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I magnifici sette capolavori della letteratura erotica

Poiché il mio masochismo letterario non ha fine, non bastandomi quel mattone di cui vi ho parlato nel post precedente ho iniziato a leggere, in contemporanea (ne ho in canna tre), “I magnifici 7 capolavori della letteratura erotica”.

“Capolavori”, quindi dovrebbero essere racconti che in un certo senso hanno fatto la storia della letteratura erotica, dei classici che vanno letti al pari di Guerra e Pace e Il Conte di Montecristo.

Io, da brava sociologa, per parlare solo di cose che conosco e non lasciarmi indurre nella tentazione di parlare di quello che non so, pur immaginando che questo tipo di testi più di tanto non possano dire, non ho voluto dar retta a pregiudizi e mi sono cimentata in questa lettura.

Nonostante l’argomento e le intenzioni completamente diversi, la noia mortale prodotta dalla lettura del libro precedente e di questo si somigliano, sia per la povertà di argomenti che per la ripetitività degli stessi.

Se nel libro precedente il discorso era un elenco di mamme, nome, numero ed età dei figli, che dicevano la stessa identica cosa per centinaia di pagine, e cioè “Amo i miei figli ma se tornassi indietro non li farei. Loro sono meravigliosi, ma è il ruolo di madre quello che è troppo oneroso e che col senno del poi mai vorrei”, qui si parla di una serie di personaggi, portatori più o meno sani di due o tre orifizi messi a disposizione dell’umanità, che ci girano intorno (intorno=interno  😆 ) per oltre mille pagine, tra descrizioni più o meno dettagliate e sospiri e gridolini più o meno entusiastici.

Dei sette cosiddetti capolavori, che sono per l’esattezza:

DIDEROT, Thérèse Philosophe
CLELAND, Fanny Hill. Memorie di una donna di piacere
SADE, La filosofia nel boudoir
HOFFMANN, Suor Monika
MUSSET, Gamiani
ANONIMO, La mia vita segreta
APOLLINAIRE, Le undicimila verghe

ne ho letti per la verità solo i primi tre, ma non credo di riuscire ad andare oltre, tempo strappato alla vita.

Ho trovato interessante, per la verità, solo l’enunciazione nel terzo racconto, quello di Sade (che finora è stato il peggiore), della giustificazione filosofica e sociale della crudeltà. Ovviamente è noto a tutti, è sotto i nostri occhi e lo leggiamo continuamente nella cronaca, che la gente giustifica ogni propria azione, per orribile che possa essere (il bambino dal padre ucciso perché piangeva, l’automobilista preso a sprangate perché non ha voluto cedere un parcheggio e così via), ma leggere questa “filosofia del male” proclamata in maniera così dotta una certa impressione la fa, e ritengo che chi voglia capire un pochino il mondo qualche riflessione la debba fare.

Ciò premesso, non vi auguro buona lettura…

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Pentirsi di essere madri

Sto leggendo, tra gli altri, questo libro che, per la verità, mi sta tutt’altro che appassionando. Secondo me l’autrice, che affronta un tema delicato e anche, se vogliamo, scottante, in maniera banale e noiosa, non riesce a catturare l’attenzione, non riesce a provocare un coinvolgimento emotivo del lettore.

Sembra una lista della spesa, nome della mamma, numero dei figli, fascia d’età, affermazione del pentimento della maternità che in nessun modo incide sull’amore per i figli, eventuale condanna sociale di questo stato d’animo, etc. etc. Si arriva pure a madri (per ora mi pare una sola, ma ancora non ho finito di leggere) che sognano di uccidere i figli, e siccome di questi casi la cronaca è piena, un maggiore approfondimento, una finestra spalancata su questi stati d’animo torbidi, inquietanti, socialmente inammissibili ma tuttavia esistenti, sarebbe stata gradita e invece no, lista della spesa, punto.

Eppure il tema meriterebbe.

Una mia conoscente, rimasta incinta non ricordo di chi e sola non ricordo perché, si era decisa ad abortire. Sul tavolo operatorio, un pensiero improvviso, un mutamento d’animo repentino, una scelta in extremis: “Lo tengo”.

La vita per lei poi è stata difficile, chiama quel figlio “l’amore della mia vita” e poi dice che l’ha odiato, mi parla di tutti i lavori che ha accettato per sbarcare il lunario, spesso la notte, in cui poteva lasciare il figlio dalla propria madre, e lei che nei vari luoghi di lavoro (mi ha parlato perlopiù di pulizia di stabilimenti) moriva di paura.

Il fatto è che essere madri è molto impegnativo e risucchia molte energie. Un proverbio, mi pare indiano, recita “Ci vuole un intero villaggio per crescere un bambino” e lo ritengo profondamente vero: peccato che, generalmente, una madre tutto questo villaggio a disposizione non ce l’ha.

Io, nella mia esperienza di madre, una delle prime cose che ho capito è cha alla madri va data l’ora d’aria, la libera uscita di tanto in tanto, altrimenti ci credo che impazzisce!

Una mia amica, con un figlio che pure adora, ha detto che la mia vita non sarebbe riuscita a farla: lei aveva l’ex che prendeva il figlio il mercoledì e il venerdi, più un fine settimana sì e uno no, e affermava che senza quei momenti in cui poteva riprendere fiato non sarebbe riuscita a sopravvivere.

Quanti sono però i padri che i figli non se li prendono, che non contribuiscono al mantenimento (o fanno solo quello fregandosene del resto), lasciando tutto sulla spalle di una madre che, per farcela, si deve annientare? E quanto costa a livello emotivo questo annientamento, e come incide nel rapporto coi figli?

Liliana Segre, l’Italia e gli zingari

***

Ora però facciamo i seri. Nel corso del dibattito in Senato per la fiducia al neo-governo ha preso la parola la senatrice a vita Liliana Segre, una delle ultime persone sopravvissute all’olocausto ancora in vita.

Dati i “sospetti xenofobici” che molti di noi nutrono nei confronti del nuovo governo, Liliana Segre coglie l’occasione per dire la sua nei riguardi di paventate leggi speciali nei confronti degli zingari, contro le quali dichiara che si schiererà in ogni modo, perché ciò che è avvenuto non deve avvenire mai più.

Aggiungo un’immagine presa da fb di commenti all’intervento di Liliana Segre di un vuoto umano e culturale spaventosi, e una considerazione di qualcuno che osserva sconsolato che, se questi sono gli italiani, non ce la potremo fare.

Ora, intendiamoci, io detesto gli zingari, nel senso che detesto il loro modo di vivere, assolutamente inconciliabile con la società civile (per zingari intendo quello che si intende comunemente, perché so che molti invece si sono integrati e questi ovviamente non sono in discussione).

Volendo liberarci del problema “zingari”, secondo voi che cosa deve e può fare una società civile?

1) Promuovere l’integrazione con programmi efficienti e ben definiti.

2) Ignorarli, lasciare che la gente continui a disprezzarli e a soffrirne i furti e altri comportamenti molesti, semmai sbattendoli ogni tanto in galera, con figli minori in carcere fino a tre anni con le madri e poi a famiglie affidatarie.

3) Creare dei campi di sterminio sul modello nazista e promuovere una soluzione finale.

La terza ovviamente è un’affermazione che vuole essere provocatoria, anche se ho la vaga impressione, e lo dico con enorme dolore, che molti italiani l’avallerebbero.

La seconda è stata più o meno quella adottata finora, una realtà lasciata abbandonata a se stessa, a scatenare tra l’altro un’ennesima guerra tra poveri e poverissimi.

La prima ovviamente è quella in cui credo io e quella che sta cercando di attuare la sindaca Virginia Raggi, provocando indignatissime reazioni dei romani brava gente.

Che sia inteso, vi piaccia o no, io nel mio programma elettorale inserirò solo ed esclusivamente la prima opzione, una società umana e un governo efficiente non possono far altro che quello, con buona pace dei forcaioli di cui, ahimé, temo che il mondo non si libererà mai.

Update: ecco la trascrizione del disorso di Liliana Segre al Senato.

Liliana Segre,
Senato della Repubblica,
5 giugno 2018

“Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi senatori, prendendo la parola per la prima volta in quest’Aula non possa fare a meno di rivolgere innanzitutto un ringraziamento al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale ha deciso di ricordare l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali, razziste, del 1938 facendo una scelta sorprendente: nominando quale senatrice a vita una vecchia signora, una persona tra le pochissime ancora viventi in Italia che porta sul braccio il numero di Auschwitz.

Porta sul braccio il numero di Auschwitz e ha il compito non solo di ricordare, ma anche di dare, in qualche modo, la parola a coloro che ottant’anni orsono non la ebbero; a quelle migliaia di italiani, 40.000 circa, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che subirono l’umiliazione di essere espulsi dalle scuole, dalle professioni, dalla società, quella persecuzione che preparò la shoah italiana del 1943-1945, che purtroppo fu un crimine anche italiano, del fascismo italiano.

Soprattutto, si dovrebbe dare idealmente la parola a quei tanti che, a differenza di me, non sono tornati dai campi di sterminio, che sono stati uccisi per la sola colpa di essere nati, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento. Salvarli dall’oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano. A non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno ha verso gli altri.

In quei campi di sterminio altre minoranze, oltre agli ebrei, vennero annientate. Tra queste voglio ricordare oggi gli appartenenti alle popolazioni rom e sinti, che inizialmente suscitarono la nostra invidia di prigioniere perché nelle loro baracche le famiglie erano lasciate unite; ma presto all’invidia seguì l’orrore, perché una notte furono portati tutti al gas e il giorno dopo in quelle baracche vuote regnava un silenzio spettrale.

Per questo accolgo con grande convinzione l’appello che mi ha rivolto oggi su «la Repubblica» il professor Melloni. Mi rifiuto di pensare che oggi la nostra civiltà democratica possa essere sporcata da progetti di leggi speciali contro i popoli nomadi. Se dovesse accadere, mi opporrò con tutte le energie che mi restano.

Mi accingo a svolgere il mandato di senatrice ben conscia della mia totale inesperienza politica e confidando molto nella pazienza che tutti loro vorranno usare nei confronti di un’anziana nonna, come sono io. Tenterò di dare un modesto contributo all’attività parlamentare traendo ispirazione da ciò che ho imparato. Ho conosciuto la condizione di clandestina e di richiedente asilo; ho conosciuto il carcere; ho conosciuto il lavoro operaio, essendo stata manodopera schiava minorile in una fabbrica satellite del campo di sterminio. Non avendo mai avuto appartenenze di partito, svolgerò la mia attività di senatrice senza legami di schieramento politico e rispondendo solo alla mia coscienza.

Una sola obbedienza mi guiderà: la fedeltà ai vitali principi ed ai programmi avanzatissimi – ancora in larga parte inattuati – dettati dalla Costituzione repubblicana. Con questo spirito, ritengo che la scelta più coerente con le motivazioni della mia nomina a senatrice a vita sia quella di optare oggi per un voto di astensione sulla fiducia al Governo.

Valuterò volta per volta le proposte e le scelte del Governo, senza alcun pregiudizio, e mi schiererò pensando all’interesse del popolo italiano e tenendo fede ai valori che mi hanno guidata in tutta la vita.”

 

Israele: purtroppo, devo tornarci su

 

Golda Meir, donna e laburista, nel novembre 1972: “Io credo che la guerra nel medio oriente durerà ancora molti, molti anni. E le dico perché. Per l’indifferenza con cui i capi arabi mandano a morire la propria gente, per il poco conto in cui tengono la vita umana, per l’incapacità dei popoli arabi a ribellarsi e a dire basta”. Ancora Golda Meir: “Alla pace con gli arabi si potrebbe arrivare solo attraverso una loro evoluzione che includesse la democrazia. Ma ovunque giri gli occhi e li guardi, non vedo ombra di democrazia. Solo regimi dittatoriali. E un dittatore non deve rendere conto al suo popolo di una pace che non fa. Neppure dei morti”. Sempre Golda Meir: “Noi vi potremmo un giorno perdonare per aver ucciso i nostri figli, ma non vi perdoneremo mai per averci costretto ad uccidere i vostri. Una possibilità di pace esisterà quando gli arabi dimostreranno di amare i propri figli più di quanto odino noi”.

