Archivi

Matrimonio e condivisione di pene affanni.

non esistono famiglie perfette

Come ho già avuto modo di raccontarvi la mia azienda ha deciso di chiudere i battenti. Quello che sarà la nostra sorte non si sa, le voci che si rincorrono sono tante, ma le chiacchiere stanno a zero e, come si suol dire, “carta canta villan dorme”.

Un mio collega mi racconta che alla prole – adulta – non ha detto nulla: io mi sono comportata diversamente ma, insomma, sono scelte. Quello che mi ha sconvolto è che quest’uomo non abbia detto nulla neanche alla propria moglie, e io mi sono messa nei suoi panni (della moglie intendo) e mi sono chiesta: se mio marito stesse per perdere il lavoro, se la sua azienda stesse chiudendo e non mi dicesse nulla, come la prenderei?

Francamente, molto male. Male non dico al punto che lo lascerei, almeno in prima istanza, ma secondo me verrebbe meno l’amore da parte mia, perché mi sentirei di stare condividendo la mia vita con un estraneo di cui non so nulla. Certo, non stiamo parlando mica di un’altra donna e di altre azioni – dipendenze, gioco d’azzardo etc. – più facilmente classificabili come turpi e inaccettabili, ma siamo una famiglia, come puoi nascondermi una cosa del genere? Che poi, se uno ha preoccupazioni di questo tipo, facilmente ha la testa da un’altra parte, e io ti devo vedere distratto, deconcentrato, nervoso, e non sapere nulla delle reali cause di questo? Può andare bene per un giorno, che ti è successo un fatto e non ti va di raccontarlo, ci può stare, ma per mesi e mesi e mesi, tenere nascosto che razza di bomba sta scoppiando, secondo voi è normale?

Gli ho detto che io non lo avrei mai accettato e lui, oltre a ribadire il suo concetto che secondo lui io sono fatta per stare sola, ha affermato che ognuno di noi ha un lato oscuro, quello che io con un’espressione più poetica chiamo “il giardino segreto”: su questo sono d’accordissimo, e guai se non fosse così, ma una spada di Damocle che ti ondeggia sulla testa come quella della perdita del lavoro, può essere considerata un segreto lecito? Se non condividi con me una situazione di questa portata, e che comunque coinvolge tutta la famiglia, ma di che stiamo a parlare? Ricordo una mia amica, nelle stesse identiche condizioni lavorative, che ne parlò con il marito il quale consolandola le disse: “Non ti preoccupare, mi hanno offerto un secondo lavoro, pensavo di rifiutarlo perché non ne avevamo bisogno, vorrà dire che lo accetterò così intanto una toppa ce l’abbiamo messa”. ABBIAMO messa. Ecco, lui il secondo lavoro l’avrebbe rifiutato, ma SAPENDO che la moglie stava per perdere il primo ha deciso diversamente. Ritardare a dare certe notizie – a casa mia hanno lo stesso vizietto, con la scusa di “proteggerti” e di “non farti preoccupare” -significa fare trovare l’altro più impreparato, spesso messo con le spalle al muro, con il margine di manovra ridotto a zero.

Certo, non si può prevedere il futuro, l’uomo propone e Dio dispone, ma se uno questo futuro già lo conosce, o comunque già si stanno delineando degli scenari, secondo me prima si sanno le cose meglio ci si regola per le decisioni future.

Io continuo a pensarla nello stesso modo, se mio marito non condividesse con me una notizia del genere mi sentirei trattata come un’estranea, e probabilmente anche il sentimento ne risulterebbe compromesso: non è questo il rapporto che voglio, fa presto lui a dire che sono fatta per stare sola, io penso piuttosto che non sono fatta per le compagnie fasulle, non m’interessano due estranei appiccicati insieme con lo sputo, di una relazione ho tutt’altro concetto, e voi? Come vi regolereste in un’evenienza del genere, sia nei panni del marito che della moglie?

Annunci

Il suprematismo bianco (o di qualsiasi altro colore)

musulmani in preghiera, foto di repertorio, dal web

 

Due giorni fa, alle 13.45 del venerdì della preghiera un suprematista bianco, tale Brenton Tarrant, australiano di 28 anni, è entrato nella moschea di Al Noor a Christchurch, in Nuova Zelanda, e ha aperto il fuoco con la sua arma automatica uccidendo 41 persone. Poco dopo un altro attacco, stavolta alla moschea di Linwoood a pochi chilometri più in là: altri sette morti, mentre i feriti in entrambe le sparatorie ammontano a decine.

L’attentatore si filma, pubblica il filmato, è esaltato, nella sua macchina ha uno scritto, mi pare intitolato “The replacement”, in cui è descritto quello che si appresta a fare.

Fin qui, purtroppo, nulla di nuovo, il copione di certe notizie, degli attentanti intendo, è quasi tristemente sempre lo stesso, e ammetto che generalmente è proprio il terrorismo islamico a firmare questi attentati di cui ci arrivano in continuazione annunci dai nostri media, come islamiche sono le vittime di questi due attentati.

Vittime innocenti.

Vittime innocenti, per quanto ne sappiamo, e questo va ribadito, perché ho letto in rete dei commenti orribili, raccapriccianti, agghiaccianti. Molta gente, sedicente civile, sedicente umana, sedicente appartenente a una cultura più illuminata e rispettosa dei diritti umani, ha commentato l’accaduto con un “ben gli sta”, come se questa gente riunita in preghiera fosse la stessa che va in giro a compiere attentati. Qualsiasi tentativo di ridurre alla ragione questi che definirei “suprematisti bianchi in erba” è risultato vano; io, e quelli che la pensavano come me, “non capivamo”, eravamo “ciechi buonisti pronti a farci invadere,” non sapevamo che “le moschee sono centri di addestramento del terrorismo”, e meno male che ci sono loro che sanno tutto, informati direttamente dalla CIA di tutti gli intrighi internazionali.

Io piango quelli vittime, piango quelle vittime innocenti massacrate mentre erano raccolte in preghiera. Sono ebrea, figlia di un popolo attaccato da sempre dai paesi arabi, vittima continua del loro terrorismo. Ho pianto figli del mio popolo sgozzati nel sonno nelle proprie case da mano palestinese, trucidati all’interno delle sinagoghe mentre pregavano, o in discoteva mentre ballavano, o mentre si sposavano, etc. etc. etc, ma questo non fa di me un’islamofoba, e spero di rimanere sempre cosciente della differenza tra colpevole e innocente, spero di riuscire sempre a salvarmi dalla tentazione della colpa collettiva, di giudicare sempre gli altri per le proprie personali responsabilità e non per quelle di qualcun altro che appartiene alla stessa nazione, o alla stessa etnia, o che professa la stessa religione: il diritto dell’innocente viene prima, e la vera civiltà è quella che rispetta il diritto di questo innocente, qualunque sia la sua religione, la sua provenienza, il colore della sua pelle, persino chiunque siano suo padre e sua madre.

Io oggi piango le vittime dei due attentati, presumendole innocenti, ma ancora di più piango la fine dell’umanità, del discernimento e della civiltà in menti accecate dal pregiudizio e dall’incapacità di giudizio equilbrato e oggettivo.

Piango perché l’essere umano è troppo spesso razzista, perché non riesce ad esimersi dal giudicare per categorie, perché la sua mente è incapace di analisi, e apre il fuoco contro quello che è promosso nemico di turno con gli occhi chiusi, il cuore chiuso, la mente chiusa, l’anima assente.

PS: che poi, come fa giustamente notare il signor Smith, in Nuova Zelanda sono proprio i bianchi gli invasori!

L’uomo insufficiente

Mi è capitato, in occasione dell’incontro in memoria di Giuseppe, di ascoltare la lettura di alcune sue poesie e lì ho colto dei punti che probabilmente prima mi erano sfuggiti. Con l’occasione, tornata a casa, ho ripreso il suo libro e le ho rilette, per trovare conferma a quella strana impressione che avevo avuto, conferma che puntualmente, con mio grande stupore, ho avuto.

Giuseppe, il poliedrico Giuseppe, l’enciclopedia vivente, il lottatore, il vulcanico Giuseppe sempre in moto per sé e per gli altri, si sentiva un uomo profondamente inadeguato, incompleto, irrisolto, pieno di rimpianti.

