Casalinghe disperate

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Non so come sia successo, giuro che non lo so, ma su fb mi sono ritrovata iscritta in un gruppo di casalinghe che si scambiano consigli su pulizie domestiche e prodotti per la casa: non potete immaginare quanto mi senta un pesce fuor d’acqua, mi sa che nemmeno in un gruppo di teste rasate mi sentirei fuori luogo come in quel gruppo!

Però, siccome non si può andare al mulino senza infarinarsi, tanto decantavano le doti della scopa al silicone che sono andata a cercarne l’immagine su Google immagini.

Totalmente nauseata dalla visione di tante tipologie di scope, scopettoni, moci, swiffer e raccoglipolvere di ogni genere, arriva all’improvviso tra tante, forse per un’errata interpretazione della chiave di ricerca, una donna-coniglietta in sexyabito china a quattro zampe, con pennacchio sul sedere all’insù e lo sguardo ammiccante.

Beh, per quanto io pensi e mi comporti come una monaca di clausura e sia quanto di più lontano immaginabile dalla “bambina cattiva”, o “femmina maliarda” o donna intrigante/ammiccante/seduttiva/conturbante, mi sono sentita mille volte più vicina a lei che alle casalinghe disperate che si scioglievano in gridolini di fronte a qualsiasi cosa potesse raccogliere polvere e lucidare!

Però nel gruppo per ora ci resto, se non altro per capire che non avere una casa perfetta forse è anche una scelta… e di fronte a tutte quelle grida di orrore di fronte a un granello di polvere e urla di piacere per l’ultimo prodotto sgrassante, me ne vanto pure!

Mia figlia

Tempo fa una mia amica, una carissima amica, parlando al telefono con me, si lanciò in un’appassionata filippica contro mia figlia, dicendone tante e poi tante, che mi arrivarono come pugnalate, concludendo come colpo di grazia con la frase “Da quando è nata non ti ha dato altro che dolori”. Tra le altre cose non la conosce praticamente per niente, se non attraverso i miei racconti (è dunque questa l’immagine che do di mia figlia quando ne parlo???), e lei – la mia amica intendo – è una persona buona, comprensiva, tollerante, intelligente e di mentalità anche molto aperta; inoltre, al contrario di altri miei amici in passato che hanno criticato ma non avevano idea di cosa significasse avere figli, lei è pure madre, e quindi la cosa mi ha particolarmente stupito e ferito.

Successivamente si è scusata perché ha capito di esserci andata giù pesante, era davvero molto rammaricata, ma il problema non è quello che ha detto, il problema è che lo pensi e se, per educazione, sensibilità o rispetto, quel giorno non si fosse lasciata andare, comunque questo è e sarebbe restato il suo pensiero.

Ora, il fatto è che mia figlia è un essere meraviglioso che non mi ha MAI dato un pensiero, né volontario, per problemi legati a suoi comportamenti, né involontario, per problemi di salute o altro. Il tutto, ovviamente, fatto salvo il minimo fisiologico, altrimenti sarebbe un mostro!

I suoi insegnanti la definivano un miracolo, la mia vicina di casa, che di problemi con la figlia ne ha, riferendosi alla mia dice “Ma allora esistono?”. E’ buona d’animo, altruista, studiosa, affettuosa, generosa, socialmente impegnata, etc. etc. etc. E’ una che non dice una parolaccia, che si alza per cedere il posto sugli autobus, che aiuta le vecchiette per strada a portare la spesa a casa, che non chiede mai niente e rifiuta non solo il superfluo ma, secondo me, anche parte del necessario, che parte in quarta per tutti, che non permette che nessuno venga isolato o mobbizzato, ma che si può volere di più da una persona???

E’ disordinata, questo sì, lo sappiamo, è disordinata in maniera cosmica e ingestibile, ma siccome gli esseri umani perfetti non li hanno ancora creati, glielo vogliamo lasciare un difetto? Veramente, oltre che con lo spazio (fagocita sempre tutto quello disponibile), i problemi li ha anche col tempo, è in ritardo perenne, oltre ad essere una creatura notturna (e questo, nonostante le malelingue che mi attribuiscono ogni colpa, decisamente non gliel’ho insegnato io che mi sveglio alle cinque del mattino e alle nove di sera caracollo!). Preciso che la notte sta sveglia ma in casa, e generalmente a studiare.

Insomma, definire una figlia del genere una che non ha dato altro che dolori (quando al contrario, è il fiore all’occhiello della mia vita), mi sembra davvero fuori luogo.

