La doppia fila

Se c’è una cosa che detesto è l’inciviltà, e tra le forme d’inciviltà quotidiane una di quelle più insopportabili è il parcheggio selvaggio.

Ora, io abito a Roma dove la situazione del traffico e della quantità di auto in circolazione è drammatica, e un po’ d’elasticità ci vuole, ma un conto è un po’ d’elasticità, da una parte e dall’altra, un conto è l’inciviltà assoluta come totale mancanza di rispetto per il prossimo.

Non c’è niente di peggio che parcheggiare la macchina e quando la vai a riprendere trovarla bloccata da una macchina in doppia fila, e mica per cinque minuti!.

Ora, io capisco che a Roma la ricerca di un parcheggio può anche durare ore (io una volta, andando a trovare mia madre, girai per oltre due ore e poi rinunciai e me ne tornai a casa mia, un’altra volta al lavoro dopo due ore e quaranta di giri telefonai, presi un giorno di ferie e pure lì me ne tornai a casa), ma bisogna pure che uno si organizzi per non rovinare la vita al prossimo. Molte persone che conosco quando devono andare in giro si organizzano con un familiare che resti in macchina per spostarla all’occorrenza se sono in doppia fila o davanti a un passo carrabile, oppure si muovono coi mezzi, oppure lasciano un bigliettino sul cruscotto con su scritto “Per spostare la macchina rivolgersi al negozio x civico y, ci scusiamo per il disturbo”: tutto questo, in una città dove parcheggiare è impossibile, mi sembra un buon compromesso. Vanno bene pure i due minuti con le luci accese, che in teoria significherebbero “Un attimo solo e torno”, quando uno deve consegnare o ritirare un pacco, il tempo di entrare ed uscire, al massimo, e dico MASSIMO, due o tre minuti, anche se ho visto macchine lasciate le giornate intere con i lampeggianti, e poi abbandonate lì causa batteria scarica fino ad intervento di soccorso).

Insomma, dicevo, ieri avevo accompagnato mia figlia in un posto (dove per l’appunto non si parcheggia, motivo per cui l’ho accompagnata) e, avendo avuto la fortuna invece di trovarlo un parcheggio, l’aspettavo fuori passeggiando avanti e indietro.

A un certo punto arriva una macchina e, giuro, senza nemmeno aver fatto un giro di ricognizione, si parcheggia bella bella davanti a due automobili regolarmente parcheggiate a pettine. Ingoio, non so chi sia, né che deve fare, etc. etc. etc.

Entra in un ambulatorio, mi dico che se fosse venuto il proprietario di una delle due macchine bloccate gli avrei dato indicazioni di dove trovare la proprietaria della’autombile per farla spostare. Dopo cinque minuti riesce e mi dico “ok, era veramente una cosa breve” e non ci penso più. Dopo un po’ mi giro e l’automobile era ancora lì, rigorosamente non presidiata e, come è normale che avvenga in questi casi, arriva il proprietario di una delle due macchine che ha bisogno di uscire e si ritrova bloccato. Prova a suonare il clacson (e già non è giusto che uno per poter uscire debba disturbare tutta la via – tutta la piazza in quel caso), ma nulla, la signora si è dileguata. Iniziamo a parlare dell’inciviltà di quel comportamento e della piaga che sono questi parcheggiatori selvaggi, quando da lontano vedo avvicinarsi la signora che si avvicinava sculettando con la massima tranquillità. Le faccio segno di sbrigarsi che c’è una macchina che deve uscire, e lei fa affretta il passo e arriva dichiarando di averla appena lasciata. Il signore le risponde a tono seccato, e lei incalza dicendo che si era allontanata solo per cercare parcheggio. “Signora, il parcheggio si cerca in macchina!” tuona il tizio, ma lei continua a sostenere tesi inverosimili e allora scoppiamo entrambi contro l’inciviltà del suo comportamento, che la smetta di arrampicarsi sugli specchi e il proprietario della macchina bloccata la invita a tagliar corto, spostare la macchina e girare al largo.

Lei si sposta, il signore esce, lei entra nel parcheggio che si è liberato e io continuo a passeggiare su e giù aspettando mia figlia.

A un certo punto mi sento inveire contro dalla signora, chiaramente una piazzarola di bassa lega il cui infimo livello si sarebbe potuto evincere dal modo in cui mi ha aggredito, se non fosse bastato il parcheggio, accusandomi di essemi immischiata in affari che non mi riguardavano perché la macchina bloccata non era la mia. A Roma si dice “Ce ribbatte pure de’ cassa!”: oltre al torto marcio, aveva pure di che protestare!

