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Se me lo volessi dire

Il tempo passa, la situazione precipita, e tra un po’ non ci sarà più tempo per farle quella domanda che è ferma qui nella strozza.

Ha cambiato atteggiamento, oramai da anni, esattamente poco dopo quel momento in cui, tra le lacrime, mi ero rassegnata al fatto di essere orfana, nei fatti se non nella teoria.

Ha cambiato atteggiamento e mi ha spiazzato, obbligandomi a fare la figlia, nella pratica se non nei sentimenti.

E’ cambiata, dopo aver agito tutta la vita come la mia nemica numero 1, dopo aver preso come una missione di vita il distruggere praticamente tutto quello che costruivo o tentavo di costruire, e dopo avermi costretto, per la vita, a una vita in solitudine e non mia.

Pentita?

Non lo so, non me lo ha mai detto, e la domanda nella mia testa è martellante. Tante volte là, davanti a lei, a tu per tu, avrei avuto voglia di chiederle “Ma ti sei mai pentita di quello che mi hai fatto?” e soprattutto, chiedo a me stessa, se l’avrà mai capito.

Mi sfogo di questo con una mia amica che osserva che forse, a fronte della mia tanta voglia di chiedere, ci potrebbe essere una sua tanta voglia di dirmelo.

Ma non ce la faccio, cioè, finora non ce l’ho fatta, mi sono ricacciata la domanda in gola mille volte, e ora che la sua mente è persa nel nulla probabilmente non sarebbe neanche più in grado di rispondermi, persino di capire di che cosa mai io stia parlando.

Piange, mortificata del suo stato, e io la guardo pensando: “Chissà se ancora potrebbe rispondermi, chissà se in fondo al suo cuore c’è qualche parola per me”.

E poi deglutisco, ancora una volta, e ringoio per l’ennesima volta la domanda, fino a che, un giorno, non potrà che rimanere là per sempre.

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Ma la mia no!

Mia madre una cosa del genere non l’avrebbe mai detta, per lei la casa tirata a lucido era la cosa più importante del mondo, tanto che sono arrivata a rinfacciarle che se le avessero detto che col sangue dei suoi figli venivano le piastrelle lucide non avrebbe esitato a scannarci tutti. E forse, in un certo senso, l’ha fatto.  😥

Di dedizione

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Oggi sono stata a un funerale.

Il funerale si svolgeva in uno dei quartieri più popolari di Roma, la Magliana.

Sono arrivata in chiesa con un’ora d’anticipo: pensandoci, sarei potuta passare prima per la camera ardente, ma non sono pratica né dell’organizzazione di certi eventi né di quelle zone, per cui ho voluto prendermi tutto il tempo necessario per trovare il luogo esatto e parcheggiare la macchina.

Ho fatto una lunga passeggiata, alla (ri)scoperta di quel quartiere, in cui si respira allo stesso modo calore umano e degrado. Le panchine sconnesse, i muri imbrattati, lo spiazzo coi giochi per bambini in pessimo stato di manutenzione. E poi la gente, alla mano, cordiale, con una gran voglia di chiacchierare, al contrario del mio quartiere, che trabocca di ricchi, pseudoricchi e nuovi ricchi, con tanta puzza sotto il naso e una velleità di tirarsela peraltro del tutto ingiustificata.

In alcune di quelle vie hanno abitato miei vecchi amici, alcuni ci abitano ancora, forse tutti. Vedo un palazzo e lo riconosco, lì una volta andai a vedere un appartamento, ma mio padre ha sempre osteggiato un mio acquisto in quella zona. Certo non è il luogo migliore per crescere dei figli, dalla banda della Magliana alla diffusione di droga è un quartiere che fa (o faceva?) paura, ma i miei amici sono ragazzi a posto, sempre stati ragazzi solidi, responsabili, con la testa sulle spalle.

A un certo punto entro in chiesa, è ancora vuota. Dopo una decina di minuti arrivano gli addetti delle pompe funebri per preparare il supporto per la bara.

Entra la bara, entrano i miei amici.

Il parroco inizia la funzione, parole serene, con la forza e la serenità che dà la Fede, ma senza nessun valore aggiunto da parte del prete (forse non proprio noioso, ma certo non ha dato alcun apporto personale alla Messa preconfezionata).

Si leggono delle parole del Vangelo, si parla di vita, di morte e di resurrezione, come è normale che sia ma, quando già stiamo confidando nella conclusione della cerimonia, sale sul pulpito il figlio della donna defunta e annuncia: “Vi voglio raccontare chi era mia madre”.

Rotta dall’emozione la sua voce, e poi rotti dall’emozione i nostri cuori mentre, attraverso le parole del figlio, riprende vita quella donna che forse mai prima avevamo conosciuto così a fondo.

Figlia di una famiglia severa, laddove per severa intendo di quelle in cui si riteneva che i figli andassero “raddrizzati” e piovevano ogni due per tre botte da orbi, che non risparmiavano nessuno, lei si esponeva sempre per risparmiarle ai fratelli; poi giovane lavoratrice in tempo di guerra, chiamata a svolgere un lavoro pesante e ingrato: ridare vita alle divise dei soldati, riparare i buchi delle pallottole, lavarle dal sangue, prepararle per essere rimandate al fronte, destinate ad altri soldati e, sempre in tempo di guerra, era quella che rischiava la vita per andare a procurare il pane per la propria famiglia.

Si sposa con un uomo che, a quanto ricordo, era pure molto severo, e purtroppo malfermo in salute: questa donna, senza mai perdersi d’animo, dedica tutta la sua vita a crescere i suoi figli e ad assistere il marito, tributando a loro e a lui la più totale dedizione.

Oggi non si usa più. Più volte, tra le lacrime, il figlio ha sottolineato come oggi questa dedizione non si usi più, e troppo spesso un partner malato si rottami e se ne prenda in sostituzione uno più in forze.

Oggi troppo spesso le madri “vogliono vivere”, e dimenticano quanto i figli abbiano bisogno di loro. Compensano con generose elargizioni di denaro e deresponsabilizzanti interventi in loro difesa a scuola e fuori, ma non esiste più il donarsi alla famiglia e ai figli, per crescerli ed essere il loro sostegno.

Sottolinea il mio amico come, pur vivendo in quel quartiere, non si sia mai perso, e di come la solidità della mamma abbia tenuto lontani da cattive strade – e, direi, cattive compagnie – sia lui che sua sorella.

La voglia di applaudire era tanta, ma mi sembrava fuori luogo, totalmente fuori contesto: e come fare allora a comunicargli come gli eravamo vicini, quale grande regalo fosse stato per noi tutti la sua testimonianza? Meno male che gli altri, o almeno un altro, si sono fatti meno scrupoli di me, e qualcuno ha dato il via a quell’applauso che è stato scrosciante, e venuto dal cuore di noi tutti.

Riposi in pace, e spero davvero sia già sorridente accanto al Signore, in tutto lo splendore della bella persona che era.

Io da parte mia la ringrazio, non solo per come mi ha coccolato in passato, ma per avermi dato due amici meravigliosi come entrambi i suoi figli.  ❤

Studiare, che passione!

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“L’Uguaglianza ha un organo, che è l’istruzione gratuita ed obbligatoria; bisogna, infatti, cominciare dal diritto all’alfabeto. La scuola elementare imposta a tutti e la scuola secondaria offerta a tutti: ecco la legge.” (da “I Miserabili”, Victor Hugo)

Devo dire che questo articolo, che vive nella mia mente da tempo immemore, viene alla luce in seguito alla lettura dell’ultimo post di Marisa sulla profonline in risposta alla lettera di una madre, sedicente psicologa, che si vanta di non far svolgere alla figlia i compiti scolastici.

Io sono una che ha sempre amato molto studiare, ma molto molto, ma molto molto molto, al punto che i miei genitori, per punirmi, mi impedivano di andare a scuola.

Stavo divagando sui miei, sono tornata indietro e ho cancellato, torno a bomba.

I miei amavano studiare, entrambi. Grossi studi – a causa delle leggi razziali e, nel caso di mia madre, anche un po’ della mentalità antica della sua famiglia, che la voleva prima di tutto buona madre di famiglia capace di governare unaa casa – non ne hanno potuti fare, ma l’amore per lo studio, la passione per il sapere, non hanno mai abbandonato nessuno dei due.

Quando ero a scuola io mi perdevo nello studio: trovavo nel libro un termine che non conoscevo? Andavo a cercarlo sul dizionario.  Il vocabolario negli esempi citava una qualche opera di un tale autore? Andavo a ricercarmi opera e autore, e così via.

Con questo metodo non finivo mai i miei compiti e, nonostante le numerose ore d’impegno, su cinque materie da preparare ne riuscivo a terminare al massimo due, fino a che, a un certo punto, il cerchio si è chiuso e ho incominciato a vivere di rendita: molti degli argomenti che toccavamo mi erano già noti, o in tutto o in parte, riuscivo a seguire meglio le lezioni e a memorizzare il massimo, visto che quanto veniva spiegato non mi era del tutto nuovo, e quindi riuscivo a cogliere l’informazione in più, la curiosità, la chicca, e tutto era entusiastico arricchimento.

Quando studiavo latino e greco imparavo a mano a mano che si presentavano tutti i vocaboli a memoria: una faticaccia all’inizio, ma poi fare le versioni era una passeggiata, cercavo poco o nulla sul vocabolario ed era tutto tempo risparmiato, tanto è vero che, quando l’insegnante dava quattro versoni diverse per impedirci di copiare (con questo sistema nessuno aveva quella uguale alla nostra, né lo studente davanti, né quello dietro di noi né quello a lato), io in un’ora le facevo tutte e quattro e poi uscivo.

Quello che voglio dire è che, alla fine, faticavo meno degli altri, e ne traevo più soddisfazione. Ricordo una compagna di classe che, per le traduzioni da fare a casa, comprava il traduttore e le imparava a memoria: una fatica tanto improba quanto idiota, totalmente inutile al fine dell’apprendimento quanto a quello di cavarsela all’interrogazione, in quanto era immediatamente evidente che del testo originale non capiva un’acca. Io, francamente, una fatica del genere non me la sarei davvero sentita di farla, una noia mortale!

La maturità l’ho data con un anno d’anticipo, cosicché il liceo l’ho frequentato per soli quattro anni, contro gli almeno sei, se non sette, di quelli che, per faticare meno, un anno o due lo ripetevano, e qui torniamo al mio principio di sempre: a fare le cose bene si fatica molto, ma molto di meno.

A mia figlia il messaggio è stato chiaro: non sei tu che fai un piacere a me a studiare, sono io che lo faccio a te a farti studiare. Un tempo il popolo non studiava, era il sistema migliore per mantenerlo oppresso e sottomesso, e le donne poi men che meno: ci sono voluti anni di lotte, e il diritto allo studio è una delle più grandi conquiste della civiltà. Non vuoi usufruirne? Fatti tuoi, ognuno s’impicca all’albero che crede.

Non so se è stato il risultato del mio approccio, non so se è stato l’esempio, visto che cerco di ritagliarmi sempre tempo per studiare, ho fame d’apprendimento e approfondimento ora come allora e a quarant’anni, con la bimba che ne aveva appena sei, mi sono iscritta a un corso di specializzazione; non so se è stato perché quando litigavo col padre, che non mi dava una mano con la bimba, urlavo rivendicando anche il mio diritto ad avere tempo per lo studio, ma credo che il messaggio sia arrivato forte e chiaro.

Mia figlia ama studiare. Non l’ho mai aiutata nei compiti: francamente alle riunioni di classe mi sentivo in colpa, perché tutti i genitori erano informati su compiti a casa e stato dell’arte del programma, mentre io non ne avevo la più pallida idea e cadevo sempre dal pero. La scuola era il suo spazio, io non c’entravo (a parte i colloqui con gli insegnanti) se non su sua richiesta.

Ma la più grande soddisfazione me la diede un giovane blogger, che forse tra i miei lettori solo il Cavaliere ricorderà e che, abbandonati gli studi da ragazzo, li riprese da adulto perché, a suo dire, io coi miei discorsi gliene avevo risvegliato la passione: questo ragazzo si è diplomato già da qualche anno al liceo psicopedagogico, conciliando lo studio con impegni familiari non indifferenti. Tra le altre cose, non è la prima persona che mi riconosce di avergli acceso o risvegliato la passione per il sapere.

Torniamo dunque a bomba, ai compiti a casa, ai genitori che si vantano di non farli fare ai propri figli e alla risposta di Marisa.

I compiti a casa sono necessari. Quello che si fa in classe, secondo me, a meno che non si parli delle elementari a tempo pieno, non basta. Lo studente ha bisogno dello studio individuale, di rivedere e organizzare le informazioni, di approfondirle e metabolizzarle. Deve toccare con mano e verificare, con gli esercizi scritti, quello che ha imparato, e con quelli consolidarlo. Il fatto che i compiti siano tanti a volte è vero, ma quante volte l’enorme fatica è dovuta alla mancanza di basi? Studiare bene per studiare meno è il trucco, quello che lascia tanto spazio a giochi, vita sociale, famiglia e palestra, salvo eccezioni (tipo sessione d’esami).

Odio i compiti estivi, non sono mai riuscita a svolgerli, né mai ne ho sentito la necessità o mi ha penalizzato il non averli svolti. La vita non è fatta solo di studio, la cultura non può essere solo libresca, e non mi pare un’idea peregrina che le vacanze estive possano servire ad altro, a imparare viaggiando, quando si può, o a svolgere un lavoretto che pure prepara alla vita (tanto è vero che ora si intende inserirlo nelle attività curriculari).

Fossi negli insegnanti per l’estate darei al massimo qualche libro da leggere, libri diversi per tipologia e argomenti, che formano la cultura del ragazzo rappresentando però un qualcosa di diverso rispetto ai programmi scolastici tradizionali (ai miei tempi l’unico romanzo studiato a scuola era “I promessi sposi”, e mi sembra davvero insufficiente).

Torniamo alla cattiva madre cui risponde Marisa: secondo me è una cattiva madre sul serio (va beh, cattiva madre solo per questo mi pare troppo, ma certo non rende un servizio alla figlia), o almeno una cattiva guida in questo settore, perché trasmette al figlio il messaggio che studiare è noioso, svolgere i compiti è attività onerosa (e come tale sgradevole), assolutamente non utile né necessaria e che non è giusto pretendere, che l’autorità degli insegnanti è inesistente e che l’ultima parola, anche a scuola, è quella di mammà (e questo mi ricorda tanto la mammà del post precedente).

Io mi chiedo perché i genitori di oggi stiano così tanto danneggiando i propri figli, deresponsabilizzandoli e rendendoli anarchici oltre che ignoranti: ma se ne rendono conto? Forse non si rendono conto che stiamo davvero andando verso “idiocracy” (e, perdonatemi, il ministro dell’istruzione recentemente nominato è l’emblema di questa decadenza e di questo messaggio autolesionistico e distruttivo che studiare non serve a niente).

Ecco, l’ho detto.

Sì alla vita (basta capirla…)

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Eppure la risposta era facile, però non ci avevo pensato.

La risposta mi è arrivata ieri, voleva essere una battuta, evidenziava l’ovvio.

Moglie incinta, il marito le mette una mano sulla pancia e sente un calcetto: si emoziona, comunica alla moglie la grande novità, e la moglie, non ricordo le parole esatte di ognuno nel duetto, gli fa presente che non è una grande novità che lei sia incinta.

E lui risponde che sì, sapeva che era incinta, ma non sapeva che aveva un bambino dentro di lei.

Sapeva che era incinta, ma non aveva realizzato che c’era un bambino dentro di lei. ❤

Ecco, detta così pare ovvio, e infatti nell’episodio era una battuta, ma le donne, gli uomini, spesso si avvicinano alla 194 così: sanno della gravidanza, ma non hanno ancora elaborato che in quel grembo c’è un bambino.

PS: siccome non ce la faccio più a fare le stesse discussioni sulle stesse cose con le stesse parole, sui medesimi argomenti, preferisco chiudere il post ai commenti. Chiunque fosse interessato a conoscere i miei pensieri sull’aborto, l’obiezione di coscienza, la pillola del giorno dopo e tutti gli argomenti collegati, può consultare la sezione “Aborto” di questo blog, e naturalmente intervenire se lo ritiene opportuno.

Di mamme, concetti antropologici e arcobaleni

DDL Cirinnà - schema esemplificativo

Il presidente emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli ha ricordato che, per l’art. 29 della Costituzione, la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, e “questa linea è stata confermata dai pronunciamenti della Corte Costituzionale e nella Convenzione dei diritti dell’uomo”, che chiede che le unioni omosessuali siano disciplinate, ma “non omologandole al matrimonio, perché non c’è consenso sufficiente su questo punto”. (fonte: http://www.interris.it/2016/01/29/84160/posizione-in-primo-piano/schiaffog/family-pride.html).

La prossima settimana il ddl Cirinnà sarà votato al Senato.

Direi che il confronto, almeno a livello di popolo e popolino ma non solo, ha tirato fuori il peggio di ognuno. Intanto la discussione ha presentato spesso queste caratteristiche, tipiche delle scontro tra opposte fazioni:

  1. gettare letame sull’altro fronte
  2. mischiare argomenti che non c’entrano niente (per il ddl v. immagine)
  3. portare a sostegno della propria tesi argomenti nonché illazioni che non c’entrano niente con la questione
  4. Per ogni tesi tirare fuori l’immancabile “scientificamente dimostrato”

La mia posizione la conoscete, sono d’accordo con la regolamentazione delle unioni omosessuali, con nessuna comparazione o omologazione al matrimonio, che è un’altra cosa anche per la nostra Costituzione di stato laico, con buona pace degli arcobaleno.

Per l’adozione tradizionale, che peraltro non è in discussione in questo momento, ritengo che stiamo parlando di aria fritta, in quanto oggi la domanda di adozione riesce a essere soddisfatta per una famiglia su dieci, e le coppie etero sarebbero sempre favorite rispetto a quelle omosessuali quindi, salvo corsie preferenziali di qualche eletto, è una discussione sul sesso degli angeli. Io lotterei piuttosto, se davvero lo scopo è togliere i bambini da istituti, strada etc., per una semplificazione delle pratiche di adozione.

Per quanto riguarda invece la stepchild adoption, ritengo giusto che, nel momento in cui venga meno l’ultimo genitore biologico, venga considerato, nella pratica dell’adozione, il rapporto privilegiato del minore con la persona che ha convissuto con il genitore affidatario e che, presumibilmente, ha contribuito alla sua crescita. Altre forme darebbero probabilmente la stura a pratiche discutibili, creazioni in laboratorio di bambini dall’incerta origine, uteri in affitto (anche questo non in discussione in questo momento), etc. etc.

Sono schifata dalla radicalizzazione dei concetti, sull’uno e sull’altro fronte, dalla estremizzazione delle casistiche per portare l’acqua al proprio mulino, dal confronto portato con esempi “per assurdo” (ma quanto ce piace de chiacchiera’!).

Spero comunque che, quelle forze politiche che dicono di agire nell’interesse della famiglia, ci agiscano sul serio e che in Italia veda luce davvero il sostegno alla famiglia e alla maternità, forte in altri paesi (ne ho lette tante in questi giorni!) e inesistente in Italia dove, non a caso, la natalità è in caduta libera: io stessa avrei messo al mondo una decina di figli, e invece ho dovuto rinunciare a vivere per crescerne una!

Ah, naturalmente, per me la mamma è sempre la mamma, non un “concetto antropologico”, e strappare un figlio alla propria madre (considerata solo un’incubatrice senz’anima, ti pago e zitta!), impedirgli da subito ogni contatto con la stessa, negandogli con ciò anche l’allattamento (che è uno dei momenti più felici del bambino, oltre che protettivo per il suo sviluppo fisico), sia un crimine. Per crimine intendo crimine, la prima negazione di un amore reale per il bambino, che sottolinea ulteriormente l’egoismo, il narcisismo e il delirio di onnipotenza dei “committenti”.

Nota: pubblico, tanto per cambiare, senza rileggere. Ci tornerò su appena possibile.

La pace nelle parole e il terrorismo nei fatti

Cari amici,

lasciamo perdere le facezie, per parlare di due argomenti un po’ più seri. Non ne ho parlato prima perché per raccogliere documentazione un po’ ci vuole, e avviso già da ora che questo articolo potrà essere soggetto a integrazioni, aggiornamenti, revisioni.

Dunque, perché il titolo: “La pace nelle parole”, ovvero la visita di Papa Francesco alla Sinagoga, e “il terrorismo nei fatti”, perché praticamente in contemporanea, in Israele, più esattamente ad Hebron, nella terra dei Patriarchi, si uccide una madre di sei figli davanti ai figli stessi, senza contare qualche altro attentatucolo qua e là.

Dunque, la visita di Papa Francesco, le sue parole, sì di amore, riconoscimento e accoglienza, ma con il freno (pare non abbia mai pronunciato la parola Israele, anche se voglio riascoltare bene il discorso), e forse con una certa contraddizione rispetto all’incontro di Papa Francesco con Abu Mazen, e il suo invito a uno dei principali istigatori del terrorismo a essere un angelo della pace, nonché le foto del Papa accanto al cosiddetto muro costruito da Israele per prevenire gli attacchi kamikaze.

Piccola nota personale, con buona pace dei miei correligionari: il Papa è il Papa e fa il Papa, quindi ritengo giusto che inviti un terrorista ad essere un angelo della pace (io nella mia testa ho tradotto l’invito come un’esortazione a cambiare direzione e a intraprendere un percorso di pace), e anche per quanto riguarda il muro, è chiaro che un Papa, un uomo di pace, preghi affinché nel mondo non ci sia bisogno di muri, senza nulla togliere al fatto che, al momento, il bisogno di quel muro (o piuttosto rete) c’è eccome!

Splendido il discorso della presidente della Comunità Ebraica di Roma, Ruth Dureghello: vi invito a leggerlo, l’ho trovato perfetto, chiaro, conciso, senza una parola di troppo ma completo ed esaustivo, è riuscita a ribadire in maniera incisiva e senza retorica i concetti che più stanno a cuore al popolo d’Israele, e vibrante è stata la sua denuncia del terrorismo, vero ostacolo nel processo di pace:

“…dobbiamo ricordare che la pace non si conquista seminando il terrore con i coltelli in mano, non si conquista versando sangue nelle strade di Gerusalemme, di Tel Aviv, di Ytamar, di Beth Shemesh e di Sderot. Non si conquista scavando tunnel, non si conquista lanciando missili. Possiamo affrontare un processo di pace contando i morti del terrorismo? No. “

A proposito di questa affermazione, trasferiamoci in Israele, o meglio nei territori contesi (uno tra i circa 200 territori contesi in tutto il mondo da altre nazioni, di cui però nessuno parla!), dove una donna di 38 anni, Dafne Meir, di professione infermiera – che curava indistintamente tutti senza distinguo di etnia e appartenenza -, è stata accoltellata davanti ai suoi sei figli, da lei difesi come una leonessa dalla furia omicida dell’assassino.

Dei suoi sei figli due erano adottati, come figlia adottiva era lei, che evidentemente aveva voluto restituire il bene ricevuto adottando a sua volta, pur in presenza di quattro figli propri. Una donna amata (straziante l’addio del marito sulla sua tomba), una donna piena di vita e di gioia che viveva per fare del bene al prossimo, chiunque esso fosse.

I giornali non ne hanno parlato, e qualcuno ne ha ipotizzato il motivo: in un giornalismo d’accatto che confonde le acque trasformando gli assassini in vittime, questa notizia, dell’aggressione di una madre all’interno della propria casa, non si prestava ad alcun ribaltamento e manipolazione.

Stamane leggo che il terrorista che l’ha uccisa è stato arrestato: non riesco neanche a gioire, vedendo chi è: un ragazzo di 16 anni! Sedici anni, vi rendete conto? Ma come si può a sedici anni avere voglia di accoltellare una donna e per di più davanti ai suoi figli? E avrebbe ucciso pure loro! Come si legge qui “Secondo Damari, la figlia maggiore, il terrorista sarebbe fuggito perché non riusciva a togliere il coltello dal corpo della donna uccisa, altrimenti è probabile che avrebbe fatto del male anche ai bambini”: ma vi rendete conto? A quale lavaggio del cervello sono sottoposti, a quale immondo condizionamento?

Mi unisco dunque alla preghiera del Papa, e al desiderio del mondo ebraico, che ci possa essere la pace in Medio Oriente, che prevalga l’amore per la vita e che i fautori e finanziatori del terrorismo diventino davvero angeli della pace: al momento non sembra proprio ce ne siano le possibilità e le premesse, ma Dio c’è e i miracoli accadono.

Può darsi che i terroristi vengano “fulminati” sulla via di Damasco.

Oppuramente, fulminati e basta.