Un’altra mia amica ogni tanto si è espressa, sia pure con tatto, sulla necessità di tagliare il cordone ombelicale (e questo ci può pure stare), ma molto critici sono stati anche i due piccioncini (va beh, lo sapete chi sono no?), e questo lo prendo come un preavviso dell’ingratitudine testimoniata poi in maniera più completa, visto che la pargola aveva accolto lui come una persona di famiglia (mentre lui se ne è strafregato del dispiacere che avrebbe dato anche a lei allontanandosi), ed è stata poi alla fine una degli unici due gatti che hanno difeso l’indifendibile lei.

Con me, è vero, è asfissiante, ma sono tutto il suo mondo anche se, per quanto questo possa essere lusinghiero, diventa un risucchio di vita e di energie, che vengono totalmente assorbite. A casa fa a stento quello che le viene detto di fare, ma non raccoglie una penna da terra se prima non glielo hai chiesto dieci volte (in compenso ne butta in quantità industriale)

E’ una libera pensatrice che tiene testa, ed essere sua madre è impegnativo, ma dà anche soddisfazione: insomma, una figlia così voi la definireste una che “non dà altro che dispiaceri”?

A sentire quelle parole, vi giuro, il mio istinto è stato di abbracciarmela stretta e fuggire con lei sul cucuzzolo di una montagna, tanto mi pare che, dalla nascita, io non ho avuto che lei e lei non ha avuto che me (e qualcuno individuerà proprio in questo il nocciolo del problema…).

Nel mentre delle riflessioni godetevi il video, sono opere di una bravissima pittrice in cui mi sono imbattuta cercando un’immagine per illustrare il post. Tra l’altro, avrei scelto questa:

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La speranza

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Nell’orrore degli incendi appiccati che hanno creato milioni di danni, si è mossa comunque la macchna degli aiuti internazionali e, siamo quasi in zona miracolo, anche l’autorità nazionale palestinese ha offerto il suo aiuto, accettata dal governo israeliano.

Abbenché io sia, lo ammetto, prevenuta (timeo Danaos et dona ferentes), la cosa mi ha commosso e allargato il cuore alla speranza. Non che Israele non meriti questo aiuto, visto che gli stessi familiari del leader sono stati spesso curati – e salvati! – in ospedali israeliani (v. ad esempio http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/12/09/medio-oriente-salute-israeliana-hamas-abu-mazen/1259734/), come altre migliaia di palestinesi, senza contare le tonnellate di aiuti umanitari che Israele invia regolarmente a Gaza, ma finora l’aiuto era sempre stato unilaterale, e in cambio aveva ricevuto odio, disprezzo, calunnie, attentati.

Abu Mazen è la seconda volta che si espone nei confronti di Israele (la prima è stata la partecipazione ai funerali di Shimon Peres): sarà veramente lui quello che porterà la pace in medio oriente? E’ veramente vicino il giorno in cui israeliani e palestinesi vivranno l’uno accanto all’altro come fratelli? E’ veramente vicino ad avverarsi quel desiderio espresso dalla mia amica Angelica Edna Livne Calò nel suo libro che i tunnel oggi detti “del terrore”, in cui passano terroristi per compiere attentati, serviranno invece per il passsaggio di metropolitane, con la nostra e la loro gente che va e viene liberamente, per lavoro, shopping e visite l’uno all’altro?

Che la pace sia vicina, per quanto tortuosa possa essere stata la strada che vi ci avrà portato.

Amen.

L’orrendo foco

Stanno dando fuoco a una nazione intera, e tanto a loro cosa importa, hanno distrutto tutto anche a casa loro! Gli era stata lasciata una Gaza verde, erano state lasciate loro infrastrutture, e le serre che avrebbero permesso loro una florida attività: hanno raso tutto al suolo per costruire i tunnel del terrore. Non hanno bisogno di lavorare per vivere, la comunità internazionale manda soldi in quantità industriale. Non so se nutrano in qualche angolo recondito del loro cuore quel sano istinto umano a costruire che ha permesso l’evoluzione dell’umanità, sembra piuttosto che vivano per uccidere e morire, distruggere e gioire della distruzione. Non importa che sia anche autodistruzione, sono disposti a qualsiasi perdita pur di… guarda, non ce la faccio più neanche a parlarne.😥
Onore a quegli arabi che si sono tirati fuori da questa logica, hanno condannato questi roghi e addirittura stanno partecipando a domarli: forse una speranza di pace c’è, forse un giorno vincerà il buon senso e si potrà vivere e amare la vita insieme.

L'altra Israele

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Ancora una volta Israele si trova sotto attacco a fronteggiare un nuovo fronte, una nuova guerra. Il conflitto odierno è molto più subdolo e per molti versi inspiegabile e incomprensibile. In Israele la chiamiamo Eshtifada, l’Intifada del fuoco. E’ da oltre una settimana che il paese si trova letteralmente sotto fuoco. Di oltre un centinaio di focolai almeno la metà sono di carattere doloso, nella sola città di Haifa, la terza del paese con oltre trecentomila abitanti, sono stati evacuati oltre 60mila persone.

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Di carnagione italiana

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Ieri sull’autobus ero tranquillamente seduta che chiacchieravo amabilmente al telefono col nostro cavaliere, quando sento una gran cagnara. Resami conto che la cosa prometteva di andare avanti, chiudo la conversazione motivando che intendevo godermi la scenetta (una lite sull’autobus al giorno toglie la noia di torno).

Un ragazzo si stava attaccando con un signore anziano (aspettate un attimo prima di schierarvi dalla parte dell’anziano!), e piano piano mi faccio un quadro di quanto stesse accadendo. I due ed altre persone presenti erano reduci da un’altra vettura, che si era fermata per aspettare l’ambulanza chiamata per un passeggero che si era sentito male (mi hanno descritto qualcosa tipo crisi epilettica).

L’anziano pretendeva invece che l’autobus ripartisse e che la persona ammalata fosse abbandonata a se stessa, magari buttata fuori dal mezzo a calci nel sedere. Urlava frasi del tipo “Io sono italiano, di carnagione italiana, e gli autobus italiani devono trasportare me, non gli altri!”. Quel “di carnagione italiana” mi ha fatto accendere una lampadina e ho chiesto agli altri passeggeri: “Ma il signore che si è sentito male era nero?”. Alla risposta affermativa mi si apre un mondo, la chiusura mentale e il pregiudizio razziale del vecchio, il giovane idealista che difendeva i diritti di ogni altro essere umano, e tutti insieme abbiamo concordato che “di carnagione italiana” non si poteva sentire, era un’espressione da farci vergognare di averla e io personalmente, che come sapete sono una ben nota pacifista, ci avrei buttato volentieri lui fuori dall’autobus italiano, a calcioni italiani, facendogli sbattere la sua bella carnagione italiana contro l’asfalto italiano cosìcché, tra bitume e sangue, avrebbe provato anche lui l’ebbrezza di essere un po’ colorato.

Che schifo il razzismo, e quanto ne esiste nonostante un progresso che evidentemente fa evolvere gli iphone, ma non gli animi umani!

Lettera alla Pdf

Questa è la lettera che ho inviato alla Pdf per il suo compleanno. Se la vedete pubblicata significa che è già passato un bel po’ di tempo e non mi ha risposto, quindi non è più da ritenersi parte di un dialogo privato, bensì un “pezzo” da me scritto che sottopongo al vostro di parere (così almeno voi mi rispondete!😉 ).

Oggi è il tuo compleanno.

Se non sbaglio sono 44, di cui spero gli ultimi più pieni e più lieti.

Ci siamo lasciate in maniera molto brutta, penso inaspettata da entrambe le parti, e che probabilmente tanto dolore ha causato: tu da una parte, però compensata dall’amore (non dimenticare che ognuno di voi due ha perso un’amica – più o meno per scelta – ma trovato un amore), io dall’altra che ho perso due amici in una botta sola senza niente a compensare questa perdita e questo vuoto.

E’ stato un malinteso? Forse, anche se non lo credo.

Sono in un momento in cui, per motivi personali, voglio chiudere i sospesi e credo quindi che, a distanza di tempo, anziché metterci una pietra sopra (perché poi tanto, sotto la pietra, il dolore, o il rancore, o il rimpianto, o di tutt’un po’, rimangono), cercare di chiarire, per non portarci dietro negatività e riacquistare un po’ – o un po’ più – di serenità.

Su tutta la storia due persone (tra tante…) ti hanno dato ragione: una, pensa un po’, è Sissi, e l’altra una mia amica, ma sai su altri fronti chi ha tentato di calmarmi? Pensa tu, quello che hai soprannominato “**********”: te lo saresti mai aspettato? Secondo me poi ha detto una cosa giustissima, che ci siamo messi in una situazione da cui non abbiamo saputo come venir fuori (ammesso e non concesso che, dopo oltre due anni e vite che hanno preso chissà quale piega, ci interessi ancora uscirne).

