thoughts on “Primo racconto

  1. E’ arrivata anche l’immagine da Brandy! La vedo dura per quanto… io su quella torre a piedi a mangiarmi il Mandorlato guardando il panorama ci salirei…

    *** quale sarà la terza parola? Pieeeeemmeeeeee!!! ***

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  2. Lucilla non aveva mai amato il mare e, ora che non poteva vedere nient’altro dalle finestre di quella torre incredibile in cui era andata ad abitare, una specie di faro nel nord dell’Irlanda, l’odiava addirittura.
    Misha, la bellissima e smorfiosa gatta nera, regalo di Stephen prima della sua partenza, la pensava esattamente come lei.

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  3. Si era però, dentro di lei, costruita come un piccolo mondo, e ogni volta che s’affacciava alla finestra, a seconda di come era il mare, vedeva praterie sconfinate, sentiva il rumore di foglie portate dal vento, l’urlo di dolore di alberi chini sotto la sferzata del vento, l’odore di salsedine che somigliava a ciclamini in fiore, e verso sera, sdraiata per terra, guardava il soffitto come fosse un cielo stellato, con a lato sonnecchiante, la smorfiosa Misha, sempre però con in mano il suo fido mandorlato, che quando andava al mercato l’ Armando le regalava dicendole: “ attenta ai denti, mi raccomando e poi, mangialo un po’ per volta che magari può farti male… “

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    • Un punto per Arthur che ha usato una delle parole! Però a questo punto la terza dovrebbe essere “spazzolino” o “dentista”, perché se Lucilla insiste così col mandorlato, o è l’uno o è l’altro!

      *** Si nota molto che sto andando al manicomio con la formattazione? ***

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  4. C’è stato un quiproquo con Piemme, che mi ha mandato il link alla canzone “Dammi tre parole”: comunque, siccome qui non si butta mai niente, l’ho messo nella pagina originale.

    Ora, per la terza parola (siccome tra un po’ abbiamo finito il racconto 😆 ), ho acchiappato Attila al volo e gli ho detto “Dimmi una parola, una qualsiasi, la prima che ti viene in mente” e lui: “proposta”.

    Ecco, conoscendolo, e abolendo parole tabù, che altro gli poteva venire in mente???

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  5. Per Lucilla, mi sto immaginando un passato di cortigiana (sarà che sto leggendo “La signora delle Camelie” e mi ha un po’ influenzato?) e qualche ricco amante che le ha lasciato in eredità l’odiosa torre nell’odioso luogo.

    *** E’ un’idea… aspetto il seguito… ***

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  6. Un giorno lui le fece una proposta:
    “Lucilla, se vuoi ti porto la spesa a domicilio, tutte le mattine”.
    “Uhm…non credo che Misha gradirebbe” gli rispose.
    “Misha? Vuoi dire che sei già…sei già impegnata?” disse Armando deluso.
    Lucilla sorrise.
    “Impegnata? E’ la mia prigione!” esclamò andandosene con la borsa della spesa appesa ad un braccio e la stecca di mandorlato nella mano.

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    • Grande Pan! Appena riesco lo “incollo” al post principale, oggi dovrebbe essere una giornata tranquilla, forse riesco a ringaggiare la battaglia con la formattazione.

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  7. Al che decise di guardarla con più attenzione, senza per questo spiarla troppo nei suoi movimenti, così, giusto per riuscire a capire meglio cosa intendesse lei quando parlava di prigione.
    Una mattina di novembre, il vento soffiava impetuoso, il mare era talmente grosso che, dalle panchine del porto, si vedevano onde alte che andavano a cozzare contro qualsiasi cosa passasse di lì inavvertitamente, così Armando non vedendola arrivare, decise di andare al faro per consegnarle la spesa; era una scusa e lui lo sapeva benissimo, ma aveva voglia di vederla anche soltanto per un attimo e chissà, magari riusciva anche a farsi invitare a bere qualcosa e così intanto poteva guardarla, tenere per sé ogni suo movimento, che gli avrebbe fatto compagnia in quei giorni tristi, in cui era solo con se stesso.

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  8. EH, calma, calma! Unn’è mica un faro! E’ solo una buffa torre!
    Ha detto Morena “una specie di faro” ma non è un faro.
    E se vedeste dove si trova sareste sempre più d’accordo che è una buffa, buffa buffa torre.

