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La vecchietta no no no?

Giorni fa mia figlia ha chiamato il comune per una segnalazione per la situazione rifiuti sotto casa nostra assolutamente insostenibile. Il Comune le passa l’Ama, dall’Ama pare abbia rispoto un disco che diceva che la segnalazione andava fatta esclusivamente on-line.

Ora, il fare le cose on-line dovrebbe essere un’opzione in più per chi è informatizzato, ma vi pare giusto che diventi l’unica possibile ed essere in possesso di un pc, avere una connessione internet e soprattutto saper utilizzare entrambe sia praticamente un obbligo di legge?

E’ questa la società del “Nessuno deve rimanere indietro”?

A me pare piuttosto il solito mondo del “Chi non salta zompa”!

Sbaglio o son destra?

A volte mi interrogo su me stessa, su come ho affrontato e affronto la vita, e non mi sembra ci siano mezze misure: o ho sbagliato tutto e l’ho sprecata, o ho saputo scegliere una strada di saggezza e coerenza raggiungendo una serenità che generalmente le persone non hanno.

Non so decidermi su quale sia la risposta giusta, mi sento davvero dalla parte del bene al pensiero che sono una senza “tormenti”, che sono felice delle gioie altrui, che non devo nulla a nessuno, che mi sono fatta da sola, cresciuto una figlia, etc. etc. etc., sempre con le mie sole forze, e soprattutto senza mai scavalcare nessuno.

Mi sento invece in difetto quando penso a tutto il non fatto, a questa specie di elettroqualcosa piatto, mi chiedo se questa mia “spartanità”, questo mio essere istintivamente minimalista non sia una rinuncia a vivere piuttosto che una scelta di semplicità alla Diogene, o una saggia forma di atarassia/apatia di stoica/epicureica memoria.

Insomma: “Niente se mi giudico, tanto se mi confronto” ma non solo: se vogliamo andare avanti a proverbi aggiungerei pure “Il gabbo arriva la bestemmia no”, e ora vi spiego perché.

Dovete sapere che tanti anni fa (ma proprio tanti tanti) io dissi una cattiveria a una persona, ma la dissi proprio con tutto il cuore e, francamente, non me ne sono mai pentita.

Lei era la ragazza di un mio carissimo amico (alla Xavier per intenderci), e lo trattava come una pezza da piedi. Lui era un ragazzo molto mite, non aveva certo una personalità proprompente, di quelle che generalmente piacciono alle donne, ma era una persona perbene e soprattutto la adorava.

Lei secondo me stava con lui solo e unicamente perché non se la copriva nessun altro (scusate il linguaggio diretto, ma oramai mi conoscete) e vi dirò di più: ogni tanto lo lasciava e, a mio avviso, si faceva un giretto altrove, convinta di trovare uno meglio di lui che avrebbe soddisfatto le sue manie di grandezza e i suoi sogni di gloria, poi si ritrovava da sola, presa e buttata via, e ritornava dall’innamorato di sempre, neanche particolarmente con la coda tra le gambe.

Parlando con me, che a lui volevo un bene dell’anima, lei ne sparava sempre peste e corna; io allora non facevo altro che invitarla a lasciarlo se quella era l’opinione che aveva di lui, se ne andasse a cercare altrove il suo principe azzurro e lo lasciasse finalmente libero di trovarsi una che gli volesse bene e lo apprezzasse per quello che era (tra le altre cose, quando lui seppe che la invitavo a lasciarlo non la prese troppo bene).

Lei aveva una gran voglia di essere amica mia, anzi, si sentiva proprio di esserlo, anche se quest’amicizia nessuno gliel’aveva mai concessa, e si lamentava pure che era sempre lei a chiamarmi e mai io (cocca bella, significherà pure qualcosa?) e soprattutto indovinate cosa? Mi dava tanti, ma tanti consigli, ma che dico, non consigli, erano delle vere e proprie direttive, per di più perentorie, a campare come diceva lei. Dopo averla invitata mille volte a farsi i fatti suoi tanto non avevo nessuna intenzione di prendere in nessuna considerazione le sue illuminate esortazioni, all’ennesimo rinfaccio che nella vita avevo sbagliato tutto le risposi che magari avevo pure sbagliato, mi ero sposata e avevo divorziato, mi ero trasferita all’estero ed ero tornata, etc. etc. etc., ma intanto avevo fatto un sacco di cose, avevo vissuto ma lei? Lei che cosa avrebbe raccontato al Padreterno? La sua “prudenza”, la sua paura di tutto, i suoi piedi di piombo, l’avevano tenuta inchiodata allo stesso posto da sempre, e che aveva fatto, per esempio, negli ultimi vent’anni? Niente, avevo solo rughe in più, una vita completamente sprecata.

Avete presente “colpita e affondata”? Non mi parlò mai più, e io ne ebbi un grande senso di liberazione. Poi, ovviamente, Xavier docet, corsi e ricorsi storici, lui prese le parti della sua bella e, dopo un periodo in cui cercò di conciliare i due rapporti, si allontanò.

Beh, lasciando stare loro due e tornando a me, cosa ho fatto negli ultimi vent’anni? Che racconterò al Padreterno? Rispetto a vent’anni fa ho solo il fisico più segnato e, come volevasi dimostrare, il gabbo è puntualmente arrivato.

E vabbè, che vi devo dire, domani è un altro giorno!

(Francesco Guccini – L’avvelenata)

Non chiedermi chi sono

Bozza scritta mille anni fa, ritrovata oggi: già che ci sono la pubblico!  😆

(Non chiedermi chi sono – poesia di Alessandro Ceccoli)

Qualche giorno fa ho avuto una mezza discussione con una persona (della blogosfera), la quale sosteneva che, insomma, avendo avuto pure contatti privati, conoscendo io la sua identità, e che diamine, il minimo dell’educazione era rivelargli la mia!

Non l’ho fatto, e ritengo che questo abbia guastato il rapporto.

La stessa cosa accadde qualche anno fa con una fedelissima, vera e propria mascotte di questo blog, che mi ha voluto dire di sé, senza che io glielo avessi chiesto, vita morte e miracoli, ma poi si è ritenuta offesa perché non avevo ricambiato la cortesia.

Avevo intenzione di riprendere il discorso ma, in verità, ma ne sono sempre dimenticata, fino a che non ho letto questo post di Solindue (avrei volentieri partecipato alla discussione, ma antichi dissapori rendono inappropriata la mia presenza in quel blog).

Ok, affronterò l’argomento in casa mia. Una volta una tizia, per dimostrarmi quanto si fidasse di me, mi raccontò tutte le confidenze ricevute dalla blogsfera, e arrivò a girarmi e-mail di terzi, senza neanche oscurarne il nome.

Più che dimostrarmi quanto lei si fidasse di me, in questo modo mi provò piuttosto quanto lei fosse inaffidabile e da tenere alla larga il più possibile! Delle cose proprie uno fa ciò che vuole, ma i segreti e le confidenze altrui sono e debbono rimanere sacre, persino nel caso l’amicizia si guasti.

Ora, siccome internet è una pubblica piazza e io tutta ‘sta stima della massa non ce l’ho, ritengo l’anonimato un diritto inalienabile: questo non perché uno abbia cose da nascondere ma insomma, non avere nulla da nascondere non significa rinunciare alla propria privacy ed esporsi nudi alla folla. Oltretutto , più o meno indirettamente, tramite i vari racconti, uno espone al pubblico anche vicini, parenti, colleghi e conoscenti, e questo mi pare davvero inopportuno.

BD - Bastardi Dentro, FB e la privacy

NB: la delicatezza della poesia d’introduzione e la crudezza della battuta della vignetta finale, la dicono lunga sulla mia doppia anima!

I primi e gli ultimi

Mi è rimasta impressa una frase di mia figlia in risposta a qualcuno in una discussione, in cui sottolineava l’amoralità del fatto che, se i primi sgomitavano per essere sempre più primi, gli ultimi di conseguenza sarebbero diventati sempre più ultimi, più esclusi e più reietti.

Il problema non è così facile come potrebbe pensare, perché sarebbe tanto facile dire che nessuno deve rimanere indietro, ma poiché non siamo tutti uguali, e poché oggettivamente non tutti abbiamo le stesse capacità nei vari campi, questa millantata uguaglianza che vorrebbe tutti uguali non è possibile raggiungerla se non tarpando le ali ai migliori affinché tutti razzolino a terra e nessuno sia più su di un altro.

Ecco, la mia domanda è: cui prodest? A chi giova? Quando non avremo più un abile chiururgo, un letterato eccellente, un architetto capace, ma anche un cuoco, un sarto o un muratore, perché nessuno deve rimanere indietro e quindi tutti devono assestarsi al livello dei più incompetenti, incapaci e mediocri, come avremo ridotto la società? Come avremo ridotto la nostra vita, la nostra salute, la nostra quotidianità, la nostra possibilità di miglioramento e di progresso?

Una politica illuminata (che i partiti che in nome dell’uguaglianza promuovono la massificazione e la perdita di identità decisamente non hanno) dovrebbe tendere a facilitare la crescita e il progresso di chi ha le capacità di andare avanti, e del cui talento tutta la società usufruirà, e nel contempo promuovere delle politiche di inclusione per far modo che chi resta indietro possa comunque in qualche modo trovare una propria strada e procedere.

Credo che sia capitato a tutti di vedere persone riuscire davvero male in qualche campo, tanto da sembrare con seri problemi intellettivi, e poi averli visti sufficientemente realizzati o addirittura sfondare in altri campi: io personalmente credo che ognuno abbia un proprio talento, una missione nella vita che è capace di portare avanti più di altri, ma se anche così non fosse, vi pare che affossare i talenti sia la soluzione?

Io credo che si debba cambiare totalmente prospettiva: mettiamo caso che una persona scopra una cura contro il cancro, non sarà forse l’umanità intera a beneficiarne? Ecco la chiave di lettura, noi siamo parte di un’umanità, siamo una squadra, e l’importante è che qualcuno ce la faccia, l’importante è che certe scoperte vengano fatte, certe invenzioni realizzate, ed è nel nostro interesse supportare chi può farcela, perché alla fine il traguardo sarà un traguardo raggiunto da tutta l’umanità.

Sempre nella stessa ottica di “se io stessi al governo”, i più bravi, i più sgobboni, quelli con più talento, che più si rimboccano le maniche, che più hanno acume, quelli li individuerei e sponsorizzerei (non li farei fuggire all’estero…). Per gli altri, ogni sostegno, ogni aiuto possibile, ogni apertura di possibilità alternativa che, badate bene, probabilmente sarà pure pagato/reso possibile dai bravi di cui sopra, non dimentichiamocelo!

E poi, consideriamo anche che, spesso e volentieri, non sono le capacità che mancano, ma la voglia, e voi sapete quanto io abbia diciamo in antipatia, tanto per usare un eufemismo, i parassiti di ogni tipo. Tanto per usare un esempio fatto giusto a mia figlia in questa occasione, un conto è che l’autobus si fermi per aspettare che l’anziano col bastone lo raggiunga (e che il mondo impari a non lasciare iindietro chi ha il passo più lento, che il mondo impari il rispetto per l’anziano e a rimodulare le proprie priorità), un conto è che si fermi per aspettare il tizio/la tizia che passeggiano più o meno sculettando mentre parlano amenamente al telefonino: cocco/a, il mondo non sta al tuo servizio e non si ferma per aspettare i tuoi comodi!

Noi non amiamo i circoli esclusivi, ci piacciono quelli inclusivi, ci piace la solidarietà, la fratellanza, etc. etc. etc., ma non ci piacciono neanche i carrozzoni di gente che vive a bilancino, che intende vivere a carico del prossimo perché lavorare stanca e vai avanti tu che mi vien da ridere.

Sono stata una prima della classe che non ha mai fatto copiare? Ebbene sì, lo sono stata, e vi confesso che, tornando indietro, farei esattamente la stessa cosa. Sono stata una persona preparata che ha sempre aiutato gli altri a superare le proprie lacune e che ha messo a disposizione il proprio tempo e il proprio impegno per aiutare gli altri ad andare avanti? Sì, lo sono stata, e ho sempre continuato a esserlo.

Tutti conosciamo la massima “Se dai un pesce a un uomo lo sfami oggi, se gli insegni a pescare (*) l’avrai sfamato tutta la vita” e io ho sempre insegnato a pescare, ma il mio pesce, pescato con fatica mentre tu te ne stavi in panciolle dondolandoti al sole, se permetti non te lo do: ripeto, gli scanzafatiche/parassiti/lavativi/fancazzisti io proprio non li mando giù!

(*) magari un primo pesce sì, si dovrà pure rimettere in forze per poter iniziare a pescare!  😉

Quanto è facile la vita degli altri!

Picasso – due donne che corrono sulla spiaggia – 1922

***

Sappiamo bene come la gente di deandreiana memoria sia prodiga di buoni consigli, tutti sanno vivere la vita degli altri, ed è davvero una gran disdetta indipendente dalle proprie capacità che non sappiano vivere la propria.

A prescindere dei consigli idioti e non richiesti che la gente continua a darmi, nonostante io non nasconda di non apprezzarli affatto e di ritenerli inappropriati, banali e fuori luogo, sto osservando questo fenomeno più in grande in occasione questa crisi lavorativa che sta coinvolgendo me con tutti i miei colleghi.

Oramai siamo agli sgoccioli, pochi giorni ancora e ci ritroveremo con un vuoto davanti a noi che già ci fa paura. Si parla di come faremo, come pensiamo di organizzarci, come pensiamo di affrontarla e, incredibile dictu, ognuno paragona la propria situazione a quella degli altri, e a ognuno la propria sembra peggiore: chi è più giovane ritiene che chi è più vicino alla pensione sia più fortunato, ma questi ultimi, cui magari alla pensione mancano sei o sette anni, pensano che chi è più giovane abbia più possibilità di trovare un altro impiego, mentre loro come faranno a sbarcare il lunario in quei sei /sette anni? Chi è solo ritiene fortunato chi ha un consorte che continuerà a portare i soldi a casa, ma chi è sposato, e magari con figli, pensa al milione di spese e di impegni presi contando su un doppio reddito. Chi ha i figli all’università si lamenta dei costi enormi degli studi universitari (specie se il figlio è fuori sede), ma chi li ha piccoli pensa agli anni ancora che dovrà trottare e provvedere a loro prima che siano indipendenti.

Insomma, in ogni circostanza l’erba del vicino è sempre più verde, e la vita degli altri sempre più felice, facile, gestibile, organizzabile.

Matrimonio e condivisione di pene affanni.

non esistono famiglie perfette

Come ho già avuto modo di raccontarvi la mia azienda ha deciso di chiudere i battenti. Quello che sarà la nostra sorte non si sa, le voci che si rincorrono sono tante, ma le chiacchiere stanno a zero e, come si suol dire, “carta canta villan dorme”.

Un mio collega mi racconta che alla prole – adulta – non ha detto nulla: io mi sono comportata diversamente ma, insomma, sono scelte. Quello che mi ha sconvolto è che quest’uomo non abbia detto nulla neanche alla propria moglie, e io mi sono messa nei suoi panni (della moglie intendo) e mi sono chiesta: se mio marito stesse per perdere il lavoro, se la sua azienda stesse chiudendo e non mi dicesse nulla, come la prenderei?

Francamente, molto male. Male non dico al punto che lo lascerei, almeno in prima istanza, ma secondo me verrebbe meno l’amore da parte mia, perché mi sentirei di stare condividendo la mia vita con un estraneo di cui non so nulla. Certo, non stiamo parlando mica di un’altra donna e di altre azioni – dipendenze, gioco d’azzardo etc. – più facilmente classificabili come turpi e inaccettabili, ma siamo una famiglia, come puoi nascondermi una cosa del genere? Che poi, se uno ha preoccupazioni di questo tipo, facilmente ha la testa da un’altra parte, e io ti devo vedere distratto, deconcentrato, nervoso, e non sapere nulla delle reali cause di questo? Può andare bene per un giorno, che ti è successo un fatto e non ti va di raccontarlo, ci può stare, ma per mesi e mesi e mesi, tenere nascosto che razza di bomba sta scoppiando, secondo voi è normale?

Gli ho detto che io non lo avrei mai accettato e lui, oltre a ribadire il suo concetto che secondo lui io sono fatta per stare sola, ha affermato che ognuno di noi ha un lato oscuro, quello che io con un’espressione più poetica chiamo “il giardino segreto”: su questo sono d’accordissimo, e guai se non fosse così, ma una spada di Damocle che ti ondeggia sulla testa come quella della perdita del lavoro, può essere considerata un segreto lecito? Se non condividi con me una situazione di questa portata, e che comunque coinvolge tutta la famiglia, ma di che stiamo a parlare? Ricordo una mia amica, nelle stesse identiche condizioni lavorative, che ne parlò con il marito il quale consolandola le disse: “Non ti preoccupare, mi hanno offerto un secondo lavoro, pensavo di rifiutarlo perché non ne avevamo bisogno, vorrà dire che lo accetterò così intanto una toppa ce l’abbiamo messa”. ABBIAMO messa. Ecco, lui il secondo lavoro l’avrebbe rifiutato, ma SAPENDO che la moglie stava per perdere il primo ha deciso diversamente. Ritardare a dare certe notizie – a casa mia hanno lo stesso vizietto, con la scusa di “proteggerti” e di “non farti preoccupare” -significa fare trovare l’altro più impreparato, spesso messo con le spalle al muro, con il margine di manovra ridotto a zero.

