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Golda Meir e lo stupro: responsabilità e prevenzione

Non solo lo stupro di Rimini e la questione dei due carabinieri e le due ragazze sballate, ma oramai quotidianamente i notiziari ci riportano episodi di stupri, che sono sempre esistiti, ma in questo periodo sembrano essere un’ondata che non riesce ad arrestarsi e non, come prima, episodi terribili ma isolati.

Ma che cosa si fa per arrestare quest’ondata?

Bisognerebbe arrestare i colpevoli, ma non si fa, o meglio, non sempre si riesce a fare e anche quelli catturati tornano in libertà sempre troppo presto.

Bisognerebbe arrestare il diffondersi dell’egoismo e della prepotenza, per cui quando si vuole una cosa basta allungare una mano e prendersela, ma non si fa, pare che né nella scuola né in famiglia venga diffusa una cultura del rispetto.

Bisognerebbe arrestare in molti casi anche i pregiudizi di chi è chiamato a giudicare, e sembra di non rendersi conto della portata di uno stupro sulla vita di una donna, che spesso corrisponde a una morte psicologica, un trauma irreversibile che la segnerà tutta la sua vita futura, ma anche questo troppo spesso non si fa, anche se da qualche parte una qualche denuncia, una qualche pressione cominciano ad arrivare.

Bisognerebbe arrestare la debolezza delle donne, la loro incapacità di difendersi, e da un po’ si stanno diffondendo tanti corsi di difesa personale, primo di tutti forse il Krav Maga, e su questo qualcosa si sta facendo.

Bisognerebbe però pure arrestare la spavalderia di tante donne che, convinte che le loro teorie di un mondo ideale valgano più dei dati di fatto, si espongono a rischi che si potrebbero evitare (e rifiutano pure i corsi di autodifesa, al grido di “Non sono io che mi devo difendere, sono loro che non debbono aggredirmi!”, e con questo principio in banca non ci dovrebbero neanche essere le cassaforti, mica sono loro che dovrebbero nascondere il denaro che detengono lecitamente, sono i ladri che non devono rubare!).

Ammetto di essere, in molti casi, una di quelle che dice “se l’è andata cercando”, e chiarisco che non significa in nessun modo “Le ci sta bene” o “Lui era autorizzato a farlo perché lei ha provocato”, ci mancherebbe, ma significa che, siccome non viviamo in un mondo perfetto, chi ha più prudenza la usi ed è bene non dare occasioni alla vita di farci male: insomma, se attraverso le strada lo faccio sulle strisce pedonali e, ciononostante, guardo bene prima di attraversare. Se vengo investita, è chiaro che la colpa è del guidatore del mezzo che mi ha investito, ma la vittima sono io, e l’avere ragione non mi ridarà la vita o l’integrità fisica.

Se fossi al governo, certo che ragionerei come Golda Meir, aumenterei i controlli e non imporrei limitazioni alle donne, ma insomma, voi lascereste vostra figlia adolescente girare il mondo in autostop o lo riterreste altamente pericoloso? Sarebbe bellissimo poter girare il mondo in autostop, sarebbe un arricchimento per chi viaggia e per chi dà passaggi ma ripeto, non viviamo in un mondo perfetto e che una mia conoscente, da adolescente, sia stata stuprata da un camionista che le aveva offerto un passaggio, purtroppo non mi stupisce: colpevole di stupro è chiaramente il camionista, che è stato condannato alla galera che meritava, ma colpevole di essersi cacciata in un guaio per un’ingenuità pericolosa è certamente lei.

Dovremmo poter andare in giro di notte sicure, certo, sarebbe nostro diritto andare dove ci pare all’ora che ci pare e vestite come ci pare, certo che sì, non è di questo che si sta discutendo, non stiamo dicendo che una donna che accetta un passaggio o che va in giro di notte in minigonna da sola e per una strada buia e solitaria non avrebbe il diritto di farlo: qui si parla di opportunità, non di diritto.

Avrei anche diritto di lasciare le porte aperte senza che nessuno entri senza permesso, avrei diritto a lasciare le mie cose incustodite senza che nessuno se ne appropri, certo, ma non lo faccio, perché so che la delinquenza esiste, i delinquenti esistono, e uno cerca di difendersene come può.

Tante cose che per legge non si possono fare la gente le fa e basta (per esempio, diffondere foto e conversazioni private sul web), e troppi si sentono al sicuro trincerandosi dietro un arrogante “non può farlo”: lo fanno e basta.

