Caro Babbo Natale… (Houston, we’ve got a problem)

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Caro Babbo Natale,
guardalo il video che ho postato, vivi tutta la tensione, solo così potrai capire quello che ti chiedo.

Tre minuti di black out. Che sono diventati quattro, forse cinque, non saprei. Dalla base un collega continua via radio a chiamare “Pronto Odissey, qui Houston mi sentite? Pronto Odissey, qui Houston mi sentite? Pronto Odissey, qui Houston mi sentite?” senza alcuna risposta. Minuti infiniti, i nervi tesi, la disperazione in agguato, poi alla fine un rumore, una voce che rompe il silenzio: Salve Houston, qui Odyssey, è un piacere risentirvi!” e l’esplosione della gioia, il calo della tensione, le lacrime…

Da tre anni qui c’è una voce che chiama “Pronto Xavier, qui Diemme, mi senti? Pronto Xavier, qui Diemme, mi senti? Pronto Xavier, qui Diemme, mi senti?“. Giorni infiniti, mesi infiniti, anni infiniti, un dolore fisico, una nostalgia straziante.

Ecco, Babbo Natale, se mi vuoi fare un regalo, fa che anche per me si rompa quel silenzio, ed io possa sentire quella voce che mi risponde:

“Pronto Diemme, qui Xavier, è un piacere risentirti!”.

 

“Le persone non smettono mai di mancarci.
Impariamo soltanto a vivere tenendoci dentro,
in qualche modo, l’enorme abissale vuoto
lasciato dalla loro assenza.”
(A. Noël)

E il settimo giorno si riposò

Una volta, in Israele, mi capitò di passare un week end a casa, vale a dire nella casa dello studente. In genere ero sempre fuori, ospite di vari amici, ma quel week end no, ero eccezionalmente rimasta in casa.

Divideva l’appartamento con me, tra le altre, una ragazza ebrea osservante, che intendeva celebrare lo Shabbat in modo tradizionale e mi chiese per favore di rispettare il suo Shabbat, che avrebbe pensato a tutto lei.

Accettai, non senza sentirmi limitata nella mia libertà. Al cibo avrebbe pensato lei, che aveva cucinato la sera precedente, e io mi dovevo limitare a non accendere luci né radio (la televisione non l’avevamo).

Dopo un po’ d’insofferenza e anche di noia, cominciammo a parlare (altro da fare non c’era!), e venni così a sapere un sacco di cose della mia coinquilina che prima, nonostante la convivenza, mi limitavo a intravedere di sfuggita e quindi direi:

1° vantaggio del riposo e del silenzio (neanche le automobili e i mezzi pubblici circolano): rapporto umano.

In seguito, un po’ leggendo, un po’ riposando, praticamente costretta a non fare nulla, sentii proprio la mente e il corpo disintossicarsi, e capii quanto ce n’è bisogno e quanto la vita che in genere viviamo sia “inquinante” dal punto di vista dello stress, quindi aggiungerei:

2° vantaggio del riposo e del silenzio: rigenerazione psicofisica.

Ora, dopo innumerevoli lustri, mi trovo in Italia, sempre più incastrata in una vita schiavizzante:

la tecnologia, nata in teoria per aiutarci e semplificarci la vita, ci ha fatto passare dal “possiamo fare tutto in qualsiasi momento” al “dobbiamo fare tutto in qualsiasi momento”.

Siamo un mondo che non si ferma più: la luce elettrica già da secoli ci ha portato a non dover assecondare l’alternarsi del giorno e della notte, da tempo non dobbiamo ritirarci al tramontare del sole, ma mentre in quel caso quelli ignorati erano i ritmi della natura, ora ad essere ignorati sono quelli del nostro corpo e della nostra mente, che oramai da tempo non ce la fanno più.

Tutto ciò premesso, sono favorevole o contraria all’apertura domenicale dei centri commerciali?

Con tutti gli opportuni distinguo, sono contraria e sono contraria per mille motivi (fossi riuscita a terminare la lettura su fb di tutti gli interventi sulla’argomento, favorevoli e contrari, potrei articolare ancora meglio la risposta, ma insomma, in quello mi aiuterete voi).

