Il paradiso delle signore

Non se chi di vuoi lo segue: io, quando posso sì, e mi piace assai. Non sto dicendo che mi appassiona, in fondo non ci sono particolari intrighi e colpi di scena, fatto che molti rimproverano alla serie, ma a me piacciono queste saghe che si incentrano su famiglie normali (e non…), spaccati di un’epoca in cui tante vite normali semplicemente vanno avanti, a volte intrecciandosi, a volte cambiando, e a volte rimanendo semplicemente uguali, solo con qualche anno in più sulle spalle, con tutta la saggezza, o diciamo pure il senno del poi, che questi anni in più hanno portato.

Un negozio di abbigliamento per signore, per l’appunto “Il paradiso delle signore”, un imprenditore che si è messo in gioco, e al lavoro tante persone, ognuna con il proprio bagaglio di vita e di sogni, di difficoltà, di crisi, qualche amore impossibile, differenze sociali che sembrano invalicabili. Vite normali, di emigranti e di autoctoni, di giovani e meno giovani, di vedovi, di più o meno felicemente sposati e di forzatamente separati, di fortuna da sfidare, di pregiudizi da spezzare, di caratteri da domare o a cui, al contrario, sciogliere le briglie per vederli fiorire e realizzare.

Il tutto in contesto che i nostri giovani non conoscono ma che i meno giovani ricordano con nostalgia, quando il telefono era un lusso, il televisore era un lusso, e mantenere i contatti con chi era lontano praticamente impossibile.

Un’Italia in piena ricostruzione, dove il miracolo è rappresentato dall’autostrada del sole, in un brulicare di attività poliedriche di un popolo che si era ben bene rimboccato le maniche e andava avanti, non sapendo che le generazioni successive avrebbero distrutto non dico più della guerra, ma certo non stiamo apparecchiando per i nostri figli quel miracolo che invece quella generazione ha praparato per noi.

 

Alibi

A volte mi sembra semplicemente di stare in attesa che il tempo passi, è che il lavoro sia un alibi per non vivere.

In effetti, quando mollo la presa dal lavoro, il vuoto mi attanaglia.

Ovviamente sono ben cosciente che probabilmente si tratta solo di stanchezza e bisogno di riorganizzare il proprio tempo quando se na ha nuovamente a disposizione.

Il mistero di Camilla Fabri

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Giorni fa ero tranquillamento al mio pc, non ricordo leggendo cosa, quando mi capita sotto gli occhi una foto a me ben nota: strabuzzo gli occhi, sogno o son desta, ma è lei?

E sì che era lei, l’articolo parlava di lei dicendo cose allucinanti che, per quanto mi era dato di sapere, non stavano né in cielo né in terra. “Commessa part-time con stipendio dichiarato di 1800 euro annui (in altri articoli diventati mensili), che ha comprato un appartamento a Via Condotti da cinque milioni di euro”: Camilla commessa part-time? Camilla ha sposato un miliardario, e fa la vita da miliardaria, altro che commessa! E poi nel 2012? Per quanto ne so io, nel 2012 faceva la studentessa liceale (si sarebbe diplomata credo un paio di anni dopo).

Sapevo dell’appartamento  a via Condotti, figurati se non girano le voci tra noi mamme, rimaste ancora in contatto e sempre a scambiarci notizie sui nostri figli: un piccolo regalo del marito (più o meno come quelli che faceva Attila a me 😆 ), come il macchinone e tutti gli altri beni di lusso.

Mi riferisce mia figlia che è apparso un articolo che parlava di lei sulla sua bacheca fb, e la cattiveria dei commenti faceva paura: è proprio vero, se l’invidia fosse febbre tutto il mondo ce l’avrebbe, quando una persona ha fortuna il mondo la vorrebbe fulminare!

Ora, se il marito è un onesto miliardario come ce ne sono tanti (e vabbè, dai!) o sia invischiato davvero in intrighi internazionali io ovviamente non lo so, ma so che lei, anche dopo questo incontro, il matrimonio, una vita che altro che Hollywood, era rimasta la ragazza semplice di sempre, figlia di persone semplici, di quelle che la mattina si alzano all’alba per andare a lavorare (probabilmente non prima di aver messo su una lavatrice o svuotato la lavastoviglie). La madre? Una madre, di quelle che ai figli ci tengono, e che probabilmente sarà stata solo in parte felice della fortuna di sua figlia, ma che in fondo al cuore, e neanche tanto in fondo, l’avrebbe voluta magari meno ricca ma più vicina.

Ora che leggo che è scomparsa e che forse si è rifugiata in Russia io penso a questi genitori, che forse non potranno avere nessun contatto con lei, non potranno vederla neanche in videochiamata, non potranno sentirla, probabilmente neanche sapere dove sia, e ci soffro, perche sono madre, e prima di tutto penso a quella madre: se io fossi costretta a non vedere mia figlia impazzirei, e per lei sarà sicuramente lo stesso.

(Che poi, quando ho saputo dell’appartamento che avevano comprato a via Condotti, scherzando avevo pensato pure “Magari chiedo se serve qualcuno che dia un’occhiata alla casa in loro assenza, lo faccio con piacere, sono una che crede nell’amicizia io!”: meno male che era solo una battuta tra me e me, sennò a quest’ora avevano sequestrato pure a me, insieme alla casa e alle altre opere d’arte!).

https://www.ilmessaggero.it/roma/news/camilla_fabri_roma_marito_instagram_ultime_notizie_news-4865288.html

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/chi-alex-saab-fedelissimo-maduro-che-ha-guadagnato-milioni-1785033.html

https://www.ilsussidiario.net/news/camilla-fabri-fuggita-in-russia-la-commessa-milionaria-di-roma-e-sparita-nel-nulla/1950863/

Quotidiane insofferenze

Una delle fatiche più grandi della mia vita è soffocare il mio istinto omicida, che se gli dessi la stura risolveremmo in quattro e quattr’otto il problema della sovrappopolazione mondiale.

Voi dovete sapere che, per quanto il mio lavoro sia impegnativo, richieda concentrazione e m’impegni dalla mattina alla sera, la parte più difficile della giornata non è il lavoro ma il viaggio sui mezzi pubblici, e questo non a causa dell’amministrazione capitolina, checché se ne voglia dire, ma a causa dell’egoismo e dell’inciviltà di quanti ne usufruiscono.

Istinto omicida nr. 1: per entrare sul mezzo vuoto in arrivo la gente sgomita, spintona, ti sorpassa, e una volta ottenuto di passare per prima non è che si vada a sedere al posto che più gli aggrada, lasciando a te la seconda scelta: eh no, sarebbe troppo comodo! La persona che ha corso e ti ha spintonato per entrare per prima entra e si ferma sulla porta, bloccando il passaggio, in modo che tu vedi dalle altre porte altri passeggeri che entrano e si accomodano mentre tu non puoi muovere un passo, e solo quando è rimasto un solo posto lo sgomitatore si decide a sedervisi. Ecco, io in quel caso lo acchiapperei per la collottola, lo butterei sui binari (o sull’asfalto, a seconda del mezzo) e poi mi siederei comodamente al suo posto, senza il minimo rimorso di coscienza..

Istinto omicida nr 2: se si presentano problemi all’entrata sui mezzi pubblici non crediate che l’uscita sia meglio. Sono generalmente i ragazzi che si fermano sulle porte, incuranti che il mezzo stia effettuando la fermata e che ci siano persone che devono salire e scendere: praticamente il blocco delle porte pare che sia uno sport nazionale. Spesso sono stranieri, e quando chiedi loro di spostarsi fanno la parte di non capire l’italiano: ma scusa, ma al paese tuo, qualunque esso sia, LE PORTE A CHE SERVONO? Quando i mezzi pubblici fanno la fermata AL TUO PAESE, la gente che fa, non sale e scende come in tutto il resto del mondo? Non diamo però la colpa solo agli stranieri, in percentuale ancora maggiore sono ragazzi italiani, che con quell’accidente di smartphone in mano e le cuffiette nelle orecchie se ne fregano che il mondo non giri intorno a loro, e che sugli autobus la gente alle fermate dovrebbe salire e scendere! Dipendesse da me, altri cadaveri sui binari o sull’asfalto, perché mica è vero che al mondo c’è posto per tutti!

Istinto omicida nr. 3: le persone che camminano sulle scale mobili. Io sono discretamente sicura che un tempo fosse proibito camminare sulle scale mobili, ma attualmente non vedo nessuna indicazione in proposito. Sta di fatto che, generalmente, nelle stazioni metro sono presenti, L’UNA ACCANTO ALL’ALTRA, scale tradizionali e scale mobili: ma se avete tanta voglia di fare le scale, perché non prendete quelle tradizionali invece di scassare l’anima a quelli che stanno sulla scala mobile che invece di starsene tranquillamente sul gradino in attesa di giungere a destinazione si devono appiattire contro la parete ogni due per tre per permettere il passaggio alle orde di bufali? Ripeto, non so se la legge consenta o meno di camminare sulle scale mobili persino in presenza di scale tradizionali ma io, tanto per gradire, uno sgambettino per farli ruzzolare lo farei.

Ecco, questo è il motivo della mia stanchezza, quattro ore al giorno di feroce repressione della mia vera natura.

https://www.repubblica.it/scienze/2017/04/05/news/sulle_scale_mobili_e_meglio_stare_fermi_la_scienza_da_torto_ai_frettolosi-162252935/

 

La vecchietta no no no?

Giorni fa mia figlia ha chiamato il comune per una segnalazione per la situazione rifiuti sotto casa nostra assolutamente insostenibile. Il Comune le passa l’Ama, dall’Ama pare abbia rispoto un disco che diceva che la segnalazione andava fatta esclusivamente on-line.

Ora, il fare le cose on-line dovrebbe essere un’opzione in più per chi è informatizzato, ma vi pare giusto che diventi l’unica possibile ed essere in possesso di un pc, avere una connessione internet e soprattutto saper utilizzare entrambe sia praticamente un obbligo di legge?

E’ questa la società del “Nessuno deve rimanere indietro”?

A me pare piuttosto il solito mondo del “Chi non salta zompa”!

Una nuova fase

Beh, che sono un po’ meno presente l’avrete notato, come pure sapete quello che bolliva in pentola, però torno con buone notizie.

Con un sottile gioco di trattative, non esclusivamente mie, e trattenendo il fiato sulle montagne russe delle varie possibilità e dei possibili scenari e intrecci, diciamo che le cose sono andate oltre ogni rosea previsione, il rapporto con la precedente azienda  si è concluso felicemente e l’ingresso in quella nuova oramai è confermato e consolidato.

Il lavoro è oggettivamente aumentato, ma serviva una nuova sferzata di energia, uno stato d’animo meno stanco, nuovi collaboratori, nuovi colleghi etc. etc.

Ho fatto l’estratto conto contributivo, e purtroppo qualcosa è andato perso: colpa loro, ma me ne sono accorta tardi, e qualcosa non è recuperabile, qualcos’altro forse sì, ma pure lì c’è da lavorare.

Per quanto riguarda la pensione, se confermano quota cento io tra qualche anno potrei usufruirne, non perché non stia bene al lavoro (veramente sto benissimo, e devo dire che lo amo anche moltissimo, sia il lavoro sia l’ambiente), ma il fatto è che la vita non ci appartiene, e abbiamo visto anche qua nella blogsfera persone che se ne sono andate così, giovani e senza preavviso; davvero stiamo come sugli alberi le foglie, e un po’ di vita senza pressione me la vorrei vivere (anche se poi so che si rimpiange pure la pressione).

Andiamo avanti così, con un pensiero a mio padre, che ha passato tante, tante difficoltà, e a cui ora avrei potuto regalare un po’ di tranquillità ma, ahimé, non c’è più. Mi consolo dicendomi che poi il suo più grande desiderio era darla a noi la serenità, e almeno in questo ha vinto la sua battaglia.

Ora mi vado a godere la mia domenica di sfaccendamenti domestici, buona domenica anche a tutti voi, e a presto!

Sbaglio o son destra?

A volte mi interrogo su me stessa, su come ho affrontato e affronto la vita, e non mi sembra ci siano mezze misure: o ho sbagliato tutto e l’ho sprecata, o ho saputo scegliere una strada di saggezza e coerenza raggiungendo una serenità che generalmente le persone non hanno.

Non so decidermi su quale sia la risposta giusta, mi sento davvero dalla parte del bene al pensiero che sono una senza “tormenti”, che sono felice delle gioie altrui, che non devo nulla a nessuno, che mi sono fatta da sola, cresciuto una figlia, etc. etc. etc., sempre con le mie sole forze, e soprattutto senza mai scavalcare nessuno.

Mi sento invece in difetto quando penso a tutto il non fatto, a questa specie di elettroqualcosa piatto, mi chiedo se questa mia “spartanità”, questo mio essere istintivamente minimalista non sia una rinuncia a vivere piuttosto che una scelta di semplicità alla Diogene, o una saggia forma di atarassia/apatia di stoica/epicureica memoria.

Insomma: “Niente se mi giudico, tanto se mi confronto” ma non solo: se vogliamo andare avanti a proverbi aggiungerei pure “Il gabbo arriva la bestemmia no”, e ora vi spiego perché.

Dovete sapere che tanti anni fa (ma proprio tanti tanti) io dissi una cattiveria a una persona, ma la dissi proprio con tutto il cuore e, francamente, non me ne sono mai pentita.

Lei era la ragazza di un mio carissimo amico (alla Xavier per intenderci), e lo trattava come una pezza da piedi. Lui era un ragazzo molto mite, non aveva certo una personalità proprompente, di quelle che generalmente piacciono alle donne, ma era una persona perbene e soprattutto la adorava.

Lei secondo me stava con lui solo e unicamente perché non se la copriva nessun altro (scusate il linguaggio diretto, ma oramai mi conoscete) e vi dirò di più: ogni tanto lo lasciava e, a mio avviso, si faceva un giretto altrove, convinta di trovare uno meglio di lui che avrebbe soddisfatto le sue manie di grandezza e i suoi sogni di gloria, poi si ritrovava da sola, presa e buttata via, e ritornava dall’innamorato di sempre, neanche particolarmente con la coda tra le gambe.

Parlando con me, che a lui volevo un bene dell’anima, lei ne sparava sempre peste e corna; io allora non facevo altro che invitarla a lasciarlo se quella era l’opinione che aveva di lui, se ne andasse a cercare altrove il suo principe azzurro e lo lasciasse finalmente libero di trovarsi una che gli volesse bene e lo apprezzasse per quello che era (tra le altre cose, quando lui seppe che la invitavo a lasciarlo non la prese troppo bene).

Lei aveva una gran voglia di essere amica mia, anzi, si sentiva proprio di esserlo, anche se quest’amicizia nessuno gliel’aveva mai concessa, e si lamentava pure che era sempre lei a chiamarmi e mai io (cocca bella, significherà pure qualcosa?) e soprattutto indovinate cosa? Mi dava tanti, ma tanti consigli, ma che dico, non consigli, erano delle vere e proprie direttive, per di più perentorie, a campare come diceva lei. Dopo averla invitata mille volte a farsi i fatti suoi tanto non avevo nessuna intenzione di prendere in nessuna considerazione le sue illuminate esortazioni, all’ennesimo rinfaccio che nella vita avevo sbagliato tutto le risposi che magari avevo pure sbagliato, mi ero sposata e avevo divorziato, mi ero trasferita all’estero ed ero tornata, etc. etc. etc., ma intanto avevo fatto un sacco di cose, avevo vissuto ma lei? Lei che cosa avrebbe raccontato al Padreterno? La sua “prudenza”, la sua paura di tutto, i suoi piedi di piombo, l’avevano tenuta inchiodata allo stesso posto da sempre, e che aveva fatto, per esempio, negli ultimi vent’anni? Niente, avevo solo rughe in più, una vita completamente sprecata.

Avete presente “colpita e affondata”? Non mi parlò mai più, e io ne ebbi un grande senso di liberazione. Poi, ovviamente, Xavier docet, corsi e ricorsi storici, lui prese le parti della sua bella e, dopo un periodo in cui cercò di conciliare i due rapporti, si allontanò.

Beh, lasciando stare loro due e tornando a me, cosa ho fatto negli ultimi vent’anni? Che racconterò al Padreterno? Rispetto a vent’anni fa ho solo il fisico più segnato e, come volevasi dimostrare, il gabbo è puntualmente arrivato.

E vabbè, che vi devo dire, domani è un altro giorno!

(Francesco Guccini – L’avvelenata)