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In politica, ovvero, l’Italia che vorrei

Tra il serio e il faceto qualche blogamico nei commenti al post precedente dichiarava di vedermi bene in politica. Al di là del fatto che invece io, almeno in certi ruoli, non mi ci vedo proprio, nel senso che non sono una vecchia volpe con capacità camaleontiche, non credo però di peccare d’immodestia nell’affermare di essere comunque un po’ meglio di tanti che in politica invece già ci sono e ci prosperano.

Tornando comunque a bomba, che cos’è che proprio non mi piace dell’Italia e che cambierei se ne avessi il potere?

Io credo che siamo tutti d’accordo, tanto per cominciare, che l’Italia è una nazione in cui l’innocente non viene tutelato: sentiamo continuamente di vittime che devono risarcire l’aggressore, fino ai fatti drammatici della ragazza violentata che si è uccisa quando i suoi genitori sono stati condannati a risarcire i genitori del suo stupratore; si parla di lotta all’evasione e poi – questa è l’immagine che ci arriva – i grandi evasori continuano la loro bella vita mentre il parrucchiere che ha pettinato la madre o il barista che ha regalato una caramella a un  bambino ricevono multe miliardarie per non avere emesso regolare ricevuta fiscale. Sentiamo di poliziotti/carabinieri che rischiano la vita per catturare un delinquente e questo non solo viene rimesso in libertà in quattro e quattr’otto, ma il poliziotto viene pure indagato perché il delinquente dichiara che gli ha fatto la bua.

Io credo che siamo tutti d’accordo pure che l’Italia è una nazione in cui il diritto allo studio non viene tutelato, e a vari livelli: quanti sono ancora quelli che non possono proseguire gli studi per motivi economici, a fronte di tanti sfaticati che vanno avanti per forza d’inerzia e di conti pagati dai genitori? Le borse di studio sono praticamente inesistenti, mentre le aule vengono riempite di studenti che di studiare non hanno nessuna voglia, e dove docenti demotivati parlano al vento, spesso minacciati se tentano di fare il proprio lavoro.

Un altro oltraggio al diritto allo studio è la presenza nelle aule di tanti somari che rallentano le attività didattiche, somari che escono ad orde e pretendono di proseguire la propria attività di scaldasedie all’università dove, sulla base di improbabili test dai discutibili contenuti e dagli ancora più discutibili risultati, riescono a togliere la possibilità di seguire i propri sogni, i propri talenti e le proprie inclinazioni a studenti ben più dotati e motivati (si sappia, io sono ferocemente contro il numero chiuso all’università: il titolo di ammissione deve essere il diploma, un diploma che deve valere qualcosa, rilasciato da una scuola seria e non da un promuovificio!). Ancora, i laureati, che finalmente saranno per merito e con merito, non dovranno più essere costretti ad emigrare o, non volendo/potendo farlo, magari per vincoli familiari, accettare demotivanti e avvilenti demansionamenti o vivere a duecento anni della paghetta dei genitori pensionati.

Sempre per ridare (dare) valore ai titoli di studio rilasciati dalle scuole pubbliche, questi dovrebbero essere sufficienti pure per accedere ai posti pubblici superando, almeno in parte, il sistema dei concorsi che, al di là del fatto che siano giusti o meno di principio, pare che nella realtà dei fatti non premino il merito.

Ancora, sulla scuola, leggevo un post di una mamma di un bambino autistico, che auspicava il collocamento del proprio figlio in una classe a misura delle sue possibilità, cosa su cui sono assolutamente d’accordo. Mi sono già espressa sulle “classi ponte” per studenti stranieri, classi che io stessa ho frequentato magno cum guadio, mentre se mi avessero inserito – in base a un malinteso senso di uguaglianza e non discriminazione – in una classe dove si insegnava in una lingua che non era la mia, sarei stata solo un fagotto abbandonato in un angolo, isolata e umiliata: promuovere l’uguaglianza non significa chiudere gli occhi e far finta acriticamente che siamo tutti uguali, ma promuovere le condizioni in cui ognuno possa esprimere se stesso, recepire il massimo dal contesto in cui è inserito e partecipare alla vita sociale in modo armonioso e sostenibile.

Un’altra cosa che non mi piace di quest’Italia è che le leggi sono talmente arzigogolate che, per poter sopravvivere o comunque avere un trattamento più favorevole e sostenibile si fa sempre risultare qualcos’altro, e quindi abbiamo case intestate a familiari per pagare meno imposta di registro (o quello che accidente è), residenze sparse per poter avere in ogni casa la tariffa più conveniente, finte separazioni, finti matrimoni, finto tutto, non se ne può più! Io adotterei delle tariffe uniche, questo è il prezzo, inutile mettere in mezzo tua moglie, tua nonna, il notaio e la tua prozia! Per quanto riguarda i matrimoni finti, mi sono già pronunciata sulle pensioni di reversibilità che, eliminate, li renderebbero inutili, mentre consentirebbero di sposarsi a quegli anziani veramente legati da affetto e che hanno deciso di unire le proprie vite.

Un’altra cose su cui pure interverrei subito è la patente a punti: praticamente, un’altra legge ingiustissima che tutela i ricchi, i quali pagheranno sempre la multa a cuor leggero e non si vedranno mai decurtare la patente di un punto: è di fatto un invito all’inciviltà e all’arroganza, sulla falsariga del motto reso celebre nel Marchese del Grillo, “Io so io, e voi nun séte un ca@@o!”. Non dimentichiamoci inoltre di quante persone poverette hanno pagato la multa per omessa comunicazione dei dati del conducente, avendo inteso che questi dovevano essere comunicati solo nel caso che il conducente fosse persona diversa dall’intestatario del veicolo (della serie “ufficio complicazioni affari semplici”): e poi diciamocelo, lo sanno pure i sassi che tanti trasgressori hanno fatto togliere i punti alle patenti non utilizzate di genitori, nonni, bisnonni, trisavoli e arcavoli! (sempre della serie “faccio risultare che…”).

Un’altra cosa che poco apprezzo di questa nazione à la mancata tutela dei risparmiatori: anche sui social, quando si parla di tasse, vedo orde di cicale inferocite scagliarsi contro le povere formiche depositarie di risparmi (che in teoria dovrebbero essere tutelati dalla stessa Costituzione della Repubblica) e, dal bail-in all’ISEE, il risparmiatore è quello che deve prendersi tutte le mazzate e assorbire i colpi degli errori altrui: ma vi pare una cosa giusta?

Problema immigrati e forme di sostegno alle famiglie: qui parliamo davvero “pour parler”, perché mi rendo ovviamente conto che il problema è di difficilissima soluzione, e allora parliamo di principi guida e idee generali, non di soluzioni che semmai dovrebbero venire dopo che questi principi sono stati stabiliti.

Fermo restando che io ragiono in termini di persone e non di categorie, quindi per me ogni uomo è mio fratello, stabiliamo dei punti:

