Corteggiare oggi

Lasciatemi sfogare (senza chitarra in mano).

Una mia amica, tempo fa, mentre parlavamo del più e del meno, in generale della società e dei rapporti uomini donna, mi ha detto “Ma non vedi che la gente non fa più l’amore?”.

Ho ripassato mentalmente tutte le persone che conosco, comprese ovviamente quelle in coppia e sì, effettivamente non ho mai assistito a un calo della libido come adesso. Sento e leggo di persone sole, persone ufficialmente in compagnia ma con vita sessuale a zero, persone con disfunzioni erettili, frigidità, etc., altre (o le stesse) che cercano “emozioni” in attività seriali e alternative (e intendo orge, dark room, rapporti sado-maso etc.), tutto all’insegna del “provare qualcosa”.

Ma poi, per quanto mi risulta, provano ben poco, e meno ancora dal punto di vista umano (anche se, mi direte voi, non è quello che uno va cercando in quei contesti).

Dunque, io ho tante amiche e tanti amici e ci parliamo generalmente a cuore aperto, pane al pane e vino al vino, e ho notato una cosa ascoltando donne che si lamentano e uomini che si raccontano: gli uomini non sanno più corteggiare.

Sono cambiati i tempi ma, ahimé, non credo siano cambiate le persone e il gioco dei ruoli c’è persino nel mondo animale, dove i maschi sfoggiano le piume più belle, si gonfiano, lottano, cantano in modo particolare, tutto in un rituale di corteggiamento volto alla conquista della donna.

Ma l’uomo no. Non più almeno, e il mio timore è che davvero ci stiamo estinguendo, oltre che alienando.

In un momento in cui tutti hanno l’automobile e l’ultimo modello di cellulare ma non tutti hanno una persona che si occupi di loro nel momento del bisogno o, in senso più ampio, che abbia a cuore e si preoccupi della loro felicità, credo che la solitudine sia il grosso dramma dei nostri tempi.

Ma perché uomini e donne non s’incontrano più? E perché le coppie scoppiano? La risposta non è facile, sono tempi di transizione dai ruoli tradizionali a nuove consapevolezze, e si sa che i momenti di transizione sono penalizzanti, ma quello che posso dire, da donna, è che gli uomini non sanno più conquistare una donna (per la verità neanche ci provano).

Oddio, forse i miei coetanei non l’hanno mai saputo fare, hanno pagato il prezzo del ’68 e forse non a caso io ho avuto nella mia vita uomini vecchio stampo, ma ora che questi ex giovani si trovano soli, spesso con un matrimonio fallito alle spalle, davvero non sanno da che parte cominciare.

Non sanno corteggiare, sono fuorviati da idee femministe – applicate poco e male – per cui ritengono i loro doveri ridotti a zero. A volte semplicemente, dopo magari vent’anni di matrimonio o anche più, non sanno proprio come fare, non più giovani, non più abituati, si sentono ridicoli e spesso, diciamocelo, trovano pure donne che non apprezzano e hanno reazioni sprezzanti e spiazzanti.

Per quanto mi riguarda se esco con un uomo – intendo quantomeno la prima volta -, che dà per scontato che si paghi alla romana e mi riaccompagna al massimo alla fermata dell’autobus, non è che m’ispiri tanto a frequentarlo ad altro titolo. Se è una persona gradevole magari di lì a un paio d’anni si può pure fare il bis del pranzo o della cena, ma non più di quello, perché di tempo ne ho poco e di amici e parenti più stretti una pletora.

Io da un uomo che voglia una storia con me mi aspetto che voglia dimostrare che per lui sono importante, che vuole rendermi felice, vorrei un uomo che mostrasse d’interessarsi a me perche sono io e non perché sono “una”, vorrei che nelle difficoltà della vita potessimo trovare l’uno nell’altro un momento di serenità, un’oasi di pace, e non meramente tollerarci per paura della solitudine.

Mi ricordo di un tizio – tra le altre cose neanche brutto – che un giorno mi chiamò per chiedermi se ero libera e poteva venirmi a trovare. Io stavo andando a fare una gita fuori – da sola, ai tempi non avevo problemi a viaggiare da sola, prendevo la macchina e partivo, a volte pure semplicemente per prendermi un caffè; gli offrii di accompagnarmi e lui mi chiese se lì dove andavo avessi un appoggio. Alla mia risposta negativa prima disse che non aveva l’automobile – nessun problema, c’era la mia – poi declinò nuovamente l’invito con voce annoiata dicendo che no, aveva giusto un buco di un’ora da tappare (testuali parole!): ma come pretendi che una persona con un minimo di rispetto per se stessa ti prenda in considerazione?

Una signora molto più grande di me e moooooooolto scafata, commentò senza mezzi termini: “li devi scarrozzare, ci devi mettere la casa, ci devi stare, e dopo magari gli si smuove pure l’appetito e ti chiedono di preparargli due cotolette”: molto prosaica la signora, ma non è che quello meritasse di più!

