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La panchina cantastorie

Per Pasqua, simbolo di rinascita, in un momento in cui più che mai questa rinascita è auspicata e in cui più che mai dobbiamo credere, voglio riproporvi questa mia poesia, già pubblicata e riproposta più volte ma che secondo me, nella sua semplicità, porta un messaggio di imperitura dolcezza, la vita che vince, il sostegno familiare che vince, la gioia di vivere che vince.

Buona Pasqua a voi tutti, che possano risorgere le nostre strutture, le nostre aziende, ma soprattutto i nostri valori familiari e la nostra gioia di vivere!

LA PANCHINA

S’io potessi parlare,
e dirvi ciò che ho visto,
quanti modi d’amare,
qual nobile qual tristo:

amori appena nati,
vissuti oppur sognati,
amori disperati,
urlati o sussurrati.

Lacrime solitarie,
soffocate in silenzio,
risate spensierate,
regalate al vento.

Promesse mantenute,
imbarazzi d’addio,
tante generazioni,
qua sotto sempre io.

A volte vorrei dire
“Non credeteci troppo!”
ma poi mi viene in mente
chi supera ogni intoppo,

per ritrovarsi qui,
coi capelli d’argento,
a regalare ancora
le sue risate al vento.

Diemme 18/06/2009

L’invenzione de la rota (by Carlo Renzi)

L’ INVENZIONE DE LA ROTA

Quanno che ar monno nun ce stava gnente,
l’ommo se sollazzava tutto er giorno.
A mezzoggiorno metteva sotto ar dente
tre bacche cò du’ erbette de contorno.
E pe’ dormì bastava ‘na caverna,
senza dovè dà tasse a chi governa.

Nun pagava nè luce nè piggione,
e a nisuno doveva renne conto.
Ma quarchiduno fece ‘n’invenzione.
De che se tratta? Mo ve l’aricconto.
Vedenno un sercio tonno rotolante,
te fece ‘na penzata illuminante.

Ce lavorò pe’ un annetto sano,
l’attrezzatura mica ce l’aveva,
doveva da fà tutto cò le mano.
Poi, finarmente, evviva, se moveva.
In quer momento nacque quer progresso
che cià portato a quer che semo adesso.

E mo, a vedè ‘sta tera in agonia
pe’ tutto quello che poi s’enventorno,
me se sta a scatenà ‘na fantasia:
Pe’ torna a sollazzasse tutto er giorno
e, cor monno, vibbrà all’istessa nota,
ce basterebbe rinuncià a la rota?

(Carlo Renzi, 22/11/18)

Il caciocavallo (by Rita La Rosa)

“The Favorite” by Georgios Iakovidis

***

Cari amici, eccomi dopo lungo silenzio con una chicca per voi. Una mia amica ha simpaticamente raccolto il guanto della sfida lanciato anni fa su chi si sarebbe voluto cimentare in un’ode al caciocavallo, e ne sono usciti questi versi di una dolcezza unica. Io, pur non conoscendo il dialetto siculo (ah, quanto vorrei che Arthur fosse qui con noi!), leggendoli mi sono commossa, e comunque sotto c’è la traduzione in italiano. L’autrice ci prega, nel caso dovessimo copiare la poesia altrove, di riportare, oltre ovviamente al suo nome, anche la dedica al nonno e alla mamma, che del componimento desidera costituisca parte inscindibile.

U Cascavaddu, u vinu di Vittoria e a nustalgia

Eru ‘na picciridda e m’ piaciva
U nonnu mu civava pianu pianu
A vucca mia, ricordo, ca ririva
Mangiannu tuttu u pezzu sanu sanu

Ma Matre, mu civava cu lu pani
chiddu d’casa ch’m’ piaciva assai
Rraffavu su furmaggiu cu li mani
U pani, nonsi, un nnu mangiavu mai

U cascavaddu bbonu e sapuritu
M’ lassava a vucca assai salata
Eru ‘na criaturedda e cu lu dito
Rrattavu a ma lingua arrutuliata

U nonnu che assai bbene m’ vuliva
Senza cha Mamà virisse ch’ faciva
Dicennu “ma nipute è comu ammia”
Co vinu di Vittoria mallinchiva

Do bummulu u mittiva intru u bcchere
“Nanticchia – m’ diciva – sciatu miu “
“Un t’ fare viriri, girate i darrere
Ca Mamà tua ci penzu ggiustu iu”

Sentu a nustalgia do passatu
Eru ‘na criaturedda sapurita
Co cascavaddu in manu e fra li dita
Sentìa ca ‘mavivu arricriatu

di Rita La Rosa – 17 febbraio 2019

In ricordo di mio Nonno Vincenzo Coco (detto Nonno Cecè) e di mia Mamma Pina e delle mie vacanze marine a Gela

Traduzione

Il Caciocavallo il vino di Vittoria e la nostalgia

Ero una bambina e mi piaceva
Il Nonno mi imboccava piano piano
La mia bocca ricordo che rideva
Mangiando tutto un pezzo intero

Mia Mamma me lo dava con il pane
Quello di casa che mi piaceva molto
Arraffavo quel formaggio con le mani
E il pane, nossignore, non lo mangiavo mai

Il Caciocavallo buono e saporito
Mi lasciava la bocca molto salata
Ero una bambina e con il dito
Mi grattavo la lingua arrotolata

Il Nonno che mi voleva tanto bene
Senza che Mamma vedesse che faceva
Dicendo “Mia nipote è come me”
Col vino di Vittoria mi riempiva

Dall’orcio lo metteva nel bicchiere
“Poco – mi diceva – fiato mio”
“Non ti fare vedere, girati di schiena
Che a Mamma tua ci penso giusto io”

Sento una nostalgia del passato
Ero una bambina graziosa
Con il Caciocavallo in mano e fra le dita
Sentivo che mi ero ricreata.

