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Estate, I love you!

Io posso capire la gente di destra e quella di sinistra, posso capire i nazionalisti e i globalisti, posso capire quelli a favore dell’immigrazione e quelli contro, i salviniani e i renziani, posso capire tutto, ma una categoria di persone, tra l’altro molto nutrita , non riesco a capire: quelli che amano l’inverno e detestano l’estate.

Dico, non è questione di gusti, si dà il caso che esista l’elioterapia e non la buioterapia, che si consiglino per la salute e una buona convalescenza soggiorni al mare – s’intende durante la buona stagione – e non sotto l’acqua piovana o al polo nord, etc. etc. etc.

E poi, per l’appunto, l’estate si chiama “la bella stagione” e l’inverno “la brutta stagione”, e che diamine, mica me lo sono inventata io!

D’estate c’è tanta luce, le giornate sembrano non finire mai, sembra che si allunghi la vita, che ci sia tempo per fare tutto, comprese passeggiate tra il verde. D’inverno alle cinque – se non alle quattro – è già buio, io personalmente vado a lavorare che è ancora buio ed esco dall’ufficio che è già buio.

Io d’estate sto bene.

Roma è una città caotica, invivibile, ma dopo le scuole incomincia a svuotarsi ogni giorno di più, fino ad arrivare ad agosto quando diventa un paradiso a misura d’uomo, una città d’arte da godere e non l’inferno sulla terra.

La gente è più rilassata, in macchina si circola, il parcheggio si trova.

“Ma ci sono le zanzare!”.

Non so da voi, ma qui le zanzare ci sono tutto l’anno, saranno zanzare geneticamente modificate, gireranno col cappotto, che vi devo dire, il motivo non lo so, ma ci sono tutto l’anno.

“Ma si suda!”. Embè, làvati, non c’è niente di più gradevole che mettersi sotto la doccia quando si è accaldati.

“Ma la gente puzza!”.

Embè, e io devo vivere al buio e al freddo per risparmiare alla gente la fatica di lavarsi? Ma figuriamoci! E comunque odiare la puzza è cosa diversa dall’amare il freddo!

Insomma, mille e mille volte, viva l’estate!  ❤

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Piccoli miracoli (by Valentino)

Da un commento di Valentino, una storia troppo bella per non diffonderla!  ❤

Mio nonno Ellias Snap, che di mestiere faceva il sarto, tornava un giorno da un cliente. Siccome faceva un freddo cane decise di non fare la strada normale ma di accorciare per il campo innevato (il destino!). Ad un certo punto sentì il pianto di un bebè. Ovviamente si avvicinò e rimase stordito nello scoprire una piccola anima di Dio abbandonata NELLA NEVE. La prese e corse subito a casa.
Erano gli anni 30, e sappiamo che erano anni di crisi, di povertà, di incertezze. Lui sapeva che se l’avesse portata all’orfanotrofio non avrebbe avuto nessuna chance di restare in vita. E poi, lui era ebreo e già non era visto di buon occhio dalle autorità pro fasciste.
Cosi decise di pagare una balia per allattarla e curarla. Certo, non era ricco, ma con il suo mestiere riusciva a campare abbastanza. Poi, col tempo, si rese conto di non poter mandarla via. La chiamò Manta, benedicendola nel suo rito ebraico, ma non la obbligò mai a mantenere la religione ebraica. Anzi, quando la mamma sposò il mio papà (ortodosso) le permise di abbracciare anche lei l’ortodossia. Non c’entrava la religione, solo la felicità di sua figlia.

L’uomo scodinzolante

Mi ha fatto un po’ effetto, lo ammetto. Lo conosco come un inappuntabile manager, poi incrocia una bella donna e lo vedo, sorprendentemente, cambiare aspetto, respiro affannoso, quasi suda, decisamente scodinzola correndo a destra e a manca per accontentare la bella.

Ho sbagliato a scrivere “mi ha fatto un po’ effetto”, la verità è che sono rimasta strabiliata dalla sua repentina trasformazione da uomo tutto di un pezzo a cagnolino scodinzolante, ma non è la prima volta che assisto a una simile trasformazione da parte di un uomo.

Pure un mio ex una volta – lo ammetto, eravamo alle battute finali: un uomo duro, tagliato con l’accetta, eppure… eravamo giù al portone non ricordo neanche di chi, avevamo già citofonato e ci era stato aperto quando arriva una bella donna, molto appariscente, che suona allo stesso citofono. Lui cambia voce, attacca bottone dicendo che conosce la persona cui ha citofonato e chiede se può esserle d’aiuto: di che aiuto vuoi che abbia bisogno, imbecille, la vuoi portare in braccio fino a destinazione? Lei declina con tono asettico, ma lui rimane lì, al portone, imbambolato, sull’attenti, col sorriso ebete stampato in faccia, un accenno di cresta di gallo cedrone sventolante sulla testa.