Ora, questi uomini, secondo voi, chi trovano? Trovano ovviamente donne che cercano una stampella a qualsiasi costo, donne senza rispetto per se stesse, donne che poi la propria pochezza la mettono nel rapporto di coppia – accanto alla pochezza di lui, s’intende -, e ne escono storie squallide spesso con epiloghi davvero poco edificanti: ma quello cerchi, quello offri, quello trovi.

Facendo la ramanzina a un mio amico, in seguito a un episodio che mi aveva raccontato, ho avuto modo di dirgli, rafforzando il concetto sopra esposto, che trovi secondo quello che offri: metti ad esempio uno ricchissimo che cerchi di conquistare una donna ostentando non il suo essere ma esclusivamente la sua posizione e la sua “generosità”, è praticamente scontato che si ritrovi accanto una donna cui interessano i soldi e non lui, che se ne vada quanto prima spolpandolo, o comunque se ne vada nel caso dovesse arrivare per lui il momento del bisogno.

Insomma, quello che ci metti ci trovi, e allora, corteggiateci, fiori, telefonate, inviti, gite romantiche, apriteci il vostro cuore (e mi raccomando, non chiudete il portafogli, perché anche se una donna è disinteressata ed economicamente autonoma l’uomo tirchio rimane un esemplare d’uomo disgustoso), fateci capire che tenete a noi perché siamo noi, e non perché state blandamente cercando una stampella, non ci buttate fuori dalla macchina al grido di “avanti un’altra!” accusandoci di avervi fatto perdere tempo se la prima o al massimo la seconda sera non vi facciamo salire a casa.

Se volete qualche idea, un’occhiata al mondo animale magari può ispirarvi (ehi, però non fate come gli ippopotami eh!).

https://www.today.it/speciale/animali-domestici/life/tecniche-corteggiamento-animali.html

PS: articolo scritto tra un milione d’interruzioni, non mi piace, non mi convince, ma taglio la testa al toro e pubblico, l’aggiusteremo strada facendo  😉

Quel che non so della guerra. E quello che so.

La battaglia di Marignano, acquaforte di Urs Graf, mercenario svizzero.

***

Un generazione fortunata la nostra, un periodo di pace tanto lungo, forse il più lungo che l’umanità abbia mai vissuto.

Ci siamo illusi di esserci civilizzati, di non avere più mire espansionistiche, ma progetti di crescita e cooperazione.

Con tutti i suoi limiti, un mondo globalizzato non era poi una brutta cosa, ognuno cittadino del mondo, viaggi, scambi, social che univano al di là dei monti e degli oceani.

In alcuni paesi la guerra non è mai finita, ma ci sentivamo lontani, abbiamo protestato e pianto per il Vietnam, ma era comunque lontano.

Si diceva, nei tempi moderni, che delle nazioni in guerra almeno una delle due era islamica, e penso sappiate come la penso sull’argomento, ma questa no. Questa è diversa, non è lontana, non è islamica, non coinvolge culture così diverse dalla nostra. Oppure sì. Oppure no.

So di non sapere.

Leggo di Ucraina bombardata e popolazione ucraina in fuga, gente che fugge coi vestiti che ha addosso, abbandonando tutto e tutti. Leggo di russi arrestati perché hanno osato manifestare contro la guerra: “Non c’è la guerra” tuona la Russia, si tratta solo di un’ “operazione militare”.

Sui social c’è chi si schiera da una parte e chi dall’altra, leggo le ragioni di tutti, a volte “ragioni” irragionevoli (perdonate il voluto gioco di parole), e penso a quei versi di Quasimodo, tragicamente attuali, che recitano:

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Dicono che gli ucraini durante l’ultima guerra ne abbiano sterminati tanti e non meritano pietà, ma come possono gli uomini di 77 anni dopo essere quelli che si macchiarono all’epoca di un qualsiasi crimine? Forse che le colpe dei padri ricadono sui figli? Meritano oggi di essere sterminati per una questione di colpevolezza del DNA?

Non capisco quello che sta succedendo, anche se a me sembra solo che sia stato invaso uno stato libero e sovrano per motivi che ignoro, ma questa la tengo come mia opinione, non voglio fare l’ultracrepidaria parlando di cose che non so, posso parlarvi di sentimenti umani di profughi e di sfollati, ma anche di chi è costretto a sparare al proprio fratello e non gli è concesso dissentire, ma non di ragioni di guerra, non di moventi economici, politici, espansionistici, o forse pure solo deliranti ma c’è chi dice lungimiranti: no, di questo non so dirvi.

Mia nonna, a questi propositi, avrebbe solo detto “Dio non ce lo faccia mai provare”, ma non posso ignorare che c’è chi lo sta provando.

Preghiamo.

Mi manchi

Questo post è dedicato a tante, tante persone, a tutti i livelli, non solo ad amori di un certo tipo.

Mi manca mio padre, che non mi sono goduta per dissapori che oggi mi sembrano sciocchezze, o meglio no, non erano sciocchezze, ma questioni che si potevano gestire a fronte dell’infinito amore che provava per noi figli.

Mi manca Otello, che, a dispetto di tutto e tutti, e soprattutto suo e, ahimé, della sua morte, continua ad essere l’unico uomo della mia vita.

