La strada è luuuuuuuunga: primo check

Non vi ammorberò tutti i giorni come in passato, ma almeno un check mensile me lo concedete?

I risultati del mio cambio registro, cambio stile di vita o come vogliamo chiamarlo, da un punto di vista ponderale non sono eclatanti, ma sul piano esistenziale sì; ho infatti riacquistato la mia antica disciplina, la capacità di tener fede agli impegni presi con me stessa e sono molto contenta di come stanno andando le cose.

Riesco a organizzare meglio i tempi e gli spazi, ma soprattutto sono capace di accontentarmi dei cambiamenti impercettibili.

Sono più serena, e constato sempre di più che la legge dell’attrazione è vera: mi sto circondando di gente più in linea con me, i problemi sembrano risolversi da soli, e io mi sento come in una bolla (e prego sempre che continui così).

Per altre notizie ci riaggiorniamo il mese prossimo, comunque io la tabella a destra la tengo aggiornata (a chi dovesse interessare  😉  ).

Che la forza sia con me!

Che bisogno ho dei social?

Ieri, come è successo altre volte, vi ho raccontato un episodio accaduto sull’autobus, oggi ve ne racconto un altro.

Un signore, evidentemente amante della multiculturalità, prima chiede a un ragazzo di colore di condividere con lui il posto (sedile unico, posto grande ma decisamente singolo), poi attacca bottone con un cinese, gli fa il terzo grado, e infine gli chiede di dargli lezioni di cinese. Il bello è che, per chiederglielo, tira fuori un quadernino e comincia a esprimersi in – secondo lui – cinese!

Il fatto buffo è che il ragazzo cinese non capisce un tubo di quello che dice l’anziano, e preferisce che lui continui ad esprimersi in italiano. 😆

Spaccati di vita e di umanità: ma mi dite a che mi servono i social network, quando ogni giorno ho a disposizione fermate di autobus e viaggi sugli stessi affollatissimi mezzi?

Un bello stipendio

Ieri una ragazza sull’autobus mi ha fatto una tenerezza infinita. Parlava al telefono col suo fidanzato, e diceva che sì, avrebbe voluto andare a convivere con lui, ma la preoccupava la situazione economica, e si chiedeva come potessero mantenersi.

Viene fuori che guadagna 500 euro al mese, e dichiara che di queste 100 può riuscire a mettersele da parte, non di più perché ha altre spese. A un certo punto dice: “Eh, magari guadagnassi un bello stipendio, non dico 1000 euro, ma almeno 700!”.

Ecco, sentire definire 700 euro al mese “un bello stipendio” mi ha fatto davvero tanta tenerezza. Non aggiungo, per rispetto alla sua privacy, altri particolari (per quanto tutta la situazione è stata discussa in una telefonata ad alta voce su un autobus affollato!), e io stessa non so chi sia e non potrei mai rintracciarla, però mi ha aperto la porta su un mondo che sappiamo che esiste ma che spesso è trascurato, quello di chi spacca il centesimo in due e i soldi se li fa bastare: un mondo che, secondo me, ha veramente tanto da insegnarci!

A forma di te

19 marzo, sono piovute sul web frasi e poesie sul padre, dichiarazioni, ricordi, nostalgia.

Io non riesco a dire una parola, e non solo per il rapporto irrisolto, non particolarmente perché pensi che il dolore sia un fatto privato, non perché le parole mi salgono dal cuore a un ritmo talmente intenso e convulso che non ce la faccio neanche a dirle tanto si sovrappongono, quanto perché quelle sì che sono un fatto privato, che vorrei dire solo a te, non ho nessuna voglia di gridarle al mondo, solo a te, solo a te.

Ma tu non ci sei. Sei morto tanti anni fa, più quelli in cui non ti ho parlato, fanno più di venticinque anni senza di te.

Eppure, a volte, mi sembra di ripercorrere la tua vita, di vivere le tue stesse esperienze, rivivere le tue stesse emozioni, subire le tue stesse batoste, umiliazioni anche, ma dovere trovare la forza per andare avanti, per dovere verso i familiari, per rispetto alla vita, per un coraggio che forse è nel DNA, o per chissà che cosa.

Tante volte, quando ripenso alle tue difficoltà, quando ripenso alla tua vita, mi chiedo davvero come tu abbia fatto a resistere, dove tu abbia trovato la forza che tanti, in condizioni ben meno gravi, non trovano.

Forse l’hai trovata in noi: il tuo senso di responsabilità, l’irriducibile e indefettibile senso del dovere per cui mai e poi mai avresti lasciato la tua famiglia a cavarsela da sola, mai avresti abbandonato i tuoi figli, tu che la guerra ha reso orfano. Perché tu eri, prima di tutto, protettivo. Tu sei stato figlio, sei stato soldato e sei stato eroe, sei stato uomo e marito, ma prima di tutto, soprattutto, quella che è stata la tua più importante e coinvolgente missione della tua vita, sei stato padre.

Ecco, mia sorella ha una tua foto su una mensola, che guarda e riguarda con incommensurabile amore e struggente nostalgia.

Io no, non ce l’ho, non ce la faccio. Che poi, a che mi serve, mi sei piantato nel cuore, un cuore pieno di te, scolpito a tua immagine e somiglianza. E sì, un cuore a forma di te che poi, quando rivedo nella mia vita le tue esperienze, quando vivo le stesse difficoltà, le stesse esperienze, gli stessi dolori, penso allora di avere tutta una vita a forma di te, e allora vado orgogliosa pure di quello che non va, perché mi rende più consapevole della vita che hai passato, e più parte di te.

Di figli spocchiosi

Da qualche giorno sto in rotta con mia figlia, che è vieppiù acida (io e suo padre la soluzione gliela suggeriamo, ma non ne vuol sapere…).

La mia colpa? Aver chattato con una sua amica, che da dieci anni circa frequenta casa mia, si ferma a dormire – come mia figlia qualche volta da lei – ed è tra i miei contatti fb.

In occasione della sua laurea le ho mandato un pensierino (cash…) tramite mia figlia, poi le ho fatto gli auguri in chat e, poiché è un sacco di tempo che non la incrocio, l’ho invitata a pranzo (rigorosamente fuori) la settimana prossima.

Quando l’ho comunicato a mia figlia mi ha detto che è totalmente fuori luogo (per l’esattezza ha detto “creepy”) che io chatti con un una sua amica, ne è seguita una discussione e sono giorni che non ci parliamo, a parte quel poco necessario alla convivenza rappresentato da grugniti.

Io sto preparando la valigia (tira tira la corda si strappa, ed è una vita che dico che me ne voglio andare, prima o poi accadrà!)

La strada è lunga, ma la sto percorrendo

Come forse qualcuno avrà notato, stamane ho cambiato il sottotitolo del blog: da “Ogni cosa è illuminata” (cosa che continuo a pensare) è diventato “La strada è lunga ma la sto percorrendo”, che rispecchia di più il momento contingente.

Continua la fase di grande benessere, e io cavalco l’onda. So che il percorso che ho intrapreso è lungo ma, in questo momento, guardo l’orizzonte con serenità e la lunghezza del percorso non mi spaventa (ricordo sempre le parole della cara Natalina, “Se le mani avessero paura quanto gli occhi!”, per dire che se uno non agisse perché spaventato dalla mole del lavoro, saremmo tutti immobili).

Speriamo continui, mi sa che erano anni che non mi sentivo così e, non sapendo a cosa sia dovuto questo benessere (giuro, non sniffo!), se lo dovessi perdere non saprei come ricreare la magia: insomma, per ora confermo,

La strada è lunga, ma la sto percorrendo  ❤