Mi rivolgo a lui algida: “Non dobbiamo salire?”. E lui, come risvegliandosi di soprassalto, perde il sorriso ebete che aveva stampato in faccia e torna alla realtà: “Ah, sì sì, certo!”.

Potrei descriverne altri: c’è del patetico nella trasformazione di certi uomini quando vedono una bella donna, perlopiù appariscente, diventano immediatamente servili, scodinzolanti per l’appunto, respiro affannoso, bava alla bocca. Cambia persino il loro modo di camminare, pure quello affannoso, affrettato il più possibile nonostante, il più delle volte, la pancia da commenda, pare di sentire un “ARF, ARF!” mentre si muovono agitandosi scompostamente.

Ieri ho letto una vignetta, che mi dispiace non aver salvato perché oggi mi sarebbe venuta comoda per questo post, di una gnoccona che chiede al suo uomo “Ma che cosa ti piace di me?”. “Tutto,” risponde lui, “dalla A alla Z”. “Ma più di tutto?” insiste lei. E lui, con l’immancabile bava alla bocca: “La F!!!!’ (insomma, una lettera a caso!).

Telefonare è maleducazione?

Parlavamo con una persona relativamente al telefonare, e lei mi diceva che preferisce mandare messaggi perché telefonare è maleducazione. Ma come? Una volta telefonare era un modo per dimostrare attenzione, affetto, e proprio educazione! I genitori – ma non solo loro – rimproveravano “Non fai mai una telefonata!” e persino Baglioni cantava “E questi figli che non chiamano mai”. E dagli amici, non siete forse mai stati rimproverati perché non vi facevate sentire? Una mia conoscente mi diceva “Sei l’unica che chiama disinteressatamente, semplicemente per sapere come sto”.

Certo, prima non esistevano Messenger, Whatsapp e altre diavolerie, ma insomma, addirittura passare da segno di affetto e cortesia a forma di maleducazione ce ne corre!

Mia madre è sempre stata controcorrente, lei il telefono lo odia da sempre, lo ritiene “una persona maleducata che abita in casa con te e ti disturba nei momenti più inopportuni” (oddio, forse ora che è anziana e sola un po’ idea l’ha cambiata…), e bisogna pure dire che i call center (e a me pure Attila) ce l’hanno fatto odiare, perché un conto è interrompere quello che stai facendo (ammesso e non concesso che tu stia facendo qualcosa) per sentire una persona amica con cui fare due chiacchiere piacevoli – o comunque ricevere una qualche comunicazione d’interesse, un conto è essere bombardati da numeri sconosciuti, potenzialmente anche truffatori: che poi, quelli di questi call center, prima erano soprattutto insistenti, ora stanno via via diventando sempre più maleducati e sbattono il telefono in faccia non appena cominci a far presente che non sei interessato.

Tornando a bomba, questa persona – giovane – mi diceva che preferiva mandare un messaggio ma, come diceva giustamente il mio capo, i messaggi non valgono come comunicazioni, perché non puoi mai sapere se sono arrivati e se sono stati letti, e infatti io mi regolo che per messaggio mando solo le comunicazioni poco urgenti, per esempio gli auguri, e certo non farei come una mia amica che mi scrisse un sms chiedendomi di far scorrere l’acqua che arrivava assetata, sms letto circa due giorni dopo se non di più.

Ultimamente un amico, che mi avrebbe fatto molto piacere sentire, ha avuto la pessima idea (pessima per me, perché si dice che sia invece indice di buona educazione) di far precedere la telefonata da un sms, sms visto da me solo alcune ore dopo, quando oramai il momento magico per poter telefonare era passato.

Ancora, una vecchia blogamica mi inviò un messaggio per avvisarmi che sarebbe venuta a Roma, e lo mandò a un telefono dismesso che consulto ogni morte di Papa, per cui quando lo lessi lei era già venuta e andata senza aver ricevuti cenni di vita da parte mia: insomma, pensatela come volete, per me il messaggio è inaffidabile, e se avete urgenza di comunicare qualcosa, per quanto mi riguarda chiamatemi, e fatelo pure squillare tanto ‘sto telefono!

In politica, ovvero l’Italia che vorrei #2

Per fare un governo non servono dei tecnici, basterebbero dei contadini. I contadini infatti ben sanno che, per far crescere bene la pianta, per prima cosa bisogna eliminare i parassiti!

***

Mia figlia continua a sostenere che mi vedrebbe bene in politica (di cui non mi sono mai occupata), ma anche altri sostengono che io le capacità le avrei eccome, e potrei fare del bene alla nazione. Ripropongo dunque il mio manifesto elettorale (vabbè, le elezioni ci sono appena state, sarà per le prossime 😉 ). Quali altri problemi vivete e vorreste fossero affrontati e come? Indicatemeli, e discutiamone insieme.

