Chi non paga i servizi e la sindaca brutta e cattiva

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E’ di qualche giorno fa la notizia, che non vado neanche a ricercare perché non m’interessano luoghi e nomi ma solo il concetto, di una sindaca che, a fronte del servizio di mensa non pagato da alcuni genitori, ha impedito ai bambini di usufruirne, facendo allestire per loro un tavolo a parte dove è stato servito pane e olio.

La persona sulla cui pagina ho letto la notizia additava la sindaca come disumana, sosteneva che i bambini non vanno umiliati e non c’entrano niente con le malefatte dei genitori e il tavolo a parte è stato chiamato, non ricordo se da lui o da qualche lettore, “il tavolo della vergogna”; altre persone invece hanno ritenuto fin troppo generoso il tavolo a parte, in quanto se un genitore non paga la mensa non deve far altro, all’ora di pranzo, che prendere il figlio e portarselo a casa, oppure fornirgli la sporta con il pranzo (qui ci sarebbero altre questioni, ma passiamo oltre).

La sindaca ha precisato che non si tratta di persone in difficoltà economiche, già esonerate dal pagamento, ma di “furbetti” all’italiana che intendevano passarla liscia e usufruire del servizio senza pagare, e che avevano già ricevuto ampio preavviso (mi pare quaranta giorni) dell’interruzione del servizio in caso di mancato pagamento della retta dovuta.

Si sottolinea nei commenti che, in seguito al provvedimento, gli aspiranti furbi si sono sbrigati a pagare, quasi tutti, e che qualsiasi altro mezzo per recuperare i crediti da parte del comune sarebbe stato o inefficace o troppo costoso.

Voi che pensate di questa storia e come avreste gestito la questione?

Update: trovato il post che ha originato questa mia riflessione, è questo:

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Le parole della Shoà

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Non rende l’idea dire che chi ha vissuto la Shoà è traumatizzato: il fatto è che è segnato a sangue per il resto della sua vita, lui e – forse per memoria genetica o forse per il clima respirato in casa, i ricordi, i racconti, il dolore taciuto ed altro – anche i suoi discendenti.

Wiesenthal diceva che anche gli ebrei nati dopo la guerra sono dei sopravvissuti, e vi assicuro che l’affermazione ha un suo perché. A me personalmente è capitato più volte di sognare le persecuzioni, che stavo in un cinema ed entravano i tedeschi, con le armi spianate, e cercavano di portarci via, e noi cercavamo di fuggire.

Persino mia figlia ha fatto sogni del genere, un incubo popolato di soldati con stivaloni neri che marciavano al passo dell’oca: io non credo ci sia altra spiegazione che la memoria genetica.

Insomma, molto spesso tanti ebrei (e a volte anche non ebrei, con decisamente meno diritto) si inalberano se qualcuno usa dei termini che fanno parte del macabro vocabolario della Shoà, quali “olocausto”, “camere a gas” etc.

Ora, da una parte i miei correligionari si devono rendere conto che certe parole hanno anche un altro significato e devono essere decontestualizzate e ricontestualizzate, e che non si può gridare ogni volta alla “banalizzazione della Shoà”, come per esempio quando un vegetariano o un vegano chiamano olocausto quanto succede al mattatoio o gli antiabortisti definiscono olocausto la soppressione di miriadi di embrioni e feti che avviene quotidianamente nel mondo, fuori o dentro ospedali e cliniche.

Sull’altro fronte però chi non l’ha passato, buon per lui, deve anche fare uno sforzo in più per capire quanto possiamo essere traumatizzati e quante generazioni e secoli di pace ci vorranno per cancellare – o almeno attenuare – il dolore di questa memoria.

Tutto questo mi tornava in mente qualche giorno fa quando il medico mi ha detto, data la mia situazione ponderale, che dovevo fare la “dieta Auschwitz”: giuro che un pugno allo stomaco mi avrebbe fatto meno male. Peraltro non ho mancato di rispondergli che abbiamo già dato, ma con tutta la sua intelligenza e anche il suo acume sul piano umano dubito che abbia capito il mio stato d’animo e la sua gaffe.

Purtroppo dobbiamo rassegnarci al fatto che abbiamo una ferita aperta che gli altri, buon per loro, non hanno: a me la parola “forno” ricorda più la sventurata fine di mio nonno che non la torta alla vaniglia della nonna, e quindi vorrei invitare a uno sforzo su entrambi i fronti, da una parte a non gridare sempre alla lesa maestà quando è chiaro che nell’interlocutore non c’è la benché minima cattiva intenzione, dall’altra a mettersi nei panni della persona che ha un vissuto, diretto o indiretto, cosi terribile, capire quando si è usata un’espressione impropria, e soprattutto cercare di non farla, di capire che per noi tutto ciò che riguarda l’olocausto è ancora campo minato e non sarà facile tornare alla normalità: sono passati più di settant’anni? E secondo voi sono sufficienti per dimenticare un abominio tale, con ancora in vita le persone che hanno visto deportare i propri cari sotto i propri occhi e moriranno senza essersi mai dati pace della fine che hanno subito?

