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Mamma, tu mi odi?

Stamattina mia figlia è entrata in camera mia, mi si è accucciata accanto, mi ha abbracciato e mi ha detto: “Mamma, sono andata in un sito dove la gente confessa quello che non ha il coraggio di dire, e ho trovato un sacco di mamme che dicono di odiare i propri figli e di odiarsi per questo, addirittura di essere andate in analisi per superare questo problema: ma si può odiare un figlio?”.

Mi arriva un pugno allo stomaco, perché tante mie amiche mi hanno fatto più meno la stessa confidenza, e qualcuna pure in analisi ci è andata.

Le ho risposto che c’è un’errata cultura che vuole tutte le mamme perfette e infaticabili, innamorate a oltranza dei loro pargoli, ma non è così, senza che questo nulla tolga all’amore di una madre. Semplicemente siamo esseri umani coi nostri limiti, con un limite alla nostra resistenza psicofisica, per quanto l’amore per i figli allarghi questo limite a dismisura. Le mamme hanno bisogno dei propri spazi, di ritrovare la propria dimensione di esseri umani oltre che di madri, e spesso è difficile con dei figli energivori che ti fagocitano 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, 365 giorni l’anno, per anni, anni e anni.

Ho pensato a lei, ma non le ho voluto dire niente perché non volevo in nessun modo che riconducesse le mie parole al termine “odio” da lei utilizzato nella domanda. E’ da tanto che cerco di farle capire in tutti i modi che è da una vita che ho raggiunto il limite, che dovrebbe capire – e questo l’ho ripetuto mille volte anche al padre – che il mio “Non ce la faccio più” significa veramente “Non ce la faccio più”, e non rappresenta un generico “mi va di lamentarmi giusto per fare un po’ di scena”, e che si mettano una mano sulla coscienza.

Considerate solo che, quando è stata un mese fuori, sono dimagrita 10 kg, senza dieta, semplicemente seguendo i miei ritmi: pensate a quanto al momento questi miei ritmi sono stravolti e quanto questo stravolgimento mi faccia male, fosse pure solo (e non lo è) in termini di peso e problematiche collegate.

I figli poi si amano, è ovvio, anche quando ci risucchiano, ma questo non significa che la sofferenza per il nostro essere soffocate non ci sia e che a volte non ci risulti insopportabile.

Ma i figli si sa, sono egoisti, e capiranno solo quando saranno genitori a loro volta.

Forse.

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Le parole della Shoà

***

Non rende l’idea dire che chi ha vissuto la Shoà è traumatizzato: il fatto è che è segnato a sangue per il resto della sua vita, lui e – forse per memoria genetica o forse per il clima respirato in casa, i ricordi, i racconti, il dolore taciuto ed altro – anche i suoi discendenti.

Wiesenthal diceva che anche gli ebrei nati dopo la guerra sono dei sopravvissuti, e vi assicuro che l’affermazione ha un suo perché. A me personalmente è capitato più volte di sognare le persecuzioni, che stavo in un cinema ed entravano i tedeschi, con le armi spianate, e cercavano di portarci via, e noi cercavamo di fuggire.

Persino mia figlia ha fatto sogni del genere, un incubo popolato di soldati con stivaloni neri che marciavano al passo dell’oca: io non credo ci sia altra spiegazione che la memoria genetica.

Insomma, molto spesso tanti ebrei (e a volte anche non ebrei, con decisamente meno diritto) si inalberano se qualcuno usa dei termini che fanno parte del macabro vocabolario della Shoà, quali “olocausto”, “camere a gas” etc.

Ora, da una parte i miei correligionari si devono rendere conto che certe parole hanno anche un altro significato e devono essere decontestualizzate e ricontestualizzate, e che non si può gridare ogni volta alla “banalizzazione della Shoà”, come per esempio quando un vegetariano o un vegano chiamano olocausto quanto succede al mattatoio o gli antiabortisti definiscono olocausto la soppressione di miriadi di embrioni e feti che avviene quotidianamente nel mondo, fuori o dentro ospedali e cliniche.