Con Sissi chiaramente ho parlato più a lungo, e secondo me non ha centrato il problema, ma vorrei che con te fosse chiaro. Lei dice “Non ti ha detto una cosa che non era tenuta a dirti”. Ti premetto che quello che ti sto dicendo è la cosa come l’ho vissuta io, intende essere un chiarimento a bocce ferme, non finalizzato né a pretese di ragione né a riabboccamenti che in questo momento vedo difficili. La rottura non è stata per “quello che tu non mi hai detto”.

Il problema è che, in seguito a quell’episodio, di cui abbiamo avuto già modo di parlare, nessuno ti ha “scaricato”. Tu hai detto che ti ho allontanato, ma ti faccio presente che io ti ho sempre risposto al telefono con cortesia, e con cortesia ho risposto a un commento o due che mi hai lasciato sul blog. L’unica cosa è che io ritenevo che tra di noi ci fosse un certo tipo di confidenza, ti ho accolto nella mia vita come una sorella e un po’ ho anche sentito l’impegno, data la tua situazione, di trovare tutto il tempo che potevo: questo, ovviamente, solo e unicamente per affetto e per la complicità che si era creata. Dopo aver scoperto che mi avevi mentito, però, tutto questo trasporto io l’ho perso. Magari mi sarebbe passata, avevo bisogno di metabolizzarla, ma non puoi dire che io in questa fase ti abbia attaccato in alcun modo. Probabilmente, più che fare, almeno temporanamente, quanto affermato in quel famoso post in cui scrissi che avrei dovuto ridimensionare il rapporto con un’amica, non avrei fatto.

Poi è successo che tu telefonasti, come al solito intorno alle due, mentre io stavo guidando. Chiesi a Sissi di vedere chi fosse e rispondere, ma non ha fatto in tempo. Sono qui a ribadirti che la cosa non è stata voluta, nessuno ha ignorato la telefonata vedendo che proveniva da te. Certo, non ti ho richiamato, proprio non avevo la spinta a farlo: d’altra parte, per tutte le tue buone ragioni, la delusione me l’avevi data, non avresti potuto semplicemente prenderne atto e lasciarmela smaltire?

Il tuo silenzio, la tua sparizione, hanno inevitabilmente creato un muro tra me e Xavier: eri l’argomento tabù, quello da non toccare. Credimi, è stato pesante, era qualcosa che minava il rapporto e si è dimostrato poi di fatto l’inizio della fine. Non solo io, che avevo tanto sponsorizzato la vostra storia, dovevo ignorarla e basta, ma non si poteva neanche più toccare alcun argomento che ti riguardasse: un disagio che cresceva, un terreno minato su cui bisognava fare attenzione a muoversi, un qualcosa d’impalpabile ma di palpabilmente pesante: di fatto una bomba destinata a scoppiare e che, infatti, è scoppiata.

Il motivo scatenante lo sai, è stata una sciocchezza inaudita: ero al telefono con lui, la comunicazione era disturbatissima e lui ha iniziato a taroccare contro lo smartphone. Mi sono ricordata che te ne aveva regalato uno e gli ho chiesto come ti ci trovassi: apriti cielo, mi ha detto praticamente che non ti dovevo nominare, e io di fronte al “non nominare il nome di Dio invano”, di fronte a questo tappo in bocca, sono scoppiata. Tutto il resto lo sai, è stato pubblico.

Ecco, di fronte a questo un’ultima cosa ti rimprovero: io MAI avrei permesso che due amici si perdessero a causa mia, e quando ci ripenso mi viene in mente un episodo al telefono con te, oserei dire il primissimo di questa tua saga. Mi chiedesti l’indirizzo e-mail di Xavier, rappresentandomi che avresti voluto contattarlo e stabilire uno scambio. Io ti risposi che avrei dovuto chiedergli il permesso. Dopo pochi minuti telefonasti singhiozzando, totalmente in gramaglie a chiedermi di cancellare quello che mi avevi chiesto, che non avresti mai voluto che questa cosa compromettesse i rapporti tra me e te. All’epoca mi stupii non poco di questa tua reazione (ricordi l’episodio?) ma ora, ogni volta che ci ripenso, mi sale la rabbia pensando “Era già tutto previsto, già lo sapeva che la stava facendo/l’avrebbe fatta sporca!”

Oggi io non so come stai (né dove stai), e non faccio che pensare alla velocità con cui mi avete depennato dalla vostra vita appena raggiunto lo scopo.

