Oggi in autobus

 

Incidente Nomentana viale Regina Margherita

Foto di repertorio, ma la maledetta via è sempre quella!

Oggi perdo un autobus, e prendo il “locale” successivo, dove due incaricati dell’Atac stavano verificando i titoli di viaggio e, solo in mia presenza, hanno fatto tre contravvenzioni. Una delle tre ragazze multate (tutte e tre ragazze, sic, che sia una categoria di evasori?), si è scusata, ha spiegato il perché dell’inconveniente, che lei in genere è sempre in regola, si è informata sulla modalità di pagamento della multa, assicurando che sarebbe corsa a pagarla e la storia è finita là. Con un’altra ragazzetta invece hanno discusso, lei attaccava l’ispettore (o controllore, o come accidente si chiama) intimandogli di abbassare i toni (non avevo seguito la precedente discussione, quindi non saprei pronunciarmi su di chi fosse la ragione e di chi il torto).

Per una terza persona, che ha dichiarato di essere senza documenti, è stata chiamata una pattuglia delle forze dell’ordine per l’identificazione: che l’Italia stia diventando un Paese civile dove i furbi pagano i conti? Non sarà più il paese di Bengodi per certe categorie di impuniti?

Non faccio in tempo a provare un minimo di speranza per un futuro migliore (giusto ieri, a fronte di un’altra notizia, pensavo che in Italia oramai non è neanche più l’impunità dei malfattori il problema maggiore, quanto la persecutoria punizione della gente per bene), che sull’autobus si comincia a mormorare: siamo fermi, bloccati, non si vede luce, e alla fine a uno dei passeggeri viene data da qualcuno al telefono la notizia che sulla Nomentana c’è stato un incidente mortale e che la strada è chiusa.

Nella notte è morto un altro centauro, pare di 34 anni.

Mi dispiace, le notizie di oggi sono queste 😥

http://www.ilquotidianodellazio.it/articoli/25645/roma-incidente-mortale-sulla-nomentana-deceduto-centauro

 

Regola nr. 2.

Praticamente c’è una sola cosa per cui mia figlia mi fa arrabbiare, ed è l’infinito disordine che crea, unito a un’assoluta mancanza di collaborazione.

Giorni fa abbiamo litigato molto duramente, sempre per la mancanza di collaborazione, che poi lei risponde e io ci vado giù pesante (parliamo sempre di scontri verbali ovviamente), dopodiché lei fa l’offesa ma col piffero che capisce qualcosa. Faccio presente che liti a quel livello mi fanno sentire male per giorni, e si può dire che ancora non mi sia ripresa, sono sfinita e affranta.

Per la festa della mamma non mi ha fatto né regalo né auguri, però si è messa a sgombrare la cucina, che è già qualcosa, ma è un impegno che dovrebbe assumersi almeno tutte le settimane, non una volta l’anno!

Ieri ero in ferie, e se lei solo sente l’odore delle mie ferie mi fagocita col servizio taxi. Ora, da una parte a me fa pure piacere dedicarmi a lei, ho sempre sofferto moltissimo nel doverle stare così tanto  lontano, e lei più di me, per cui figuratevi se mi tiro indietro, solo che il troppo stroppia, e unito all’ingratitudine è insopportabile.

Lei è una ritardataria cronica, e doverla aspettare un’ora e passa ogni volta che l’accompagno e un’ora e passa ogni volta che la vado a riprendere mi manda il sangue alla testa, anche perché quel tempo per me è vitale, soprattutto considerando che grava tutto sulle mie spalle.

Ieri ci ha aggiunto una terza uscita, e non potevo rifiutarmi perché doveva andare a lezione di guida, e indovinate di chi sono i soldi che sarebbero andati buttati perché, giustamente, la lezione prenotata va comunque pagata?

