Di famiglia e di errori

Non so neanche io quello che voglio dirvi, solo che sto a casa e ho un sacco di tempo per pensare, il che non va bene.

Parlavo dell’apprezzamento della salute proprio poco tempo prima, quando una persona mi chiedeva come stavo e rispondevo che oramai sono diventata zen, che quando mi alzo la mattina e cammino con le mie gambe, vedo coi miei occhi e parlo con la mia bocca già so di essere fortunata. Parlavo – genericamente – della perdita della salute con una persona che mi diceva come, davanti alla malattia, una riveda le proprie priorità, e gli rispondevo che io la salute l’ho sempre apprezzata, e non avevo bisogno di prove per capirne l’importanza.

Poi un attimo, parcheggio la macchina, vado a prendere l’autobus per andare al lavoro, inciampo e finisco a terra, e per un po’ camminare con le proprie gambe non è stato più possibile..

Il problema non è stata neanche tanto la caduta in cui sì, mi ero rotta senza rendermene conto un osso, il problema è stato non chiamare soccorso. Qualsiasi essere con un minimo di rispetto per se stesso avrebbe chiamato l’ambulanza, ma io no, solitudine e dovere, tra il pensare a chi potesse soccorrermi e non venirmi in niente nessuno e la pressione del dovere, dei tempi che scadevano, della cosa che stavo per fare che sarebbe dovuta concludersi entro l’indomani mi sono rimessa in piedi, rischiano la catastrofe, la menomazione permanente.

Fare tutto da soli, non essere abituati a chiedere aiuto, può essere un’arma a doppio taglio.

Vi risparmio tutto lo strazio successivo, e il confronto con un’amica che, per motivi diversi, è anch’ella temporaneamente inabile.

Il discorso è subito andato a finire sulla famiglia, la necessità di averne una, grande supporto per ogni membro e spina dorsale della società.

Secondo me nessuno dovrebbe vivere solo, mi è sempre piaciuta quell’immagine delle grandi famiglie, quelle in cui gli anziani vivevano con figli e nipoti, e i figli a casa non erano mai soli, e seppure la mamma lavorava c’erano sempre fratelli, nonni e a volte pure i bisnonni. Il posto a tavola, aggiunge mia madre, non si vuotava ma, c’era sempre il nuovo arrivato a prendere il posto di chi aveva concluso il suo viaggio.

Oggi siamo soli, di una solitudine straziante. Siamo soli perché abbiamo un concetto distorto di rapporto usa e getta, in cui non si costruisce nulla se non un effimero piacere temporaneo. Non facciamo figli, se lo facciamo è figlio unico, e se la crisi economica non farà emigrare noi farà comunque emigrare lui.

Si abita dove capita, spesso lontano da dove si è nati e cresciuti, lontano dalla famiglia d’origine, che si assottiglia e sparpaglia sempre più.

Io, pur essendo una persona “assennata”, mi rendo conto che di errori nella vita ne ho fatti davvero tanti, e forse proprio l’assennatezza mi ha reso più impreparata alla vita.

Il primo errore (si fa per dire) è stato il matrimonio. Io non credo ai matrimoni d’amore, semmai credo ai matrimoni “con” amore, ma il matrimonio consiste nel legare la nostra vita a quella di un’altra persona, che si presuppone possa essere adeguato compagno di viaggio, e quindi condividere con noi ideali e progetti: non ci si sposa perché “ci si ama”, ci si sposa perché s’intende realizzare un progetto famiglia.

Con mio marito non condividevo né ideali né progetti, o forse gli ideali sì, ma evidentemente non erano sufficienti. Dicono di lui che sia stata la persona più vicina a me e quella che mi abbia più capita e amata, ma la verità è che, per il solo fatto che io avrei voluto una marea di figli e lui neanche uno, sarei dovuta scappare mille miglia lontana prima di subito. La verità è che per me il matrimonio era condivisione, per lui era continuare a fare la vita di prima, senza porsi il problema di rendere felice la persona che aveva accanto e costruire con lei qualcosa.