Ecco, questo mio resoconto, faticosamente scritto senza eccessi, è stato un parto travagliato, ed è il mio regalo per il tuo compleanno. Come tutti i regali magari non sarà azzeccato, non sarà gradito, sarà gettato in cantina o nella spazzatura (in questo caso il riciclo è un po’ difficoltoso) ma penso che, in nome del rapporto che c’è stato, una spiegazione pacata era dovuta, per non continuare a farci film in solitaria (magari i film me li faccio solo io, probabilmente tu, molto giustamente e molto sanamente, avrai semplicemente buttato tutto alle spalle, archiviato e guardato avanti).

Mi auguro solo che tu abbia reso Xavier molto felice, il bene che io ho voluto a quell’uomo credo sia inferiore solo a quello che voglio a mia figlia.

Ancora auguri.

Dm

Una cosa ho dimenticato di scriverle, e approfitto del post per dirla qui:

Meglio l’ira del leone (cioè la mia) che l’amicizia della jena (cioè la sua)

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Nessuno è forte da solo

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Giorni fa riflettevo sul perché del male di vivere, di questa mia stanchezza, fisica ed esistenziale e che, proprio in questi giorni, mi è capitato di riscontrare anche in altri; mi chiedevo come facessero i nostri genitori, nonni, bisnonni etc. ad avere molta più forza di noi, nonostante delle condizioni oggettive decisamente meno favorevoli rispetto alle nostre.

Ho messo a fuoco che la chiave di volta è la famiglia: famiglia significa che nessuno è mai solo, nessuno viene lasciato indietro, abbandonato, che ognuno si sente supportato e il peso di qualsiasi problema non è mai sulle spalle di uno solo: e mi dite poco!

Noi, invece, siamo soli. Liberi, indipendenti, diciamo noi, e invece soprattutto soli. Non costruiamo rapporti, mandiamo all’aria matrimoni per sciocchezze, oppure per  cose gravi che nessuno si dà la pena di evitare o di risolvere. Anche per questo le generazioni più giovani sono spesso rappresentate da figli di genitori separati, tutti presi dal “rifarsi una vita” piuttosto che pensare a quelle che hanno messo al mondo.

Siamo soli. Da 40, forse 50 anni a questa parte l’infelicità è palpabile, il peso della vita ci schiaccia, ci hanno illuso che la pillola della felicità fosse il Prozac piuttosto che il vicino di casa, un amico, una sorella, un prete.

Senza contare le famiglie ormai sempre più numerose con figlio unico, che non sanno neanche cosa significhi avere un fratello o una sorella, e già stiamo sperimentando di conseguenza generazioni che, oltre che senza fratelli, sono senza cugini e senza zii.

Siamo soli. Ci hanno trasformato in jene per sopravvivenza, col modello americano degli obiettivi da raggiungere “a qualsiasi costo”, e il “tengo famiglia” ci ha reso la coscienza più elastica, o l’ha direttamente atrofizzata. Gli eroi, gli idealisti, sono quasi ridotti col piattino a trascinare la propria stanchezza di vivere in un mondo che non gli appartiene, e anche se per piattino intendo un piattino metaforico, sempre più spesso diventa anche materiale.

Oggi – anzi da un po’ – esiste “lo psicologo”: con tutto il rispetto per la professione, quanto è triste dover pagare qualcuno per essere ascoltati! Perché, spesso, è a questo che si riduce, e chi non può pagare soffra in silenzio, muoia o azzanni per sopravvivere!

E poi, perdonatemi se ci aggiungo una nota che non c’entra niente, anche questo accidente di referendum che sta creando tra la gente, anche amici stretti e persino parenti, delle fratture insanabili (il che dimostra, tra l’altro, quanto siamo anche idioti) ha contribuito a colmare la misura.

Riprendiamoci gli affetti, recuperiamo l’empatia, facciamo uno sforzo per metterci sempre, sempre nei panni dell’altro, e ricominciamo daccapo, possibilmente dalla famiglia, quella del “tutti per uno, uno per tutti”: il nostro fardello sarà più lieve se qualcuno ci aiuterà a portarlo, e noi a nostra volta ci sentiremo più utili agli altri a condividere il loro.

Non siamo nati per vivere soli: il fatto che nasciamo da due esseri, e che a un altro essere ci dobbiamo unire per procreare, non è forse già un segno?

Rileggo questo post, e mi sembra persino retorico, ma tant’è che la gente continua ad essere sola, accanita, agguerrita, aggressiva, infelice, e il consumismo degli affetti, il “mors tua vita mea“, sembrano essere più imperanti che mai.

Fermiamoci.

Fermiamoci e ricominciamo.

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