A lui si adatta bene il detto “Niente se mi giudico, tanto se mi confronto”, perché sicuramente era un uomo che superava di numerose spanne i suoi simili, ma certo ogni essere umano non può che essere nulla di fronte all’infinità della conoscenza.

Ecco, nelle poesie di Giuseppe ho trovato la sofferenza per questa limitazione, per questa inadeguatezza percepita, questo sentirsi più spesso di quanto avrei mai pensato un passo indietro rispetto a quello che sarebbe voluto essere e avrebbe voluto fare.

Alla luce di questo mi vengono in mente le parole di un’insegnante che mi disse “Sarai sempre infelice, per eccesso di materia prima”: ma davvero l’intelligenza, un’intelligenza più spiccata intendo, predispone all’infelicità?

Probabilmente c’è del vero: sapere, comprendere, ragionare, fa sentire soffocati dal senso di inadeguatezza percepito, ma non è una condanna: c’è solo, probabilmente, bisogno di fare un passo in più, e questo passo in più si chiama fede, o quanto meno una sensazione di fratellanza, di simbiosi e di armonia con tutti gli altri, per non sentirsi soli di fronte all’infinità dell’universo contro questa nostra vita decisamente predestinata ad essere finita.

Volere è potere

E voi siete qua, che ogni tanto vi affacciate per vedere se ho scritto qualcosa, magari qualcosa di allegro, che anche il morale vuole la sua parte, oppure qualcosa di molto saggio e molto zen, per sentirci tutti meglio, tutti appagati, tutti importanti, anziché schegge impazzite che dal nulla sono venute e nel nulla finiranno mentre intanto lottano strenuamente per resistere.

Non vorrei deludervi, ve lo giuro, ma ci sono età in cui il famoso orologio biologico fa tic tac, e se la prima volta nella vita è quella in cui devi deciderti a figliare, la seconda è quella dei bilanci, quando quello che non hai ancora fatto è ben difficile che tu lo riesca a fare – anche se mai nulla è impossibile.

In questo momento sto combattendo quelle che per me sono grandi battaglie personali, epilogo di tante lotte precedenti:

1) l’assistenza di  una madre il rapporto con la quale sarebbe un eufemismo chiamare conflittuale, che rimette in discussione il precario e fasullo equilibrio raggiunto.

2) l’università di mia figlia, che mi riporta violentemente ai tempi in cui ero io a fare l’università, con mia madre che mi ostacolava in tutti i modi, fino a buttarmi i libri comprati coi miei soldi e i miei sacrifici.

3) la totale estromissione di Attila dalla mia vita, con una lenta ricerca del filo perso in questi anni di limbo e annaspamento.

Poi, ovviamente, i consigli, quelli che mi fanno venire tanta voglia di isolarmi, di non interagire con nessuno, ed è per questo che quando sono incappata su internet nell’immagine che vedete non ho potuto fare a meno di condividerla, perché quello è ciò che meriterebbero i grandi saggi, quelli della pag. 1 della rivista di psicologia pubblicata su novella 3000, quelli del “perché veramente non lo vuoi”, quelli del “sono tutti alibi”, quelli del “devi, devi, devi!” e “sbagli, sbagli, sbagli!”, che se fossero arrivati almeno alla pag. 2 della rivista di cui sopra saprebbero che colpevolizzare l’interlocutore è quanto di più controproducente al mondo se si vuole aiutarlo, se si vuole fargli trovare una forza che non ha o un filo d’Arianna che ha perduto.

E’ per questo che per ora ho voglia d’isolamento, ogni tanto sono piena d’amore per il prossimo, ma ogni tanto sono allergica (magari sono piena d’amore lo stesso, ma a distanza di sicurezza), e al momento mi trovo decisamente nel secondo periodo.

Chi mi dovesse frequentare in questo momento e azzardarsi a “consigliarmi”, davvero rischierebbe di venir lanciato dalla finestra e sentirsi urlare dall’alto:

“Se vuoi veramente vivere vedrai che ce la fai! Spiega le tue ali e vola, basta crederci!”

I figli dell’altro

Da Cenerentola a Genitori in trappola, passando per il mitico Tutti insieme appassionatamente, da sempre la moglie o aspirante tale del padre non vede di buon occhio i figli di lui, che mira nel migliore dei casi a considerare un terzo incomodo da spedire prontamente in collegio senza passare per il via.

Un tempo il problema riguardava quasi esclusivamente figli orfani e matrignia, ora si parla anche, anzi, più frequentemente, di figli di genitori separati (ancora!) nel caso in cui il genitore affidatario si sia rifatto una vita con qualcun altro, con cui questi figli devono convivere.

Lasciamo stare i casi più o meno limite di matrigne alla Madame Tramaine e di padrigni depravati, e restiamo nel campo delle brave persone che però sono, ahimé, incompatibili.

Una mia amica, ragazza madre che ha trovato il compagno della sua vita in veneranda età (era intorno alla cinquantina), mi confessa tra le lacrime che sta trasferendosi altrove perché i rapporti tra suo marito e suoi figlio creano in casa una tensione insopportabile. Io non manco di dire la mia, ho le mie idee sul senso del matrimonio, per cui non approvo il matrimonio tra due ultracinquantenni (lui ultrasessantenne credo) con già figli adulti nati da relazioni precedenti, esattamente per lo stesso motivo per cui non sono d’accordo col matrimonio omosessuale: non c’è una famiglia (con prole intendo) da costruire, si vogliono amare si amino, ma il matrimonio che c’entra?

Considerate che, con sua grande sorpresa, si è ritrovata a pagare più tasse universitarie perché il suo ISEE era più elevato, nonostante il marito già mantenesse i propri di figli all’università e ovviamente non contribuisse in nulla al  mantenimento del figlio della mia amica, e questo è pure capitata un’altra che oltretutto con il nuovo compagno non si è neanche sposata.

Ma andiamo oltre.

Quando ti metti con un genitore separato, e convivi con i di lui/di lei figli, esiste anche un altro genitore da gestire, soprattutto durante le vacanze, quasi regolarmente condizionate (e a volte rovinate) da pretese dell’altro e mancato rispetto dei termini di prelievo/riconsegna dei figli: tu, compagno/consorte, non hai alcuna voce in capitolo perché non sono figli tuoi, ma il conto finisci per pagarlo anche tu, sia in serenità e pace famigliare sia in termini organizzativi e di vincoli.

Mi è capitato di parlare di questo con un signore, che convive con una madre di due figli, e mi conferma che i figli dell’altro, educati in maniera molto diversa da qualla che noi riteniamo giusta e nei confronti dei quali non abbiamo diritti ma solo seccature, non si sopportano. La stessa mia amica di cui sopra afferma di comprendere il marito, perché anche lei i figli di lui li tollera poco e insomma, secondo lei e secondo quest’altro signore cui ho rivolto esplicita domanda è normale che i figli dell’altro non si reggano.

A me non è successo così. Io la figlia di mio marito, dodicenne all’epoca del matrimonio, l’ho amata moltissimo, e non c’è cosa che non abbia fatto per lei, e con tutto il cuore. La situazione è cambiata quando la madre la usò come arma contro di noi, rovinandoci la quotidianità, ogni festa comandata e alla fine sbattendoci per strada ma, diciamocelo, le responsabilità del mio ex marito in termini di incapacità di gestione della situazione sono state enormi.

Con il secondo questo problema non si è posto, i figli erano con noi e la ex inesistente nelle nostre vite. Il rapporto coi figli è stato di grande affetto e grande complicità (al punto di ingelosire il padre!) e devo dire una cosa, che spesso ho sopportato i padri per amore dei figli, e non ho lasciato questi uomini immeritevoli per non perdere anche i ragazzi nei confronti dei quali non avrei avuto alcun diritto.

Ora, è davvero così difficile convivere con i figli del partner? E secondo voi, se ne avete esperienza, perché? Perché volete sostituirvi al genitore e non ne avete titolo, o perché non volete sostituirvi e il fatto di essere estranei in casa propria è pesante per entrambi? E qual è il peso sul piatto della bilancia del legittimo genitore affidatario? Sensi di colpa per cui non se la sente di prendere posizione o attraverso i quali il figlio lo/la manipola? Mancata capacità di imporsi in un senso o nell’altro?

Perché siamo single (e non solo)

Vi è mai capitato che qualcuno lamentasse la sua sorte sfortunata, voi l’avete compatito, salvo capire, dopo avere conosciuto meglio la persona, il motivo di tante vicissitudini?

Diciamocelo sinceramente, è vero che a volte fortuna e sfiga ci mettono del loro, ma è pure vero che più spesso ancora siamo noi artefici della nostra sorte, e quello che viviamo è perlopiù frutto dei nostri comportamenti e delle nostre scelte.

Non vi parlerò di Attila per non essere monotona, ma chi l’ha definito “inaiutabile” sapeva quello che diceva.

Vi ricorderò semmai di Filippa che, durante il viaggio di andata, mi raccontò di come il marito l’avesse picchiata e lesionato permanentemente un arto, suscitandomi grande solidarietà e compassione, ma che al ritorno avrei picchiato volentieri a mia volta e scaricato dalla macchina in corsa.

Ma torniamo a noi single.

Ovviamente ognuno ha la propria storia, ma ho riscontrato nei single cronici delle tipologie e comportamenti ricorrenti, ad esempio:

1) L’intolleranza o permalosità che dir si voglia. Sono quelli che ogni due per tre si offendono, chiudono baracca e burattini e se ne vanno. A furia di andarsene, ovvio che esauriscano ogni possibilità e rimangano soli.

2) L’essere rompicoglioni. La convivenza non mette insieme dei cloni, ma delle persone diverse, quindi è chiaro che si debba essere un minimo accomodanti, altrimenti sono piatti che volano (o lacrime che scendono) fino allo sfinimento. Mi diceva una tizia, appena conosciuta e sola praticamente da una vita: “Quando ero moglie e mio marito aveva l’amante, posto davanti all’aut-aut ‘O me o l’amante‘ ha scelto l’amante. Quando l’amante ero io, posto il lui in questione davanti all’aut-aut ‘O me o tua moglie‘ ha scelto la moglie: insomma, qualunque ruolo io ricopra, perché non sono mai quella che viene scelta?”. Mi fece molta pena e tenerezza fino a che, pochi giorni dopo, non la estromisi dalla mia vita a poderosi calci in culo. Chiaramente senza alcun titolo (ripeto, eravamo appena conoscenti) mi aveva portato all’esasperazione più totale, e posso capire come chiunque, tra lei e una qualsiasi seconda opzione, scelga la seconda, persino se la seconda opzione dovesse essere buttarsi da un ponte.

3) L’essere stati troppo feriti. Forse apparterrò pure a una delle due precedenti categorie, sicuramente, almeno di tanto in tanto, alla seconda, ma la terza è certo quella in cui mi rispecchio di più. Siamo noi, quelli che ci hanno messo il cuore, quelli che hanno dato tutto, quelli che si sono fatti fagocitare ogni sogno ed energia (qualcuno anche bei soldi) e ora, scottati dall’acqua calda, hanno paura anche di quella fredda. “Quando uno rimane scottato” dice un proverbio straniero “soffia pure sul gelato” e noi, delusi e feriti, ripiegati su noi stessi nel nostro angoletto, soffiamo, soffiamo, soffiamo (vale a dire, scappiamo, scappiamo, scappiamo). Una mia carissima amica, con alle spalle un matrimonio con un uomo cui ha cercato di dare tutto e un’altra lunghissima relazione con uno per il quale non vi dico quanto si è prodigata, mi ha detto “Io non sono sola perché ho il cuore ferito, io sono sola perché gli uomini mi fanno schifo”. Ora, “schifo” è una parola grossa, ma sapete come si dice, “Bocca rotta sangue sputa”. Ovviamente questo discorso, come i due precedenti, è anche applicabile all’altra metà del cielo, ci mancherebbe, ne ho conosciuti di uomini cui era stata risucchiata ogni energia, ogni dignità e anche ogni centesimo!

Insomma, credo che con un po’ più di rispetto per i sentimenti e la vita altrui, nonché un po’ più d’intelligenza (primo ingrediente di ogni relazione, altro che l’amore!), si ridurrebbe drasticamente il numero dei single.

Persone da allontanare

Leggo su un articolo in rete (fonte in calce) la seguente lista di persone da allontanare: a chi non ne è mai capitata almeno una? Una se è fortunato, in realtà ne capitano di tutti i tipi in continuazione!