Ci tengo comunque a chiarire varie cose: quello che vorrei è una cosa, quello che poi sarebbe oggettivamente possibile fare con i vincoli esistenti probabilmente si discosterebbe, ma credo sia comunque bene stabilire dei principi quantomeno a cui tendere.

Quello di cui non ho parlato nel post precedente e che invece è un argomento che ho molto a cuore, è l’ambiente: un ambiente sano, in cui la salute delle persone non sia minacciata, è sicuramente ciò cui mi dedicherei in maniera prioritaria. Pure al numero uno della mia agenda sarebbe la Sanità Pubblica: tutto il resto è meno importante perché, qualunque sia la vita che vogliamo vivere, essere vivi è decisamente la conditio sine qua non.

L’attenzione all’ambiente e alla salute dei cittadini, comporterebbe pure un controllo ulteriore e prioritario dei prodotti importati (traduzioni: basta pomodori cinesi sulle nostre tavole, laddove i nostri bei pomodori maturati al sole finiscono nelle discariche).

Mens sana in corpore sano, questo aspettatevi sia il mio impegno al governo: salute, istruzione, e poi il lavoro verrà da sè (vabbè, proprio da sé no, ma ci siamo capiti).

 

 

I diritti delle donne

Voi che mi conoscete da tempo sapete che non sono una gran femminista, tutt’altro, e le femministe – quelle scatenate intendo – non le vedo tanto di buon occhio: sono donne che secondo me screditano la figura della donna anziché giovarle, la riducono a un pezzo di bassa macelleria, e poi alla fine la rendono anche sola, senza un compagno perché “io sono mia”, senza figli o con figli trascurati perché loro “devono vivere”, sul lavoro spesso caricature di un maschio che tentano di scimmiottare, anziché concentrarsi sui propri punti di forza e sulle proprie peculiarità.

Donne che a volte si fanno usare e che ho visto troppo spesso farsi trattare dagli uomini in modi che nessuna “non femminista” avrebbe mai permesso.

Non mi piacciono le loro battaglie becere, i loro slogan volgari (l’ultimo è stato che ai feti di gomma preferiscono i falli di gomma), me le ricordo ancora ai tempi del mio liceo questa scalmanate-scarmigliate-scatenate che urlavano “l’utero è mio e me lo gestisco io” e “col dito, col dito, l’orgasmo è garantito”, slogan quest’ultimo cui gli uomini rispondevano goliardicamente “col caxxo, col caxxo, è tutto un altro andazzo!”. Proprio parlando di questo, con dei miei amici abbiamo preso a inventarne altri per gioco, e mi ha fatto ridere uno che se n’è uscito con “alla bella militante piace il fallo del migrante” e ancora, visto che queste stesse femministe ora sembrano prone all’islam, cultura per cui la donna è meno di niente, “il burqa sulla testa e il tanga su quel che resta”, tanto per sottolinearne l’incoerenza.

Insomma, mi pare evidente che non le reggo, e mi secca sentire certi bestioni, maleducati a prescindere dal femminismo, giustificare la propria taccagneria quando si tratta di pagare un conto o lo sgomitamento sull’autobus per soffiare il posto a una donna magari incinta rinfacciando: “Avete voluto il femminismo?”, che avrei una gran voglia di gridare loro “Ma chi l’ha voluto, bestia! Il femminismo è una cosa che fa comodo solo a voi, che vi ha sollevato da ogni dovere moltiplicandovi i diritti, fesse che sono state quelle che l’hanno portato avanti e sbandierato!”.

Mi piace non tanto il ruolo predefinito, quanto il gioco dei ruoli, quel gioco amoroso uomo/donna che ha generato e nutrito tante passioni e tanta letteratura, che tanti cuori ha fatto battere e che ora è venuto meno in nome di un’ammucchiata gender in cui non si capisce chi è chi e chi fa che (quest’ultimo paragrafo prendetelo con le molle, il discorso è lungo e so benissimo che questa mia semplificazione è riduttiva e fuorviante) ma…

ma…

… lasciare al maschio il suo vecchio ruolo “dominante” non significa solo che lui ci riempie di fiori e ci cambia la ruota dell’auto, con la persona sbagliata può essere pure che lui invece che di fiori ci riempia di botte, senza contare quelle psicologiche di violenze, che pure fanno un male boia e sono più infide e subdole.

Commentando di un uomo violento oggi una donna ha scritto:

In un attimo ho capito l’importanza di istituti come
– divorzio
– allontanamento dalla casa familiare
– divieto di avvicinamento
– misure custodiali per il coniuge/convivente violento
– case di accoglienza per le vittime
– ascolto dei minori.

e sono completamente d’accordo, perché ricordiamo che il gioco dei ruoli deve essere per l’appunto un gioco, al massimo una comoda tradizione culturale, non una condanna all’inferno.