Auguro a tutti una vita di pace e di serenità e, già che ci sono e l’argomento è attuale, di rispetto e solidarietà per chi fugge dalla guerra, dalla fame e dalle carestie.

Lealista o realista?

Una volta che pronunciai la frase “più realista del re” mio marito, mio marito mi corresse e mi disse che la locuzione esatta è: “più lealista del re”, perché il movimento che sostenne il re fu il lealismo, e la storpiatura del modo di dire era di origine popolare, per assonanza a re (un po’ come la gente che dice erroneamente “pietire” anziché il corretto “piatire”, ritenendo la prima la versione corretta in quanto derivato di pietà o scrive, sempre erroneamente, leGGittimo con due g, per analogia con  “legge” che per l’appunto si scrive con due g).

Tornando a bomba, ritenendo di aver imparato la lezione, ho continuato per oltre trent’anni a dire “più lealista del re”, sentendomi tanto dotta, anche se alla fine mi è sorto il dubbio e sono andata a verificare: beh, dicevo bene prima, si dice “più realista del re”, in quanto il lealismo è un generico movimento di lealtà al governo in carica in caso di sommosse, rivolte, guerra civile, ma in particolare, quando il governo sostenuto è la monarchia, si parla specificamente di realismo.

L’espressione oggetto del contendere pare che sia stata pronunciata da Adolphe Thiers, storico, avvocato e politico francese, nonché primo presidente della terza repubblica francese, per definire la nobiltà francese più reazionaria che, in seguito al congresso di Vienna, reclamava il ritorno alla monarchia più assoluta e richiedeva con sfrontatezza il ripristino dei propri indegni privilegi, contrariamente al re che qualche concessione, volente o nolente, l’aveva fatta.

Insomma, come dire, buona la prima!

Ore piccole

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Ieri sera ho fatto una cosa che dovrei fare forse più spesso, e cioè sono uscita con degli amici, ma non con un’amica o due, come faccio spesso, ma con una comitiva di amici vecchi e nuovi, come facevamo ai vecchi tempi, quando eravamo giovani e non ci pesava rientrare alle cinque del mattino e risvegliarci alle sette per andare al lavoro.

Alcuni degli amici erano di vecchia data (uno carissimo, basta non considerare che tramite lui ho conosciuto Attila…  😯 ), altri nuovi, ed è stata proprio una bella tavolata, piena di risate e allegria.

Stamattina dovevo svegliarmi alle cinque: l’ho fatto, ma sono uno zombie, non reagisco a nulla. Pomeriggio di doveri familiari, domenica sarà la solita giornata di lavori forzati a casa, ma mia madre dice spesso un proverbio che mi fa tanto ridere, adattissimo a questo caso:

“Chi gode ‘na vòrta nun tribola sempre”

mentre mia nonna diceva più spesso:

“Mónno va’ che t’ho goduto!”

Insomma, sono stata meravigliosamente bene e questo non può togliermelo nessuno, e al diavolo il sonno di stamattina, prima o poi lo recupererò!

Di primo novembre ed altre nostalgie

Domani è il primo novembre. Sarebbe stato il compleanno di Arthur, nonché il suo compliblog.

Lo mettemmo su insieme, scelsi io il nome (voi mi direte “E sai che fantasia, “Il mondo di Arthur”!).

Fu un momento particolare, lì a fare le prove al telefono, le varie impostazioni, la scelta dei temi… Io ero emozionata, era da oltre un anno che lavoravamo a quattro mani sul mio, mi sembrava che, come dire, l’impresa di famiglia si stesse allargando, e invece fu l’inizio della fine: ma questo chi mi segue da allora lo sa, e per chi non c’era sarebbe inopportuno rivangare ora qualsiasi cosa, e non solo perché Arthur non è più tra noi.

Arthur non sapeva di avere i giorni contati (vabbè, diciamo gli anni, visto che ne sono comunque passati dieci), Xavier invece lo sapeva (o lo sa? Esiste ancora su questa terra?).

Sono stati due rapporti diversi, ma entrambi, in modi diversi, in tempi diversi, pervasi di una dolcezza che, non essendoci più, lascia in me un amaro con cui è difficile convivere.

Ieri ripensavo a un altro mio carissimo amico, è stato per oltre dieci anni con una donna davvero in gamba e infatti l’amicizia con lui, che risaliva ai tempi dell’infanzia (quando l’ho conosciuto aveva nove anni!), non solo si è mantenuta ma anzi, si è ovviamente e comprensibilmente allargata anche a lei.