Tanto per cominciare, i favorevoli sottolineavano il fatto che c’è sempre stata gente che ha lavorato nei festivi, per esempio medici, forze dell’ordine, vigili del fuoco (e grazie al piffero, sono servizi d’emergenza!), oppure alberghi e ristoranti (e qui porgiamo unb ulteriore grazie al beneamato piffero, sono i giorni in cui si lavora di più, anche grazie al fatto che per gli altri è riposo, e gli alberghi poi cosa fai nei festivi, li abbandoni a se stessi o cacci via gli ospiti?).

Orbene, fermo restando che sono mestieri particolari in cui comunque si presuppongono dei turni e che le persone a un certo punto si possano e debbano riposare, è giusto allargare questa inarrestabilità dell’orario di lavoro a tutte le categorie, anche per questioni davvero poco urgenti, come fare la spesa o shopping in generale?

Qualche rosicone obiettava “Lavoro io, schiatta pure tu!”, che non mi sembra un gran principio, altri sottolineavano che questo rappresenta un’opportunità di lavoro ulteriore in un momento di crisi: ecco, ci credete voi? Nella maggior parte dei posti di lavoro la turnazione ricade sul personale già in forze, costringendolo a ritmi estenuanti, e anche negli altri casi la creazione di questi lavori “a chiamata”, che durano solo un giorno e solo ogni tanto, anziché aumentare i posti di lavoro aumentano il senso di precarietà.

Ho amici, anche in posti molto importanti, che a mezzanotte o alle quattro di mattina sono ancora lì a lavorare, persone che si portano il lavoro anche al mare quando fanno finta di andare in vacanza o in ospedale quando capita di dover assistere un familiare: per familiare intendo i genitori, massimo un fratello o una sorella, perché perlopiù questa gente una vita non se l’è riuscita a creare; ma ammettiamo che esista ancora una struttura familiare, e ammettiamo che comunque venga concesso un giorno di riposo a compensazione della domenica, quando s’incroceranno più questi familiari?

Già il desco familiare poco esiste ormai, già la domenica tutti insieme a tavola fa parte di una tradizione che si va vieppiù estinguendo, vogliamo dargli la mazzata finale?

Vogliamo dimenticarci che siamo umani e non automi? Vogliamo dimenticarci che abbiamo una vita sola e non dobbiamo ridurci a schiavi il cui unico scopo e di fare ingrassare i padroni o dare modo ai pigri, annoiati e disorganizzati di non fare i conti con il tempo, e di poter fare quello che vogliono quando vogliono, rigorosamente sulla pelle di qualcun altro?

A me piace quest’idea del centro commerciale sempre aperto, ma non ne voglio ignorare il costo in termini umani e sociali: tutto i pro di cui sopra, possiamo ottenerli in altro modo, e vorrà dire che la domenica la passeggiata, anziché al centro commerciale, me la farò in qualche villa se è bel tempo, e in qualche museo se non lo è (ma anche, perché no, a casa al calduccio, a godermi finalmente famiglia e riposo).

Tag: apro i pacchi

Trovo questa immagine su internet e mi chiedo: “Perché non farne un gioco sul blog?”.

Tra tanti award, nomine, etc, che in teoria dovrebbero farci conoscere di più ma in pratica ci mettono in croce per la risposta alle domande e e la nomina di altri blog, direi che questo invece tutto sommato è fattibile.

Intanto è un gioco e in quanto tale tutti possono partecipare (nomina collettiva), e poi di regole ne metterei solo due:

1) rispondere alle domande: puoi aprire un solo pacco, quale apriresti e perché? E quelli che non apri, perché li hai esclusi?

2) Le risposte vanno inserite come commento a questo post poi, se si vuole proseguire il gioco, si possono riportare come post sul proprio blog inserendo l’immagine, titolando il post “Tag: apro i pacchi” e citando il blog dell’ideatore con link al post e, successivamente, quello su cui l’avete letto (in questa prima fase corrisponderanno).

Parto con le mie risposte:

Io aprirei sicuramente il pacco numero tre, perché il vero amore è un’emozione che una volta o l’altra nella vita bisogna provare, e direi pure, alla mia veneranda età, con tutto il mio romanticismo e la mia idealizzazione dell’amore ne avrei pure maturato il diritto!