L’espressione “famiglia mononucleare”, che oramai è una triste e oggettiva realtà sociale, è per me un pugno allo stomaco, ma andiamo avanti.

Il secondo grande errore della mia vita è stato non mettermi mai al primo posto: in Israele c’è un detto che recita “Se non ho me stesso, chi ho?”. Io per prima dissi a una mia amica, a proposito del suo comportamento nei confronti degli uomini, “se tu ti proponi come zerbino, mi dici un motivo per cui non dovrebbero pulircisi i piedi?”.

Lei mi disse che questa mia osservazione fu per lei illuminante, e che cambiò registro riuscendo effettivamente a costruire una relazione felice e appagante, ma perché non adotto per me stessa i consigli che do agli altri?

“Ce la faccio da sola” è stato sempre il mio modus vivendi: quando il figlio di una mia amica, per me praticamente uno sconosciuto, si ruppe entrambe le braccia, io passai le giornate in ospedale ad accudirlo (la madre era anziana e comunque non guidava), ma ora che è servito a me, chi ho avuto?

Quando si fece male mia madre io abitavo in un’altra città, e prendevo una corriera e due autobus ogni volta per andarla ad aiutare, ma ora che seve a me, chi ho?

E’ perché mi mostro indipendente e la gente – a cominciare dalla pargola – non si rende conto che anch’io ho bisogno?

D’altra parte non sono il tipo di donna che cade in deliquio chiedendo “Svengo, aiutatemi, me misera me tapina, come farò?”: si può cambiare alla mia età? Voglio cambiare? E’ quella l’unica direzione in cui si può cambiare?

E continuo a sognarmi in una casa grande, con un compagno e tanti figli, genitori, etc. etc. etc., con una mia stanza in cui poter godere di un po’ di tranquillità, ma dove basti aprire la porta della stanza per ritrovare tutto il calore e il supporto della famiglia.

Quando facevo servizio in una casa famiglia, in cui ogni mamma con il proprio figlio stava in una stanzetta anche piuttosto piccola e aveva il bagno all’esterno condiviso con un altro nucleo, vedevo questi bambini uscire dalla propria stanza e ritrovarsi immediatamente nel salone insieme agli altri bimbi, e ho subito riflettuto su come questi bambini, pur nella loro condizione difficile, non fossero mai soli, mentre mia figlia ha sofferto una solitudine indicibile.

Ecco, mi fermo qui, vi lascio questi miei pensieri in libertà.

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Le radici dell’antisemitismo

C’è stata in questi giorni a Bruxelles la Conferenza sull’antisemitismo in Europa. Uno dei partecipanti mi ha preventivamente chiesto delle testimonianze su episodi di antisemitismo che posso aver subito o cui ho assistito, ma io per prima cosa ho risposto che sì, sicuramente posso testimoniare qualche episodio, ma che mi è sembrato più di stupidità che di antisemitismo.

“Sempre così comincia”, mi risponde, e ha maledettamente ragione.

Le racconto un episodio di una persona che ho amato come una madre, cui sono stata vicino fino all’ultimo dei suoi giorni, così come lei a me (ve ne ho parlato qui).

Lei all’epoca era una semplice conoscente, una persona molto semplice, cardiopatica e timorosa del suo cardiologo che le incuteva molta soggezione, al punto di avere paura ad andarci da sola. Mi offrii di accompagnarla, tenni testa al medico, e lei si sentì molto protetta e sostenuta. Nacque di lì una bella amicizia, che continuò per anni, lei c’era sempre per me e io c’ero sempre per lei.

Un giorno, mentre chiacchieravamo amenamente, il discorso cade sul nipote per cui lei aveva fatto tanto e che invece nei suoi confronti si comportava malissimo, oltretutto con totale ingratitudine. “Sangue di cimice” si usa dire dalle mie parti, ma lei usò un’altra espressione, “Peggio degli ebrei!”.

Mi si gelò il sangue. Mi rivolsi a lei e le chiesì: “Come hai detto scusa? Ma tu lo sai che io sono ebrea?”.

Mi guarda stupita, quasi non capisce e chiede: “In che senso?”.

“Come sarebbe a dire in che senso? Secondo te in che senso uno è ebreo?”.