1) L’approfittatore

Questa tipologia fa sicuramente parte delle persone da allontanare. Gli approfittatori sono coloro che attraverso la propria commiserazione cercano di ottenere il nostro aiuto.

Esistono diversi tipi di approfittatori, ma poniamo l’enfasi su due in particolare: i manipolatori e quelli che vogliono suscitare la nostra pena. I primi sono quelli che si approfittano del loro status sociale, delle loro abilità o di qualsiasi altro tipo di qualità, al fine di farci sentire inferiori o dipendenti. Adottano un atteggiamento dominante e subdolo, per farci fare tutto ciò che loro vogliono, anche se in fondo non vogliamo.

Poi vi è la categoria dell’eterno sfortunato, un tipologia di persone che fa leva sul nostro buonismo; assume un atteggiamento subdolo che ci porta ad aiutarlo e a risolvere i suoi problemi dato che ci sentiamo obbligati ad offrirgli un aiuto.

Nonostante non ci sia nulla di male ad aiutare un amico in un momento difficile, è importante fare attenzione a quando ciò diventa una pratica frequente.

2) Chi non si assume le proprie responsabilità

Chi è incapace di riconoscere i propri errori, dando sempre la colpa agli altri, influisce negativamente sulle nostre vite. Non solo può trasmetterci questo tipo di atteggiamento, ma può anche trasformarci in sue vittime in qualsiasi momento.

Queste persone sono troppo immature e non hanno le qualità necessarie ad affrontare le difficoltà. Se non le allontaniamo il prima possibile, ci sono grandi probabilità che finiremo per farci carico dei loro problemi.

3) Qualcuno/a a cui non stiamo simpatici

A causa del nostro modo di vivere, della nostra personalità o di qualsiasi altra qualità, possiamo non essere simpatici o non essere apprezzati da qualcuno. Purtroppo, ciò può costituire un problema. Spesso infatti commettiamo l’errore di concentrare tutte le nostre forze pur di piacere a qualcuno che non ci apprezza, perdendo di vista le nostre reali priorità.

Per quanto possiamo sforzarci, infatti, dobbiamo accettare che ci sono persone che, semplicemente, non sentono alcuna affinità con noi e che sono infastidite dalla nostra presenza. Per questo motivo, invece di cercare a tutti i costi di piacere a tutti, dobbiamo concentrarci su coloro che ci vogliono nella loro vita incondizionatamente.

4) Chi ha paura di uscire della sua zona di confort

Per avere una vita piena di avventure ed emozioni nuove, forse faremmo meglio ad allontanare le persone che non sono disposte ad uscire dalla loro zona di confort. Queste persone hanno paura di tutto; di conseguenza spingono anche noi ad aver paura di vivere esperienze diverse.

5) Chi sottolinea i nostri difetti

Tutti hanno dei difetti e a volte è anche giusto che gli altri ce li facciano notare per poterli superare e migliorarci come persone. Tuttavia, è molto importante saper distinguere tra coloro che esprimono il loro parere in modo onesto e costruttivo e coloro che, invece, vedono nei nostri difetti una debolezza e ne approfittano per attaccarci.

Chi è sempre pronto a sottolineare e a criticare i nostri errori, senza tuttavia mettere in evidenza i nostri pregi e i nostri successi, è una persona tossica che ha solo l’obiettivo di distruggere la nostra autostima.

6) Chi ci riempie di dubbi

In alcune occasioni è necessario avere qualcuno che ci aiuti ad evidenziare i rischi che comportano determinate situazioni. Vi sono persone, però, che sembrano facciano solo questo nella vita: seminano dubbi e ostacolano i desideri altrui.

Si tratta delle tipiche persone che affrontano la loro vita nella costante paura di fallire; persone non disposte a mettersi in gioco ma che soprattutto vogliono che anche gli altri siano così. Per questo motivo, cercano di sabotare qualsiasi progetto diverso dal loro, seminando insicurezze e negatività.

7) Il pigro

Anche chi ha una mentalità molto forte può lasciarsi trascinare da coloro che non vedono la necessità di fare nulla. Relazionarsi con persone di questo tipo, farà diminuire la nostra stessa produttività.