Un’azione proibita espone l’autore a una sanzione, ma non gli impedisce materialmente di farla, ricordiamocelo tutti bene.

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Chi ha più buon senso lo usi (e quel perdono che non merito)

Mi è ricapitato tra le mani questo famoso libro di Dale Carnegie, “Come trattare gli altri e farseli amici”, già letto innomerevoli anni fa, probabilmente qualche decina.

Letto e, constato rileggendo, mai applicati i consigli.

Non che siano sbagliati, tutt’altro. Certo, loro la fanno facile, non è che anche questo libro non sia un’americanata di quelle “come avere successo in un mese”, “come diventare miliardari in quindici giorni” “come dimagrire in una settimana” etc. etc., gli americani sono famosi per questa “manualistica del successo”, ma insomma, al di là della semplificazione, c’è del vero in quello che dice.

“Si prendono più mosche con una goccia di miele che con un litro di fiele” è il minimo del buon senso. Non è un invito alla falsità, ma a quello che la psicologia chiama rinforzo positivo, il costruttivo puntare l’attenzione su quello che funziona e non su quello che non funziona, e parlando con le persone, soprattutto se stiamo chiedendo o sperando di ottenere qualcosa, sicuramente puntare sulle abilità di quella persona sarà più utile che evidenziarne le carenze.

Ovvio, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e, ahimé, un tale comportamento è estremamente lontano dalle mie corde, precisina del piffero cui salta agli occhi immediatamente quello che non va, e non può fare a meno di evidenziarlo col tatto di un elefante in una cristalleria.

Indubbiamente gli esempi del libro appaiono forzati, pare che qualsiasi spazzino o straccivendolo cui tu vada a dire “C’è in te un grosso potenziale, hai delle qualità eccezionali” diventi in poco tempo un grande scrittore o scienziato o presidente degli USA, ma certo che l’incoraggiamento stimola e l’essere denigrati demotiva.

Devo dire che quando insegno riesco a tirare fuori il meglio dalle persone, anche quando ho guidato gruppi di lavoro ho saputo creare dei climi straordinariamente positivi e un grande e costruttivo spirito di collaborazione, ma pròvati a essere mio nemico e le mie capacità diplomatiche dimostreranno subito la loro irrecuperabile latitanza, ti sbrano e mi pulisco i denti con gli ossicini. Se ci aggiungiamo poi che per “nemico” intendo chiunque mi abbia fatto un torto, a partire dalla menzogna, capirete che le occasioni in cui mi trasformo in un bulldozer diventano vieppiù frequenti.

Un mio amico – anzi, un collega, che conosco da un’infinità di anni e con cui sto sì in rapporti di grande cordialità, ma pur sempre un semplice collega con cui i rapporti non sono mai andati oltre le questioni d’ufficio – ebbe una volta a dirmi “Tu per gli altri fai moltissimo, ti meriti estrema riconoscenza e gratitudine, poi un giorno fai bubbubbù e distruggi in un attimo tutto quello che hai costruito in anni”.

Questa osservazione mi ha profondamente colpito e fatto riflettere, anche perché non era una cosa personale, con lui non c’è mai stata alcuna questione e parlava assolutamente in generale, ergo il mio comportamento deve essere piuttosto oggettivamente noto.

Ripenso a tanti momenti della mia vita, in cui mordermi la lingua mi avrebbe risparmiato tanti dispiaceri, ma non l’ho fatto.

“La parola che riesci a dire è la tua schiava, quella che non riesci a trattenere è la tua padrona”, recita un detto, ed è vero, riuscire a cantarle è segno di libertà, ma non usare il buon senso nel reprimere quello che è controproducente dire è solo sintomo di dissennatezza e io sono, in quel senso, dissennata.

Che poi mi dicono che ci azzecco, che quando mi rivolto contro qualcuno ho una precisione chirurgica nel ferire, nel mettere le persone con le spalle al muro di fronte ai loro complessi e alle loro paure, che non posso poi pretendere che dimentichino facilmente o che possano tornare un giorno a provare una qualche simpatia: potrei pure essere disposta a buttarmi nel fuoco per queste persone, resta la sensazione di ostilità e di disagio, per cui preferiscono mantenere le distanze.

Naturalmente la storia con Pdf e Xavier non è sfuggita a questa regola: tornando indietro sicuramente mi comporterei diversamente, molto diversamente, e non certo perché pensi di avere torto. La mia saggia nonna esortava a “non dare colore alla minestra”, insomma, non sottolineare, enfatizzare, che poi finisce col significare consolidare, mentre la strategia migliore è lasciar decantare le acque. Insomma, per usare una metafora un po’ più colorita, che di certo la nonna non avrebbe mai usato, vale il saggio consiglio: “Se qualcuno vuole mettertelo nel didietro non muoverti, faresti il suo gioco!”, e io invece mi sono mossa peggio di una contorsionista, coi risultati che sapete.

Tornando indietro, farei quella cosa che tanto mi è odiosa, ma che è spesso utile nella vita, di “allontanarsi piano piano”, per l’appunto senza dar colore alla minestra. Parlando con lui, non la citerei mai e terrei la bambola per il woodoo ben nascosta, ma che fare, ormai è andata.

La domanda ora è: ho imparato dagli errori del passato? Dopo il conto salato che ho pagato e una rilettura del libro di Dale Carnegie, sarò capace di non prendere il toro per le corna, imbracciare l’ariete e sfondare il portone?

Purtroppo per me, temo di no, sbranare chi mi ferisce lenisce le mie ferite e il conto che pago, abbenché salato, ancora mi sembra preferibile a fare buon viso a cattiva sorte e a volgere la situazione a mio favore con tecniche manipolatorie, abbenché sagge e positivamente orientate.

Non sbranare mi darebbe l’impressione di essere rammollita: so che non è così, so che la rabbia mi rende schiava e la diplomazia e il buon senso mi libererebbero, ma il filo che separa la diplomazia dal rammollimento è troppo sottile, e non sono certa di riuscirlo a gestire per cui, cari amici, chiedo a voi un suggerimento, una motivazione in più per non reagire come ogni animale ferito reagirebbe e fare meno danni alla mia vita.

Figli che amano troppo

Mi è tornata in mente da poco la sua mano screpolata, ma curata quanto poteva, con quell’anellino finto, che guardava e riguardava trasudando gioia, e mi ha ricordato quelle bambine a cui compri quei cartoni coi gioielli delle principesse, quei grossolani pezzi di plastica colorati con la coroncina dorata, e loro l’indossano e si specchiano e si vedono così meravigliose e assumono quell’espressione così felice.

Mia madre è così bambina certe volte che ti commuove, così bambina altre volte che ti fa salire una rabbia incontenibile, perché non può una donna adulta essere così stolta, agire così per impulsi elementari, e fare così tanti danni.

Da anni provo questa rabbia che non mi si placa, però poi ripenso ai sacrifici che ha fatto, tanti, quanto lavoro giorno e notte, quanti pasti saltati per far mangiare noi, quanti vestiti rammendati per far vestire noi, e quei sogni di bambina quasi totalmente infranti, anche se mio padre in qualche modo il suo principe azzurro lo è stato.

Complessi? Probabilmente tanti, esternati con la repressione di chiunque minacciasse la sua flebile luce, una figlia poi non se lo sarebbe mai dovuta permettere.

Ricordo le sue mani che tenevano ferme le mie quando mio padre inferociva, ricordo le sue bugie al pronto soccorso per coprire l’accaduto, ricordo le sue assenze quando avrei avuto bisogno di sentire che c’era e poi ricordo le sue lacrime per ciò davanti a cui era impotente, e che non sto qui a raccontare.

Ogni tanto me lo chiedo cosa sognasse, quale fosse la vita che voleva, quanto ha sofferto quella che ha avuto. Forse non voleva poi tanto, mia madre è sempre stata felice con poco, e ancora rivedo quella mano su cui faceva scivolare quell’anellino fasullo (quello vero l’aveva venduto per bisogno), mirandolo e rimirandolo con gli occhi pieni di felicità.

 

Migranti, migranti!

Sono stata in ferie all’estero, ma con a disposizione la tv italiana, che Attila teneva sempre accesa sintonizzata soprattutto sui vari notiziari e ho dovuto prendere atto che, che si trattasse di notiziari o altre rubriche, il tema era praticamente sempre uno: i migranti. Un martellamento continuo, dalla mattina alla sera, come se al mondo non esistesse altro, e come se davvero fosse un’emergenza una situazione che è invece strutturale oramai da anni.

Se ne parla, se ne parla, ma non si conclude niente, pare sia un argomento nato per alimentare i talk show, i forum di discussione e le campagne elettorali, e della drammaticità della situazione importi poi a pochi.

Ora, qual è la mia posizione nei confronti dei migranti? Prima di parlarne vorrei raccontarvi questa storia tratta dai racconti dei Chassidim.

Un vecchio rabbino chiese una volta ai suoi allievi come avrebbero potuto sapere quando la notte era finita e il giorno era iniziato.
“Potrebbe essere,” chiese uno degli studenti, “quando puoi vedere un animale in lontananza e distinguere se è una pecora o un cane?”
“No” rispose il rabbino.
Un altro chiese: “È quando si può guardare un albero in lontananza e dire se è un albero di fico o un albero di pesca?”
“No” rispose il rabbino.

“Allora quando è?” chiesero gli allievi.

“È quando si può guardare sul volto di qualsiasi uomo o donna e vedere che è tua sorella o tuo fratello. Perché finché non riesci a distinguere questo, sarà sempre ancora notte “.

(Racconti di Hasidim)

Ora pare che, finalmente, nella lotta tanto inutile quanto stolta tra forcaioli e buonisti si vada diffondendo lentamente una posizione di maggiore umanità e buon senso: bisogna riuscire a coniugare solidarietà umana, regole e senso della realtà, l’accoglienza non deve essere a carico della sicurezza e bisogna sì, prima di tutto, ragionare in termini di “persone” e non di “stranieri”, ma è pur vero che l’Italia non può accogliere tutta l’Africa (e il sud est asiatico, e l’Europa orientale, etc. etc. etc.).

Che significa poi “Aiutiamoli a casa loro”? Che i nostri leader devono andare da un qualche dittatore e fargli tottò, dirgli “brutto e cattivo, non ti permettere più di ledere i diritti di queste persone altrimenti m’indigno!”?

A me l’unica cosa che è chiara è che il problema non può essere affrontato su un solo fronte né da un solo Stato, ma molta parte d’Europa, limitandosi a chiudere le frontiere, non sembra molto collaborativa sulla questione: e allora, che fare? Come sensibilizzare e coinvolgere il mondo intero? Come gestire il fenomeno? E soprattutto, come rendere più strutturale l’intervento “a casa loro”, certamente possibile nel caso dei migranti economici, per esempio con la costruzione di pozzi, ponti, ospedali e scuole, fino alle adozioni a distanza?

Prima i tuoi, e gli altri se tu puoi

Così recita un vecchio proverbio, che mi è tornato in mente rispondendo ad Aida in un commento a un precedente post.

Riporto qua il mio commento:

Tra le varie questioni di cui mi sono occupata c’è stato anche l’affidamento familiare, e molte coppie denunciavano questa difficoltà: accolto il bambino in casa, si ritrovavano a ricoprirlo d’attenzioni, provocando lo sgomento, la contrarietà nonché la sofferenza dei propri figli, che da un momento all’altro si ritrovavano, quantomeno all’apparenza, a non essere più nessuno. Questo generava in loro dei sentimenti di ostilità tali che rendevano impossibile la vita al bambino affidato, e alla fine i genitori, che chiaramente non avevano saputo gestire la cosa, si ritrovavano a dover rimandare il bambino al mittente, con un’esperienza di rifiuto e sofferenza in più, altro che aiuto! Ecco, il riservare 4 posti agli stranieri crea questo fenomeno, il rifiuto dell’altro, che avrebbe anche bisogno di essere aiutato, ma non in questo modo, non cristallizzando la sua situazione di “altro”, non rendendolo l’avversario e il concorrente: in questo modo non si aiuta nessuno, e guarda caso a forza di dare aiuti e concedere privilegi stiamo consegnando la nazione ai partiti più populisti e xenofobi.

Fermo restando che io sono generalmente favorevole all’accoglienza, fermo restando che non solo l’uomo, ma tutti gli esseri viventi sono migranti da sempre, e portati per natura a spostarsi nei luoghi che offrono loro una possibilità di vita o di vita migliore, è chiaro che un fenomeno incontrollato come questo cui stiamo assistendo non porta benefici a nessuno.

Sono anche d’accordo su un iniziale aiuto ulteriore a chi è costretto ad abbandonare la propria terra e si ritrova a ripartire qua da zero, ma l’aiuto deve essere temporaneo e circoscritto, vòlto a favorire l’ambientamento e l’integrazione, non deve essere mai una corsia preferenziale per scavalcare, spodestare e schiacciare gli autoctoni.