Sull’altro fronte però chi non l’ha passato, buon per lui, deve anche fare uno sforzo in più per capire quanto possiamo essere traumatizzati e quante generazioni e secoli di pace ci vorranno per cancellare – o almeno attenuare – il dolore di questa memoria.

Tutto questo mi tornava in mente qualche giorno fa quando il medico mi ha detto, data la mia situazione ponderale, che dovevo fare la “dieta Auschwitz”: giuro che un pugno allo stomaco mi avrebbe fatto meno male. Peraltro non ho mancato di rispondergli che abbiamo già dato, ma con tutta la sua intelligenza e anche il suo acume sul piano umano dubito che abbia capito il mio stato d’animo e la sua gaffe.

Purtroppo dobbiamo rassegnarci al fatto che abbiamo una ferita aperta che gli altri, buon per loro, non hanno: a me la parola “forno” ricorda più la sventurata fine di mio nonno che non la torta alla vaniglia della nonna, e quindi vorrei invitare a uno sforzo su entrambi i fronti, da una parte a non gridare sempre alla lesa maestà quando è chiaro che nell’interlocutore non c’è la benché minima cattiva intenzione, dall’altra a mettersi nei panni della persona che ha un vissuto, diretto o indiretto, cosi terribile, capire quando si è usata un’espressione impropria, e soprattutto cercare di non farla, di capire che per noi tutto ciò che riguarda l’olocausto è ancora campo minato e non sarà facile tornare alla normalità: sono passati più di settant’anni? E secondo voi sono sufficienti per dimenticare un abominio tale, con ancora in vita le persone che hanno visto deportare i propri cari sotto i propri occhi e moriranno senza essersi mai dati pace della fine che hanno subito?

Auguro a tutti una vita di pace e di serenità e, già che ci sono e l’argomento è attuale, di rispetto e solidarietà per chi fugge dalla guerra, dalla fame e dalle carestie.

Di primo novembre ed altre nostalgie

Domani è il primo novembre. Sarebbe stato il compleanno di Arthur, nonché il suo compliblog.

Lo mettemmo su insieme, scelsi io il nome (voi mi direte “E sai che fantasia, “Il mondo di Arthur”!).

Fu un momento particolare, lì a fare le prove al telefono, le varie impostazioni, la scelta dei temi… Io ero emozionata, era da oltre un anno che lavoravamo a quattro mani sul mio, mi sembrava che, come dire, l’impresa di famiglia si stesse allargando, e invece fu l’inizio della fine: ma questo chi mi segue da allora lo sa, e per chi non c’era sarebbe inopportuno rivangare ora qualsiasi cosa, e non solo perché Arthur non è più tra noi.

Arthur non sapeva di avere i giorni contati (vabbè, diciamo gli anni, visto che ne sono comunque passati dieci), Xavier invece lo sapeva (o lo sa? Esiste ancora su questa terra?).

Sono stati due rapporti diversi, ma entrambi, in modi diversi, in tempi diversi, pervasi di una dolcezza che, non essendoci più, lascia in me un amaro con cui è difficile convivere.

Ieri ripensavo a un altro mio carissimo amico, è stato per oltre dieci anni con una donna davvero in gamba e infatti l’amicizia con lui, che risaliva ai tempi dell’infanzia (quando l’ho conosciuto aveva nove anni!), non solo si è mantenuta ma anzi, si è ovviamente e comprensibilmente allargata anche a lei.

Vorrei cogliere l’occasione per dire a tutte le donne gelose e insicure che la migliore amica del vostro compagno (ovviamente purché sia davvero un’amica e non una pretendente friendzonata) è la vostra più preziosa alleata, altro che nemica da eliminare! E’ lei quella che gli farà capire quello che voi non riuscite a spiegare, è lei quella che lo convincerà a quel passo che è indeciso a fare: avete presente quando una mamma dice che il figlio è bello bravo e buono e intelligente e nessuno se la fila perché la parola di una madre nei confronti di un figlio non conta praticamente nulla? Ecco, così è la voce di certe donne, in certi momenti,  verso i loro compagni, le loro parole vengono ritenute di parte, ed è l’amica del cuore quella che saprà mediare facendo passare il vostro pensiero senza il peso della pressione emotiva (e del conflitto d’interessi!)

Ma torniamo alle nostalgie.

Ieri rovistavo tra le e-mail di lei, e l’impressione è stata di estraneità assoluta. Un amico comune la definiva “il nulla”, e mi rendo conto ora di quanto la sua definizione fosse azzeccata.

Ecco, oggi è stata, finora, nel bene e nel male, una giornata intensa, particolare, è stata una giornata che mi ha fatto capire, soprattutto, che la vita può cambiare, che all’improvviso può riprendere la corsa di chi è stato troppo a lungo fermo, che ci si può ricordare che esiste una vita: questo riprendere un discorso interrotto può darsi debba necessariamente passare attraverso un ultimo addio, un ultimo sguardo ai quei pezzi di noi lasciati sul percorso della vita?

Dacci oggi il consiglio quotidiano

Il pensiero dell’immagine secondo me è male espresso, dovrebbe essere:

“Condizione per offrire a una persona consigli non richiesti è quella di presumere che non sa cosa fare o che non può arrivarci da sola”.

Io non lo so se sono io una calamita per consigli ma, leggendo le lamentele di tutti, credo che sia un’abitudine piuttosto diffusa quella di andare in giro a dire alla gente come deve campare.

Io personalmente ho sviluppato un’allergia a queste persone che non vi dico, e oramai lo sforzo di reprimere l’istinto omicida mi debilita.

Premetto che ho un lavoro ben retribuito e che mi piace pure (e che mi sono trovata da sola), ho una casa di proprietà (che pure mi sono comprata da sola senza neanche un centesimo di aiuto da parte di nessuno, tutt’altro), che mi sono cresciuta da sola una figlia splendida, che sono tutto sommato in salute e serena, e quindi non mi pare proprio di essere la quintessenza del fallimento che ha bisogno dei consigli della prima casalinga frustrata che passa (ma non solo lei).

Stamattina per prendere l’autobus faccio una corsa, e purtroppo quando faccio queste cose l’asma si fa sentire per cui, una volta salita, ricorro alla pompetta. Dopo un po’ aiuto una signora anziana a scendere, e mentre la tengo forte lei mi fa un sorriso e mi dice: “Ma quanto è bella signora, la stavo notando prima, ha un viso stupendo!”: non nego che non me l’aspettavo, e il complimento mi fa piacere.

Data la fatica della signora a scendere, io e un’altra tizia iniziamo a commentare lo stato in cui viaggiamo sugli autobus e il tempo che ci si perde, davvero eccessivo rispetto all’orario di lavoro: “Tempo rubato alla vita”, commentiamo.

Aggiungo: “Io per qualche tempo mi sono riuscita ad organizzare leggendo, poi ho smesso perché sono incappata in un libro che non mi piace, e non passo ad altro per incaponimento, quando inizio un libro lo voglio finire, però poi non mi attira e quindi non lo tiro fuori”.

Interviene una signora seduta a fianco a me – che già prima era intervenuta in un altro discorso con altre persone e dimostrato quanto fosse cretina – e mi fa: “Lei non deve leggere, deve andare in palestra, che le fa bene pure per quella cosa che ha lei!”.

A Roma si usa dire: “Ma ce sei venuta o te c’hanno mannato???“.

Ho risposto con il tono più secco e acido che potessi assumere: “Non posso fare ginnastica sull’autobus”.

E che vi devo dire, deve essere il mio karma, chissà che ho fatto in una vita precedente!

 

Le molestie

Non so se esistano donne che non sono state molestate.

No, non commettete l’errore di pensare a quelle vecchie, a quelle brutte, grasse, irsute, no, neanche loro sono al sicuro, le molestie non conoscono età, né aspetto, né cultura, né ceto sociale: sei donna, ci provo, punto.

Resta il fatto che le molestie sono una cosa, lo stupro un’altra, ed è l’abuso di questo termine quello che lo banalizza e lo fa diventare meno credibile, più difficilmente individuabile e punibile.

