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Promozione d’ufficio: geniale provocazione

Un docente di matematica, come risposta all’ultima trovata delle promozioni d’ufficio, si è divertito proponendo (parlo di fb…)  un questionario di autocertificazione che sostituirebbe i compiti in classe: io lo trovo geniale, e al suo posto lo proporrei davvero al Ministero della Pubblica Istruzione… anzi no, rischierebbe che venisse accettato, oggiggiorno meglio non suggerirle certe idee!

Questo il modulo, e spanciatevi dal ridere a leggere le risposte proposte!

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Lentamente schiavi

E’ di pochi giorni la notizia che oramai la promozione a elementari e medie è legge, e questa mi sembra l’ennesima azione suicida dell’Italia. Veramente è da un po’ che la scuola è diventata un promuovificio, è da un po’ che siamo entrati nella spirale:

si esce dalla scuola sempre più ignoranti

il titolo di studio vale sempre meno

l’università è indispensabile ma di difficile accesso

università e master costano cifre proibitive

si accede al mondo del lavoro sempre più tardi

in pensione non ci si andrà mai

esportiamo i nostri cervelli con i loro sogni e importiamo bassa manovalanza

etc. etc. etc.

Il messaggio che gli italiano ricevono da anni, da decenni probabilmente, purtroppo è: impegnarsi non serve a niente. E’ da tanto che il merito in Italia non premia ma almeno prima un titolo di studio, se pure non garantiva lavoro e successo, testimoniava un grado di preparazione, l’unica arma di difesa che abbiamo contro la prevaricazione e il raggiro, ma adesso siamo caduti nella loro trappola, gli insegnanti più seri a lungo hanno combattuto contro il far andare avanti  d’ufficio le capre che poi hanno infestato posti di lavoro qualificati con gravi ripercussioni sull’utenza, ma sono rimasti inascoltati: oramai va di moda il buonismo, i ragazzi non devono essere traumatizzati, i riconoscimenti vanno dati indipendentemente dall’impegno, indipendentemente dalle capacità, e indipendentemente dalle conseguenze sociali di questo comportamento suicida.

Poi, per completare l’opera, abbiamo anche abolito il servizio militare, rendendo sempre di più il nostro popolo molle, imbelle oltre che ignorante, ergo manovrabile e, perdonate il termine, fottibile.

Non solo, stiamo crescendo anche un popolo senza ideali (forse per questo di individui facilmente reclutabili da movimenti estremisti e sette religiose, che danno loro uno spirito d’appartenenza?), oltre che, complice il virtuale, a volte scarsamente consapevoli della differenza tra realtà e finzione.

E’ vero, ci sono eccezioni, ci sono perle, ci sono giovani che sono il riscatto di questa nostra società, ma sono pochi e con le armi spuntati e le ali tarpate.

Dovessi dare un messaggio ai ragazzi direi: studiate, studiate, studiate, siate preparati, abbiate una mente attiva, coltivate le vostre capacità di fare collegamenti, capire, creare, siate innovativi, siate coraggiosi, non vi vendete (anche se noi, forse, abbiamo venduto voi  😥 ), siate cazzuti diamine, siate la vostra forza e il nostro orgoglio, impegnatevi alla faccia di chi vi illude che potrete ottenere tutto senza sforzo, e vi farà trovare schiavi nel migliore dei casi di chi le maniche se le rimbocca e nella vita si espone, nel peggiore di burattinai senza scrupoli per cui sarete carne da cannone.

 

PS: e ricordate l’esempio delle case abusive crollate di cui hanno detto  “coi soldi si sono messi in regola con le leggi dello stato, ma non con quelle della fisica”, e così è per lo studio: una politica superficiale e buonista può regalarvi un titolo di studio, ma non preparazione e competenza, e io non voglio credere che lo scopo della vostra vita sia di essere mezze calzette, esperte nell’arte di arrangiarsi e inciuciare.

 

Successi e sfide

E’ stato un lungo parto, ma ce l’abbiamo fatta (e, diciamocelo, pure al primo colpo).

Settimana difficile, un esame all’università di quelli supertosti, quelli che si ripetono non meno di tre volte per poi magari accontentarsi di un 20, e invece è andata benissimo. Poi la patente, che come sappiamo la pratica va anche a fortuna, basta un niente per essere bocciati, e stamattina prima che andasse a sostenere l’esame mi sono raccomandata: “Le regoleeeeeee! Non importa tanto come fai un parcheggio, ma allaccia la cintura, metti le frecce, guarda bene prima di partire, prima di aprire la portiera per scendere, soprattutto questo, guarda, guarda, guaaaardaaaaa!”.

Insomma, è andata.

Nel frattempo io ho temporaneamente cambiato mansioni al lavoro e sto imparando una cosa nuova, rognosa e che non mi servirà a un tubo, se non a tenere la mente sempre in tiro e uffa, oltre un certo limite non è più neanche divertente, sempre a mettersi alla prova, sempre a cimentarsi con il nuovo, sempre al primo giorno di una nuova vita.