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    • Taci e dai il tuo contributo letterario piuttosto.

      Se Morena ha detto che sembra un faro, allora sembra un faro:

      *** questo è un blog di donne democratiche, dovreste saperlo! ***

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  9. E a proposito di diplomazia, democrazia e q.a., voi dite che se do una martellata al pc la doppia spaziatura tra l’ultimo e il penultimo paragrafo si toglie???

    Perché quella doppia spaziatura, PERCHE’???? Io ce la tolgo, vado in html, elimino ogni carattere di controllo, do “aggiorna” e…

    La doppia spaziatura ritorna, come la pulce sul baffo del motociclista.

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    • Ripensandoci, Brandy, hai ragione, Morena ha detto “una specie di faro”, ma “unn’è mica un faro”.

      Armando però vuole recarsi al faro: sarà che gli uomini cercano la donna della propria vita sempre nel posto sbagliato?

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  10. anche se era una specie, lei lo chiamava altezzosamente “Il Faro”.
    proprio così.
    lo sapete, chi fa lo scrittore soffre di delirio d’onnipotenza 😉

    ma si fa un racconto a frammenti multipli? non un racconto unico in tante versioni?
    non avevo capito.
    ora mi aggiorno

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    • Eh sì, anch’io penso occorra il tocco di Pani, ma anche l’Antonella mi ha promesso il suo intervento: e l’Antonella quando ci si mette “gliel’ammolla”!!!!!

      Certo, che in passato abbiamo avuto certe penne di tutto rispetto: tra gli altri, quanto mi manca Osolemia!

      E Cytind, ed Engel…

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  11. Percorse la strada rimuginando tra sé e sé ogni momento che, di lì a poco, l’avrebbe fatto sentire più vivo, quando improvvisamente ebbe la sensazione di essere seguito, come se uno sguardo lo fissasse da dietro le spalle e allora si fermò, diede un’occhiata in giro, vide di essere solo, e riprese il suo cammino.
    Però, quella sensazione ormai l’aveva turbato e, senza chiedersi più di tanto il perché, accelerò il passo, finché non si trovò davanti ad un enorme cancello in ferro battuto con le estremità fatte a forma di frecce, dipinte d’oro. Aldilà c’era un prato con erbacce sparse dappertutto e in fondo, s’intravvedeva il faro che troneggiava in mezzo a tutto quel paesaggio.

    In un angolo, c’era una cordicella attaccata ad una campanella, la prese in mano e stava per scuoterla, quando improvvisamente si udì come d’un canto, il guaito d’un cane ferito, insomma come fosse un lamento e, fermo immobile con la cordicella in mano, sentì i brividi percorrergli la schiena e, dentro, uno strano presentimento.

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  12. “Lucilla è in pericolo!” pensò afferrando le sbarre del cancello, “ecco perché non si è vista in paese”.
    Si guardò intorno e non vedendo nessuno appoggiò il piede sulle sbarre. Poi alzò anche l’altro e si issò in cima, vicino alle estremità appuntite e quando fu a cavallo del cancello, proprio in quel momento, le sue orecchie udirono un suono. No, non era il guaito di prima ma un rumore secco e metallico:
    “CLACK!”
    Armando immaginò subito che un fucile automatico e con il colpo in canna gli fosse puntato contro. Invece, poco dopo sentì il cancello muoversi e lui, immobile, si lasciò trasportare.

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    • Troppo avvincente! Se fosse un libro correrei alla fine, se fosse un film o una serie che deve uscire in Italia chiederei notizie sulle puntate americane, sempre più avanti ma così…

      *** mamma mia, è una sofferenza… e adesso che succede? ***

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  13. L’amore che lui provava per Lucilla aveva creato come un portale d’ingresso alla sua anima, e il cancello si era aperto per trasportarlo nel mondo interiore della donna, dove avrebbe potuto scoprire quali catene la facevano sentire prigioniera della vita che conduceva.

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    • Bene, ora siamo veramente rovinati! Noi mica abbiamo alle spalle come lei una cultura di “Streghe” e Witches”, in cui i portali si aprono e si chiudono come porte della metropolitana!