Gli uomini il no non lo capiscono, per loro è sempre una melina.

Metteteci sull’altro fronte una come me, che è ingenua fino al midollo, e si dà il via alla fiera degli equivoci.

Perché io sapete, se un uomo mi chiede se può passare da me a prendersi un caffè, io accetto tutta gioiosa e metto su la Moka, mica il baby doll.

Perché se un uomo m’invita a cena io penso che voglia cenare, e se la cena me l’offre penso che sia galante, mica che ha pagato per lo streap tease.

C’è da dire, per contro, che quando realizzo in maniera troppo brutale che l’uomo che è con me non mi ha invitato al cinema per vedere il film, non mi ha invitato a cena per il piacere della mia conversazione, non si è autoinvitato a prendere un caffè perché gli piace un forte e corroborante espresso, il no lo so dire ben decisa, forte e chiaro.

Sono stata molestata? Non so cosa vogliamo intendere per molestie, di avances ne ho ricevute svalangate, molestie anche, le prime da persone che conoscevo, le seconde per lo più da sconosciuti.

Il no l’ho detto in maniera decisa, spesso caustica, e all’occorrenza le ho anche date, che un mio amico ancora ci ride al racconto.

Ai rifiuti sono spesso seguiti insulti da parte del rifiutato, ma poi tanto sono un disco rotto, ti danno dell’ipocrita bigotta, e a me che dicessero più di questo non è mai capitato.

Lo stupro è un’altra cosa, ve lo assicuro.

Ve lo assicuro.

Lo stupro è quando “no” non lo puoi dire.

Golda Meir e lo stupro: responsabilità e prevenzione

Non solo lo stupro di Rimini e la questione dei due carabinieri e le due ragazze sballate, ma oramai quotidianamente i notiziari ci riportano episodi di stupri, che sono sempre esistiti, ma in questo periodo sembrano essere un’ondata che non riesce ad arrestarsi e non, come prima, episodi terribili ma isolati.

Ma che cosa si fa per arrestare quest’ondata?

Bisognerebbe arrestare i colpevoli, ma non si fa, o meglio, non sempre si riesce a fare e anche quelli catturati tornano in libertà sempre troppo presto.

Bisognerebbe arrestare il diffondersi dell’egoismo e della prepotenza, per cui quando si vuole una cosa basta allungare una mano e prendersela, ma non si fa, pare che né nella scuola né in famiglia venga diffusa una cultura del rispetto.

Bisognerebbe arrestare in molti casi anche i pregiudizi di chi è chiamato a giudicare, e sembra di non rendersi conto della portata di uno stupro sulla vita di una donna, che spesso corrisponde a una morte psicologica, un trauma irreversibile che la segnerà tutta la sua vita futura, ma anche questo troppo spesso non si fa, anche se da qualche parte una qualche denuncia, una qualche pressione cominciano ad arrivare.

Bisognerebbe arrestare la debolezza delle donne, la loro incapacità di difendersi, e da un po’ si stanno diffondendo tanti corsi di difesa personale, primo di tutti forse il Krav Maga, e su questo qualcosa si sta facendo.

Bisognerebbe però pure arrestare la spavalderia di tante donne che, convinte che le loro teorie di un mondo ideale valgano più dei dati di fatto, si espongono a rischi che si potrebbero evitare (e rifiutano pure i corsi di autodifesa, al grido di “Non sono io che mi devo difendere, sono loro che non debbono aggredirmi!”, e con questo principio in banca non ci dovrebbero neanche essere le cassaforti, mica sono loro che dovrebbero nascondere il denaro che detengono lecitamente, sono i ladri che non devono rubare!).

Ammetto di essere, in molti casi, una di quelle che dice “se l’è andata cercando”, e chiarisco che non significa in nessun modo “Le ci sta bene” o “Lui era autorizzato a farlo perché lei ha provocato”, ci mancherebbe, ma significa che, siccome non viviamo in un mondo perfetto, chi ha più prudenza la usi ed è bene non dare occasioni alla vita di farci male: insomma, se attraverso le strada lo faccio sulle strisce pedonali e, ciononostante, guardo bene prima di attraversare. Se vengo investita, è chiaro che la colpa è del guidatore del mezzo che mi ha investito, ma la vittima sono io, e l’avere ragione non mi ridarà la vita o l’integrità fisica.

Se fossi al governo, certo che ragionerei come Golda Meir, aumenterei i controlli e non imporrei limitazioni alle donne, ma insomma, voi lascereste vostra figlia adolescente girare il mondo in autostop o lo riterreste altamente pericoloso? Sarebbe bellissimo poter girare il mondo in autostop, sarebbe un arricchimento per chi viaggia e per chi dà passaggi ma ripeto, non viviamo in un mondo perfetto e che una mia conoscente, da adolescente, sia stata stuprata da un camionista che le aveva offerto un passaggio, purtroppo non mi stupisce: colpevole di stupro è chiaramente il camionista, che è stato condannato alla galera che meritava, ma colpevole di essersi cacciata in un guaio per un’ingenuità pericolosa è certamente lei.

Dovremmo poter andare in giro di notte sicure, certo, sarebbe nostro diritto andare dove ci pare all’ora che ci pare e vestite come ci pare, certo che sì, non è di questo che si sta discutendo, non stiamo dicendo che una donna che accetta un passaggio o che va in giro di notte in minigonna da sola e per una strada buia e solitaria non avrebbe il diritto di farlo: qui si parla di opportunità, non di diritto.

Avrei anche diritto di lasciare le porte aperte senza che nessuno entri senza permesso, avrei diritto a lasciare le mie cose incustodite senza che nessuno se ne appropri, certo, ma non lo faccio, perché so che la delinquenza esiste, i delinquenti esistono, e uno cerca di difendersene come può.

Tante cose che per legge non si possono fare la gente le fa e basta (per esempio, diffondere foto e conversazioni private sul web), e troppi si sentono al sicuro trincerandosi dietro un arrogante “non può farlo”: lo fanno e basta.

Un’azione proibita espone l’autore a una sanzione, ma non gli impedisce materialmente di farla, ricordiamocelo tutti bene.

Chi ha più buon senso lo usi (e quel perdono che non merito)

Mi è ricapitato tra le mani questo famoso libro di Dale Carnegie, “Come trattare gli altri e farseli amici”, già letto innomerevoli anni fa, probabilmente qualche decina.

Letto e, constato rileggendo, mai applicati i consigli.

Non che siano sbagliati, tutt’altro. Certo, loro la fanno facile, non è che anche questo libro non sia un’americanata di quelle “come avere successo in un mese”, “come diventare miliardari in quindici giorni” “come dimagrire in una settimana” etc. etc., gli americani sono famosi per questa “manualistica del successo”, ma insomma, al di là della semplificazione, c’è del vero in quello che dice.

“Si prendono più mosche con una goccia di miele che con un litro di fiele” è il minimo del buon senso. Non è un invito alla falsità, ma a quello che la psicologia chiama rinforzo positivo, il costruttivo puntare l’attenzione su quello che funziona e non su quello che non funziona, e parlando con le persone, soprattutto se stiamo chiedendo o sperando di ottenere qualcosa, sicuramente puntare sulle abilità di quella persona sarà più utile che evidenziarne le carenze.

Ovvio, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e, ahimé, un tale comportamento è estremamente lontano dalle mie corde, precisina del piffero cui salta agli occhi immediatamente quello che non va, e non può fare a meno di evidenziarlo col tatto di un elefante in una cristalleria.

Indubbiamente gli esempi del libro appaiono forzati, pare che qualsiasi spazzino o straccivendolo cui tu vada a dire “C’è in te un grosso potenziale, hai delle qualità eccezionali” diventi in poco tempo un grande scrittore o scienziato o presidente degli USA, ma certo che l’incoraggiamento stimola e l’essere denigrati demotiva.