Alle ultime elezioni i partiti buonisti sono crollati e i partiti populisti e xenofobi hanno sbaragliato: non è una buona cosa, stiamo passando da un eccesso all’altro, la vittoria di una certa destra non è stata una scelta razionale ma una reazione dettata dall’esasperazione, come lo fu qualche anno fa la vittoria del M5S.

Vorrei che tornassimo a votare in serenità programmi costruttivi, vorrei vedere una popolazione positiva e assertiva. Per gli stranieri c’è posto, magari non per tutti, però il posto c’è, io sono sicura che ognuno possa dare il proprio contributo e inserirsi felicemente, ma deve essere chiaro che il posto che c’è non deve essere il nostro, non dobbiamo toglierci dai piedi noi dalla nostra casa e dalla nazione che abbiamo costruito e liberato, e da padroni diventare garzoni in casa nostra: no ai buonisti, no ai populisti, sì alla ragione, alla giustizia, all’umanità e al buon senso.

Di nostalgici del nazismo ed altro ciarpame

http://www.serviziopubblico.it/puntate/prima-puntata-m-michele-santoro/

Ero indecisa se scrivere il mio articolo sulla prima puntata del nuovo programma di Santoro, in cui si è esaminata la figura di Hitler per cercare di ricostruire i meccanismi e le dinamiche sue e di chi gli stava intorno e l’ha seguito, oppure fare il solito post casalingo, lamentandomi dello stato della mia casa, cui pure oggi ho dedicato tutta la giornata, e che guardo avvilita chiedendomi se mi dovrò rassegnare a morire di ciarpame quando, alla parola ciarpame, mi è venuta l’idea: posso fare un unico post, anche perché i nostalgici del nazismo, i fanatici di Hitler, non potrebbero essere definiti allo stesso modo davanti al resto dell’umanità?

Però il ciarpame di casa mio è più simpatico, sembra la soffitta della nonna, dai libri delle scuole medie (miei, non di mia figlia!) ai manuali dei vecchi main frame, computer che occupavano stanze intere e che ora credo proprio non esistano più. Ho i vestiti di sempre, dalla taglia 42 alla 54 perché non si sa mai nella vita quale personaggio il mio corpo si troverà a interpretare, etc. etc. etc.

Ah, ho pure qualche piccolo attrezzo da ginnastica, assolutamente intonso, ci mancherebbe!

Buste? Quante ne volete, ho ingaggiato una guerra personale contro le buste, non voglio buttarle ma cerco di smaltirle a più non posso, ma quelle hanno alleati ovunque, e i rinforzi arrivano quotidianamente: un’altra delle mille battaglie perse.

Il ciarpame umano però è un’altra cosa, la gente che vuole essere riconosciuta come italiana, o che lo è già stata, e che vorrebbe in Italia una dittatura di stampo nazista, sostenendo che “una dittatura sincera è meglio di una democrazia ipocrita” e che Hitler era un uomo forte, un grande sognatore che aveva la tenacia di perseguire i suoi sogni mentre la destra attuale ha dei leader smidollati, mi fa fatica riconoscerla come membro di una società civile, improntata al rispetto e alla libertà.

Non so come si metteranno le cose, la batosta eletterale della sinistra ha un suo perché, anche se i nostalgici intervenuti da Santoro secondo me erano a destra che più a destra non si può: ma poi, cosa sono la destra e la sinistra? I partiti sono fatti di uomini o di idee?

Mah, ho proprio paura che il massimo che potrò fare è buttare qualche busta…

Virginia Raggi e i campi Rom

Nuova polemica su Virginia Raggi e le sue politiche d’inclusione che intendono portare alla progressiva chiusura dei campi Rom, e avanti con l’idiozia delle frasi fatte e del populismo idiota, di gente che si ritiene tanto smaaart e invece non si capisce bene se è più disumana o più idiota.

Ma cominciamo dal principio.

Già in fase elettorale Virginia aveva promesso la chiusura dei campi Rom e, se non erro, aveva detto non che li avrebbe chiusi e basta fregandosene di chi rimaneva fuori, ma adottando delle politiche per cui il superamento dei campi rom avrebbe previsto un’integrazione sociale delle persone che li abitano.

Non vi piacciono i rom? Bene, neanche a me, e allora? Come pensiamo di risolvere il problema di questa gente che vive ai margini della società? Dite che non si vogliono integrare? Probabilmente è vero, ma non possiamo dir loro di andare a lavorare se nessuno è disposto ad assumerli (con tutte le ragioni di questo mondo), e non possiamo dir loro di non rubare se diventa l’unico mezzo per procurarsi il pane.