Mi guarda sempre più stupefatta e chiede: “Da parte di padre?”.

Credo che la domanda fosse dovuta al fatto che mia madre l’aveva conosciuta e constatato che si trattava di una persona assolutamente normale, ma con mio padre le sarebbe andata anche peggio, visto che era biondo con gli occhi azzurri.

Aggiungo, non per rinfacciare per carità, ma solo per mettere i puntini sulle i, che chi l’aveva tradita e abbandonata era sangue del suo sangue e piume delle sue piume, nonché figlio di Santa Romana Chiesa, mentre chi le era stata sempre vicina e non l’aveva abbandonata un attimo era una sporca ebrea.

Abbassa gli occhi, mortificata e balbetta: “Ma io che ne so, a me hanno sempre detto così, che sono un popolo senza un nome da difendere”.

“Come vedi ti hanno detto male” replico, e per me la cosa è finita là e il rapporto non ne è stato minimamente intaccato.

Devo dire che queste frasi raggelanti però capitano di frequente, quando meno te l’aspetti e spesso da chi meno te l’aspetti, ti vedono “normale” e non ci pensano che tu sia… o mio dio, ebrea!, e pure tu pensi di essere normale e non ti aspetti di appartenere a una categoria che davanti ai loro occhi rappresenta una differenza.

Una volta una persona, saputa la mia origine, mi chiede: “E che dovresti fare se volessi diventare normale?”: le rispondo con una risata: “Per quello non c’è speranza!”, ma è in quei momenti che ti rendi conto con terrore della gente che gira, tra ignoranza, idiozia e infondatissimo pregiudizio.

Lasciamo stare poi la questione Israele, i commenti sulla quale mi ricordano tanto la bionda del film “Nata ieri”, cui insegnano un po’ di frasi fatte per far bella figura in società e mostrare di sapere di che si sta parlando.

Mi fermo qui e chiedo a voi, non correligionari, perché questo immaginario fasullo che non si riesce a sradicare in nessun modo? Aveva ragione Einstein, è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio, ma qui raggiungiamo dei livelli veramente inconcepibili.

Ogni tanto poi c’è qualcosa che dà la stura a questi pensieri latenti, che oggigiorno la rete amplifica.

L’ultima è stata la notizia che il governo ha diminuito i fondi per le pensioni di guerra delle vittime delle leggi razziali. E’ stato poi rettificato che i fondi sono diminuiti semplicemente perché, per ovvi motivi anagrafici, le persone che ne beneficiano vanno scomparendo: beh, non avete idea che tipo di commenti sono stati fatti e che letame è uscito da certe bocche (i.e. tastiere).

Non manca mai l’accusa di deicidio, che al di là delle verità o bugie storica, al di là dei contesti (si era in Israele, tutti erano ebrei, amici e nemici, a parte gli occupanti romani che erano pagani), ma si può bramare la distruzione di una persona perché il padre del padre del padre del padre del padre del padre del padre – e via scorrendo all’indietro per oltre 2000 anni – ha fatto qualcosa? Che se pure fosse accettabile un criterio tanto assurdo scava scava magari esce fuori che i suoi di antenati hanno la coscienza più sporca dei miei, ma stiamo parlando comunque di follia!

E allora ditemi, le origini dell’antisemitismo, secondo voi, quali sono?

Hikikomori (引きこもり o 引き籠もり)

Mia figlia già lo conosceva questo termine, io mi ci sono imbattuta ieri.

Nuovo il termine, non la situazione di cui, per scrivere questo post, ho letto tanto, fino a passarmi la voglia di scriverne qui, perché il fenomeno è vasto e ogni approccio non professionale rischia di essere riduttivo.

Praticamente si tratta della scelta di isolamento sociale, diffusissima tra i giovani giapponesi, che si chiudono nella propria camera da cui interagiscono con il mondo esterno solo tramite internet, rifiutando ogni interazione sociale, che sia di scuola, di lavoro o altro.