Non aprirei il primo perché tanto non è che 50.000 euro cambino la vita, nel senso che comunque dovrei continuare a lavorare, non mi basterebbero a raggiungere la pensione e neanche per comprarmi la casa che vorrei, quindi direi che, dovendo fare una scelta, posso rinunciare.

Tornare 10 anni indietro? Se ci dovessi ritornare con la situazione di oggi tanto tanto, ma se devo ritornare indietro e ripetere tutta la fatica profusa per tirare la carretta, grazie ma rinuncio.

Comunicare con un defunto? A che pro? E’ importante piuttosto imparare la lezione di non lasciare nulla di non detto, i sospesi nella vita vanno evitati come la peste, e dovremmo saperlo che non siamo eterni, quindi diciamo agli altri ciò che dobbiamo dire loro, e ascoltiamo ciò che vogliono dirci loro finché sono in vita!

Attendo le vostre risposte, non svicolate, può essere un importante momento di riflessione!

 

Mamma, tu mi odi?

Stamattina mia figlia è entrata in camera mia, mi si è accucciata accanto, mi ha abbracciato e mi ha detto: “Mamma, sono andata in un sito dove la gente confessa quello che non ha il coraggio di dire, e ho trovato un sacco di mamme che dicono di odiare i propri figli e di odiarsi per questo, addirittura di essere andate in analisi per superare questo problema: ma si può odiare un figlio?”.

Mi arriva un pugno allo stomaco, perché tante mie amiche mi hanno fatto più meno la stessa confidenza, e qualcuna pure in analisi ci è andata.

Le ho risposto che c’è un’errata cultura che vuole tutte le mamme perfette e infaticabili, innamorate a oltranza dei loro pargoli, ma non è così, senza che questo nulla tolga all’amore di una madre. Semplicemente siamo esseri umani coi nostri limiti, con un limite alla nostra resistenza psicofisica, per quanto l’amore per i figli allarghi questo limite a dismisura. Le mamme hanno bisogno dei propri spazi, di ritrovare la propria dimensione di esseri umani oltre che di madri, e spesso è difficile con dei figli energivori che ti fagocitano 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, 365 giorni l’anno, per anni, anni e anni.

Ho pensato a lei, ma non le ho voluto dire niente perché non volevo in nessun modo che riconducesse le mie parole al termine “odio” da lei utilizzato nella domanda. E’ da tanto che cerco di farle capire in tutti i modi che è da una vita che ho raggiunto il limite, che dovrebbe capire – e questo l’ho ripetuto mille volte anche al padre – che il mio “Non ce la faccio più” significa veramente “Non ce la faccio più”, e non rappresenta un generico “mi va di lamentarmi giusto per fare un po’ di scena”, e che si mettano una mano sulla coscienza.

Considerate solo che, quando è stata un mese fuori, sono dimagrita 10 kg, senza dieta, semplicemente seguendo i miei ritmi: pensate a quanto al momento questi miei ritmi sono stravolti e quanto questo stravolgimento mi faccia male, fosse pure solo (e non lo è) in termini di peso e problematiche collegate.

I figli poi si amano, è ovvio, anche quando ci risucchiano, ma questo non significa che la sofferenza per il nostro essere soffocate non ci sia e che a volte non ci risulti insopportabile.

Ma i figli si sa, sono egoisti, e capiranno solo quando saranno genitori a loro volta.

Forse.

Largo ai giovani?

Ora farò un discorso che apparirà impopolare, ma vi invito a riflettere sul mio punto di vista.

Parlavo con una mia amica che, quarantenne, sta tentando di rientrare nel mondo del lavoro. Con esperienza, qualificata, la risposta delle aziende, almeno di quelle che non ci girano intorno, è regolarmente “Preferiamo assumere i giovani perché costano di meno”.