Me la sono mangiata viva, le ho detto che l’inviciltà dei cittadini è un problema di tutti, che la gente come lei rende difficilte la vita a tutta la comunità che continuamente si ritrova bloccata da incivili come lei e si trova costretta ad aspettare i suoi comodi. Lei rincalzava, e io figuratevi se non le tenevo testa.

Quando mia figlia è uscita e le ho raccontato l’episodio, mi ha data torto sostenendo anche lei che mi sarei dovuta fare gli affari miei. Poi l’ha raccontato al padre il quale invece mi ha, del tutto inaspettatamente, dato del tutto ragione e agggiungendoci il carico.

Ha raccontato infatti che sotto casa sua, zona dove – del tutto eccezionalmente a Roma – non c’è mai problema di parcheggio, c’è un bar davanti al quale le macchine si mettono tranquillamente in doppia fila quando, pochi metri più in là, c’è tutto il posto di questo mondo. Creano una strettoia, e a lui ogni volta che ci passa va il sangue alla testa a dover “subire” la strettoia e vedendo due passi più in là il vuoto assoluto. Mi ha raccontato di un altro che si era messo davanti al passo carrabile di un condominio, bloccando 37 automobili. Tornato con calma, e regolarmente rampognato a brutto muso, ha avuto la facca di rispondere con l’aria scocciata e scanzonata – anzi, canzonatoria – “Aho, che voi che m’enginocchio?”.

Che facce da schiaffi, e quanto volentieri gliene darei tanti, ma proprio tanti, come si suol dire qui “a due a due fino a che non diventano dispari”!

Tra zucchero e caffè, pane e pezzette

Intanto buon 2021!

Ho scelto quest’immagine perché esprime perfettamente il mio stato d’animo ma, considerando che ne hanno fatto per l’appunto una vignetta, ho ragione di credere che sia uno stato d’animo piuttosto condiviso.

Il 2020 è stato duro, durissimo, e per quanto decisamente non sia stato il mio anno sfortunato, direi tutt’altro, ha visto uno scenario mondiale simile a una guerra, e per giunta con armi non convenzionali.

Una pandemia che ci ha colto di sorpresa e che, diciamocelo, non siamo stati capaci di gestire. Molte le persone di coscienza e civili, per carità, ma il loro impegno è stato vanificato per interessi economici, governanti incapaci, e una gran fetta di popolo viziato convinto che coi soldi e col potere ci si possa permettere tutto, oltre all’orda di negazionisti ignoranti e incoscienti.

Ma non è di questo che vi voglio parlare anche perché, diciamocelo, tutti sappiamo già tutto, sono argomenti che oramai ci escono dagli occhi.

Volevo dirvi che, arrivata finalmente al 2021, mi trovo in un momento di grazia, col cuore gonfio d’amore e di felicità.

Intanto perché, dopo una vita vissuta carica di rancore nei confronti di mia madre, ho finalmente avuto l’illuminazione che aspettavo da sempre: l’ho capita.

Ho capito il suo piccolo mondo, le sue piccole cose, le sue piccole idee. Alla fine è stata una donna vittima di se stessa, e anche dei suoi piccoli sogni semplici, della sua piccola vita semplice, dei suoi piccoli desideri semplici.

Il medico di famiglia sosteneva che i miei problemi con la mia famiglia fossero dovuti al dislivello culturale, e io rispondevo piccata che mica litigavamo su Shakespeare o su Dante Alighieri. In realtà il livello culturale non è una questione di conoscenze e nozioni, ma di apertura mentale, di capacità di spaziare, di accettare il diverso, di rispettarlo, anche se questo diverso è tuo figlio, capire che è una persona e non un pezzo di te, capire che il fatto che non sia un soldatino ai tuoi ordini non fa di lui un delinquente da piegare a qualsiasi costo.

Questo fatto non è così scontato come spero sia per voi che leggete, ci sono ancora genitori, in culture più arretrate, che scatenano reazioni che arrivano fino all’omicidio per una figlia che non veste come loro ritengono sia giusto vestire e non sposano l’uomo che loro decidono sia giusto sposare. Ci sono genitori che hanno rovinato i figli “per il loro bene”, semplicemente non capendo che i figli sono altro da noi, sono individui a sé stanti, e li hanno obbligati a studi e carriere totalmente alieni dalle loro inclinazioni.

Ma torniamo allo zucchero e al caffè, al pane e alle pezzette.

Mia nonna aveva un’amica, una grande amica dai tempi della giovinezza. Penso che non ci sia nulla di male a dirne il vero nome, visto che oramai sono morte entrambe da decadi. La sua amica si chiamava Margherita, ed era una persona semplice, che conduceva una vita semplice ed abitava in una casa semplice. Quello che ricordo di nonna era la sua serenità quando si sedeva in quella casa e chiacchierava con la sua amica, sembrava tornata ragazzina. Ricordo le risate argentine, ma soprattutto ricordo il clima di estrema confidenza.