La sera ero fuori di me, arrivo a casa (chiaramente la giornata a furia di uscite per scarrozzarla e attese era stata del tutto inconcludente) e le chiedo di ritirare i panni stesi e rimettere la busta di plastica nel secchio della spazzatura (ovviamente la spazzatura la butto sempre io), e lei semplicemente ignora la richiesta. Gliela ripeto due, tre volte, e lei niente, non reagisce. Alla fine il bucato lo ritiro da sola, accendo il ferro, faccio una cernita dei panni e tutti quelli suoi glieli porto in camera sua, glieli butto sul letto e le comunico che da quel momento in poi le sue cose se le sarebbe dovuta stirare da sola.

Per sempre (e che cacchio, ha 23 anni!).

Non ho intenzione di derogare, e siamo alla regola nr. 2.

La prima era niente Attila in casa, e ancora dura.

Se me lo volessi dire

Il tempo passa, la situazione precipita, e tra un po’ non ci sarà più tempo per farle quella domanda che è ferma qui nella strozza.

Ha cambiato atteggiamento, oramai da anni, esattamente poco dopo quel momento in cui, tra le lacrime, mi ero rassegnata al fatto di essere orfana, nei fatti se non nella teoria.

Ha cambiato atteggiamento e mi ha spiazzato, obbligandomi a fare la figlia, nella pratica se non nei sentimenti.

E’ cambiata, dopo aver agito tutta la vita come la mia nemica numero 1, dopo aver preso come una missione di vita il distruggere praticamente tutto quello che costruivo o tentavo di costruire, e dopo avermi costretto, per la vita, a una vita in solitudine e non mia.

Pentita?

Non lo so, non me lo ha mai detto, e la domanda nella mia testa è martellante. Tante volte là, davanti a lei, a tu per tu, avrei avuto voglia di chiederle “Ma ti sei mai pentita di quello che mi hai fatto?” e soprattutto, chiedo a me stessa, se l’avrà mai capito.

Mi sfogo di questo con una mia amica che osserva che forse, a fronte della mia tanta voglia di chiedere, ci potrebbe essere una sua tanta voglia di dirmelo.

Ma non ce la faccio, cioè, finora non ce l’ho fatta, mi sono ricacciata la domanda in gola mille volte, e ora che la sua mente è persa nel nulla probabilmente non sarebbe neanche più in grado di rispondermi, persino di capire di che cosa mai io stia parlando.

Piange, mortificata del suo stato, e io la guardo pensando: “Chissà se ancora potrebbe rispondermi, chissà se in fondo al suo cuore c’è qualche parola per me”.

E poi deglutisco, ancora una volta, e ringoio per l’ennesima volta la domanda, fino a che, un giorno, non potrà che rimanere là per sempre.

Genesi ed evoluzione della Matematica

“Una Storia della Matematica. Ma non solo. Una Storia dei popoli, un racconto di come intere popolazioni si sono trovate a dover risolvere problemi che nascevano dalla loro volontà di capire; senza conoscersi, contemporaneamente o a distanza di secoli o di chilometri. La necessità di capire: indice di ciò che rappresenta la differenza tra l’uomo e la bestia. I popoli mesopotamici, la Valle dell’Indo, i popoli del mare, i Cretesi, l’Egitto, la Cina, i Paesi Islamici, l’Europa, l’America: un viaggio emozionante alla scoperta dei misteri della conoscenza, dalle origini ai giorni nostri, dove i singoli matematici vengono collocati e raccontati nel loro contesto storico-sociale. In questo libro, di facile lettura, l’autore spiega al lettore non specializzato le varie teorie/scoperte della matematica e le numerose applicazioni pratiche, dando risposte alle grandi domande della vita. Un libro affascinante che ripercorre le tappe fondamentali dello sviluppo della mente umana, e quindi del genere umano”. (Presentazione su youcanprint).

Un viaggio intrigante – anzi due – per gli appassionati. E’ possibile trovare entrambi i volumi in vendita su:

http://www.youcanprint.it/matematica/matematica-generale/genesi-ed-evoluzione-della-matematica-volume-1-9788892663541.html

http://www.youcanprint.it/matematica/matematica-generale/genesi-ed-evoluzione-della-matematica-volume-2-9788892663558.html

 

 

 

Sui blogger (dieci anni del mio blog).