  1. I delinquenti non ce li vogliamo, per cui lo stupratore si ributta in mare, punto e basta. Che si rubi per fame va bene, è istinto di conservazione, ma altri tipi di violenza (tipo il carabiniere preso a sprangate) vanno sanzionati senza indugio e, oserei dire, senza pietà.
  2. Bisogna separare il problema umanitario, che abbraccio con tutto il cuore, da quello che, secondo i politici nostrani, sarebbero nostre esigenze di “risorse”: non si può di fatto impedire ai nostri giovani di fare figli perché non hanno casa, non hanno lavoro, non hanno garanzie economiche per poter mettere al mondo i figli che vorrebbero, e poi andare a spendere dieci volte quei soldi per “importare risorse”, è veramente una beffa nei confronti del popolo italiano che quei soldi li produce anche per dare un futuro ai propri figli (e per averli quei figli, e dopo di loro i nipoti).
  3. Sono contraria a dare la cittadinanza italiana a chi italiano non è: l’essere italiano è una questione prima di tutto culturale, e io inizierei a parlarne sì e no dalla terza generazione.
  4. Tutto ciò premesso, le persone accolte in Italia, come rifugiati o comunque aventi diritto a qualsiasi titolo, è giusto secondo me che abbiano un aiuto iniziale superiore per potersi inserire in una nazione che per loro è straniera e di cui non conoscono né lingua, né usi, né costumi. Qualcuno di voi storcerà la bocca, ma considerate anche che, a parte il fattore umanitario che io comunque avallo, farne dei disadattati e disperati non gioverebbe a nessuno. L’aiuto dovrebbe essere rigorosamente a tempo: tu arrivi, vieni identificato, registrato in un’anagrafe europea, sottoposto a controlli sanitari, inserito in un corso accelerato di lingua ed educazione civica, e poi ricevi un regime priviligiato per un tot tempo, diciamo uno o due anni, dopo di che, come si suol dire, “chi non salta zompa”, sei in Italia e fai la vita del resto degli italiani, con tutte le difficoltà del caso.
  5. Vitalizi: uno vale uno, gli anni in parlamento valgono come anni lavorati nella stessa misura di tutti gli altri: cinque anni in Parlamento valgono cinque anni di contributi, per arrivare alla pensione ne devi lavorare altri 30, 35, 38 che siano come tutto il resto degli italiani.

Insomma, per ora che ve ne pare?

Per fare un governo non servono dei tecnici, basterebbero dei contadini. I contadini infatti ben sanno che, per far crescere bene la pianta, per prima cosa bisogna eliminare i parassiti!

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Elezioni 2018: les jeux sont faits!

“Dopo le elezioni la parte più intelligente, colta e modesta d’Italia si è svegliata in un paese razzista, omofobo e fascista. Aiutiamo i cittadini del mondo a lasciare per sempre questa nazione CHE NON LI MERITA!

REGALIAMO LORO UN BIGLIETTO DI SOLA ANDATA

 

Su fb stanno girando ogni tipo di considerazioni sui risultati delle elezioni, da chi esulta a chi grida al peggiore disastro della storia (i primi hanno dedicato ai secondi l’mmagine commentata del post).

Bando alle ciance, voi cosa pensate dei risultati di queste elezioni?

Chi non paga i servizi e la sindaca brutta e cattiva

Foto dal web

E’ di qualche giorno fa la notizia, che non vado neanche a ricercare perché non m’interessano luoghi e nomi ma solo il concetto, di una sindaca che, a fronte del servizio di mensa non pagato da alcuni genitori, ha impedito ai bambini di usufruirne, facendo allestire per loro un tavolo a parte dove è stato servito pane e olio.

La persona sulla cui pagina ho letto la notizia additava la sindaca come disumana, sosteneva che i bambini non vanno umiliati e non c’entrano niente con le malefatte dei genitori e il tavolo a parte è stato chiamato, non ricordo se da lui o da qualche lettore, “il tavolo della vergogna”; altre persone invece hanno ritenuto fin troppo generoso il tavolo a parte, in quanto se un genitore non paga la mensa non deve far altro, all’ora di pranzo, che prendere il figlio e portarselo a casa, oppure fornirgli la sporta con il pranzo (qui ci sarebbero altre questioni, ma passiamo oltre).

La sindaca ha precisato che non si tratta di persone in difficoltà economiche, già esonerate dal pagamento, ma di “furbetti” all’italiana che intendevano passarla liscia e usufruire del servizio senza pagare, e che avevano già ricevuto ampio preavviso (mi pare quaranta giorni) dell’interruzione del servizio in caso di mancato pagamento della retta dovuta.

Si sottolinea nei commenti che, in seguito al provvedimento, gli aspiranti furbi si sono sbrigati a pagare, quasi tutti, e che qualsiasi altro mezzo per recuperare i crediti da parte del comune sarebbe stato o inefficace o troppo costoso.

Voi che pensate di questa storia e come avreste gestito la questione?

Update: trovato il post che ha originato questa mia riflessione, è questo:

Promozione d’ufficio: geniale provocazione

Un docente di matematica, come risposta all’ultima trovata delle promozioni d’ufficio, si è divertito proponendo (parlo di fb…)  un questionario di autocertificazione che sostituirebbe i compiti in classe: io lo trovo geniale, e al suo posto lo proporrei davvero al Ministero della Pubblica Istruzione… anzi no, rischierebbe che venisse accettato, oggiggiorno meglio non suggerirle certe idee!

Questo il modulo, e spanciatevi dal ridere a leggere le risposte proposte!

Lentamente schiavi

E’ di pochi giorni la notizia che oramai la promozione a elementari e medie è legge, e questa mi sembra l’ennesima azione suicida dell’Italia. Veramente è da un po’ che la scuola è diventata un promuovificio, è da un po’ che siamo entrati nella spirale:

si esce dalla scuola sempre più ignoranti

il titolo di studio vale sempre meno

l’università è indispensabile ma di difficile accesso

università e master costano cifre proibitive

si accede al mondo del lavoro sempre più tardi

in pensione non ci si andrà mai

esportiamo i nostri cervelli con i loro sogni e importiamo bassa manovalanza

etc. etc. etc.

Il messaggio che gli italiano ricevono da anni, da decenni probabilmente, purtroppo è: impegnarsi non serve a niente. E’ da tanto che il merito in Italia non premia ma almeno prima un titolo di studio, se pure non garantiva lavoro e successo, testimoniava un grado di preparazione, l’unica arma di difesa che abbiamo contro la prevaricazione e il raggiro, ma adesso siamo caduti nella loro trappola, gli insegnanti più seri a lungo hanno combattuto contro il far andare avanti  d’ufficio le capre che poi hanno infestato posti di lavoro qualificati con gravi ripercussioni sull’utenza, ma sono rimasti inascoltati: oramai va di moda il buonismo, i ragazzi non devono essere traumatizzati, i riconoscimenti vanno dati indipendentemente dall’impegno, indipendentemente dalle capacità, e indipendentemente dalle conseguenze sociali di questo comportamento suicida.

Poi, per completare l’opera, abbiamo anche abolito il servizio militare, rendendo sempre di più il nostro popolo molle, imbelle oltre che ignorante, ergo manovrabile e, perdonate il termine, fottibile.

Non solo, stiamo crescendo anche un popolo senza ideali (forse per questo di individui facilmente reclutabili da movimenti estremisti e sette religiose, che danno loro uno spirito d’appartenenza?), oltre che, complice il virtuale, a volte scarsamente consapevoli della differenza tra realtà e finzione.

E’ vero, ci sono eccezioni, ci sono perle, ci sono giovani che sono il riscatto di questa nostra società, ma sono pochi e con le armi spuntati e le ali tarpate.

Dovessi dare un messaggio ai ragazzi direi: studiate, studiate, studiate, siate preparati, abbiate una mente attiva, coltivate le vostre capacità di fare collegamenti, capire, creare, siate innovativi, siate coraggiosi, non vi vendete (anche se noi, forse, abbiamo venduto voi  😥 ), siate cazzuti diamine, siate la vostra forza e il nostro orgoglio, impegnatevi alla faccia di chi vi illude che potrete ottenere tutto senza sforzo, e vi farà trovare schiavi nel migliore dei casi di chi le maniche se le rimbocca e nella vita si espone, nel peggiore di burattinai senza scrupoli per cui sarete carne da cannone.

 

PS: e ricordate l’esempio delle case abusive crollate di cui hanno detto  “coi soldi si sono messi in regola con le leggi dello stato, ma non con quelle della fisica”, e così è per lo studio: una politica superficiale e buonista può regalarvi un titolo di studio, ma non preparazione e competenza, e io non voglio credere che lo scopo della vostra vita sia di essere mezze calzette, esperte nell’arte di arrangiarsi e inciuciare.

 

Successi e sfide

E’ stato un lungo parto, ma ce l’abbiamo fatta (e, diciamocelo, pure al primo colpo).

Settimana difficile, un esame all’università di quelli supertosti, quelli che si ripetono non meno di tre volte per poi magari accontentarsi di un 20, e invece è andata benissimo. Poi la patente, che come sappiamo la pratica va anche a fortuna, basta un niente per essere bocciati, e stamattina prima che andasse a sostenere l’esame mi sono raccomandata: “Le regoleeeeeee! Non importa tanto come fai un parcheggio, ma allaccia la cintura, metti le frecce, guarda bene prima di partire, prima di aprire la portiera per scendere, soprattutto questo, guarda, guarda, guaaaardaaaaa!”.

Insomma, è andata.

Nel frattempo io ho temporaneamente cambiato mansioni al lavoro e sto imparando una cosa nuova, rognosa e che non mi servirà a un tubo, se non a tenere la mente sempre in tiro e uffa, oltre un certo limite non è più neanche divertente, sempre a mettersi alla prova, sempre a cimentarsi con il nuovo, sempre al primo giorno di una nuova vita.

Mi ricordo quando tenevo i corsi di aggiornamento, che fatica con quelli che avevano magari cinquant’anni, avevano sempre fatto una cosa e volevano continuare a fare quella, tanto, a un passo dalla pensione, perché mai avrebbero dovuto fare lo sforzo di imparare una cosa nuova? E invece no, noi no, noi fino a ottant’anni dovremmo imparare una cosa nuova, fossero pure le nuove procedure telematiche del Comune, Inps e Agenzia delle Entrate, non ci potremo permettere d’invecchiare noi, potremo avere le rughe, i capelli bianchi, questo sì, magari ce lo consentiranno, ma dovremo sempre bastare a noi stessi, perché siamo in uno Stato che non è in grado di occuparsi né dei suoi giovani né dei suoi vecchi, uno Stato che non ci fa fare figli e non ci cura se ci ammaliamo, e se lo fa lo fa in ospedali dove ballano gli scarafaggi, campeggiano le formiche, le valvole cardiache che impiantano sono difettose e muori nel sonno perché si sono scaricate, etc. etc. etc.

Ho ingaggiato una battaglia personale contro lo ius soli, mi ha stufato il buonismo d’accatto di questo stato, mi ha stufato la mancanza di amor patrio, di orgoglio e difesa della nostra terra e della nostra cultura, la mancanza di senso di appartenenza, tutte cose che voi contesterete per un mondo senza confini e barriere, che mica ho detto di no, ma che l’identificazione si abbia solo con la squadra di calcio mi sembra un po’ riduttivo, che si accetti di tornare indietro di centinaia di anni gettando alle ortiche rinascimento, illuminismo, risorgimento, lotte partigiane e anche quello che ci appartiene un po’ meno come la rivoluzione francese, che è stato pur sempre un grande passo per tutta l’Europa, non lo mando proprio giù. Butteremo alle ortiche il ’68 (che quello ci può pure stare 😆 ), le lotte femministe e le battaglie sociali, le tutele dei lavoratori etc. etc.? Ci siamo accorti che lo stanno già facendo?

Catastrofista? Ma vi siete guardati intorno? Avete visto quei paesi arabi che sono passati da una civiltà come la nostra al burqa e alla sharia, le cui donne una volta in bikini sono state imbacuccate, anzi, imbaburqate?

Voi vi sentite al sicuro perché siete nati in un periodo di pace e siete abituati a dare per scontato quello che scontato non è: vi dice niente quel povero ragazzo condannato a 15 anni di lavori forzati per aver strappato un manifesto da un albergo e morto a 22 anni senza uscire dallo stato di coma in cui l’avevano ridotto? O davvero pensate che l’unica civiltà esistente sia la nostra, forte e indistruttibile anche senza nessun impegno da parte nostra?

Non confondiamo l’umanità con lo sbraco, il giusto obbligo morale di accoglienza e assistenza con la rinuncia alla nostra storia e alle nostre conquiste.

Ok, in questo post ho mischiato di tutto, ma era tanto che non scrivevo, siate benevoli 😉

 

Studiare, che passione!

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“L’Uguaglianza ha un organo, che è l’istruzione gratuita ed obbligatoria; bisogna, infatti, cominciare dal diritto all’alfabeto. La scuola elementare imposta a tutti e la scuola secondaria offerta a tutti: ecco la legge.” (da “I Miserabili”, Victor Hugo)

Devo dire che questo articolo, che vive nella mia mente da tempo immemore, viene alla luce in seguito alla lettura dell’ultimo post di Marisa sulla profonline in risposta alla lettera di una madre, sedicente psicologa, che si vanta di non far svolgere alla figlia i compiti scolastici.

Io sono una che ha sempre amato molto studiare, ma molto molto, ma molto molto molto, al punto che i miei genitori, per punirmi, mi impedivano di andare a scuola.

Stavo divagando sui miei, sono tornata indietro e ho cancellato, torno a bomba.

I miei amavano studiare, entrambi. Grossi studi – a causa delle leggi razziali e, nel caso di mia madre, anche un po’ della mentalità antica della sua famiglia, che la voleva prima di tutto buona madre di famiglia capace di governare unaa casa – non ne hanno potuti fare, ma l’amore per lo studio, la passione per il sapere, non hanno mai abbandonato nessuno dei due.

Quando ero a scuola io mi perdevo nello studio: trovavo nel libro un termine che non conoscevo? Andavo a cercarlo sul dizionario.  Il vocabolario negli esempi citava una qualche opera di un tale autore? Andavo a ricercarmi opera e autore, e così via.

Con questo metodo non finivo mai i miei compiti e, nonostante le numerose ore d’impegno, su cinque materie da preparare ne riuscivo a terminare al massimo due, fino a che, a un certo punto, il cerchio si è chiuso e ho incominciato a vivere di rendita: molti degli argomenti che toccavamo mi erano già noti, o in tutto o in parte, riuscivo a seguire meglio le lezioni e a memorizzare il massimo, visto che quanto veniva spiegato non mi era del tutto nuovo, e quindi riuscivo a cogliere l’informazione in più, la curiosità, la chicca, e tutto era entusiastico arricchimento.

Quando studiavo latino e greco imparavo a mano a mano che si presentavano tutti i vocaboli a memoria: una faticaccia all’inizio, ma poi fare le versioni era una passeggiata, cercavo poco o nulla sul vocabolario ed era tutto tempo risparmiato, tanto è vero che, quando l’insegnante dava quattro versoni diverse per impedirci di copiare (con questo sistema nessuno aveva quella uguale alla nostra, né lo studente davanti, né quello dietro di noi né quello a lato), io in un’ora le facevo tutte e quattro e poi uscivo.

Quello che voglio dire è che, alla fine, faticavo meno degli altri, e ne traevo più soddisfazione. Ricordo una compagna di classe che, per le traduzioni da fare a casa, comprava il traduttore e le imparava a memoria: una fatica tanto improba quanto idiota, totalmente inutile al fine dell’apprendimento quanto a quello di cavarsela all’interrogazione, in quanto era immediatamente evidente che del testo originale non capiva un’acca. Io, francamente, una fatica del genere non me la sarei davvero sentita di farla, una noia mortale!

La maturità l’ho data con un anno d’anticipo, cosicché il liceo l’ho frequentato per soli quattro anni, contro gli almeno sei, se non sette, di quelli che, per faticare meno, un anno o due lo ripetevano, e qui torniamo al mio principio di sempre: a fare le cose bene si fatica molto, ma molto di meno.

A mia figlia il messaggio è stato chiaro: non sei tu che fai un piacere a me a studiare, sono io che lo faccio a te a farti studiare. Un tempo il popolo non studiava, era il sistema migliore per mantenerlo oppresso e sottomesso, e le donne poi men che meno: ci sono voluti anni di lotte, e il diritto allo studio è una delle più grandi conquiste della civiltà. Non vuoi usufruirne? Fatti tuoi, ognuno s’impicca all’albero che crede.