Quello che m’imbarazzava però è che quando l’andava a trovare le portava sempre una confezione di zucchero e una di caffè. A me bambina sembrava molto inappropriato, con i miei ero abituata che quando si andava a trovare qualcuno si andava in pasticceria e si comprava un vassoio di dolci, forse qualche volta, più raramente, un mazzo di fiori, ma mai, mai ci saremmo permessi di portare a qualcuno un chilo di zucchero e una confezione di caffè! Margherita prendeva questi pacchetti e mostrava di gradirli molto, e ringraziava veramente piena di entusiasmo.

Ora, da adulta, diciamo da molto adulta, ho iniziato anch’io a disprezzare formalismi e regali inutili, dolci che nessuno può mangiare per problemi vari di glicemia e colesterolo, ma anche perché le famiglie sono piccole e tutto avanza e si spreca, e poi il pasticcino è ormai una cosa alla portata di tutti, non certo un lusso portato dall’ospite in visita.

Ho anch’io oggi un’amica carissima, di cui invece ometterò il nome per motivi di privacy e che chiamerò Luisella, nome di fantasia, con cui ho più o meno lo stesso tipo di rapporto.

Giorni fa dicevo a mia figlia che con Luisella mi trovo benissimo perché è una persona semplice, dai valori antichi, che apprezza le piccole cose. Noi per aiutarci ci rimbocchiamo le maniche, non compriamo cose, e anche quando ci scambiamo regali sono cose concrete, ben lontane dai regali “classici” che generalmente le persone si scambiano. Luisella è una di quelle cui mi sentirei di portare un chilo di zucchero e un pacco di caffè, e quando sto con lei mi sento come mia nonna con Margherita: a mio agio e spensierata.

Mi torna allora in mente mia madre, e il racconto di mia figlia che, riandando nella sua casa per portare via qualcosa, è scoppiata in lacrime davanti alla sua scatola di pezzette, che la facevano sentire una regina.

Anche mia madre era una persona semplice, che si accontentava di poco e niente, anche se a volte la vita non le ha dato neanche quel poco e niente che le sarebbe bastato.

Mio padre era più “casagrande”, mia madre una formichina che citava spesso l’adagio “con l’ago e la pezzola si manda avanti la famigliola”, era quella che cuciva e rammendava, e se un vestito si macchiava in maniera indelebile sopra la macchia faceva un bel ricamino e ce lo restituiva più bello di prima.

Ricordo lo sportelletto del contatore dell’acqua, che era tutto scrostato e lei, invece di scartavetrarlo e ridipingerlo come avrei fatto io, incapace di certi lavori “da uomo”, gli aveva fatto una bella foderina con una stoffa fiorata.

Mio padre quasi disprezzava questa sua attitudine alle “pezzette”, ma è grazie a queste sue abilità manuali che lei è riuscita a mandare avanti dignitosamente la famiglia anche nei periodi più bui, quando comprare un vestito nuovo era un lusso irraggiungibile.

Ecco, questa ventata di vita semplice rientrata nella mia vita con questa amica, di vecchissima data ma solo recentemente ritrovata, mi ha fatto bene al cuore e questo suo aiuto, fatto non di inutili oggetti regalati da seppellire in fondo a qualche cassetto ma di sostegno concreto, mi sta facendo recuperare forze e quell’entusiasmo che da tempo mi era venuto meno per una deprimente sensazione di totale mancanza di appoggio.

Brindo dunque al 2021, che porti a noi tutti l’uscita da quest’incubo dell’epidemia e che, con la crisi che avrà portato, faccia riscoprire a noi tutti i valori più veri e genuini.

Buon 2021!!!

 

 

L’oceano e la pozzanghera, tra comprensione e compassione

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Tempo fa una blogamica, mi pare Ili6 (non vorrei far torto a nessuno, non sono riuscita a ritrovare il commento), scrisse più o meno che quello che ci addolorava e sgomentava di più, di fronte al tradimento di un legame, era lo scoprire che le persone per cui avremmo attraversato l’oceano a nuoto per noi non erano disposte neanche a saltare una pozzanghera.

Ho riflettuto molto su questo concetto che è assolutamente vero, ma con il tempo e con tante esperienze, non ultime quelle luttuose, l’ho integrato con un’altra considerazione, nata da altre consapevolezze: probabilmente il fatto è che attraversare l’oceano a nuoto è quello che eravamo in grado di fare noi, mentre l’altro non poteva, non era in grado, è rimasto inebetito davanti alla pozzanghera e non è stato in grado di decidersi a saltarla.