Devo dire che quando insegno riesco a tirare fuori il meglio dalle persone, anche quando ho guidato gruppi di lavoro ho saputo creare dei climi straordinariamente positivi e un grande e costruttivo spirito di collaborazione, ma pròvati a essere mio nemico e le mie capacità diplomatiche dimostreranno subito la loro irrecuperabile latitanza, ti sbrano e mi pulisco i denti con gli ossicini. Se ci aggiungiamo poi che per “nemico” intendo chiunque mi abbia fatto un torto, a partire dalla menzogna, capirete che le occasioni in cui mi trasformo in un bulldozer diventano vieppiù frequenti.

Un mio amico – anzi, un collega, che conosco da un’infinità di anni e con cui sto sì in rapporti di grande cordialità, ma pur sempre un semplice collega con cui i rapporti non sono mai andati oltre le questioni d’ufficio – ebbe una volta a dirmi “Tu per gli altri fai moltissimo, ti meriti estrema riconoscenza e gratitudine, poi un giorno fai bubbubbù e distruggi in un attimo tutto quello che hai costruito in anni”.

Questa osservazione mi ha profondamente colpito e fatto riflettere, anche perché non era una cosa personale, con lui non c’è mai stata alcuna questione e parlava assolutamente in generale, ergo il mio comportamento deve essere piuttosto oggettivamente noto.

Ripenso a tanti momenti della mia vita, in cui mordermi la lingua mi avrebbe risparmiato tanti dispiaceri, ma non l’ho fatto.

“La parola che riesci a dire è la tua schiava, quella che non riesci a trattenere è la tua padrona”, recita un detto, ed è vero, riuscire a cantarle è segno di libertà, ma non usare il buon senso nel reprimere quello che è controproducente dire è solo sintomo di dissennatezza e io sono, in quel senso, dissennata.

Che poi mi dicono che ci azzecco, che quando mi rivolto contro qualcuno ho una precisione chirurgica nel ferire, nel mettere le persone con le spalle al muro di fronte ai loro complessi e alle loro paure, che non posso poi pretendere che dimentichino facilmente o che possano tornare un giorno a provare una qualche simpatia: potrei pure essere disposta a buttarmi nel fuoco per queste persone, resta la sensazione di ostilità e di disagio, per cui preferiscono mantenere le distanze.

Naturalmente la storia con Pdf e Xavier non è sfuggita a questa regola: tornando indietro sicuramente mi comporterei diversamente, molto diversamente, e non certo perché pensi di avere torto. La mia saggia nonna esortava a “non dare colore alla minestra”, insomma, non sottolineare, enfatizzare, che poi finisce col significare consolidare, mentre la strategia migliore è lasciar decantare le acque. Insomma, per usare una metafora un po’ più colorita, che di certo la nonna non avrebbe mai usato, vale il saggio consiglio: “Se qualcuno vuole mettertelo nel didietro non muoverti, faresti il suo gioco!”, e io invece mi sono mossa peggio di una contorsionista, coi risultati che sapete.

Tornando indietro, farei quella cosa che tanto mi è odiosa, ma che è spesso utile nella vita, di “allontanarsi piano piano”, per l’appunto senza dar colore alla minestra. Parlando con lui, non la citerei mai e terrei la bambola per il woodoo ben nascosta, ma che fare, ormai è andata.

La domanda ora è: ho imparato dagli errori del passato? Dopo il conto salato che ho pagato e una rilettura del libro di Dale Carnegie, sarò capace di non prendere il toro per le corna, imbracciare l’ariete e sfondare il portone?

Purtroppo per me, temo di no, sbranare chi mi ferisce lenisce le mie ferite e il conto che pago, abbenché salato, ancora mi sembra preferibile a fare buon viso a cattiva sorte e a volgere la situazione a mio favore con tecniche manipolatorie, abbenché sagge e positivamente orientate.

Non sbranare mi darebbe l’impressione di essere rammollita: so che non è così, so che la rabbia mi rende schiava e la diplomazia e il buon senso mi libererebbero, ma il filo che separa la diplomazia dal rammollimento è troppo sottile, e non sono certa di riuscirlo a gestire per cui, cari amici, chiedo a voi un suggerimento, una motivazione in più per non reagire come ogni animale ferito reagirebbe e fare meno danni alla mia vita.