Siamo in un’epoca in cui i diritti delle donne sono già acquisiti e sembra non esserci mai stato un tempo diverso, diritti forse pure frutto di quelle lotte femministe (forse… ma Moravia sosteneva che le donne erano state liberate dalla lavatrice e dalla pillola e non dalle urla in piazza), un’epoca in cui non riusciamo a immaginare, salvo casi purtroppo non sporadici, una donna sottomessa che non sa cosa fare, che non sa dove andare, che trema quando sente il rumore dei passi dell’uomo che torna a casa e infila la chiave nella toppa, e che non ha una tutela né familiare, né sociale, né legale.

Peccato che per questa donna che ha acquisito tanti diritti sia una conquista uccidere il figlio che cresce nel suo grembo, peccato che in quella sguaiata ribellione a una cultura inaccettabile non ci sia quel rispetto per se stessa e per la magia che lei sola è capace di compiere, quel senso di protezione e accoglienza che dovrebbero essere un suo privilegio di nascita.

A volte mi chiedo se esista, tra uomo e donna, una terza via, quella della felicità, del rispetto, dell’amore, della parità nel rispetto di una naturale inclinazione a essere uomo e ad essere donna, complementari e complici, che vivono la loro differenza nella più completa armonia e nel più totale appagamento.

Il colloquio di lavoro

La crisi incalza e più di una persona, avanti con gli anni, si trova oggi con la serissima prospettiva di doversi guardare intorno per trovare un nuovo lavoro, o meglio, una nuova fonte di reddito, e mi chiedo francamente se l’intervistatore di turno differenzi le domande a seconda di chi si trova di fronte o applichi pedissequamente un’intervista standard.

Me lo vedo l’intervistatore a porre la domanda fatidica, quella che lo fa sentire importante, che lo fa sentire grande saggiatore dell’ambizione, determinazione e grinta altrui:

“Lei, dove si vede tra cinque anni?”

Che uno, a una certa età, potrebbe pure essere tentato di rispondere: “Amore della casa, ma dove vuoi che mi veda tra cinque anni, in pensione mi vedo, a giocare coi nipotini possibilmente, oppure mi vedo andare ancora al lavoro con la badante, completamente rimbambito come il vecchio banchiere di Mary Poppins”.

Chiederà le competenze? Probabilmente, ma se ti dico che so guidare l’auto, come farai a distinguere se sono Niki Lauda o il vecchietto col cappello? Io personalmente mi sento Niki Lauda, mi rendo conto di avere una mente che spazia, analizza, valuta e organizza, che imparo in fretta e per tutta la vita sono stata l’allieva che supera il maestro ma, scherzi a parte, poniamo per ipotesi che uno venga da un’azienda che le persone non ha saputo valorizzarle – un po’ come l’azienda Italia, che i cervelli li manda all’estero e quelli *diciamo un po’ meno cervelloni* li mette a fare i ministri – come potrà dimostrarlo in fase di colloquio?

Che poi potrebbero chiedere – a questo ipotetico personaggio: “E lei perché non se n’è andato altrove?”.

Dice un vecchio proverbio:

L’uomo ha il bene, cerca il meglio, trova il male e se lo tiene stretto per paura del peggio

e direi che ci può stare tutta, anche se non fa onore al pavido che non ha osato.

Diciamo poi che è anche una questione di priorità:

io, per esempio, in quest’azienda, la mia oasi felice me la sono creata, perché cambiare? Sono seduta alla mia scrivania, attrezzata tipo base spaziale, a ricevere complimenti dalla mattina alla sera, e mica mi dispiacerebbe continuare così, magari riducendo i tempi, perché la mancanza di tempo è il mio male cronico, dovuto però più alla distanza e all’inefficienza dei trasporti pubblici che all’effettivo orario di lavoro.

Insomma, chi vivrà vedrà…  certo è che la cosa migliore è prenderla con molta filosofia, o rassegnazione, o fatalismo, o momento di trasformazione ed opportunità di crescere:

“Ora e qui”, impariamo dai maestri zen, oggi è l’unico giorno che possiamo vivere, perché ieri è passato e domani ancora non esiste.

Ecco, alla domanda “Dove si vede lei tra cinque anni?” io sarei piuttosto portata a rispondere “Io mi posso vedere solo oggi, e mi vedo qua, davanti a lei” e mi morderei le labbra per non aggiungere “al massimo mi posso ricordare quando sedevo al suo posto”.

Carpe diem.

PS: giuro che quest’articolo l’ho letto dopo aver scritto il post (stavo cercando un’immagine da inserire): https://www.manageritalia.it/it/lavoro/come-gestire-un-colloquio-di-lavoro-difficile-con-un-manager-fare-le-domande-giuste, quindi direi che il problema che ho sollevato è piuttosto sentito…