Essere deboli, essere piccoli, essere poca cosa, non credo che  sia qualcosa che uno si sceglie: quasi tutti vorremmo più o meno essere grandi eroi, o magari grandi criminali, ma comunque grandi. E invece capita di essere piccoli, di essere più o meno quelli che con tanto disprezzo definiamo dei “poveracci” (e non in senso economico), di appartenere alla categoria “vorrei ma non posso” (e anche qui non intendo nulla di materiale).

Mi ricordo una volta, durante un confronto con la responsabile di una casa famiglia, che questa mi disse che poi alla fine quello che si diceva ai bambini è che i genitori non li avevano abbandonati, ma stavano male loro e ce l’avevano messa tutta per guarire, per uscire dalla loro situazione di inadeguatezza, ma non ce l’avevano fatta.

Se guardo indietro e ripenso alle persone che mi hanno fatto tanti torti, e che io al momento ho detestato (al momento? A volte per anni!), mi rendo conto che erano semplicemente persone tanto piccole, spesso vittime di se stesse, spesso dalla vita dimessa, ma anche quando si tratta di persone che, prive di scrupoli, sono riuscite magari a ottenere materialmente di più nella vita, sono comunque persone con cui non mi cambierei, e da cui sono felice di essere ben diversa.

E’ quindi grazie alla comprensione di questa piccolezza e alla compassione per l’umanità di queste debolezze, che sono riuscita a fare quello che pensavo di essere incapace di fare, e cioè perdonare, perdonare dal più profondo del cuore, che poi è l’unica cosa che permette di liberarsi dal rancore che avvelena e riuscire a guardare finalmente avanti.

 

The winner is…

Ci sono dei momenti, quelli più significativi della tua vita, in cui ti passano davanti tutti i momenti cruciali, quelli in cui hai dovuto prendere una decisione, di fronte a quel bivio della vita drammaticamente sempre senza indicazioni.

Quando, dopo la proclamazione di mia figlia, dottore in medicina e chirurgia a pieni voti, ho scartato la corona d’alloro e gliel’ho posta sul capo, non vi dico che emozione.

Mi sono ripassati davanti quei mille momenti, da quando io, ragazzina di tredici anni, passai tutta l’estate a lavorare per guadagnarmi i soldi per l’università, e così avrei fatto per tutti gli anni a seguire, fino al diploma, conseguito con un anno di anticipo, sempre sperando che quell’anno risparmiato fosse il mio margine di manovra per l’accesso agli studi universitari. Della mia “Notte dopo (quella) degli esami” vi ho parlato in altro post, un sogno mai realizzato, fino ad arrendermi davanti a una sorte che contro questo sogno era sembrata accanirsi più e più volte, fino allo sfinimento.

E poi quell’altro giorno, quella prepotenza di un uomo che non accettava di essere lasciato, e ha dato te come frutto, concepita in un momento difficile, in cui la mia azienda era in crisi, il mio mutuo alle stelle, la mia salute provata, tuo padre assente.

Inutile negare che avevo paura, tanta, e non ringrazierò mai abbastanza il cielo di essere sempre stata contro l’aborto, perché in quelle circostanze forse qualcuna avrebbe preso – sulla paura del momento – l’autolesionistica e aberrante strada più facile, mutilando se stessa del bene più grande al mondo.

E ricordo il rimboccarmi le maniche senza sosta, il quasi svenire per la stanchezza, le corse per andarla a riprendere in tutte le scuole in cui la segnavo perché, con un lavoro la cui sede veniva spesso spostata e la mancata possibilità economica di ricorrere a una scuola privata o a una baby sitter, me la portavo dietro ovunque andassi, iscrivendola alla scuola più vicina, o a quella con l’orario più lungo, prescuola, postscuola, tutti li abbiamo fatti.

E nel postscuola rimaneva spesso da sola, con maestre e bidelle che si lamentavano davanti a lei: “Ma quando viene la madre a prenderla?”, “Ma non ce l’ha una madre questa?”, e lei si nascondeva mortificata in un armadietto, mentre io correvo, correvo, correvo…

Ricordo un giorno che tardai dieci minuti, e una bidella non vi dico come mi urlò contro. Presi mia figlia, me l’abbracciai e uscii, e poi in macchina scoppiai a piangere senza ritegno, con mia figlia che mi chiedeva perché.

Oggi mi sento la persona più forte e più grande del mondo, che ha avuto ogni successo e ha sbaragliato tutto e tutti, perché sì, certo, il traguardo di questa splendida laurea è suo, lei ci ha messo la sua bella testa, il suo bel cuore, un’inaspettata disciplina, notti insonni di studio, ma lei è stata al volante di una macchina che io ho costruito pezzo per pezzo, che ha percorso una strada che ho asfaltato a mani nude centimetro per centimetro, per cui la guardo negli occhi e mi dico “The winner is… “

Tutt’e due amore mio, tutte e due, fianco a fianco dal primo istante della tua vita ❤ .