Ora, da un punto di vista sociale, favorire i giovani rispetto alle persone più grandi è un obbrobrio, ed assolutamente controproducente sotto vari punti di vista:

1) Intanto il largo ai giovani bisogna farlo mandando in pensione i non più giovani che hanno già dato, e non lasciando in mezzo alla strada orde di padri e madri di famiglia, quarantenni e cinquantenni, spesso con figli a carico quando non pure i genitori (passati i tempi in cui la pensione del genitore anziano poteva essere utile, oggi per l’assistenza, tra strutture e badanti, bisogna di regola metterci sopra una differenza).

2) Il giovane è giovane, il valore aggiunto che porta è relativo: può essere insicuro, non avere dimestichezza, è sicuramente inesperto e non è escluso che, con una scuola oramai da troppi anni ridotta a promuovificio sfornasomari, non porti neanche la sua preparazione. Può invece essere brillante, portare la freschezza delle sue idee, una nuova visione, ma comunque le ossa se le deve fare e una guida più esperta, un personaggio solido cui fare per un periodo da “secondo”, non può che fare bene alla salute di entrambi.

3) Mettiamoci pure che le tasse che le aziende pagano sono generalmente proibitive, e che quindi il risparmio, anche a discapito della qualità, diventa un obbligo per la sopravvivenza, e ne avremo una società che fa acqua da tutte le parti: id est, la nostra.

Giustissimo che i giovani vogliano la loro indipendenza, ma stare un po’ più a carico dei genitori, in una società che ristagna e non ha lavoro per tutti, credo che possa essere più tollerabile di un adulto che non sa dove sbattere la testa e magari ha pure figli carico (oramai piucchealtro “figlio”, chi – tra le persone coscienti e inserite nella società – si azzarda a farne più di uno?).

Parliamo poi dei “lavoretti”, quelli non all’altezza della preparazione e capacità di una persona: che un giovani si “arrangi”, magari raccogliendo i pomodori o lavorando in un call center, può pure essere una fase transitoria accettabile, ma per un adulto, soprattutto con famiglia, uscire da una posizione consolidata per andare a cogliere i pomodori può essere di gran lunga più umiliante e fisicamente difficoltoso.

Eppure lo Stato le agevolazioni le propone per i giovani.

Uno che è adulto, magari laureato e con vent’anni d’esperienza, che non appartiene a nessuna categoria disagiata, per questa nazione può pure andare a buttarsi a fiume.

Comunque, poveri noi, ma anche poveri giovani, cui abbiamo lasciato un mondo spolpato di risorse e valori!

Chi non paga i servizi e la sindaca brutta e cattiva

Foto dal web

E’ di qualche giorno fa la notizia, che non vado neanche a ricercare perché non m’interessano luoghi e nomi ma solo il concetto, di una sindaca che, a fronte del servizio di mensa non pagato da alcuni genitori, ha impedito ai bambini di usufruirne, facendo allestire per loro un tavolo a parte dove è stato servito pane e olio.

La persona sulla cui pagina ho letto la notizia additava la sindaca come disumana, sosteneva che i bambini non vanno umiliati e non c’entrano niente con le malefatte dei genitori e il tavolo a parte è stato chiamato, non ricordo se da lui o da qualche lettore, “il tavolo della vergogna”; altre persone invece hanno ritenuto fin troppo generoso il tavolo a parte, in quanto se un genitore non paga la mensa non deve far altro, all’ora di pranzo, che prendere il figlio e portarselo a casa, oppure fornirgli la sporta con il pranzo (qui ci sarebbero altre questioni, ma passiamo oltre).

La sindaca ha precisato che non si tratta di persone in difficoltà economiche, già esonerate dal pagamento, ma di “furbetti” all’italiana che intendevano passarla liscia e usufruire del servizio senza pagare, e che avevano già ricevuto ampio preavviso (mi pare quaranta giorni) dell’interruzione del servizio in caso di mancato pagamento della retta dovuta.

Si sottolinea nei commenti che, in seguito al provvedimento, gli aspiranti furbi si sono sbrigati a pagare, quasi tutti, e che qualsiasi altro mezzo per recuperare i crediti da parte del comune sarebbe stato o inefficace o troppo costoso.

Voi che pensate di questa storia e come avreste gestito la questione?

Update: trovato il post che ha originato questa mia riflessione, è questo: