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Dimenticare non si può

Ieri ho sentito per la prima volta questa canzone, e mi sono ritrovata a piangere. Oggi la sono andata a ricercare e l’ho riascoltata, e ho pianto di nuovo. Chi conosce la mia storia – la sua storia – ascoltandola ne potrà facilmente capire il motivo.

Xavier mi chiedeva come avessi fatto a perdonarlo, e soprattutto mi chiedono perché ho potuto perdonare mio padre (perdonato sì, ma le ferite rimangono) e con mia madre invece non ce l’ho fatta..

La risposta è semplice: mio padre ci adorava, il suo amore era enorme e tangibile. Poi era un iracondo, lacerato dalla vita e disperato, che si lasciava andare a scatti d’ira feroce. Poi sicuramente ci sarà stato pure il fatto culturale, all’epoca i nostri genitori non erano psicologi, e per loro spesso “educare” era sinonimo di “domare”, “piegare”, a qualsiasi costo, senza capire che un individuo spezzato non sarebbe mai stato un adulto in pace con la vita.

Mia madre invece tutto querllo che faceva lo faceva a freddo, e fredda era nei suoi rapporti con noi. Nessuna manifestazione d’amore, nessuna cura che non fosse il lavare-stirare-pulire-cucinare, e una vessazione psicologica continua, un continuo insultare, ferire, rinfacciare, mortificare, e soprattutto sobillare mio padre, un padre già teso come una corda di violino e pronto a scattare.

E quando lui inferociva lei mi teneva ferme le mani, cosicché non mi potevo neanche coprire il viso. MI teneva ferme le mani.

Sono passati più di quarant’anni e non sono mai riuscita a dimenticare. Oggi cercano di farmi sentire in colpa perché non nutro trasporto nei confronti della povera vecchietta, ma che ne sanno loro, che ne sanno, se pure chi c’era fa lo gnorri!

Ciao papà

Auguri papà.

Cioè no, nella nostra religione non si festeggiano i santi, e san Giuseppe ci dice poco, però tu sei papà, e sono sicura che essere festeggiato, essere celebrato come padre ti avrebbe fatto un piacere enorme perché tu sei stato soprattutto padre.

 O anche no, tu sei stato tutto, cos’è che non sei stato? Sei stato figlio, sei stato un lavoratore stakanovista, sei stato un eroe, sei stato… sei stato.

Sei stato uno che si è trascurato sempre in nome di tutto, sempre mettendo tutti al primo posto, sempre battendoti a petto nudo per difendere non solo la tua famiglia, ma chiunque avesse bisogno, qualsiasi estraneo, e così facendo ne hai allevate di serpi in seno, ah quante ne hai allevate, e ogni volta ti stupivi, ogni volta ero lacerato dall’amara sorpresa e dal dolore, ogni volta ti chiedevi perché: “amico beneficato nemico dichiarato”, se c’è un proverbio che lo afferma deve essere qualcosa che succede di frequente, e ci sarà un perché.

Comunque non volevo tornare sulla tua vita, che per tante, troppe cose, vedo essere anche la mia (serpi comprese), volevo dirti che mi dispiace tanto avere litigato con te, mi dispiace tanto non averti parlato per tanto tempo, mi dispiace tanto non averti dimostrato tutto l’amore e la gratitudine che ti spettavano, e che indubbiamente e incondizionatamente provavo.

Volevo dirti che, se tornassi indietro, farei senza indugio il primo passo, e il secondo, e il terzo, e il quarto, e non smetterei mai di camminare verso di te.

Ecco, questo volevo dirti papà, e tanti auguri, buona festa del Papà  ❤

 

*** Questo post lo dedico non ai padri, ma ai figli, affinché, almeno loro, facciano quel passo che io non ho fatto e che oramai non potrò mai più fare ***

 

 

 

Una nuova fase

Beh, che sono un po’ meno presente l’avrete notato, come pure sapete quello che bolliva in pentola, però torno con buone notizie.

Con un sottile gioco di trattative, non esclusivamente mie, e trattenendo il fiato sulle montagne russe delle varie possibilità e dei possibili scenari e intrecci, diciamo che le cose sono andate oltre ogni rosea previsione, il rapporto con la precedente azienda  si è concluso felicemente e l’ingresso in quella nuova oramai è confermato e consolidato.

Il lavoro è oggettivamente aumentato, ma serviva una nuova sferzata di energia, uno stato d’animo meno stanco, nuovi collaboratori, nuovi colleghi etc. etc.

Ho fatto l’estratto conto contributivo, e purtroppo qualcosa è andato perso: colpa loro, ma me ne sono accorta tardi, e qualcosa non è recuperabile, qualcos’altro forse sì, ma pure lì c’è da lavorare.

Per quanto riguarda la pensione, se confermano quota cento io tra qualche anno potrei usufruirne, non perché non stia bene al lavoro (veramente sto benissimo, e devo dire che lo amo anche moltissimo, sia il lavoro sia l’ambiente), ma il fatto è che la vita non ci appartiene, e abbiamo visto anche qua nella blogsfera persone che se ne sono andate così, giovani e senza preavviso; davvero stiamo come sugli alberi le foglie, e un po’ di vita senza pressione me la vorrei vivere (anche se poi so che si rimpiange pure la pressione).

Andiamo avanti così, con un pensiero a mio padre, che ha passato tante, tante difficoltà, e a cui ora avrei potuto regalare un po’ di tranquillità ma, ahimé, non c’è più. Mi consolo dicendomi che poi il suo più grande desiderio era darla a noi la serenità, e almeno in questo ha vinto la sua battaglia.

Ora mi vado a godere la mia domenica di sfaccendamenti domestici, buona domenica anche a tutti voi, e a presto!

I diritti delle donne

Voi che mi conoscete da tempo sapete che non sono una gran femminista, tutt’altro, e le femministe – quelle scatenate intendo – non le vedo tanto di buon occhio: sono donne che secondo me screditano la figura della donna anziché giovarle, la riducono a un pezzo di bassa macelleria, e poi alla fine la rendono anche sola, senza un compagno perché “io sono mia”, senza figli o con figli trascurati perché loro “devono vivere”, sul lavoro spesso caricature di un maschio che tentano di scimmiottare, anziché concentrarsi sui propri punti di forza e sulle proprie peculiarità.

Donne che a volte si fanno usare e che ho visto troppo spesso farsi trattare dagli uomini in modi che nessuna “non femminista” avrebbe mai permesso.

Non mi piacciono le loro battaglie becere, i loro slogan volgari (l’ultimo è stato che ai feti di gomma preferiscono i falli di gomma), me le ricordo ancora ai tempi del mio liceo questa scalmanate-scarmigliate-scatenate che urlavano “l’utero è mio e me lo gestisco io” e “col dito, col dito, l’orgasmo è garantito”, slogan quest’ultimo cui gli uomini rispondevano goliardicamente “col caxxo, col caxxo, è tutto un altro andazzo!”. Proprio parlando di questo, con dei miei amici abbiamo preso a inventarne altri per gioco, e mi ha fatto ridere uno che se n’è uscito con “alla bella militante piace il fallo del migrante” e ancora, visto che queste stesse femministe ora sembrano prone all’islam, cultura per cui la donna è meno di niente, “il burqa sulla testa e il tanga su quel che resta”, tanto per sottolinearne l’incoerenza.

Insomma, mi pare evidente che non le reggo, e mi secca sentire certi bestioni, maleducati a prescindere dal femminismo, giustificare la propria taccagneria quando si tratta di pagare un conto o lo sgomitamento sull’autobus per soffiare il posto a una donna magari incinta rinfacciando: “Avete voluto il femminismo?”, che avrei una gran voglia di gridare loro “Ma chi l’ha voluto, bestia! Il femminismo è una cosa che fa comodo solo a voi, che vi ha sollevato da ogni dovere moltiplicandovi i diritti, fesse che sono state quelle che l’hanno portato avanti e sbandierato!”.