Di Rita La Rosa – 17 febbraio 2019

Ode a Spelacchio

 

Io vorrei dedicatte ‘na poesia,

ma tu Spelacchio mio sei già poesia

puro se c’è chi dice n’antra cosa.

T’hanno tajato, spostato e messo in posa

senza attenzione e senza accorgimenti,

e così te, che hai visto antri momenti,

da abete sano, rigojoso e roscio

te sei trovato spelacchiato e moscio,

esposto ‘n piazza a faje da zimbello:

te proprio ch’eri stato così bello!

 

Che te lo dico a fa’ che li nemichi

der sindaco de’ Roma, pòra stella,

‘n gn’è parso vero de fa’ la canzonella

e d’appioppatte ‘n nome migragnoso.

Che invece poi pe’ noi è stato affettuoso:

era Natale, te pare che la sorte

nun cambiava la storia a ‘sto porello,

e trasformava ‘sto gracile arberello

e lo sarvava da la condanna a morte?

 

Fu così che iniziò  ‘n pellegrinaggio

de gente che veniva pe ‘vedello

magari pronta pure a disprezzallo,

ma dopo a constata’ quant’era bello.

In tanti t’hanno messo là ‘n bijetto

a testimone che c’era tanto affetto,

e datte quer coraggio e quer conforto,

pe consolatte da chi diceva: “morto!”.

 

Poi ieri sera t’avemo detto addio

ma nulla mòre e tutto se trasforma,

e invece d’esala’ l’anima a Dio

t’aripresenti sotto ‘n’antra forma:

col legno tuo faranno ‘na casetta,

‘na “Baby little home” pe’ quelle madri

che voranno allatta’ li regazzini

dentro a un riparo e senza avecce fretta.

 

Addio Spelacchio, ritorni ‘n Val de Fiemme,

ma resti dentro ar còre dei romani

che se stanno a riprènne lemme lemme

dai danni de ‘na manica de ’nfami.

 

(Patrizia Vivanti, 12/01/2018)

Ode a Virginia Raggi

virginia-raggi-porta-a-porta

Pj mi ha provocato con la Raggi? Dovevo scrivere una poesia su di lei? Ebbene, eccola! La metrica è scamuffissima, ma oggi sono spremuta come un limone, intirizzita che mi sento un pupazzo di neve, e quindi siate clementi con me e accontentatevi!  🙂

 

Dolce è Virginia, ma sembra sia bionica,

fragile appare, ma forte è la struttura;

dritta per la sua strada, supersonica,

lei non si ferma: questa è la sua natura.

 

Appare onesta, coerente e lineare,

per i suoi fan lei è spettacolare:

va dritta al sodo, presente accanto ai vinti,

su certi aspetti alfine ci ha convinti.

 

Virgy, da buona madre di famiglia,

dà fondi per le vittime di Acilia:

piuttosto che agli addobbi di Natale,

vuole pensare a chi s’è fatto male!

 

Ci nega il concertone altisonante,

ma rende la città tutta festante.

Toppato ha nello sceglier gli aiutanti?

Ma se si toppa persino con gli amanti!

 

Ha fatto delle scelte che persegue:

rifiuti, buche e mezzi di trasporto,

questo vuole il romano, e in ciò la segue,

chi invece la denigra è certo in torto.

 

Vuole risolver questi tre problemi,

ma non per questo le lanciano anatemi:

lei vuole far quadrare i conti in rosso,

e ha calpestato piedi a più non posso!

 

Con le Olimpiadi tanti palazzinari

contavan di mangiare a piedi pari,

lei invece ha tolto l’osso sì carnoso

dalla vorace bocca del mafioso.

 

Ha risvegliato dal coma tanti autisti,

che alla guida non s’erano mai visti,

ma con controlli inviati inaspettati,

li ha resi tutti guariti e ben rialzati.

 

Ha presentato un bilancio troppo presto,

che è stato tosto bocciato col pretesto

che non aveva inver considerato

fuori bilancio il debito arretrato.

 

Sempre tentando di riassestare i conti,

cerca di non lasciar scadere i fondi

stanziati dall’Europa e il giubileo,

con cui comprerà i mezzi la Meleo.

 

Cose da fare ce ne sono tante,

e lei va avanti con passo da formica,

ma come mai potrebbe esser saettante?

I soldi sai, lei non li stampa mica!

 

Pentastellati o no auguriamo dunque

che le sia riconosciuto da chiunque

impegno, sforzo, e cambiamenti visti,

abbenché rallentati da imprevisti.

 

Raggiunga i suoi obiettivi, ovvero i nostri,

d’essere al posto giusto ci dimostri:

non mancheremo alle prossime elezioni

di trarre le dovute conclusioni.

 

Poi soprattutto speriamo di votare

in una Roma magica, da amare,

risorta dal nero baratro dei buffi,

libera dei suoi ex, collusi e muffi!

(Patrizia Vivanti, 7 gennaio 2017)

 

#virginiaraggi