Vorrei cogliere l’occasione per dire a tutte le donne gelose e insicure che la migliore amica del vostro compagno (ovviamente purché sia davvero un’amica e non una pretendente friendzonata) è la vostra più preziosa alleata, altro che nemica da eliminare! E’ lei quella che gli farà capire quello che voi non riuscite a spiegare, è lei quella che lo convincerà a quel passo che è indeciso a fare: avete presente quando una mamma dice che il figlio è bello bravo e buono e intelligente e nessuno se la fila perché la parola di una madre nei confronti di un figlio non conta praticamente nulla? Ecco, così è la voce di certe donne, in certi momenti,  verso i loro compagni, le loro parole vengono ritenute di parte, ed è l’amica del cuore quella che saprà mediare facendo passare il vostro pensiero senza il peso della pressione emotiva (e del conflitto d’interessi!)

Ma torniamo alle nostalgie.

Ieri rovistavo tra le e-mail di lei, e l’impressione è stata di estraneità assoluta. Un amico comune la definiva “il nulla”, e mi rendo conto ora di quanto la sua definizione fosse azzeccata.

Ecco, oggi è stata, finora, nel bene e nel male, una giornata intensa, particolare, è stata una giornata che mi ha fatto capire, soprattutto, che la vita può cambiare, che all’improvviso può riprendere la corsa di chi è stato troppo a lungo fermo, che ci si può ricordare che esiste una vita: questo riprendere un discorso interrotto può darsi debba necessariamente passare attraverso un ultimo addio, un ultimo sguardo ai quei pezzi di noi lasciati sul percorso della vita?

Dacci oggi il consiglio quotidiano

Il pensiero dell’immagine secondo me è male espresso, dovrebbe essere:

“Condizione per offrire a una persona consigli non richiesti è quella di presumere che non sa cosa fare o che non può arrivarci da sola”.

Io non lo so se sono io una calamita per consigli ma, leggendo le lamentele di tutti, credo che sia un’abitudine piuttosto diffusa quella di andare in giro a dire alla gente come deve campare.

Io personalmente ho sviluppato un’allergia a queste persone che non vi dico, e oramai lo sforzo di reprimere l’istinto omicida mi debilita.

Premetto che ho un lavoro ben retribuito e che mi piace pure (e che mi sono trovata da sola), ho una casa di proprietà (che pure mi sono comprata da sola senza neanche un centesimo di aiuto da parte di nessuno, tutt’altro), che mi sono cresciuta da sola una figlia splendida, che sono tutto sommato in salute e serena, e quindi non mi pare proprio di essere la quintessenza del fallimento che ha bisogno dei consigli della prima casalinga frustrata che passa (ma non solo lei).

Stamattina per prendere l’autobus faccio una corsa, e purtroppo quando faccio queste cose l’asma si fa sentire per cui, una volta salita, ricorro alla pompetta. Dopo un po’ aiuto una signora anziana a scendere, e mentre la tengo forte lei mi fa un sorriso e mi dice: “Ma quanto è bella signora, la stavo notando prima, ha un viso stupendo!”: non nego che non me l’aspettavo, e il complimento mi fa piacere.

Data la fatica della signora a scendere, io e un’altra tizia iniziamo a commentare lo stato in cui viaggiamo sugli autobus e il tempo che ci si perde, davvero eccessivo rispetto all’orario di lavoro: “Tempo rubato alla vita”, commentiamo.

Aggiungo: “Io per qualche tempo mi sono riuscita ad organizzare leggendo, poi ho smesso perché sono incappata in un libro che non mi piace, e non passo ad altro per incaponimento, quando inizio un libro lo voglio finire, però poi non mi attira e quindi non lo tiro fuori”.

Interviene una signora seduta a fianco a me – che già prima era intervenuta in un altro discorso con altre persone e dimostrato quanto fosse cretina – e mi fa: “Lei non deve leggere, deve andare in palestra, che le fa bene pure per quella cosa che ha lei!”.

A Roma si usa dire: “Ma ce sei venuta o te c’hanno mannato???“.

Ho risposto con il tono più secco e acido che potessi assumere: “Non posso fare ginnastica sull’autobus”.

E che vi devo dire, deve essere il mio karma, chissà che ho fatto in una vita precedente!

 

Quello sport che non unisce e la discriminazione permessa

Ancora una volta: Vergogna alle federazioni sportive internazionali, in particolare questa volta a quella di judo, per consentire ai paesi musulmani di continuare nelle loro politiche razziste verso lo Stato ebraico.
Mentre gli israeliani hanno vinto numerose medaglie a Abu Dhabi, sono gli unici che non possono mostrare i colori del loro paese, né far risuonare l’Hatikva, l’inno nazionale di Israele, che sarebbe dovuto risuonare dopo che l’atleta israeliano ha vinto una medaglia e che invece è qui stato vietato.

Qui la vergogna che è stata, bandiera generica della federazione internazionale di judo ed inno relativo (unico stato cui non sono stati consentiti i colori della propria bandiera e l’inno nazionale!):

Qui invece è stato ricostruito quello che sarebbe dovuto essere: