Non è vero che il perdono dà pace

Ida e Useppe

Come ho avuto già modo di dirvi sto leggendo il libro di Alessandro d’Avenia “Cose che nessuno sa”. Sono quasi in dirittura d’arrivo, e a un certo punto arrivo a leggere i pensieri del padre, relativamente al fatto di aver lasciato la sua famiglia così, senza una parola, che spiega praticamente a se stesso:

“La felicità che provavo era più grande del dolore che sapevo di infliggervi, ma non ho avuto il coraggio di dire che ero più felice con lei”.

Io, tutto questo, l’ho capito e, con vostra buona pace, con buona pace di tutte i miei amici anche fuori di qui, che lo accusano di ogni debolezza e viltà, io Xavier l’ho perdonato da sempre, ma la pace non arriva.

Stanotte l’ho sognato, eravamo in crociera, io con qualcuno – o qualcuna – che non ricordo, lui era a tavola con Pelodicapra e tutto il di lei parentato. Andavo, salutavo, e poi dicevo a lui che avrei dovuto parlargli un attimo, mi seguiva e gli parlavo a quattr’occhi, non ricordo le parole ma era straziante, piangevo e mi ci sono svegliata che stavo male, e allora non credete a tutte quelle storie sul perdono, quelle che dicono che dobbiamo perdonare per noi stessi, per trovare pace e proseguire il cammino, perché la pace col perdono non c’entra niente, perché lei non la perdonerò mai, ma non rappresenta un problema, a stento ricordo che esista, certo non rappresenta un ostacolo alla mia vita o alla mia felicità, ma l’assenza di lui, abbenché perdonato a prescindere, è una ferita che non si riesce a chiudere.

Anche se voi non capirete, anche se è più facile pensare a un inesistente innamoramento, oggi mi sento più una madre che ha perso suo figlio, che se ne è andato e di cui non ha più notizie.

Mi chiedono se stanno ancora insieme e non lo so, non so più niente di loro ma spero di sì e che lui sia felice, ci mancherebbe che il mio sacrificio – cioè, il fatto che loro mi abbiano sacrificato sull’altare della loro storia – fosse stato inutile!

Buon San Valentino, Xavier e Pelodicapra, fatemi il favore di essere felici, almeno questo!

Dipendenza da blog

Blog lampadina

E succede così, che poi un giorno non hai di che scrivere, ma la voglia di scrivere ti rimane, come una malattia, un impulso inarrestabile, che se non scrivi quasi ti senti male.

Ricordo le parole dette a Jo, di Piccole Donne, che uno è scrittore quando ha bisogno di scrivere, quando non può farne a meno, quando tutto diventa scrittura e allora forse sono pure una scrittrice, ignota quanto si voglia, che non può certo vivere dei proventi della sua scrittura, ma che scrive, scrive, scrive, pure sui tovaglioli del ristorante, esattamente come un pittore che li disegna e poi li abbandona là.

Ripasso tutti gli argomenti che mi passano sotto gli occhi, principalmente su fb, per ricercare qualcosa di cui mi vada di chiacchierare.

Imperversa la discussione sul ddl Cirinnà, io mi sto battendo per il diritto a sposare il mio piumone, visto che non faccio del male a nessuno e nessuno può negarmi i miei diritti, ma c’è anche larosaviola che ha preannunciato che scriverà un post su che cosa significhi il femminismo, e cioè essere libere di scegliere senza condizionamenti, ma non è che una non possa scegliere – purché liberamente – il ruolo di angelo del focolare, di lasciare il lavoro per dedicarsi alla famiglia: essere padrona del gioco, libera di gestire la propria vita, non significa sostituire ai propri valori quelli tradizionali maschili e farsi fagocitare da lavoro e carriera!

Punto di vista interessante, aspetto il post.

Beh, ho scritto, praticamente è come una dipendenza e il post è la mia dose pressoché, ora mi sento già decisamente meglio!  :D

L’incontro

amiche pattini

Beh, allora sarete tutti curiosi di sapere com’è andata ieri, giusto?

Beh, diciamo che c’è una notizia buona e una cattiva: la buona è che è stata una serata piacevole, il discorso è stato ripreso come nulla fosse, la mia amica si è mostrata serena e confidente e ci siamo fatte anche belle risate.

La cattiva è che, come presupponevo, come abbiamo detto non per colpa sua,  io sono davvero pietrificata, e né la cura, né la confidenza sicuramente ritrovata, né le risate sono riuscite a superare la corazza: ma davvero sono diventata così? Non voglio, non voglio essere così!

Meno male che ci sono ancora quelle di mia figlia di risate a toccarmi il cuore, e ci sono i suoi sogni, i suoi progetti e i suoi piccoli successi a darmi entusiasmo: non è giusto neanche quello, non è giusto vivere attraverso i figli ma, come si suol dire, “piuttosto che niente è meglio piuttosto” (Pelodicapra docet  :P ).

Io ti vedo

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Cara PelodiCapra,

stamattina è successa una cosa bizzarra, almeno per me: cercavo un reggiseno e mi capita a mano proprio quello che mi regalasti tu, e che per non so quanto ho cercato senza riuscire a trovare; caso strano, proprio oggi che devo incontrare un’altra amica perduta nel passato, una che, qualcosa come almeno otto anni fa, voltò i tacchi per non tornare più indietro (suppongo tu la ricordi).

Cosa ieri la portò a quella rottura incondizionata e improvvisa e cosa oggi la porta a incontrarmi non saprei dirtelo, ma penso di sapere come reagirò io: cioè, come non reagirò, e non per lei, mi riferisco a come sono diventata in questi anni.

Quello che provo è nulla, né gioia, né curiosità, né imbarazzo, niente. Ci pensavo tempo fa, che dopo l’ultima mazzata, quella che mi ha dato il tuo innamorato, sono diventata cinica: non voglio più voler bene, non voglio – e non posso – più crederci. Sono diventata una roccia, fredda, arida.

Non dico  che non amerò più il prossimo, che non farò più nulla per gli altri, ma la farò da operatore sociale verso assistito, da crocerossina verso malato: unilateralmente, dall’alto verso il basso, con sussiegosa e annoiata condiscendenza, senza aspettarmi neanche un sorriso in cambio, ma soprattutto senza neanche curarmi di guardare se questo sorriso ci sarà o meno.

Ripenso alla vostra storia che mi appare dannata, dall’una e dall’altra parte, nata dalla disperazione di entrambi, aggrappati l’uno all’altro come ultima spiaggia. Un “amore” che ha tirato fuori il peggio di voi, che ha richiesto un tributo di sangue da parte di entrambi, che si è nutrito – e forse si nutre ancora – di lotta cieca per la sopravvivenza, sopravvivenza di un castello di carte che tanto prima o poi, in un modo o nell’altro, crollerà.

Pensavo che tu con lui sei stata donna nel senso classico del termine, quella che tanto piace agli uomini, quella che si pone in deferente ammirazione, che batte le ciglia pensando “Oh mio eroe!”:ma lui non è un eroe, e ben presto te ne accorgerai, ammesso che non te ne sia accorta già. E’ una persona perbene, ma mite, indifeso, lontano dal mito che hanno le ragazze sognatrici come te.

E infatti uno dei tuoi errori, secondo me, per quanto riguarda noi, è stato affidare la questione a lui: che lui mi parlasse, facesse da tramite, risolvesse. Sai che penso di noi? Che tu ti sei trovata in una situazione inaspettata, che non hai saputo gestire, e che presto è diventata più grande di te. Oppure è vero che sei stata un’opportunista e basta, ma ti confido un segreto: anche se te lo rinfaccio in continuazione, anche se lo metto qui sul blog nero su bianco, in realtà non lo penso. Quello che penso è che sia stata la primissima fregatura che hai preso a fidarti e affidarti.

Il tuo peccato d’ingenuità è stato delegare ad altri la soluzione di problemi che erano tuoi, la gestione di un rapporto che era tuo, e forse in fondo in fondo ti ha anche deluso il fatto che non solo non abbia risolto, ma che abbia per di più provocato una mia reazione abnorme, modello Chernobyl, ad essa non riuscendo ad opporre altro che lo sdegno, vale a dire altra benzina sul fuoco.

E insomma, oggi rivedo la mia vecchia amica.

L’ho sentita disponibile, forse persino contenta, e m’imbarazza il fatto di sentirmi invece totalmente amorfa: è la morfina contro quel dolore che è troppo grande da sopportare ma di cui non si può eliminare la causa.

Xavier – non lei – è stata l’ultima goccia.

Dopo di che la vita mi ha messo addosso una corazza impenetrabile e no, non ti vedo. Non vedo te, non vedo lui, non vedo la mia ex cara amica.

Però, dentro l’armatura, in un modo o nell’altro, riesco ancora a vedere me stessa: magari, ancora non tutto è perduto…

Cose che nessuno sa

Oggi, mentre andavo al lavoro, già fantasticavo sulla nuova casa. Mi vedevo pensarla, scegliere i mobili e, infine, il trasloco.

Mentalmente ho aperto ogni cassetto di casa mia, frugato ogni ricordo, riflettuto attentamente se conservare quel qualcosa o sbarazzarmene.

Mi sono sofffermata sul significato di ogni oggetto, ogni libro, ogni singolo foglietto… e così mi è venuto all’improvviso in mente il titolo del libro che sto leggendo, “Cose che nessuno sa”.

Nella mia vita poi non sono neanche tantissime, da un punto di vista di mera cronaca, le cose che nessuno sa, ma nessuno, nessuno al mondo conosce che cosa evoca in me ogni non solo singolo oggetto, ma anche ogni singolo cassetto e sportello, persino chiusi.

C’è tra gli altri lo sportello di tutti gli attestati di studio conseguiti nel corso della mia vita, tanti, alcuni che neanche ricordo più di avere. Un sogno dietro alcuni di loro, a volte un dramma.

Arrivo a destinazione, chiudo mentalmente i cassetti dei miei mobili e con essi tento di chiudere nel cuore i cassetti dei ricordi: buffo, pur senza neanche uno scheletrino nell’armadio, quante sono nella mia vita le cose che nessuno sa!

Una nuova casa?

villetta unifamiliare

Immagine presa dal web, non è questa!!!

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Ieri sono andata a trovare degli amici e, parlando parlando, viene fuori che hanno costruito delle villette proprio accanto a loro. Le andiamo a vedere, e certo non è che l’idea mi dispiacerebbe, ma ho paura di fare il passo più lungo della gamba: però non si può neanche rimanere immobili per paura, aspettando che la vita ti logori sogni e risparmi!

Per un lotto però forse ci sarebbe la soluzione, affitto finalizzato al riscatto: sicuramente vale la pena d’informarsi, questo potrebbe conciliare tutte le esigenze!