La causa sembra essere l’eccesso di aspettative nei loro confronti da parte della società – quella giapponese è competitiva ed esigentissima -, che li getta in uno stato di prostrazione e crea senso di fallimento e di impotenza. Spesso sono proprio i ragazzi più intelligenti a soffrirne, quelli che hanno bisogno più di creatività che di competitività, di spazio per esistere ed essere sé stessi, sono quelli meno pronti ad omologarsi e diventare soldatini perfetti di un ordine perfetto che non permette debolezza (né umanità, né errore fisiologico).

L’approccio a questa sindrome, che si sta diffondendo anche nel resto del mondo, Italia compresa, è sia trattarla come disturbo comportamentale che come alterazione psichica, con tanto di farmaci.

La riabilitazione sociale, con approccio esclusivamente comportamentale, è spesso svolta in strutture similcasafamiglia, e può durare anche molti anni.

Da notare che è più difficile da curare se si tratta di persone che non hanno obblighi sociali, tipo servizio di leva o necessità di lavorare per procurarsi il cibo, a ennesima dimostrazione che una qualsiasi forma di esaurimento psichico è un lusso che non tutti possono permettersi.

 

Dove ho attinto per approfondire:

https://it.wikipedia.org/wiki/Hikikomori

http://espresso.repubblica.it/visioni/societa/2015/06/17/news/hikikomori-gli-adolescenti-chiusi-in-una-stanza-il-disagio-giapponese-dilaga-in-italia-1.217500

https://www.agi.it/cronaca/hikikomori_adolescenti_sindrome_cosa_sapere-2340082/news/2017-11-07/

https://it.blastingnews.com/cronaca/2017/12/la-morte-solitaria-e-la-solitudine-dei-giovani-giapponesi-002206687.html

https://www.noisiamofuturo.it/2018/01/28/non-sapevo-hikikomori/

 

 

Il governo del cambiamento?

Temevo il razzismo della lega e l’incompetenza dei 5S, ma se è vero quello che ha denunciato Crozza nella sua satira, sanatoria degli abusi di Ischia, spargimento sui campi di fanghi inquinati (e inquinanti), questi non sono razzisti e incompetenti, sono proprio delinquenti!

Si aggiungano i soldi tolti all’Abruzzo, che sarebbero dovuti servire per la messa in sicurezza di piloni stradali fatiscenti, e questo governo rischia di farci rimpiangere i vecchi, TUTTI i vecchi.

Via dal mio lessico

Oramai la rottura con Attila si è stabilizzata, la nausea che avevo accumulato in tanti anni è veramente esplosa e non credo la questione sia reversibile.

Rimane il fatto che Sissi in mezzo ne soffre, anche perché entrambi stiamo agendo in quel modo odioso di renderla “messaggero”, e quindi piovono i “Dì a tu’ padre…” e “Dì a tu’ madre” rabbiosi e carichi di livore e altri contenuti negativi.

Io mi riprometto di non farlo più, tanto abbiamo capito che è un parassita mai ha contribuito a crescere questa figlia e mai contribuirà, quindi è perfettamente inutile cercare di fargli capire qualcosa che alla fine suona solo come rinfaccio a quella povera figlia mia.

Faccio come la madre vera presso il re Salomone, abbozzo tutto purché mia figlia stia bene, tanto oramai il più è fatto.

Lontano dagli occhi, decisamente lontano dal cuore, ma anche dalle parole e dai pensieri.

Semplicemente non esiste più.

Colazione al bar

A volte incontro qualcuno lungo la via per l’ufficio e lo invito ad unirsi a me nella colazione al bar. Spesso mi sento rispondere: “Grazie, ma ho già fatto colazione a casa”.

E che c’entra? Anch’io ho già fatto colazione a casa, caffè, biscotti e yogurt, mica mi risparmio, ma la colazione al bar è un’altra cosa, è una coccola, è un rito d’iniziazione della giornata.

Per questo motivo è importante che il barista sia simpatico, il clima piacevole, il buffet dei lieviti ricco e variopinto, per appagare gli occhi prima della gola, perché a mangiare sono capaci tutti, ma raggiungere l’estasi attraverso cappuccino e cornetto è un’insostituibile esperienza solo per veri intenditori!