Rabin o Peres, Ben Gurion o Sharon, Barak o Netanyahu, Eshkol o Begin, socialisti o conservatori, sottoscrissero tutti queste frasi, o le avrebbero sottoscritte. Con le azioni conseguenti, Gaza compresa con i suoi orrori, credo, e il passato lo conferma. Bon. Ma ancora Israele non compare sui libri di testo delle scuole elementari di Ramallah, pagati dall’Onu e dall’Europa. L’odio di là resiste. (da fb, ne ignoro l’autore)

I fatti del 14 maggio hanno scatenato una serie di reazioni e commenti, sui social e fuori. Qui ho visto diminuire il numero dei follower, certo non posso conoscerne la ragione ufficiale, ma noto la coincidenza dei tempi.

Parlo spesso con persone del fronte opposto e ammetto che, con l’informazione che arriva qui, quasi esclusivamente da una parte sola, è facile far parlare la pancia. La mattanza d’innocenti non piace a nessuno, ma passa in secondo piano il fatto che questi “innocenti” stessero tentando di andare a “mattare” altri innocenti, come già accaduto in passato, nelle proprie case e spesso durante il sonno (ricordo il recente sgozzamento di una sedicenne israeliana mentre dormiva nel proprio letto nella propria casa, senza parlare della tragica fine della famiglia Fogel, tanto per fare due esempi).

Leggo di gente che si definisce pacifica (sic!) che inneggia all’olocausto, parlando addirittura di “classe e bellezza” dei nazisti:

I miei amici non particolarmente schierati con Israele, del quale anzi giudicano la politica, non si rendono conto di queste posizioni che affrontiamo quotidianamente.

Tornando ai fatti del 14 maggio, qualcuno ha precisato che la sede della nuova ambasciata è a Gerusalemme Ovest, cioè in quella parte di Gerusalemme universalmente riconosciuta e accettata come israeliana. Io da parte mia vorrei sottolineare solo che per Israele era un giorno di festa, quanto di più lontano da una qualsiasi intenzione di “mattanza”: si celebravano i 70 dalla fondazione di Israele, da pochi giorni era partito da Gerusalemme il Giro d’Italia, come tributo a un altro difensore della vita, il ciclista italiano Gino Bartali, cui è stata conferita la cittadinanza onoraria israeliana come ringraziamento per le numerose vite di nostri correligionari che ha contribuito a salvare a rischio della sua stessa vita. Non ultimo Israele ha vinto la competizione canora dell’Eurofestival, con una canzone che, per carità, neanche mi fa impazzire, ma che per Israele è stato un altro motivo di innocentissima gioia.

Ecco, il 14 maggio in Israele si stava festeggiando la vita, l’operosità, quello che si è costruito e che si sta continuando a costruire. Sull’altro fronte, “i giorni della rabbia”, le manifestazioni cosiddette “pacifiche”, di povera gente disperata mandata con molotov, coltelli e tutto quello che si potevano procurare, a sfondare i confini di questo stato in festa. Gente talmente disperata, o con un codice morale talmente diverso dal nostro, da cimentarsi in quest’impresa con i bambini in braccio.

Israele doveva difendere i propri confini e fermarla oppure permettere che altre famiglie israeliane facessero la fine della famiglia Fogel e di tante altre come loro?

Riporto ancora delle parole della saggissima Golda Meir: “Sta bene che ci vogliono trucidare, ma non si aspettino la nostra collaborazione”.

Ora, vediamo se i follower diminuiranno ancora….

Ne approfitto per riproporre questo servizio Rai già postato in un commento, con un servizio tutto sommato obiettivo e improntato al buon senso, anche se cita la bambina di otto mesi che sembrava morta per i lacrimogeni, mentre si è poi saputo che era già morta per una malattia terminale opportunamente strumentalizzata.

https://www.raiplay.it/video/2018/05/Le-vittime-sacrificali-Del-17052018-c0f88c30-0b91-4b0f-947a-a55825591c91.html

Io che sono impopolare

L

La gente sta davvero fuori di testa.

Ieri una tizia su fb, piccata perché le avevo ribattuto a tono, mi ha dato una risposta al veleno sibilando, a mo’ di frecciata velenosa, “Ma non vedi che i tuoi post non hanno praticamente like?”, e aggiungeva qualcosa del tipo “Fattela una domanda”.