Mi manca Xavier, che ve lo dico a fare, un vuoto infinito, un baratro che sembra restituire un urlo terebrante.

Mi manca Piemme, blogamico carissimo, di cui non riesco a conoscere la sorte: si è allontanato per sua scelta o è successo qualcosa di irreversibile?

Mi mancano tante persone, ma vado avanti. Vado avanti, ma mi mancano lo stesso.

C’è un tempo

***

E’ tanto che non scrivo, ma tanto tanto.

Sono stata male, ma non è stato solo per questo, forse c’è stato un tempo per il blog, e questo tempo ora non c’è più.

Quando morì mio nonno mia madre disse, sommessamente, “Il prossimo turno è il nostro”, e io le risposi piccata “Ma che accidenti dici, ci sono trent’anni tra una generazione e l’altra, se morirai tra trent’anni non mi pare il caso di cominciare a piangerci adesso!”.

Un discorso logico, razionalissimo, ma poi, quando il tuo ultimo genitore muore, quando vedi che tutti i pilastri della tua vita, prima i nonni, poi genitori, zii, insegnanti, tutor di vario grado, sono venuti meno, ti accorgi di essere tu il capolista, ti accorgi che è il tuo turno di essere loro.

Ti accorgi che è il turno dei rimpianti, ma non quei pochi che si hanno sempre nella vita, fin da bambini, no, non quello. Questo è il turno, il tempo dei soli rimpianti, quelli senza possibilità di aggiustare il tiro, quello non dei treni che passano, ma di quelli in disuso e dei binari abbandonati.

E’ il tempo degli acciacchi, non di quelli che guariscono, ma quelli con cui impari a convivere, e persino ti mancherebbero se non li avessi.

E’ il tempo in cui tutto sommato ringrazio di aver preso da tempo una decisione saggia, quella di non rimandare mai, e di dire ciò che ho da dire.

In questo tempo, quando tante persone se ne sono andate, a tutti è capitato di rimpiangere quella visita rimandata, e ho visto il non detto pesare più delle perdite subite e allora mi sono detta no, non farò questo errore, e non l’ho fatto.

Di fronte alla precarietà della vita ho deciso di non dare importanza alle cose che non ce l’hanno e non mi sono avvelenata il sangue per delle sciocchezze, ma ho spesso sperimentato che il resto del mondo non si regola così, e allora va a finire che diventi una bestia rara, un animaletto strano, e ti ritrovi in una dimensione diversa con poche anime al fianco.

Oggi sono sette anni che Xavier mi ha voltato le spalle, Xavier, il mio fratello per scelta, la persona preziosa e diversa, che poi tanto diversa non era.

Ho convissuto con questa ulteriore scheggia nel cuore, evitando il pensiero e guardando avanti, e ho risolto problemi, raggiunto traguardi, tutto come nulla fosse, ma in realtà era, urca se era, e quella scheggia fa male.

Oggi però mi è venuta voglia di tornare a cucinare, vado a prendere un ricettario, lo sfoglio, e in un’attività così prosaica penso che c’è un tempo pure per ricominciare, un tempo per ricrearsi e guardare avanti, un tempo per continuare ad esistere fino all’ultimo giorno, come se ci fosse un tempo per tutto, come se ci fosse sempre tanto, tanto tempo per tutto.

Forse c’è un tempo pure per capire che c’è tempo.

Lo scopriremo solo morendo

Ieri io ed altri siamo andati a scegliere la lapide per un nostro congiunto. Non ricordo come sia venuto il discorso, ma parlando con il rivenditore qualcuno ha sollevato delle obiezioni, scrupoli, superstizioni, mentre io sono decisamente più pragmatica.

“Mi sento in pace con tutti, per me o di qua o di là è la stessa cosa.” dico, poi mi correggo: “Cioè, non lo so se di là è la stessa cosa, lo vedremo quando sarà”. Uno commenta: “Lo scopriremo solo vivendo”, ma io prontamente replico: “Veramente lo scopriremo solo morendo!”.  😯

Continuiamo la panoramica delle lapidi esposte: “Bella questa!”, “Guarda pure questa” fino a che io non me ne esco con un “Questa la voglio per me!”.

Gelo.

Ci riprendiamo e andiamo al cimitero a portare due fiori ai nostri cari e con l’occasione renderci un po’ conto di come si sono regolati gli altri e cercare un’ispirazione che ci aiuti a prendere una decisione. Camminiamo guardando le lapidi con attenzione e ricominciamo il balletto di “Bella questa!”, “Pure questa, guarda qui!”, “Bella!”, “Meravigliosa!”, “Vieni, vieni qui, guarda questa!”.

A un certo punto ho come un’epifania: “Oddio, ma che stiamo facendo?”. Prendo il mio accompagnatore per il braccio e dico “Andiamocene va’, che stiamo prendendo una brutta piega: una volta queste esclamazioni erano riservate alle vetrine delle vie dello shopping, non alle lapidi del cimitero!”.

Scoppiamo a ridere, e anche questa ci esce proprio male: il cimitero non è proprio il luogo più adatto a scoppiare in sonore risate!