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  14. Ed entrò!
    Ebbe subito una strana sensazione, si voltò di scatto e scorse un’ombra scomparire dietro gli ulivi. Il passo si fece più veloce e il respiro affannoso, a destra si intravedevano due balordi girare attorno al telaio arrugginito di un motorino abbandonato, sicuramente rubato, come iene su una carcassa di carogna. La sua preoccupazione montava e dirigendosi verso l’ingresso posteriore della costruzione in pietra di tufo si chinò per raccogliere un pesante e robusto ramo spezzato e brandendolo a mo di mazza da baseball, per darsi coraggio gridò:
    LUCILLA… TUTTO BENE, SEI QUI?!… STO ENTRANDO!
    Il puzzo di piscio sulla pietra di tufo era forte e tante le siringhe infilate nelle fessure, bottiglie di birra spaccate ovunque, e col cuore a mille mise piede nella penombra…

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    • Buongiorno cugino, buona domenica! Quello che pensavamo sarebbe successo è successo, e due “seguiti” diversi si sono intrecciati: e ora? Lasciamo quello che ho già riportato sul post (e che mi è costato la rinuncia a un caffè per la lotta ingaggiata con la malefica formattazione) o mettiamo ai voti?

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  15. Ok, stamattina mi sento buona e ho dato un bel contributo per risolvere il canto e il guaito: al “clack” pensateci voi!

    Ma lo sapete che mi sto proprio divertendo? Ieri sera anche Anto ha letto tutto e l’ha definito “una forza”, ma se oggi non ci mette del suo la scucuzzo.

    D’altra parte ieri mi ha biecamente ricattato, il suo “aut aut” ieri sera è stato: “o andiamo al cinema, o scrivo sul tuo blog”.

    Se permettete, nonostante le basse e vili allusioni di chi mi considera blogdipendente, ho preferito uscire a riveder le stelle.

    *** di Hollywood, naturalmente ***

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    • Ma dai! Il puzzo di piscio e le mazze da baseball dentro l’anima della povera Lucilla…

      Però… mica così peregrina l’idea… pensieri con il tanfo di urina e ricordi di azioni che hanno agito come mazze da baseball…

      *** in teoria, potrebbe pure andare… ***

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  16. Hai ragione… ‘un c’azzecca!!!
    Dopo ne scrivo 1 altro più appropriato con, occhi negli occhi, onde del mare che prendono e danno, cupido e le sue frecce e cherubini che suonano musiche celestiali.
    Ora però l’unica cosa celeste che mi viene in mente è la sciarpetta del Napoli…
    Vadoooooo!

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  17. Eppure… percorrendo lo stretto sentiero che portava alla torre, continuava a guardarsi intorno per cogliere un segno, qualcosa e fu proprio in quell’istante che la vide; inizialmente pensò ad un’allucinazione, uno scherzo di tutta quella tensione che ormai si era impadronita di lui, ma poi, guardando meglio, si rese conto che invece era realtà… seduta su di una pietra, con alle spalle un grande cipresso, ci stava una vecchina, con braccio una piccolissima bambola vestita tutta di bianco.

    La teneva cullandola, senza dire una parola, con lo sguardo perso nel vuoto, come se fosse rapita da pensieri lontani mille miglia. Una debolissima nebbiolina l’avvolgeva e a volte la nascondeva del tutto, ecco perché aveva pensato ad un’allucinazione. Lei, era minuta, magrissima, i capelli bianchi raccolti accuratamente dentro ad una cuffietta color ciclamino, con le sue lunghe dita ossute, accarezzava la bambola, e mentre lo faceva, l’impressione era del nulla, di una mano che si muoveva sospesa nell’aria e questo lo fece rabbrividire.

    Decise di avvicinarsi per chiederle di Lucilla, e fu allora che risentì quel “clack”: nell’altra mano, la vecchina teneva una pistola a canna lunga e gliela stava puntando contro…

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    • Ahi, mi è sempre più oscuro come ne usciremo… la dolce vecchina con la bambola da una parte e una pistola a canna lunga dall’altra mi sembra la versione futura della Tremendisia con lupara…

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    • Intuì in un lampo che la vecchina rappresentava l’aspetto che aveva l’amore nel cuore di Lucilla, raggrinzito e lontano, la bambola bianca era lei e la sua purezza, che da quell’amore aspettava di essere accarezzata e coccolata ma…. qualcosa nel suo cuore puntava un’arma contro chiunque le si avvicinasse. Perché questa paura, perché?

