L’alluce grattino

Ci sarebbe da ridere se oggi, a distanza di oramai otto anni, non pungesse sempre forte la nostalgia.

Oggi doccia, ovviamente tutti gli abiti puliti e profumati, calze nuove. Esco, capito davanti a un negozio di scarpe, ne vedo un modello che mi piace, entro per provarle.

Tolgo la scarpa – meno male ero da sola – e prepotente dalle calze nere esce un alluce candido, smaltato di rosso, una cosa che si nota poco insomma: sacripante, mi ero messa quelle calze nuove un’ora prima!

Un tuffo al cuore, prepotente un ricordo mi ristringe il cuore, parlavamo con Xavier di calzini, si parlava del materiale, cotone o sintetico, quale fosse meglio perché lui, mi disse, aveva “l’alluce grattino”.

Non avevo mai sentito quel termine e mi fece sorridere, effettivamente rende bene l’idea, lì per lì sorrisi e basta, ma oggi quell’alluce “grattino” mi ha riportato alla mente l’ennesimo ricordo, ed è stato un pugno allo stomaco, più le solite lacrime ingoiate.

Voglio scriverci un post ho ben presente l’immagine che voglio cercare, vado su google, imposto nella ricerca immagini qualcosa del tipo “mi è entrato un ricordo nell’occhio”, ed ecco che subito appaiono le immagini che avevo in mente.

Scelgo quella che mi piace di più, apro la pagina e… mi ritrovo qui, sul mio blog!

Evidentemente l’avevo già usata per un altro articolo, ma quale articolo? Esattamente questo, “Caro X”, una lettera a lui… perché sì, quell’immagine sono io da quando lui se n’è andato, un ricordo che mi entra negli occhi, all’improvviso, continuamente. Anni in cui abbiamo condiviso tutto, e i ricordi quindi sono davvero tanti.

Rileggo l’articolo, ancora oggi confermo e sottoscrivo tutto. Qualcosa avevo dimenticato, tipo il suo rimprovero di avere scritto sul blog anziché in privato, che poi avrebbe avuto pure ragione, se non ci fossero stati i motivi che nel post gli spiego.

Da quel post sono passati sette anni, anzi, più di sette anni e mezzo, ma il dolore al ricordo per quella frattura, quell’abbandono, non si è placato un attimo.

Ingoio le lacrime sul mio alluce esposto, rimetto la mia vecchia scarpa, porto le nuove alla cassa.

La vita va avanti, mi rimproverò una volta pure che, dopo la discussione, avevo scritto di un eventuale cambio di numero telefonico, e ne avrò cambiati quattro dall’epoca, probabilmente cambierò anche casa, lui forse da quel dì che lo avrà già fatto, ma una cosa rimane costante: fanculo Pelodifiga!

Non è vero che perdiamo

***

Ho letto quest’articolo di Romolo Giacani e ho incominciato a pensare, pensare, pensare… è vero o no quello che scrive?

Di anni ne ho oramai maturati un po’, il mezzo del cammin di nostra vita l’ho superato da un pezzo, di certo di cose, persone, sogni, speranze, occasioni e sentimenti ne ho persi tanti e giusto qualche giorno fa pensavo di scriverne, ma non l’ho fatto perché non mi andava di interrompere il silenzio con uno scritto triste, con un piangermi addosso che non avrebbe dato niente né a me né a voi.

Eppure c’è qualcosa in quell’articolo che non mi convince.

Un mio caro amico – anche lui ho perso, ci ha lasciato qualche anno fa – scrisse una bellissima poesia che si intitola “Da qualche parte”, in cui parla dei pezzi della sua vita che ha lasciato “da qualche parte”, non una vita in frantumi, ma pezzi d’anima, soprattutto persone amate, ma anche sogni e pezzi di se stesso, che tempi e luoghi hanno ingoiato, eppure…

Mi dicono che sono una che vive nel passato, che me lo porto apprezzo come la tartaruga il carapace, e forse è pure vero, ma è pure vero il carapace è casa e corazza, rifugio, scudo e difesa.

Ho perso i miei genitori, e questo alla mia età è più che normale, ma li ho persi con tanti sospesi che tali rimarranno e ho capito che la vera perdita è stata l’occasione di averli. Ho perso amici, qualcuno senza un perché, visto o sentito un’ultima volta senza neanche lontanamente immaginare che fosse l’ultima volta. Per questi sento proprio dei pezzi che mi mancano fisicamente, tranne per uno, per cui invece sento come uno stiletto piantato nel cuore, che devo stare attenta financo a respirare per non urtarlo, non incrociarlo, non spostarlo, non farmi far male.

Eppure.

Ho perso occasioni, spesso neanche per colpa mia, ed è ovvio che ogni tanto uno ci pensi e tenda a pensare che la strada non percorsa sarebbe stata quella felice, quel famoso “profumo dei fiori che non colsi” che tutti conosciamo e a cui forse, in fondo in fondo, neanche crediamo.

Ma non è vero che perdiamo, io credo in quello che sosteneva Lavoisier, nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma o, per dirla in una più simpatica forma disneyana,

“per ogni qua c’è sempre un là

per ogni se c’è sempre un ma

per ogni su c’è sempre un giù

per ogni men c’è sempre un più

più o men, vuoto o pien

questo il mondo fa girar”

(La spada nella roccia).

Io credo che dovremmo fare un esercizio mentale e per ogni cosa che abbiamo perso capire invece cosa ci ha lasciato, perché ogni esperienza ci lascia un dono – va beh, più o meno gradito -, se non altro come lezione.

Perdiamo qualcosa e acquistiamo qualcos’altro, in un ricambio e rinnovamento continuo che sono poi l’essenza della vita. Quello che perdiamo lascia spesso il posto ad altro, fosse pure una terribile esperienza che crea il terreno per una battaglia civile e sociale.

Pensiamo a tutto quello che abbiamo perso e ammettiamolo, tutto ciò che è passato nella nostra vita – benché perso – ci ha regalato gioia, ricordi, esperienza, saggezza, mattoni su cui costruire il nostro futuro, armi per affrontarlo, strumenti per plasmarlo, e una diversa coscienza di noi stessi.

Io, francamente, nella vita ho perso molto ma, chissà com’è, non mi sento affatto impoverita, perché se è vero che ogni dritto di medaglia ha il suo rovescio, questo è vero pure al contrario, ogni rovescio di medaglia ha il suo diritto!

Lettera di una madre – separata – alla figlia che si sposa

Leggevo giorni fa una lettera pubblicata da un mio conoscente per la figlia che si stava sposando: bellissima, ma qualche particolare stonava, non era aderente alla sua storia di padre separato, la figlia non usciva da casa sua, è lui che da anni era uscito da casa della figlia e poi lo stile… cioè, per carità, non è una persona che conosco al punto di sapere come scrive e aver letto qualche suo scritto, ma a occhio e croce, giù per su, non mi sembrava proprio farina del suo sacco.

Faccio una rapida ricerca su internet ed eccola che viene fuori, precisa precisa, eccovi qui il link alla bellissima lettera di Guido Mazzolini alla figlia che si sposa.

Ognuno si regoli come vuole, ma se mia figlia si sposasse io le scriverei qualcosa di mio, magari di meno bello, ma che scaturirebbe dal mio di cuore e che parlerebbe proprio di me e proprio di lei, ma pensandoci bene, che cosa le scriverei esattamente? Al momento non c’è nulla all’orizzonte, ma mi sono detta “Immaginiamo che ci fosse qualcuno al suo fianco e si stesse sposando, che cosa le scriverei davvero?”. Uh, mi sa che non scriverei cose da potersi leggere in pubblico.

Comunque ci provo.

Cara figlia, col cuore in mano, pensavo che questo momento non sarebbe mai venuto. Quando ero ragazza io, vedere la propria figlia sposata, “sistemata” per usare un termine dell’epoca, era un desiderio di ogni genitore, e quasi certamente anche di ogni ragazza. Ma l’epoca dei miei genitori era l’epoca delle famiglie unite, nel bene e nel male, era l’epoca in cui davvero due che si sposavano si sposavano per sempre, e lo spirito era tale che era uso chiamare i genitori dell’altro mamma e papà, perché si veniva accolti in casa dell’altro e dell’altra come una figlia e un figlio.

Oggi è diverso, forse si è cominciato proprio da là, dal sentirsi a disagio – a mio avviso giustamente – a chiamare i genitori dell’altro, due perfetti sconosciuti, con un nome così intimo e carico di significato come “mamma” e “papà”.

La mia è stata l’epoca in cui le donne lavoravano, e l’indipendenza economica ha affrancato le donne cosiddette malmaritate dal rimanere con il proprio consorte per bisogno economico, spesso e volentieri sopportando l’inferno.

Eh sì, perché mica tutte le ciambelle riescono col buco! Prima ci si sposave per formare una famiglia, e il significato del matrimonio era per l’appunto questo, un progetto di famiglia, ma poi piano piano quella grossa boiata che è l’amore ha preso piede e ci si sposa “perché ci si ama”, e quando l’amore finisce – perché l’amore finisce – finisce anche il matrimonio, spesso con inaudite sofferenze soprattutto dei figli.

“L’amore è bello finché dura”, ma a parte questo, è proprio vero che la vera natura del coniuge si rivela nella separazione, così come quella dei fratelli nell’eredità.

Io mi ricordo, in tribunale con il mio avvocato per la separazione, che vedemmo una scena di impressionante aggressività e violenza verbale tra due coniugi, davanti a un figlio che si rintanava in un cantuccio pallido, spaventato, sofferente. Il mio avvocato si rivolse a me e mi disse: “Ci pensi che questi due un giorno si sono amati?”. Beh, incredibile dictu direi, ma probabilmente così era.

Mi faceva ridere mio padre quando commentava riguardo a coppie che avevano scatenato il putiferio per potersi sposare, magari andando anche contro a qualche regola sociale o di buon senso, o a qualche richiamo al buon senso, perché loro si amavano tanto, e poi venivi a sapere che erano finiti a momenti a coltelli che “Kramer contro Kramer” scànsati.: lui era solito esclamare, con tono tra l’enfatico e il sarcastico, “Questi grandi amori!”.

Perché lui non ci credeva ai grandi amori sai, lui era della generazione che credeva nell’impegno, nella famiglia che si costruiva con rispetto, credeva nella famiglia in cui entrambi i coniugi si rimboccavano le mani per farla funzionare, e alla fine funzionava davvero. Hanno risollevato la nazione quelle generazioni, quanto la nostra l’ha affossata e non vi sta lasciando che macerie, morali e materiali.

Tu figlia mia, ora hai deciso di sposarti, ma perché lo fai? Perché lo ami? Ma migliaia, centinaia di migliaia, milioni di famiglie ci hanno dimostrato che l’amore non basta. Per formare una famiglia ci vuole la capacità di farlo, ci vuole intelligenza, un buon carattere, rispetto, perché di coppie che “si amavano tanto” e sono finite a dilaniarsi ne ho viste fin troppe.

Tu mi dirai “Ma me la stai tirando?”. No amore mio, ti pare che invece di augurarti ogni felicità te la tiro? La tua felicità è la mia unica felicità, e proprio per questo oggi, invece di gioire, ho tanta paura. Tu mi dirai che lui è l’uomo migliore del mondo, e io penso che magari tutte le donne che si sono sposate pensavano lui fosse l’uomo migliore del mondo ma poi? A volte non lo era, a volte magari lo era pure ed è cambiato, perché le cose del mondo sono tante. Tra me e mio marito sai perché finì? Perché lui perse il lavoro, e io contemporaneamente avevo spiccato il volo e facevo carriera: l’uomo difficilmente tollera che una donna sia socialmente ed economicamente più di lui, è allora che spesso cambia e che si verifica quello che io chiamo “l’effetto mostro”, ti sei sposata una persona e te ne trovi accanto un’altra, ma per la legge è sempre lui, l’uomo cui hai unito le tue sorti, cui ti sei legata mani e piedi.

E poi ci si dilania in tribunale, e troppo spesso volano colpi bassi, si riccorre a mezzi vergognosi, e l’infamia segna punti. Amore mio, sei ancora in tempo, ma chi te lo fa fare? Falla lo stesso la festa, vacci lo stesso a convivere, falli lo stesso i figli, ma non ti legare mani e piedi!

Sai cosa mi disse un’amica di cui, purtroppo, non seguii il consiglio? Ricordati che sposarsi e facile, è divorziare che è difficile.

Scappa amore di mamma, con tutti gli altri, domani, m’inventerò qualcosa io.

Cicciona e l’uomo di poca fantasia

C’è uno spiazzo davanti a una scuola frequentato praticamente solo quando la scuola è aperta. Prima era solo un parcheggio, recentemente ne hanno aperto un lato per consentire l’accesso alle automobili che tuttavia, quando la scuola è chiusa, ben poco motivo hanno di transitare.

In un angolo di questo spiazzo la domenica mattina apre il suo banco una contadina che offre prodotti freschi dell’orto e, soprattutto, le cosiddette “uova felici” (uova di galline ben tenute che razzolano libere e non subiscono vessazioni).

Quasi ogni domenica mi faccio una passeggiata per la spesa settimanale di verdura.

Qualche domenica fa stavo camminando nello spiazzo deserto, per la precisione all’interno della riga bianca che delimita il parcheggio, accingendomi ad attraversare lo spiazzo per raggiungere il banco.

A un certo punto entra un’automobile dall’ingresso recentemente aperto e sembra quasi mi stia puntando, dirigendosi verso la parte della strada delimitata dalla striscia bianca in cui stavo camminando. Io, ritenendo che dovesse parcheggiare, mi sposto tranquillamente dalla parte della strada, che tanto dovevo attraversare.

A questo punto il tizio esce dall’area parcheggio e mi punta di nuovo, e io nuovamente mi faccio da parte per farlo passare pensando “Boh, mi pareva dovesse parcheggiare, invece evidentemente deve solo transitare”.

A quel punto il tizio apre il finestrino e mi grida “DEVI CAMMINARE SUL MARCIAPIEDE!”.

Mi è mancata la risposta “Facci camminare tua madre che c’è più abituata!”, una volta realizzato che i suoi  zig-zag con simulazione d’investimento” erano nient’altro che “spedizioni punitive” per “insegnarmi l’educazione”.

Gli rispondo invece “Io cammino dove mi pare!”, non tanto perché lui avesse torto come principio, quanto perché stizzita per la sua reazione da psicopatico “rieducatore dell’umanità”.

Lui mi risponde “Cicciona!”, al che francamente mi viene da ridere per la sua incontrovertibile povertà di spirito.

Insomma, sto camminando sulla strada anziché sul marciapiede, dammi dell’incivile piuttosto, ti ho risposto che cammino dove mi pare, dammi della prepotente semmai, della maleducata, ma tu mi inveisci contro chiamandomi “cicciona!”, e che c’entra?

Probabilmente solo che, oltre che psicopatico, sei pure un analfabeta che conosce quattro parole in croce e non sa usare neanche quelle. Probabilmente, se fossi stata magra, mi avrebbe apostrofato con l’appellativo “Zoccola!”, tanto certa gente più in là di quello non va.

Re Carlo III (con buona pace dei detrattori di “Re Tampax”)

***

Chiariamolo subito, io sono dalla loro parte: quale persona di buon senso potrebbe non esserlo?

Abbiamo amato Lady D., per carità, io in primis, e ritengo così ingiusto che sia morta così giovane, e in quel modo poi! Era un mito, era la principessa del popolo, era una leggenda ma, con buona pace di tutti, non era l’amore di Carlo, non lo è mai stata.

