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Se me lo volessi dire

Il tempo passa, la situazione precipita, e tra un po’ non ci sarà più tempo per farle quella domanda che è ferma qui nella strozza.

Ha cambiato atteggiamento, oramai da anni, esattamente poco dopo quel momento in cui, tra le lacrime, mi ero rassegnata al fatto di essere orfana, nei fatti se non nella teoria.

Ha cambiato atteggiamento e mi ha spiazzato, obbligandomi a fare la figlia, nella pratica se non nei sentimenti.

E’ cambiata, dopo aver agito tutta la vita come la mia nemica numero 1, dopo aver preso come una missione di vita il distruggere praticamente tutto quello che costruivo o tentavo di costruire, e dopo avermi costretto, per la vita, a una vita in solitudine e non mia.

Pentita?

Non lo so, non me lo ha mai detto, e la domanda nella mia testa è martellante. Tante volte là, davanti a lei, a tu per tu, avrei avuto voglia di chiederle “Ma ti sei mai pentita di quello che mi hai fatto?” e soprattutto, chiedo a me stessa, se l’avrà mai capito.

Mi sfogo di questo con una mia amica che osserva che forse, a fronte della mia tanta voglia di chiedere, ci potrebbe essere una sua tanta voglia di dirmelo.

Ma non ce la faccio, cioè, finora non ce l’ho fatta, mi sono ricacciata la domanda in gola mille volte, e ora che la sua mente è persa nel nulla probabilmente non sarebbe neanche più in grado di rispondermi, persino di capire di che cosa mai io stia parlando.

Piange, mortificata del suo stato, e io la guardo pensando: “Chissà se ancora potrebbe rispondermi, chissà se in fondo al suo cuore c’è qualche parola per me”.

E poi deglutisco, ancora una volta, e ringoio per l’ennesima volta la domanda, fino a che, un giorno, non potrà che rimanere là per sempre.

L’abuso, e la sciagura della lunga vita

bambino adulto anziano

Prendiamo gli anziani, appannati da demenza o arteriosclerosi. Anche loro vengono legati. In un pronto soccorso romano, mi è capitato di vedere un vecchio prete polacco con i genitali per aria. Tutt’intorno camici e casacche linde che lo strattonavano, “anvedi, questo è un prete”, e giù a ridere. Ha ragione Ceronetti quando scrive che la più grande sciagura per un uomo è la lunga vita”.

Io sono d’accordo che la civiltà di un paese si misura da come tratta i bambini e gli anziani. Anzi, da come tratta i bambini, gli anziani e i disabili, la parte più debole della popolazione, come d’altra parte lo spessore di una persona si misura da come tratta colui da cui non potrà ricevere nulla in cambio.

Ho letto qualche giorno fa questo articolo, da cui è tratto il brano introduttivo a questo post. Ritengo la realtà di cui narra raccapricciante, e la situazione di cui parla mi è piuttosto nota.

E’ facile approfittarsi dei deboli. E’ facile approfittarsi di chi non può difendersi, ma se il bambino umiliato diventerà un adulto, magari incattivito o psicotico, l’anziano si porterà nella tomba il segreto dei maltrattamenti subìti, e il disabile, il disabile grave intendo, quello che non può farsi capire, lo porterà nella vita, che diventerà ancora più difficile e dura da vivere, di quanto già non lo sia per causa di forza maggiore.

E’ brutto invecchiare. E’ brutto non capire più quello che ci viene fatto, diventare dipendenti, non potersi difendere, e se beato è il bambino dipendente da amorevoli genitori, beato è tutto sommato il genitore dipendente da amorevoli figli ma, mentre il primo caso non è poi così scontato, anche se dovrebbe, il secondo oramai è più l’eccezione che la regola.

Disse un giorno un’anziana signora (tra le altre cose piuttosto benestante e amorevolmente accudita): “Ma non sarà una maledizione questa vecchiaia?”.

E anche oggi v’ho buttato lì un macigno non da poco, ma non prendetelo come macigno, come discorso triste da accantonare, prendetelo semmai come uno stimolo a vivere intensamente ogni momento della vita, e a non dimenticare mai i nostri anziani, perché la loro sia un’eredità d’amore, e non il terribile spettro di ciò che saremo!

La più grande arma contro lo stress

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Ti porterò a casa

San Silvestro: che i nostri anziani siano alla nostra tavola!

LIEBSTER AWARDS 4.0

liebster award

Ringrazio Fulvialuna per avermi nominata per questo Award e mi accingo a dare alla nomination parte del seguito richiesto.

Le regole sono:
-Rispondere alle 10 domande
-Scrivere 10 domande da porre
-Nominare 10 blog a cui porre le domande
-Comunicare la nomina ai 10 blog

Rispondo volentieri domande proposte da Fulvialuna:

1) Qual è il tuo sport preferito, e se ne pratichi uno, quale?
Non pratico nessuno sport. Generalmente alla domanda se pratico qualche sport rispondo “Il tiro della carretta”, ma poiché qui specifica “preferito”…  😉
2)Con chi divideresti l’ultima caramella rimasta?
Non amo le caramelle, regalo a chicchessia l’ultima, la penultima e pure la terzultima.
3)Ami fare regali?
Amo fare regali alle persone che amo quando so che quel dono le renderà felici. Odio i regali “obbligati” (che infatti generalmente non faccio), quelli che ti obbligano a girare per giorni e giorni spremendoti le meningi per ipotizzare “cosa gli piacerebbe” ma soprattutto “e che non costi più di”.
4)Per cosa o per chi, correresti a perdifiato?
Per amore della corsa, e per correre incontro a mia figlia.
5)Amore è?
Volere la felicità di chi si ama, e capire questa persona, continuare ad amarla e ad accettarla, anche quando si perde e non si ama, capisce e accetta più nemmeno da sola.
6)Serenità è?
Coscienza limpida.
7)Quale parte del tuo corpo ami di più (con discrezione, grazie)?
Amo il mio corpo in toto, è una macchina meravigliosa che il Padreterno mi ha donato e che mi tengo ben cara.
8)Hai mai pensato di non superare un momento difficile?
Sì, ma è tanto che non conosco la disperazione.
9)Hai paura di invecchiare?
Sì. Terrore.
Aggiornamento. Poiché la mia affermazione può aver dato luogo a dei fraintendimenti rettifico: non ho paura di invecchiare nel senso di guardarmi allo specchio e non vedermi bella, quella di cui ho paura è la perdita della salute e dell’autonomia: vedo certi anziani (e alcuni mi sono molto vicini…) come si sono ridotti, umiliati, disperati, e no, proprio non vorrei arrivarci!
10)Quanto pensi possa durare la tua avventura da blogger?
Beh, siamo quasi a 8 anni, e neanche il 10% di spazio a disposizione consumato, direi pertanto che a ottant’anni di blog ci potrei benissimo arrivare!  😀

Passo invece il turno per la nomina di altri dieci blogger (ne ho appena nominati sette nel post precedente…), ma mi farebbe molto piacere se qualcuno tra i miei lettori si volesse cimentare nel rispondere a queste stesse domande  🙂

Accompagnarti a morire

scala-per-il-paradiso

In tanti anni di attività sociale, che sia stata di volontariato o accademica, ho sempre scelto di occuparmi o di bambini, o di donne in difficoltà, o di immigrati, cioè di persone che, con un giusto intervento di reinserimento sociale, potevano accedere a una vita regolare e a pieno titolo.

Non ho mai voluto invece occuparmi di disabili gravi o di malati terminali, perché conosco i miei limiti, e ho sempre ritenuto di non farcela.

Poi, capita che la vita ti metta su strade che non ti saresti mai scelto, ti metta a confronto con i tuoi fantasmi, con le tue paure, che però non ti puoi permettere di avere, ti trovi in ballo e devi ballare, e oltretutto con la prospettiva di tempi anche più foschi.

Tempo fa un medico pose un quesito in un intervento su fb: dire o non dire al paziente del suo (grave) stato di salute. Io, che sono una strenua sostenitrice del libero arbitrio, ho sempre sostenuto che una persona abbia il pieno diritto di rimanere responsabile della propria vita fino alla fine, e quindi sapere cosa le spetta, ma non tutti la pensano così. Oltretutto, questo sapere che la gente – in genere i familiari – la verità non te la dicono, ti porta a vivere sempre in uno stato d’angoscia, non essendo tranquillizzato da nessuna diagnosi favorevole, sempre sospettando che non sia reale (e tutto questo senza contare gli errori diagnostici, quelli in cui ti dicono che non hai niente e ci lasci le penne, nonché quelli in cui ti dicono che hai qualcosa di grave, e magari o la fai finita o fai qualche altro atto estremo, poi invece non avevi niente).

Fatto sta che stare accanto a una persona che versa in condizioni gravi e trovare parole per consolarla, è davvero un’impresa dura, e i conti con quella simulazione e dissimulazione, che nella vita hai sempre rifiutato, ti ritrovi a farli, e quel dire quello che non pensi, che pure non hai mai voluto fare, pagando conti anche salati, pure quello ti ritrovi a fare, sempre.

E l’angoscia che ti porti dentro rimane un problema solo tuo.

Che rissa ragazzi!

La paura bussò alla porta il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno

Ieri stavo per perdere l’autobus (more solito), ma quel che è peggio stavo per perdermi quello che è successo a bordo dello stesso.

Dunque, riesco a prenderlo al volo, correndo a piedi fino alla fermata successiva a quella in cui l’avevo perso (evviva la mia agilità! 🙂 ), e quando entro c’era un tipo che cantava a squarciagola: diciamocelo, non si presentava esattamente come persona “normale”, o “in condizioni normali” che dir si voglia.

Io sto al telefono, il tizio imperversa.  Si alza, si sbraca su due sedili, ha in mano una bottiglia credo di limoncello, continua a bere e si rivolge a me dicendo: “Sì, sono ubriaco, e allora? Non me ne frega un cazzo!”, e continua a bere e a cantare. Chiaro che sono tutti impauriti, io mi chiedo perché devo fare questo viaggio con questa tensione, in realtà sarebbe proibito entrare in quelle condizioni sull’autobus e molestare il prossimo, ma chi interviene? Mi è capitato altre volte di chiedere denunciare all’autista comportamenti non consoni (tipo quando un altro ubriaco mi tampinava dicendo “Io voglio mettere mio c@@@@ in tua f@@@”), e mi è sempre stato risposto “E io che posso fa’?” ma ieri…

Entra a un certo punto un anziano signore con un’altra signora, e l’ubriaco si rivolge a lui farfugliando qualcosa. Il signore anziano lo guarda dritto negli occhi e gli intima “Alzati da lì, vattene!”.  “Oddio,” penso io, “ora questo gli spacca la bottiglia in testa!”. E invece no (e qui torniamo all’adagio dell’incipit), quello piglia e si alza.

Peccato che il signore non si sieda e vada avanti. L’ubriaco lo segue, e stavolta è lui che intima “Siediti, tu e tua moglie”, quello si scansa e l’ubriaco insiste “Vatti a sedere, tu e tua moglie!”. L’anziano ci prova a ignorarlo, ma l’ubriaco non vuol saperne di desistere, allora l’anziano gli prende la faccia con una mano, lo guarda dritto negli occhi e gli dice “Smettila!”.

Lui non la smette e a un certo punto non so cosa succede, interviene un’altra persona, e un’altra ancora: “Scendi da qui!” gli viene detto, uno dichiara di essere della polizia, l’ubriaco oscilla la bottiglia, non si capisce bene se la sta brandendo tipo arma o che. Quello che ha detto di essere della polizia insiste che scenda, che lui quella bottiglia gliela frulla. L’ubriaco si oppone, l’uomo gli prende la bottiglia e la butta fuori dall’autobus. Viene invitato (invitato per modo di dire, gli viene detto a brutto muso) nuovamente a scendere, ma quello si oppone, e allora lo prendono mi pare in tre e lo portano giù. Quello si dimena, scalcia, la scena ormai è fuori dall’autobus e concitata, vengono chiamate le forze dell’ordine che, devo dire, accorrono prontamente, lo ammanettano e lo portano via. Quando lo tirano in piedi ha il sangue che gli esce da un lato della fronte ma la mia impressione, che ho visto la scena dall’esterno e mi pare che le persone che lo tenevano si limitassero a bloccarlo, è che la testa l’abbia sbattuta da solo, non so se nel divincolarsi per liberarsi o volutamente per accusare di essere stato percosso.

Insomma, cose che capitano tornando a casa dopo una giornata di lavoro…  😯