Sempre connessi

Traduzione: “Dove sei stata? Nessuna e-mail, non un messaggio, non un cenno sul tuo blog, nessun aggiornamento di stato su fb, è come se tu fossi sparita dalla faccia della terra!”. “Non hai controllato Twitter?” “Oops, scusa… “Sto sopra, sto andando al bagno, sarò di ritorno in 5 minuti” “.

 

Io lo vivo come un nuovo tormentone. Ai tradizionali “Sei fidanzata?”, “Quando ti sposi?”, “A quando l’erede?”, “Ma un fratellino non glielo fate?” dei vecchi tempi si è aggiunto, quando all’immancabile “ti mando un whatsapp” rispondi che whatsapp non ce l’hai, “Ma cooooooome? Non hai whatsaaaaaaaaaapppppp?” (della serie “E come fai a vivere senza!?!?”).

Non ho whatsapp, non lo voglio avere, mi fa schifo. Per la verità non mi fa schifo whatsapp, è che rifiuto l’idea di essere “sempre connessa”.

La tecnologia avrebbe dovuto in teoria semplificarci la vita, in realtà ci sta rendendo schiavi. Prima, per avere notizia da qualcuno, dovevi scrivere, ricevere lettere, telefonare, ricevere una telefonata. Va bene l’immediatezza dell’email, per carità, bene i costi azzerati, bene pure il cellulare per cui in teoria sei più tutelato quando sei in giro, con la possibilità di chiamare aiuto in caso di bisogno, avvisare di un ritardo, essere rintracciato dai propri cari in pena.

Non vanno bene le duecento caselle di posta, una da battaglia a rischio junk mail, una aziendale, una privata, e poi, non vuoi avere la pec? E così la raccomandata te la possono notificare in cassetta, affiggere alla casa comunale, oppure arrivarti via pec. E poi ci sono messanger, whatsup, e tutta l’altra miriade di social, per cui non sai mai chi ti ha cercato dove, senza contare che un cambio di numero di cellulare, per qualsiasi motivo (io ultimamente ne avrò cambiati quattro), comporta che la gente ti manda magari un sms a un vecchio numero e lo dà per ricevuto, e poi si offende pure per la mancata risposta, mentre tu invece non sai niente.

Vogliamo parlare del lavoro? Anche lì, la tecnologia prometteva di lavorare al posto nostro, e invece ci sta rendendo schiavi. Il “Puoi farlo in qualsiasi momento” si  trasformato in un “Devi farlo in qualsiasi momento”, devi essere attivo e connesso 24 ore al giorno, 7 giorno alla settimana, 365 giorni l’anno.

E’ così che mentre prima, dopo una certa ora, potevi pure riposarti (e magari eri costretto ad organizzarti per adeguarti agli orari), ora devi essere sempre attivo, sempre con le antenne ritte, e così poi alla fine dimentichi il figlio in macchina e lo trovi morto e no, non sei disumano, sei solo uno che conduce una vita disumana e alienante, che ha come conseguenza esperienze disumane e alienanti.

Vogliamo aggiungerci anche gli incidenti stradali, dovuti al fatto che si pretende di essere sempre connessi anche alla guida, parlando al cellulare e magari scrivendo anche messaggi?

Sempre connesso? No grazie.

 

Devi amare me

Giorni fa, chiacchierando con una mia amica, bella, di spessore e single anche lei, sono venute fuori un po’ le nostre remore, il perché abbiamo rifiutato tante persone che, insomma, poi magari potevano pure essere “quella giusta”.

Mi ha confidato che, insomma, tanti sono stati rifiutati semplicemente perché cercavano “una”, e lei ovviamente desidera uno che ami lei perché è lei, per la persona che è, la sua storia, i suoi sogni, le sue scelte, etc. etc. etc.

Della serie “non siamo amiche per caso” è esattamente la stessa cosa che è successa me, stesso mio comportamento, stesse scelte ed esattamente per lo stesso identico motivo, ma abbiamo ragione? Oppure sbagliamo e la pretesa è irrealistica?

Probabilmente è normale scegliere qualcuno “che può andare” (i cosiddetti ‘papabili’), e poi costruire qualcosa.

In fondo, le ho obiettato, se cerchiamo per esempio un appartamento, non ci comportiamo nella stessa maniera? Ne cerchiamo uno che “possa andare”, sicuramente che abbia certi requisiti, e soltanto POI diventa la nostra casa, quando l’abbiamo personalizzata, modificata, arredata, quando ci abbiamo vissuto storie e costruito ricordi.

Lei mi risponde che sì, certo, potrebbe essere pure una tesi accettabile, peccato che spesso per gli uomini che hanno iniziato a frequentarti perché cercavano “una”, rimani “una”, pure dopo vent’anni e tre figli (la citazione non è casuale, a una mia conoscente è accaduto esattamente questo, lui l’ha lasciò dopo vent’anni e tre figli dicendole che in fondo tra loro non era mai stata una storia importante).

E voi come la pensate?