Camilla e Carlo si sono conosciuti e si sono innamorati, a quanto ho capito prima del matrimonio di entrambi. Sarebbe potuta essere la loro una storia lineare e felice, e invece no, lei è stata ritenuta indegna dalla Corte che ha ritenuto necessario e inderogabile troncare questa storia prima del nascere.

Ma era già nata.

Hanno fatto sposare lei all’ufficiale dell’esercito Andrew Parker Bowles (e non capisco perché ancora oggi, dopo il divorzio dal primo marito e il matrimonio con Carlo, continuino a riferirsi a lei come Camilla Parker Bowles), e lui all’illibata Lady D. Ebbene sì, questa è stata una delle doti richieste a Lady D., sulla quale si sono precipitati a giurare, spergiurare e garantire una pletora di amici, parenti e conoscenti: Lady D. era assolutamente illibata. “E allora?”, diremmo noi oggi con una diversa mentalità, ma la mentalità di oggi non è quella di ieri e, soprattutto, quella dei comuni mortali non è quella dei reali.

Lady D. è stata mai innamorata di Carlo? Probabilmente sì. Ma era innamorata di lui o della favola bella che sembrava la vita le stesse apparecchiando? Forse di entrambi, non ci è dato saperlo. Ma al momento del matrimonio, sapeva di Lady C.? Non lo sapremo mai, voglio sperare di no, perché una donna che accetta di sposare un uomo innamorato di un’altra è una suicida.

Fatto sta che, per espressa ammissione di Diana, Camilla nella testa e nel cuore di Carlo c’è sempre stata, e il loro matrimonio è stato troppo affollato fin dal primo momento.

Divorziati, lei ha preso la sua strada e lui la sua, che era quella di principe ereditario.

Ha continuato a frequentare la sua Camilla, lei ha divorziato (non ricordo francamente se prima o dopo la morte di Diana), hanno continuato ad essere uniti e complici fino a quello che sembrava l’impossibile coronamento della loro storia d’amore: in cinquant’anni di grande indefesso amore e complicità, avranno pure dimostrato qualcosa?

E da quando si sono sposati, avete mai sentito una voce, un pettegolezzo, un accenno di crisi o di scandalo? No. Cinquant’anni di grande, incommensurabile, indissolubile, tenace amore.

E arriviamo al Tampax, su cui faceva tanto sarcasmo una tizia cui alla fine ho smesso pure di rispondere.

Avete presente i segreti del talamo? Avete presente quello che succede in una coppia più che normale in camera da letto? Non stiamo parlando di nessuna perversione, ma di un dialogo tra amanti, confidenti, complici che è stato un abuso avere intercettato, un abominevole reato avere diffuso, e segno quello sì di patologica morbosità avere ascoltato e giudicato.

Io personalmente non poggio l’orecchio sulla porta delle altrui camere da letto, non origlio né guardo dalla serratura.

Io ricordo Camilla, sinceramente affranta per la morte di Diana, dire “Volevo la mia felicità, ma non a questo prezzo!”.

Da che la conosciamo si è presentata come una donna dignitosa, che è sempre stata al suo posto, anche con umiltà e spesso ingoiando bocconi amari.

Alla fine è stata accettata persino dall’intransigente Regina Elisabetta II che ha acconsentito al matrimonio e addirittura, pochi mesi prima della morte, dato disposizioni affinché, con l’ascesa al trono di Carlo, il suo titolo fosse quello di Regina consorte: che dite, per avere ottenuto questo dalla Regina Elisabetta qualche merito l’avrà avuto?

Carlo stesso, che non mi è mai piaciuto, accanto a lei sembra avere acquistato una diversa maturità, quiete, tranquillità, forse chissà, persino saggezza, che mi sembrano buone basi per governare, per quanto possa governare un Monarca nel Regno Unito e per questo, per quanto mi riguarda, lunga vita al re e alla sua Regina consorte Camilla, senza nulla togliere all’amata e compianta – e mai di fatto facente realmente parte della Corte – Lady D.