Non so se è stato il risultato del mio approccio, non so se è stato l’esempio, visto che cerco di ritagliarmi sempre tempo per studiare, ho fame d’apprendimento e approfondimento ora come allora e a quarant’anni, con la bimba che ne aveva appena sei, mi sono iscritta a un corso di specializzazione; non so se è stato perché quando litigavo col padre, che non mi dava una mano con la bimba, urlavo rivendicando anche il mio diritto ad avere tempo per lo studio, ma credo che il messaggio sia arrivato forte e chiaro.

Mia figlia ama studiare. Non l’ho mai aiutata nei compiti: francamente alle riunioni di classe mi sentivo in colpa, perché tutti i genitori erano informati su compiti a casa e stato dell’arte del programma, mentre io non ne avevo la più pallida idea e cadevo sempre dal pero. La scuola era il suo spazio, io non c’entravo (a parte i colloqui con gli insegnanti) se non su sua richiesta.

Ma la più grande soddisfazione me la diede un giovane blogger, che forse tra i miei lettori solo il Cavaliere ricorderà e che, abbandonati gli studi da ragazzo, li riprese da adulto perché, a suo dire, io coi miei discorsi gliene avevo risvegliato la passione: questo ragazzo si è diplomato già da qualche anno al liceo psicopedagogico, conciliando lo studio con impegni familiari non indifferenti. Tra le altre cose, non è la prima persona che mi riconosce di avergli acceso o risvegliato la passione per il sapere.

Torniamo dunque a bomba, ai compiti a casa, ai genitori che si vantano di non farli fare ai propri figli e alla risposta di Marisa.

I compiti a casa sono necessari. Quello che si fa in classe, secondo me, a meno che non si parli delle elementari a tempo pieno, non basta. Lo studente ha bisogno dello studio individuale, di rivedere e organizzare le informazioni, di approfondirle e metabolizzarle. Deve toccare con mano e verificare, con gli esercizi scritti, quello che ha imparato, e con quelli consolidarlo. Il fatto che i compiti siano tanti a volte è vero, ma quante volte l’enorme fatica è dovuta alla mancanza di basi? Studiare bene per studiare meno è il trucco, quello che lascia tanto spazio a giochi, vita sociale, famiglia e palestra, salvo eccezioni (tipo sessione d’esami).

Odio i compiti estivi, non sono mai riuscita a svolgerli, né mai ne ho sentito la necessità o mi ha penalizzato il non averli svolti. La vita non è fatta solo di studio, la cultura non può essere solo libresca, e non mi pare un’idea peregrina che le vacanze estive possano servire ad altro, a imparare viaggiando, quando si può, o a svolgere un lavoretto che pure prepara alla vita (tanto è vero che ora si intende inserirlo nelle attività curriculari).

Fossi negli insegnanti per l’estate darei al massimo qualche libro da leggere, libri diversi per tipologia e argomenti, che formano la cultura del ragazzo rappresentando però un qualcosa di diverso rispetto ai programmi scolastici tradizionali (ai miei tempi l’unico romanzo studiato a scuola era “I promessi sposi”, e mi sembra davvero insufficiente).

Torniamo alla cattiva madre cui risponde Marisa: secondo me è una cattiva madre sul serio (va beh, cattiva madre solo per questo mi pare troppo, ma certo non rende un servizio alla figlia), o almeno una cattiva guida in questo settore, perché trasmette al figlio il messaggio che studiare è noioso, svolgere i compiti è attività onerosa (e come tale sgradevole), assolutamente non utile né necessaria e che non è giusto pretendere, che l’autorità degli insegnanti è inesistente e che l’ultima parola, anche a scuola, è quella di mammà (e questo mi ricorda tanto la mammà del post precedente).

Io mi chiedo perché i genitori di oggi stiano così tanto danneggiando i propri figli, deresponsabilizzandoli e rendendoli anarchici oltre che ignoranti: ma se ne rendono conto? Forse non si rendono conto che stiamo davvero andando verso “idiocracy” (e, perdonatemi, il ministro dell’istruzione recentemente nominato è l’emblema di questa decadenza e di questo messaggio autolesionistico e distruttivo che studiare non serve a niente).

Ecco, l’ho detto.