Il Piccolo Principe non capì subito e chiese il significato del termine e la volpe gli spiegò che l’addomesticazione “E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire “creare dei legami…” e che purtroppo al momento lui fosse come tutti gli altri, uguale a centomila ragazzini e che lei non aveva bisogno di lui. Allo stesso tempo, continuò a spiegare la volpe, anche l’animale per lui non era nulla, anzi era una volpe uguale a centomila volpi. Creare dei legami, quindi, continuò la volpe, significava avvicinarsi, iniziare a conoscersi e a tenere ad un essere vivente. Il Piccolo principe cominciò a capire cosa intendesse quando la volpe aggiunse: “Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io saro’ per te unica al mondo” (da “Il piccolo principe”, di Antoine De Saint-Exupèry).

Le fasi dell’amore (post abbandono)

Fase 1: Senza di lui/lei non posso vivere, la mia vita è finita, non potrò mai superarla!

Fase 2: Avanti il prossimo!/la prossima!

Fase 3: Ma perché dovrebbe venire avanti il prossimo/la prossima se si sta tanto bene da soli?

Update: grazie al contributo di Mauro, aggiungiamo:

Fase 4: oddio, ripensandoci, una relazione non ci starebbe male, proviamo va.

Fase 5: ma chi me lo ha fatto rifare?

 

 

VIRGINIA RAGGI E L’INSOPPORTABILE MASCHILISMO

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Io già mi espressi a suo tempo nell’articolo “Innamorata di Virginia Raggi” e seguenti, sono contenta di proporre ora quest’altra bella testimonianza sull’immane lavoro che questa donna sta svolgendo (anche se non sono d’accordo sulla tesi sessista, sono convinta che chi la contesta lo faccia solo per amore della poltrona).

tempivillani

È la prima sindaca della capitale, avvocato, tre lingue parlate fluentemente, già consigliere comunale nella precedente consiliatura romana. Da avvocato si è occupata di diritto civile, giudiziale e stragiudiziale, diritto d’autore, proprietà intellettuale e nuove tecnologie.

Di tanto in tanto la tirano dentro a qualche indagine da cui esce ogni volta estranea ed a testa alta. Trasparenza e legalità tra i motivi del suo mandato, che non tutti apprezzano, compreso il M5S. Eppure, lavora tanto e continuatamente. Si impegna, studia, confronta. Ha ereditato un’amministrazione carica di debiti e di difficoltà, che negli anni passati è stata foraggio per le clientele di diversi partiti.

Ha promosso controlli sull’operato della macchina comunale, migliorato il parco dei mezzi pubblici a disposizione, emanato bandi a norma ed evitato affidamenti diretti. Anche i contributi a pioggia sono diventati miraggio. È  intervenuta nelle periferie e contrastato le criminalità capitali. Nel novembre 2018 vengono abbattuti e sgomberati…

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Buon 2020!

Cari amici,

avrei voluto scrivere un post di auguri per un nuovo anno meno “connessi”, vale a dire una vita più umana con maggiore spazio per noi stessi, con delle priorità che vedano al primo posto l’apprezzamento per la salute che abbiamo, l’aria che respiriamo e la consapevolezza della preziosità del tempo, un tempo limitato che non dobbiamo farci fagocitare da una società stritolante che ci considera non uomini ma ingranaggi, ma la stanchezza ha il sopravvento.

Vi faccio allora un augurio che sentii anni fa e che mi piacque davvero tanto:

Che in questo nuovo anno possiate realizzare tutti i vostri desideri tranne uno, perché nella vita bisogna sempre desiderare qualcosa.

 

Natale, e buon Natale sia

Del tutto inaspettatamente mi hanno chiamato a fare un discorso in ufficio, e in quel momento mi sono passati davanti agli occhi mille pensieri, mille riflessioni, ma soprattutto mi è venuto in mente questo, per atei e per credenti, perché al di là del fatto storico o meno, religioso o meno, le feste hanno un valore simbolico, e il Natale rappresenta la nascita della speranza in un mondo migliore, quello in cui ci viene data un’altra possibilità, in teoria un mondo in cui i lupi pascoleranno con gli agnelli in totale pace e fratellanza.

Sappiamo che il mondo non è così, non per niente nella mia religione il Messia lo aspettiamo ancora, ma in nessun tempo della vita e della storia la speranza ci ha mai abbandonato.

L’anno scorso io e i miei colleghi abbiamo festeggiato il Natale veramente in tono ridotto, dimesso, con l’azienda che aveva dato da poco notizia ufficiale che entro l’anno successivo avrebbe chiuso i battenti, e quest’anno stavamo nello stesso posto, con un po’ più di soldi in tasca e i calici levati, dopo un anno che… indovinate perché ho messo come immagine il pianeta Venere?