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  18. …stava cercando di adeguare lo sguardo alla poca luce quando una mano fredda si posò sulla spalla e una voce, a lui nota gli disse:
    -alzati Dino che la sveglia è già suonata da un po’ e devi andare al lavoro…
    -grazie a dio che sei tu mamma
    -e chi se no?
    -hem… volevo dire, grazie a dio che ci sei tu… mammina mia, scommetto che hai anche preparato la colazione… mammà vogli’ ‘a zupp’ e latt!
    -certo Dino! una bella zuppa di latte col tuo dolce preferito…

    *** abbiamo vinto 1 a 0… alè alè!!! ***

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    • Beh, stai facendo finire la storia senza l’introspezione psicologica di Lucilla… ora che Armando è nella sua mente e possiamo scoprire tutti i fatti privati, tu lo fai svegliare – coglione di un Armandino – dalla mamma che gli prepara la zuppa di latte? Povera Lucilla, un altro mammone che neanche ci prova a penetrare i meandri della sua anima però… a proposito di penetrare i meandri, zuppa di latte e dolce preferito…

      *** ci azzupperebbe ‘o biscotto! ***

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  19. Ci aveva sperato di risvegliarsi come fosse stato un brutto sogno! Quante volte la mamma, da bambino, l’aveva salvato da un brutto sogno, chiamando il suo Armandino! Ma ora questo non poteva accadere, anche se per un attimo in cuor suo se l’era figurato.

    Invece era lì, in quel posto sconosciuto, in mano a una vecchia che gli puntava una pistola alla tempia, e niente e nessuno che lo potesse aiutare.

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    • Ma come, ma se ho addrizzato il tiro! Ho dato una spiegazione alla vecchia, alla bambola, alla pistola, e ho pure ripreso Armandino dalla casa di mammà e riportato dentro la testa di Lucilla, sotto il tiro della schioppo!

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  20. Istintivamente, Armando alzò le mani. Le mise bene in alto, come se volesse afferrare qualcosa ma sopra di lui non c’era alcun appiglio.
    “Se fosse un film di sicuro avrei trovato un bastone o qualcosa con cui difendermi” pensò amaramente.
    La vecchietta non parlava ma la sua pistola faceva paura e Armando balbettò qualcosa.
    “Mi- mi s…
    “Misha?” chiese la vecchietta.
    “Sì, sì, sono un vecchio amico di Misha! Passavo di qui e pensavo di porgere un saluto”.
    La vecchietta alzò la canna, mirò alla testa di Armando e poi fece partire un colpo che produsse una scriminatura nella folta chioma dell’uomo.
    “Tira un po’ alto…” mormorò guardando la canna. Armando rimase impietrito per alcuni secondi, con il viso imbrattato di nero e l’odore di polvere da sparo nelle narici.
    Poi, da uomo vigoroso qual era, si riprese di colpo, afferrò per il collo la povera vecchietta e la sollevò da terra.
    “Dimmi cosa hai fatto a Lucilla! Dimmelo o ti…”

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  21. Fece un triste sorriso la vecchina: “Che vuoi che faccia l’amore a una donna romantica? Le amputa il cuore”.

    Così dicendo ripose la pistola e buttò a terra la bambola, che si imbrattò, e guardandola continuò:

    “Questo fa l’amore a una donna: e tu che vuoi adesso, con la tua ridicola stecca di mandorlato, credi che basti questo? Misha ti salterà addosso se ti accosti alla torre: povera bestia, è stato testimone di tutte le lagrime di quella donna, fino a che non ne ha più avute da piangere. Misha oggi è l’unico affetto di Lucilla, l’unica che conosce la sua storia.”

    L’uomo era allibito. Chi mai aveva fatto tanto male a Lucilla? Chi aveva ridotto il suo amore ad avere l’aspetto di una veccha decrepita, arida e minacciosa, che puntava la pistola contro chiunque tentasse di avvicinarsi alla ragazza? Chi era quell’amore che gettava quella bambola a terra e la infangava?