Certo, non si può prevedere il futuro, l’uomo propone e Dio dispone, ma se uno questo futuro già lo conosce, o comunque già si stanno delineando degli scenari, secondo me prima si sanno le cose meglio ci si regola per le decisioni future.

Io continuo a pensarla nello stesso modo, se mio marito non condividesse con me una notizia del genere mi sentirei trattata come un’estranea, e probabilmente anche il sentimento ne risulterebbe compromesso: non è questo il rapporto che voglio, fa presto lui a dire che sono fatta per stare sola, io penso piuttosto che non sono fatta per le compagnie fasulle, non m’interessano due estranei appiccicati insieme con lo sputo, di una relazione ho tutt’altro concetto, e voi? Come vi regolereste in un’evenienza del genere, sia nei panni del marito che della moglie?

Il suprematismo bianco (o di qualsiasi altro colore)

musulmani in preghiera, foto di repertorio, dal web

 

Due giorni fa, alle 13.45 del venerdì della preghiera un suprematista bianco, tale Brenton Tarrant, australiano di 28 anni, è entrato nella moschea di Al Noor a Christchurch, in Nuova Zelanda, e ha aperto il fuoco con la sua arma automatica uccidendo 41 persone. Poco dopo un altro attacco, stavolta alla moschea di Linwoood a pochi chilometri più in là: altri sette morti, mentre i feriti in entrambe le sparatorie ammontano a decine.

L’attentatore si filma, pubblica il filmato, è esaltato, nella sua macchina ha uno scritto, mi pare intitolato “The replacement”, in cui è descritto quello che si appresta a fare.

Fin qui, purtroppo, nulla di nuovo, il copione di certe notizie, degli attentanti intendo, è quasi tristemente sempre lo stesso, e ammetto che generalmente è proprio il terrorismo islamico a firmare questi attentati di cui ci arrivano in continuazione annunci dai nostri media, come islamiche sono le vittime di questi due attentati.

Vittime innocenti.

Vittime innocenti, per quanto ne sappiamo, e questo va ribadito, perché ho letto in rete dei commenti orribili, raccapriccianti, agghiaccianti. Molta gente, sedicente civile, sedicente umana, sedicente appartenente a una cultura più illuminata e rispettosa dei diritti umani, ha commentato l’accaduto con un “ben gli sta”, come se questa gente riunita in preghiera fosse la stessa che va in giro a compiere attentati. Qualsiasi tentativo di ridurre alla ragione questi che definirei “suprematisti bianchi in erba” è risultato vano; io, e quelli che la pensavano come me, “non capivamo”, eravamo “ciechi buonisti pronti a farci invadere,” non sapevamo che “le moschee sono centri di addestramento del terrorismo”, e meno male che ci sono loro che sanno tutto, informati direttamente dalla CIA di tutti gli intrighi internazionali.

Io piango quelli vittime, piango quelle vittime innocenti massacrate mentre erano raccolte in preghiera. Sono ebrea, figlia di un popolo attaccato da sempre dai paesi arabi, vittima continua del loro terrorismo. Ho pianto figli del mio popolo sgozzati nel sonno nelle proprie case da mano palestinese, trucidati all’interno delle sinagoghe mentre pregavano, o in discoteva mentre ballavano, o mentre si sposavano, etc. etc. etc, ma questo non fa di me un’islamofoba, e spero di rimanere sempre cosciente della differenza tra colpevole e innocente, spero di riuscire sempre a salvarmi dalla tentazione della colpa collettiva, di giudicare sempre gli altri per le proprie personali responsabilità e non per quelle di qualcun altro che appartiene alla stessa nazione, o alla stessa etnia, o che professa la stessa religione: il diritto dell’innocente viene prima, e la vera civiltà è quella che rispetta il diritto di questo innocente, qualunque sia la sua religione, la sua provenienza, il colore della sua pelle, persino chiunque siano suo padre e sua madre.

Io oggi piango le vittime dei due attentati, presumendole innocenti, ma ancora di più piango la fine dell’umanità, del discernimento e della civiltà in menti accecate dal pregiudizio e dall’incapacità di giudizio equilbrato e oggettivo.

Piango perché l’essere umano è troppo spesso razzista, perché non riesce ad esimersi dal giudicare per categorie, perché la sua mente è incapace di analisi, e apre il fuoco contro quello che è promosso nemico di turno con gli occhi chiusi, il cuore chiuso, la mente chiusa, l’anima assente.

PS: che poi, come fa giustamente notare il signor Smith, in Nuova Zelanda sono proprio i bianchi gli invasori!