Sapete che il moto di Venere è retrogrado, inverso rispetto agli altri pianeti, ma pare che un tempo si muovesse nello stesso senso degli altri. Poi pare sia successo qualcosa, e il pianeta si è ribaltato: vi immaginate che tipo di cataclisma può essere un pianeta che si ribalta? Vi immaginate succedesse alla Terra, con persino gli oceani sollevati in aria e poi riprecipitati sul pianeta? La vita forse non esisterebbe più per molto tempo ma il pianeta, una volta sbabilizzatosi nel suo nuovo assetto, avrebbe più o meno lo stesso aspetto di prima. Più o meno.

Ecco, alle nostre vite, alla mia vita, quella lavorativa almeno, è successo più o meno la stessa cosa, un cataclisma, un ribaltamento di situazioni in cui tutto ha perso la posizione che aveva ed è andato a sbattere più o meno da un’altra parte, rimanendo sospeso a volte più di quando ci si aspettasse potesse sopportare, e poi la quiete, in una situazione che sembra avere lo stesso aspetto di prima ma che come prima non è.

La speranza ha sortito i suoi effetti, siamo qui, cionondimeno la memoria di quell’essere sbalzati in alto, o in basso, avere girato vorticosamente nel vuoto e poi essere ricaduti senza sapere bene come e dove è un’esperienza che, nel bene e nel male, ha lasciato una traccia, e questa traccia somiglia tanto al messaggio del Natale, a quella notte in cui una famiglia con un destino che non conosceva vagava senza trovare alloggio, a un bambino nato dal nulla come spesso dal nulla nasce la speranza, tenuto in vita da cose semplici, come semplici erano il calore del bue e dell’asino, così come da cose semplici e a volte inesistenti è tenuta in vita la speranza.

E allora buon Natale anche se, perdonatemi, a volte lo vivete proprio male, con l’insofferenza per la sfacchinata del cenone che ci aspetta, lo stress dei regali, la sorella, cugina o cognata che non collabora mai, con quella parte di famiglia che non sopportiamo e ci ritroviamo ciononostante a tavola, e tanta tanta ipocrisia che ci potremmo risparmiare. Ma anche nel contesto di queste sceneggiate c’è il bambino che aspetta il regalo perché è stato buono, c’è la voglia di andare verso un nuovo anno con l’intenzione di renderlo migliore, c’è la voglia di credere, “e sia questo il più fulgido dei miei doni, che la speranza mai ti abbandoni” (cit).

E allora, è Natale, e buon Natale sia!

Dormendo morendo

Foto dal web

Mia madre, che era solita parlare per proverbi, spesso citava questo: “Bambini dormendo guarendo, anziani dormendo morendo”.

Vado da lei, spesso crollo io dal sonno e mi accascio, e così lei dorme a sua volta. La guardo, lei che era sempre così , come dire, composta, ora è scomposta, il corpo abbandonato, il respiro affannoso. Il seno, un tempo prosperoso, non esiste più, e ha lasciato il suo posto a un torace scarno che faticosamente si alza, e faticosamente si abbassa, e faticosamente si rialza, e faticosamente si riabbassa.

“Mamma ha sempre dormito dormito così” mi dicono i miei fratelli. “Nonna ha sempre dormito così” mi dice mia figlia.

Io a volte mi chiedo se ho vissuto un’altra vita, in un altro mondo, con altre persone, perché io me la ricordo mia madre, dormire sempre su un fianco, silenziosamente, con la bocca rigorosamente chiusa, le gambe accostate appena piegate, a volte le mani giunte sotto la guancia, a mo’ di cuscino.

Ora le braccia sono abbandonate a se stesse, le gambe sono abbandonate a se stesse, la bocca è abbandonata a se stessa, mentre il torace sembra opporre resistenza a ogni respiro.

La guardo, e ripenso alla sua vita faticosa, tanto faticosa. La guardo e penso a quando, sempre su un fianco e con noi alle sue spalle, ci leggeva qualcosa, generalmente sempre quello strazio inenarrabile del Libro Cuore, per cui regolarmente si commuoveva, oppure la cavallina storna, un’altra insopportabile palla, e ricordo quel suo indice che si alzava ogni volta quando pronunciava con voce solenne “Si alzò alto un nitrito”. Credo che mia madre avesse una visione un po’ mistica della vita, quella che mia figlia attribuisce anche a me, che vedo la mano divina dappertutto, e penso ai suoi sogni, e a come sono stati infranti, a come sia stata dura la sua vita, a quanto abbia lavorato, sempre, troppo, non si è mai risparmiata (come, d’altra parte, non mi risparmio io).

La guardo, abbandonata così, in quel sonno sofferente laddove da giovane è stata la veglia ad essere sofferente, e mi chiedo se poi sia questa la vita, difficile da vivere, difficile da lasciare.

Dorme, e già sappiamo che un giorno non si sveglierà più da quel sonno.

Mia nonna era solita dire “Nun se pòzza mai fini’ “, perché è solo uno il caso in cui uno finisce i suoi impegni di vita con tutte le sue tribolazioni, e cioè quando finisce il suo impegno di vita.

Bambini, dormendo guarendo, anziani, dormendo morendo, e mia madre non è una bambina, anche se forse il suo animo lo è rimasto sempre.