    “Ti faccio una proposta:” continuò la vecchietta “Non mettere piede nella torre, non corteggiare più Lucilla, e io non ti farò patire le stesse pene”

    Armando era sconvolto e allibito.

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  22. Sentite, io la fine di questa storia l’ho in mente, ma le regole che non ho scritto da nessuna parte prevedono che uno non possa postare due frammenti di seguito: chi si offre volontario per sbloccare la situazione?

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  23. Armando si chinò a raccogliere la bambola, ma Misha gli saltò addosso e lo graffiò; l’uomo non si fece fermare da questo attacco e, preso un fazzoletto dalla tasca, cominciò con cura a pulire la bambola. Mentre era intento a fare questo trovò tra le pieghe della gonna della bambola una lettera ingiallita dal tempo, scritta con una calligrafia quasi di bambina che diceva.

    “Amore mio,
    da tempo la guerra è finita, e so per certo che tu, grazie al cielo, sei tornato. Sano e salvo? Non saprei dirlo, perché non è da me che sei tornato. Ricevo regolarmente le tue lettere, ma non le tue visite, e mi chiedo il perché di questa tua assenza: non hai dunque voglia di vedermi? Non vuoi abbracciarmi? E allora, perché questa tua dedizione, perché queste lettere infuocate che mi bruciano il cuore, senza però calore che venga dalle tue braccia, che desidero e bramo.

    Qual è il tuo segreto, quale il tuo dolore? In cosa ti ha segnato questa guerra? O non è stata lei? Ti prego, lascia che io ti dimentichi se devo, non scrivermi che m’ami se non m’ami. E se m’ami, perché tu sei lontano e io qui sola?

    La tua gatta mi fa buona guardia, né io tale guardia disdegno. Vivo in questa odiosa torre perché se andassi altrove non saprei come dirtelo, e tu non sapresti come trovarmi, anche se per me è ormai una prigione da cui bramo ardentemente uscire, amata od obliata, ma non tenuta sospesa in quest’attesa che non ha motivo, non ai miei occhi almeno.

    Amato Stephen, abbi pietà di questa donna che t’ama, donale la dolce prigionia delle tue braccia o la libertà dell’abbandono e dell’oblio, o questo limbo mi sarà fatale”

    Armando, interdetto, rimase immobile a fissare la lettera. Amava un altro, tanto da aspettarlo per anni, tanto da rinchiudersi in una torre e spegnere la sua giovinezza con una stupida gatta che le faceva la guardia graffiando, ancora più di lei, chiunque le si accostasse.

    Una rabbia feroce si impossessò di lui, prese la bambola, insieme a quella lettera, e scagliò entrambe violentemente a terra.

    Tutt’a un tratto si ritrovò fuori di lì, riverso a terra, fuori del cancello, in mezzo all’erba incolta, con addosso la rabbiosa gatta che soffiava dalle narici e lo graffiava.

    Non c’era più nulla di quello che aveva visto fino ad allora, solo la lettera ingiallita, che prese un’ultima volta per leggerla ancora; ma non vi trovò più traccia delle parole di Lucilla, solo una frase scolorita dalla lagrime:

    *** L’amore non si arrende a così poco ***

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  24. translation dal veterofiorentino:
    “che si”= che è veramente tale (di qualunque cosa si tratti, se è “vera, giusta”
    Insomma, se fosse un vero uomo dovrebbe prendere la vecchietta per il collo e farle sputare l’osso, e poi, e poi, e poi.

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  25. Bello, un epilogo da grande narratrice.
    Purtroppo non ho potuto cimentarmi ancora, ma Jinni adorata ci ha pensato: Agatha Christie in confronto è una scolaretta!!!

    A parte gli scherzi, un finale del genere me lo aspettavo, anzi, l’avevo immaginato e quindi, mi piace, mi piace, anche se in effetti potevamo tirarla ancora un po’.

    *** Buona serata!***

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  26. Grazie Arthur, e un ulteriore grazie a te e a Pan per il vostro sostanzioso (e sostanziale) contributo, grazie a Brandy per la foto (ma almeno adesso ce lo vuoi dire che cos’è?) e a Morena per l’incipit che ha dato il via a tutta questa storia.

    Ma un bacio speciale a Sissi, che col suo mondo magico ha dato la svolta che mi ha permesso di spiegare tutti gli intrecci, glielo posso dare?