Lo so, lo so che la situazione non è così facile, ma quando tre giovani rom, mi sembra una ragazza di diciotto anni e due bambini più piccoli muoiono nel rogo di una roulotte data alle fiamme e vedo gente “civile” e “integrata” che gioisce, penso che il furto non sia il peggiore dei crimini e che “gli inumani sono tra noi”, in abiti civili, spesso giacca e cravatta magari pure costosi.

La Raggi non sta offrendo assistenzialismo, quello semmai è quello che c’è stato finora e che lei vuole debellare. Il suo discorso è: “O ti integri o sei fuori”, cioè, finora hai avuto il pesce, rubato o calato dall’alto, oggi t’insegno a pescare.

Fermo restando che i soldi che saranno utilizzati da Roma Capitale sono fondi europei espressamente destinati alla questione Rom, e quindi non potrebbero essere utilizzati altrimenti, ma solo lasciati lì, considerate che l’integrazione di queste persone – qualora riesca – porterà al contrario a un alleggerimento della spesa capitolina, e a un miglioramento del decoro urbano.

Vi linko alcuni articoli, per esempio questo: “Mille euro al giorno a Casamonica per guardiania campo rom“, vogliamo parlarne? Si rendono conto o no i romani che sbraitano di cosa significherà eliminare questa spesa? E non è certo l’unica, sarei curiosa di fare un conto di quanti soldi vengono quotidianamente spesi, e sono stati spesi complessivamente negli ultimi decenni, per assistenza ai Rom.

Ora pare che siano stati finalmente censiti, e dopo il ceensimento si avvieranno le indagini patrimoniali: insomma, l’intento della Raggi è sì di inclusione, ma mediante il ritorno alla giustizia e alla legalità. Parla di patti da rispettare, basta parassiti, ma offrire una reale possibilità d’inclusione è doveroso, e oltretutto è un diritto costituzionale (“E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli blablabla”).

Insomma, la gente vuole che vengano eliminati i campi rom, e ha ragione, non ne può più dei furti che avvengono ovunque si accampino, e ha ragione, però una soluzione non la vuole. Chiuderebbe i campi Rom e basta (“Dove vanno? Sono fatti loro, purché se ne vadano!”), e avremmo gli stessi risultati che abbiamo avuto col tentativo di eliminare la prostituzione chiudendo le case chiuse (risultato? Prostituzione aumentata e fuori controllo), eliminare il problema dei malati psichici e relativi trattamenti psichiatrici chiudendo i cosiddetti manicomi (e gettando malati e familiari nella disperazione più totale). I più accaniti darebbe loro fuoco, e di questi nazisti non voglio neanche parlare, perché sono la peggiore feccia dell’umanità.

La soluzione Raggi mi sembra la migliore, categorica e umana: voglio sapere chi sei, quello che hai, ti aiuto nell’integrazione, tu CI METTI DEL TUO, se delinqui vai in galera: assistenza e non assistenzialismo, una mano pòrta e non un allevamento intensivo di parassiti.

Se dovesse funzionare, fermo restando che questi soldi investiti in ogni caso non vengono tolti ai romani, avremmo un risparmio netto su altre forme di intervento e di assistenza e una considerevole diminuzione del degrado cittadino: non mi pare poco!

Riporto parte dell’intervento della Raggi, che dovrebbe essere lo stesso del filmato:

Riportiamo Roma in Europa. Oggi ho annunciato che finalmente nella Capitale saranno superati i campi rom.
Partiremo da subito intervenendo in due campi, La Barbuta e La Monachina, che ospitano oltre 700 persone.

Mettiamo così fine alla mangiatoia dei soldi dei cittadini che per anni c’è stata con Mafia Capitale: fondi pubblici finiti nelle tasche della criminalità.
Abbiamo ottenuto 3,8 milioni di euro dall’Unione Europea che investiremo in questo progetto: nessuna risorsa sarà sottratta alla cittadinanza.

Mettiamo fine all’epoca dell’assistenzialismo: il cuore del piano è rappresentato da un patto di responsabilità che definisce, in modo netto, diritti e doveri di tutti.
Si tratta di una svolta senza precedenti, che ci consente di riportare alla legalità migliaia di persone e intere aree della nostra città.

Post al riguardo sul sito del Comune:

http://www.comune.roma.it/pcr/it/newsview.page?contentId=NEW1551781