“La pigrizia è un difetto molto contagioso. Circondarsi di persone pigre, prima o poi, ci porterà a diventarlo noi stessi”

Dopo aver identificato una qualsiasi di queste persone nella nostra vita, la cosa migliore da fare è evitarla per impedire che influisca negativamente sulle nostre decisioni, sui nostri progetti e sui nostri momenti felici.

Come allontanare le persone che ostacolano la nostra felicità

Allontanare le persone sgradite non è mai semplice, visto che poi si ha a che fare con tutta una serie di giudizi sicuramente negativi. Si può però fare in almeno due modi: il primo è lento e relativamente indolore; il secondo duro e immediato.

Il primo metodo consiste semplicemente in un allontanamento graduale

Chiama sempre meno questa persona, fai in modo da essere sempre impegnata/o quando la persona indesiderata ti invita. Puoi anche fingere, ma questo complica le cose, perché potrebbe accorgersene e allora passeresti dalla parte del torto.

Quando ti chiama, ascolta ciò che ha da dire, esprimi le tue opinioni, ma non parlare troppo di te, in questo modo diminuirai l’intimità. Se uscite, cerca di coinvolgere anche persone esterne al gruppo; invita quelli che maggiormente apprezzi e dai più attenzione a loro.

Puoi anche invitarla, insieme ad altre persone, a fare attività che sai bene che non gradisce. Se per esempio quelli sgraditi sono poco sportivi invitala più volte a fare trekking o a giocare a pallavolo o a nuotare. Magari verrà ma di sicuro si sentirà a disagio, il che ti darà un’ottima scusa per smettere di invitarla “Ti inviterei, ma so che odi camminare per ore!”.

Pian piano ti allontanerai in modo naturale e implacabile, semplicemente perché non condividete più gli stessi interessi e perché tra voi non c’è più l’intimità di un tempo e sembrerà una cosa così ovvia che non ne soffrirete quasi per niente, anche perché questo è il modo in cui le amicizie finiscono nella realtà.

Ti sembra un approccio un po’ subdolo?

Allora ti consiglio il secondo metodo che prevede una disarmante sincerità. Parla con la persona che vuoi fuori dalla tua vita e falle un bel discorsetto; spiegale che vuoi escluderla dalla tua vita e le ragioni della tua decisione, cercando di non dargliene la colpa e sottolineando che sono cose che capitano.

Per mettere in atto questa seconda opzione serve una buona dose di coraggio e decisione, ma è sicuramente di immediato successo.

NON È ASSOLUTAMENTE DA SMINUIRE LA PRESENZA NELLA NOSTRA VITA DI PERSONE DA ALLONTANARE.

Superare il modo in cui riescono a manipolarci non è sempre facile, ma è di certo la cosa più sana per il nostro equilibrio emotivo.

Fonte: psicoadvisor.com

Mia fonte: https://animanaturale.com/allontanare-persone-dalla-tua-vita/

Dunque, vediamo un po’ come sono messa io nei confronti di queste persone.

Alla categoria 1 e 2 appartiene sicuramente Attila, povera vittima del mondo, incapace di affrontarlo (anche se forse pure la scarsa voglia ha il suo peso), che ha sempre bisogno di un piccolo favore da chiunque. Se non chiede, comunque si butta malato e aspetta di essere soccorso.

Un’altra grande manipolatrice (ma di quella mi sono liberata in quattro e quattr’otto) era Filippa. Per liberarmene purtroppo ho dovuto alla fine essere cinica, che è assolutamente contro la mia natura ma, credetemi, nonostante il discorso schietto e diretto che non ho mancato di farle, non mollava la presa.

Salterei tutte le altre categorie (se vorrete poi mi farà piacere ascoltare le vostre storie) per saltare alle modalità di allontanamento. Ecco, io sono assolutamente contraria alla prima suggerita dall’articolo, metodo subdolo, odioso, vile, e anche poco rispettoso dall’altro in senso umano (non dimentichiamoci che l’altro può essere benissimo uno in buona fede, vittima di depressione o della propria inettitudine, ma comunque non meritevole di falsità).

Personalmente, quando non funziona il non farsi più sentire, sono per il metodo diretto, costi quel che costi: il più diplomaticamente possibile, con il maggior tatto possibile, ma sempre in maniera chiara e senza arzigogoli e infingimenti.

Che ne pensate?