    *** Credo proprio di sì! ***

    E ora, chi mi offre un’immagine e tre parole?

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  27. Sto cercando un’immagine completa, comunque si tratta di una costruzione in stile marinaresco (faro?) che non si sa a cosa serva. E’ sulla pubblica via, attaccato a quella che era una locale dogana… non c’azzecca nulla!

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    • E stai a guardare il capello! Intanto l’ispirazione ce l’ha data…. anzi, l’ha data a Morena, e mi pare che il risultato sia stato pregevole. A proposito, ti è piaciuta la storia che ne è venuta fuori?

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    • Magari! Però rileggila con occhio critico, e se c’è qualcosa che stona, qualche incongruenza, facci un fischio (qui sul blog, in questo caso i panni sporchi li laviamo sulla pubblica piazza, almeno ci facciamo due risate!)

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  28. Bene, la rileggerò anch’io, e comunque, anche se personalmente l’avrei tirata un po’ di più, mi sembra che abbiamo fatto un bel lavoro.

    Comunque, aspettiamo fiduciosi il parere del nostro critico di fiducia… (Pan…)

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    • Sì sono stata un po’ frettolosa (cosa che mi rimproveri sempre… ), ma la suspense era troppa! E d’altra parte a casa nostra, sei tu il delegato a imbrigliare l’Impazientisia…

      Poi, si accettano anche finali diversi, qui facciamo come vogliamo: chi ci impedisce di avere un finale A, finale B, finale C, poi metterli ai voti, oppure no, goderceli tutti e pace?

      *** Nel frattempo Brandy ci ha mandato la foto “a figura intera” della torre ***

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  29. arrivo in ritardo.
    nella prima parte si, dopo, secondo me, la fretta l’ha fatta da padrona…e io certe storie nun ce l aposso fa’ davvero a capirle.
    Comunque penso che l’importante sia che vi siate divertiti a pensare, immaginare, scrivere… proporre.
    E siamo sempre … sliding doors 🙂

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    • @Arthur: per quanto mi rinfaccerai la rapida conclusione del racconto? C’era una volta una persona che mi diceva “Ma per te le storie non finiscono mai?”

      *** E per una volta che l’ho fatta finire subito!!! ***

      @Brandy: per ora la foto c’è (v. secondo racconto), manca l’incipit e le tre parole…

      @Arthur II atto: e io di parola ne ho una sola, ” ‘giorno”, ma per il racconto ci vuole qualcosa che ci renda la vita difficile.

      *** Sai che la scelta della foto per il secondo racconto, in un certo senso è stata condizionata da te? La conosci, la conosci… ***

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  30. E già, la fretta l’ha fatta da padron(a).
    Comunque ci siamo divertiti, anche se devo ammettere che i miei pezzi li ho scritti tra una discussione con l’idraulico e l’altra con i capomastro.

    Bene, se si ricomincia… avevo proposto a Pan un gioco nuovo, una specie di racconto che poteva essere raccontato non soltanto con le parole, ma anche con le immagini, foto, filmato, il tutto in poche battute, una specie di clip da pubblicare su Google o su You Tube.

    Pensateci che potrebbe venir fuori una cosa divertente.

    E per le mie due parole: buona notte!

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  31. Evvabbbbbbè, non si può neanche scherzare!!!

    Allora, manderò la foto e così s’inizia il secondo racconto. Non oggi però, perchè come al solito, sono incasinato.

    Stasera guardo, mi faccio venire una ideuzza e… il gioco è fatto.

    *** ‘giorno! ***

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  32. riletto.
    Un po’ intorcolato, si vedono le mani di colore diverse. Però lo immagino bene come un film, cioè vedo le varie sequenze scorrere, me lo proietto mentalmente.
    Sento perfino il frinire delle cicale.

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    • Se tu riesci a “distorcolarlo” mica mi offendo…

      Ma una parolina per il secondo racconto non ce la vuoi mettere? Una di quelle che è difficile associare a qualsiasi argomento, tanto per mettere alla prova la nostra fantasia…

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  33. Un grazie a Popof che, con il suo “Mi piace”, mi ha fatto ripescare e rileggere questo post: altri tempi, quando i nemici di oggi erano amici, e si giocava in allegria tutti insieme!

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