 

Dieci anni di blog. Quasi mille follower. Quasi un milione di accessi.

Tornerò (oggi che scrivo e programmo il post siamo appena al 21 aprile) magari con qualche altro commento, impressione, statistica, ma oggi voglio riportare un pensiero sul mondo dei blog, o meglio, sui blogger, che ho trovato in un commento lasciato sul blog di Pj da un lettore che si firma Otherside e che mi ha colpito moltissimo, e che voglio riportare perché lo ritengo un pensiero particolarmente prezioso (il neretto è mio):

Quando mi resi conto che la costruzione di me era andata avanti senza la coscienza di me, ne rimasi sconvolto. E aprii il mio blog. Era il mio richiamo, il mio nuovo apprendistato da carpentiere in ritardo; bussai a cento porte e diedi del tu a chiunque incontrassi. Scrivevo per non morire, per continuare a credere di aver tempo, anche da sprecare. Incontrarvi è stato il paradigma della mia frattura: troppo lontani, troppe paure in comune. Troppa cultura in comune diversamente digerita.
Voi non sapete o fate finta di non sapere quanto feroce e dolcissima assieme sia stata la necessità della vostra presenza. Intellettualmente alcuni di voi sono dei primi violini in grado di reggere da soli un’intera orchestra… l’ho pensato da subito, ve l’ho detto dopo un po’: le primedonne hanno questo difettuccio e se lo coltivano. Il piacere a volte rabbioso della vostra lettura è stato quasi pari al piacere di dissentire da voi. Ma ci sarà un’altra occasione, un altro tempo, un altro luogo della mente in cui potremo ridere quietamente insieme a questo siciliano acceso che non ammette di invecchiare e non si arrende alla malinconia sapendo già quale sarà l’epilogo. Non mi prendo mai troppo sul serio, scrivo di getto ma ci credono in pochi e nonostante questo i post mi escono fuori così: la scrittura reiterata durante questi anni di rete ha messo in luce tutti i miei difetti: per alcuni sembrano pregi. Non sono ne l’uno ne l’altro, dipende dal contesto in cui sono inseriti. Ecco dovrei riuscire finalmente a cambiare radicalmente il contesto…ma Leonardo Sciascia non c’è più e nessuno della mia generazione ne possiede il nerbo. Tuttalpiù ne conserva la residua coscienza.
I blog sono una cosa seria capace di trasformarsi in un attimo in una minchiata assoluta. Per leggere il metalinguaggio di cui parli è necessaria una sensibilità che noi spesso castriamo perchè è pericolosa. Ho incrociato centinaia di blogger in dieci anni: i migliori sono spiagge solitarie e lontane, quando ti ci areni lasciano sempre il segno.

Ecco, spero che il mio blog per voi sia e sia stato questo, una spiaggia che quando ti ci areni lascia il segno, anche se non necessariamente solitaria e lontana.  🙂

Statistiche blog al 21 aprile 2017***

Se tu fai confusione

Ci sono quei momenti della vita in cui il corpo è come paralizzato, mentre nella mente continuano a scorrere freneticamente, anche più volte, le immagini di tutta la nostra vita.

Frammenti che credevamo perduti, ma si ripresentano come schegge, avulse da qualsiasi contesto, ci martellano, momenti che vorremmo dimenticare e che invece ci impongono di essere rivissuti.

Capita generalmente nei momenti critici della vita, quelli in cui devi prendere una decisione, oppure non c’è nessuna decisione da prendere, devi solo accusare il colpo, metabolizzarlo, e cercare di andare avanti.

Ecco, in quei momenti ti senti come se ti stesse passando sopra una carovana di Tir, e devi solo aspettare che passi.

Oggi riflettevo sul fatto che queste voci, questi episodi, questi sentimenti che si affollano nella nostra testa forse hanno l’utilità pratica d’impedirti di pensare ad altro e di elaborare una coscienza razionale, in un momento in cui la cosa migliore è proprio non capire.