Mi piace non tanto il ruolo predefinito, quanto il gioco dei ruoli, quel gioco amoroso uomo/donna che ha generato e nutrito tante passioni e tanta letteratura, che tanti cuori ha fatto battere e che ora è venuto meno in nome di un’ammucchiata gender in cui non si capisce chi è chi e chi fa che (quest’ultimo paragrafo prendetelo con le molle, il discorso è lungo e so benissimo che questa mia semplificazione è riduttiva e fuorviante) ma…

ma…

… lasciare al maschio il suo vecchio ruolo “dominante” non significa solo che lui ci riempie di fiori e ci cambia la ruota dell’auto, con la persona sbagliata può essere pure che lui invece che di fiori ci riempia di botte, senza contare quelle psicologiche di violenze, che pure fanno un male boia e sono più infide e subdole.

Commentando di un uomo violento oggi una donna ha scritto:

In un attimo ho capito l’importanza di istituti come
– divorzio
– allontanamento dalla casa familiare
– divieto di avvicinamento
– misure custodiali per il coniuge/convivente violento
– case di accoglienza per le vittime
– ascolto dei minori.

e sono completamente d’accordo, perché ricordiamo che il gioco dei ruoli deve essere per l’appunto un gioco, al massimo una comoda tradizione culturale, non una condanna all’inferno.

Siamo in un’epoca in cui i diritti delle donne sono già acquisiti e sembra non esserci mai stato un tempo diverso, diritti forse pure frutto di quelle lotte femministe (forse… ma Moravia sosteneva che le donne erano state liberate dalla lavatrice e dalla pillola e non dalle urla in piazza), un’epoca in cui non riusciamo a immaginare, salvo casi purtroppo non sporadici, una donna sottomessa che non sa cosa fare, che non sa dove andare, che trema quando sente il rumore dei passi dell’uomo che torna a casa e infila la chiave nella toppa, e che non ha una tutela né familiare, né sociale, né legale.

Peccato che per questa donna che ha acquisito tanti diritti sia una conquista uccidere il figlio che cresce nel suo grembo, peccato che in quella sguaiata ribellione a una cultura inaccettabile non ci sia quel rispetto per se stessa e per la magia che lei sola è capace di compiere, quel senso di protezione e accoglienza che dovrebbero essere un suo privilegio di nascita.

A volte mi chiedo se esista, tra uomo e donna, una terza via, quella della felicità, del rispetto, dell’amore, della parità nel rispetto di una naturale inclinazione a essere uomo e ad essere donna, complementari e complici, che vivono la loro differenza nella più completa armonia e nel più totale appagamento.

Genitori separati: le vacanze con papà

Raccolgo in giro la tristezza infinita di quei padri (e, diciamocelo, spesso pure di quei nonni paterni) che, dopo aver trascorso l’estate con i figli, devono riconsegnarli al genitore assegnatario, e lì finisce il sogno e ricomincia la malinconia.

Non parlo ovviamente di quei padri che dei figli se ne infischiano, e neanche tanto di quelli che, abitando nella stessa città e magari con orari compatibili, li vedono almeno due volte la settimana, un week end sì e uno no, e magari hanno con la madre buoni rapporti per cui non mancano compleanni e feste comandate tutti insieme. No, non parlo di loro.

Io parlo di quei genitori che sono lontani, o che sono in pessimi rapporti con l’altro genitore, che magari usa il figlio come arma (mettendolo in mezzo inopportunamente, caricandolo di problemi non suoi e, di fatto, traumatizzandolo). Parlo di quei genitori per cui poter riabbracciare i propri figli è un lusso raro e che d’estate, convivendoci per due o tre settimane ritrovano quell’affetto, quegli abbracci da dare e ricevere, toccano con mano quel bisogno che i figli hanno di loro e quell’orgoglio, quella gioia infinita di avere un papà.

Parlo di loro, perché li ha portati altrove il lavoro, il bisogno, un genitore malato in un’altra città, o anche un nuovo amore che abita altrove, e con cui ha costruito una nuova vita in un nuovo luogo.

Parlo di quelle lacrime silenziose dei padri, meno silenziose dei figli, al momento del distacco, di quella nostalgia che inizierà a bruciare e a fare male, e meno male che oggi c’è internet con le sue videochiamate, che ti possono mantenere in contatto con tuo figlio, vederlo crescere, vederne le espressioni sul volto di gioia o di dolore.

Ma spesso intempestivamente.

E senza abbracci.