Io la domanda me la sono fatta: “Ma che magagne spicce ha la gente di stare a contare i like sui post altrui?”. Giù la signora aveva dato segni di… beh, diciamo di incompatibilità con il mio modo di essere e di pensare, tant’è vero che dalle impostazioni le avevo inibito a lungo l’accesso ai miei post, poi mi ha fatto pena e l’ho riattivato, tanto sapete cosa scrivo io su fb? Niente. Condivido post, spesso senza neanche una riga di accompagnamento che esprima la mia opinione.

Ora che ci penso, della signora in questione io personalmente non ho mai letto niente, sarà mica questo che l’ha irritata?

Bando alle ciance, se c’è una cosa di cui mi sono sempre altamente infischiata questa è la popolarità. Non sono un bastian contrario, per carità, ma voi che mi conoscete avrete visto che non sono una che asseconda la massa, non sono una yes woman, non salgo sul carro del vincitore.

Le mie posizioni, antiabortista, anti matrimonio gay, a favore di Israele, delle Forze dell’Ordine, nei confronti degli extracomunitari né buonista né forcaiola (e quindi scontento tutti…), sono quanto di meno adatto all’ottenimento del plauso popolare. Ero la prima della classe, quella che non faceva copiare, oggi mi è difficile resistere alla tentazione di fare la maestrina con la penna rossa, e insomma, di acqua al mulino dell’impopolarità ne porto tanta, e tutta scientemente.

Ora, se mi accusate di qualcosa che fa veramente parte di me, io difendo a spada tratta la mia posizione e non m’importa di essere sola contro tutti, ma se qualcuno non ha capito una mazza ed evidentemente mi misura col SUO proprio metro, permettete che siano esclusivamente fatti suoi? I like su fb? Francamente, mezzo secondo dopo aver condiviso qualcosa me ne sono già dimenticata, e nella vita avrei pure qualcosetta più importante da fare.

Alla mia risposta, chirurgicamente azzeccata, la signora mi ha bannato, e io riflettevo che non solo mandare la gente al diavolo è liberatorio, ma a volte anche esserci mandata, che ti fa ottenere lo stesso effetto ma senza sporcarti le mani!  😆

Farò coccodè (e le incoerenze vegane)

***

Sempre arrabbiata con con mia figlia, che non dà il minimo aiuto e a casa è assolutamente disastrante, scrivo sullo stato fb qualcosa sul fatto che è più preoccupata per il benessere della gallina che per quello della madre, che bere latte vegetale è facile, ma rilavarsi la tazza, o almeno toglierla dalla tavola, è un’impresa più difficile e così, mentre lei continua la sua lotta (forse autolesionista) per il benessere della gallina che deve vivere libera e felice, la madre sta morendo schiava, imbottigliata in una routine che non le permette di occuparsi neanche della propria salute (lasciamo stare lo svago), e i danni fisici si cominciano a vedere, con mio grande avvilimento, senza parlare di quelli psicologici, con totale perdita di motivazione.

Per esempio, ieri sono uscita un po’ prima e pensavo di occupare il pomeriggio a preparare le verdure, comprate fresche da una contadina. Aveva già accumulato una pila infinita di piatti da lavare e, in seguito all’intimazione “Non ti azzardare a farmi ritrovare la cucina in queste condizioni!”, ha reagito facendosi trovare a letto moooooooolto malata, che proprio non era in grado di fare nulla, sarebbe stata cattiveria pretendere.

Naturalmente non potevo preparare le verdure in quelle condizioni, così sgombero la cucina (erano talmente tanti i piatti che li ho fatti in tre fasi, ogni volta sgombrando tutto per fare posto alla fase successiva): per fortuna che ero invitata a cena fuori, almeno mi sarei svagata!

Finito di rigovernare la cucina cerco di rimettere un po’ in sesto le mani, crema, manicure, smalto per fortuna trasparente. Dico per fortuna perché, andata in bagno per truccarmi, mi si rizzano i capelli, prendo la spugnetta e inizio a pulire il bagno (oh, certo, voi avreste fatto i duri, ma si dà il caso che debba usarlo anch’io!).

Le riferisco arrabbiata il commento di una mia collega, che mi ha detto che il giorno che vorrò essere trattata umanamente mi converrà mettermi a fare coccodè, e lei pronta risponde, facendola ovviamente passare per una battuta e non per mancanza di rispetto: “Tanto non sarebbe molto diverso da quello che fai di solito!”

 

Còre de mamma….  👿