Mi ricordo quando tenevo i corsi di aggiornamento, che fatica con quelli che avevano magari cinquant’anni, avevano sempre fatto una cosa e volevano continuare a fare quella, tanto, a un passo dalla pensione, perché mai avrebbero dovuto fare lo sforzo di imparare una cosa nuova? E invece no, noi no, noi fino a ottant’anni dovremmo imparare una cosa nuova, fossero pure le nuove procedure telematiche del Comune, Inps e Agenzia delle Entrate, non ci potremo permettere d’invecchiare noi, potremo avere le rughe, i capelli bianchi, questo sì, magari ce lo consentiranno, ma dovremo sempre bastare a noi stessi, perché siamo in uno Stato che non è in grado di occuparsi né dei suoi giovani né dei suoi vecchi, uno Stato che non ci fa fare figli e non ci cura se ci ammaliamo, e se lo fa lo fa in ospedali dove ballano gli scarafaggi, campeggiano le formiche, le valvole cardiache che impiantano sono difettose e muori nel sonno perché si sono scaricate, etc. etc. etc.

Ho ingaggiato una battaglia personale contro lo ius soli, mi ha stufato il buonismo d’accatto di questo stato, mi ha stufato la mancanza di amor patrio, di orgoglio e difesa della nostra terra e della nostra cultura, la mancanza di senso di appartenenza, tutte cose che voi contesterete per un mondo senza confini e barriere, che mica ho detto di no, ma che l’identificazione si abbia solo con la squadra di calcio mi sembra un po’ riduttivo, che si accetti di tornare indietro di centinaia di anni gettando alle ortiche rinascimento, illuminismo, risorgimento, lotte partigiane e anche quello che ci appartiene un po’ meno come la rivoluzione francese, che è stato pur sempre un grande passo per tutta l’Europa, non lo mando proprio giù. Butteremo alle ortiche il ’68 (che quello ci può pure stare 😆 ), le lotte femministe e le battaglie sociali, le tutele dei lavoratori etc. etc.? Ci siamo accorti che lo stanno già facendo?

Catastrofista? Ma vi siete guardati intorno? Avete visto quei paesi arabi che sono passati da una civiltà come la nostra al burqa e alla sharia, le cui donne una volta in bikini sono state imbacuccate, anzi, imbaburqate?

Voi vi sentite al sicuro perché siete nati in un periodo di pace e siete abituati a dare per scontato quello che scontato non è: vi dice niente quel povero ragazzo condannato a 15 anni di lavori forzati per aver strappato un manifesto da un albergo e morto a 22 anni senza uscire dallo stato di coma in cui l’avevano ridotto? O davvero pensate che l’unica civiltà esistente sia la nostra, forte e indistruttibile anche senza nessun impegno da parte nostra?

Non confondiamo l’umanità con lo sbraco, il giusto obbligo morale di accoglienza e assistenza con la rinuncia alla nostra storia e alle nostre conquiste.

Ok, in questo post ho mischiato di tutto, ma era tanto che non scrivevo, siate benevoli 😉

 

Studiare, che passione!

giovane-studentessa-tra-i-libri

“L’Uguaglianza ha un organo, che è l’istruzione gratuita ed obbligatoria; bisogna, infatti, cominciare dal diritto all’alfabeto. La scuola elementare imposta a tutti e la scuola secondaria offerta a tutti: ecco la legge.” (da “I Miserabili”, Victor Hugo)

Devo dire che questo articolo, che vive nella mia mente da tempo immemore, viene alla luce in seguito alla lettura dell’ultimo post di Marisa sulla profonline in risposta alla lettera di una madre, sedicente psicologa, che si vanta di non far svolgere alla figlia i compiti scolastici.

Io sono una che ha sempre amato molto studiare, ma molto molto, ma molto molto molto, al punto che i miei genitori, per punirmi, mi impedivano di andare a scuola.

Stavo divagando sui miei, sono tornata indietro e ho cancellato, torno a bomba.

I miei amavano studiare, entrambi. Grossi studi – a causa delle leggi razziali e, nel caso di mia madre, anche un po’ della mentalità antica della sua famiglia, che la voleva prima di tutto buona madre di famiglia capace di governare unaa casa – non ne hanno potuti fare, ma l’amore per lo studio, la passione per il sapere, non hanno mai abbandonato nessuno dei due.

Quando ero a scuola io mi perdevo nello studio: trovavo nel libro un termine che non conoscevo? Andavo a cercarlo sul dizionario.  Il vocabolario negli esempi citava una qualche opera di un tale autore? Andavo a ricercarmi opera e autore, e così via.

Con questo metodo non finivo mai i miei compiti e, nonostante le numerose ore d’impegno, su cinque materie da preparare ne riuscivo a terminare al massimo due, fino a che, a un certo punto, il cerchio si è chiuso e ho incominciato a vivere di rendita: molti degli argomenti che toccavamo mi erano già noti, o in tutto o in parte, riuscivo a seguire meglio le lezioni e a memorizzare il massimo, visto che quanto veniva spiegato non mi era del tutto nuovo, e quindi riuscivo a cogliere l’informazione in più, la curiosità, la chicca, e tutto era entusiastico arricchimento.

Quando studiavo latino e greco imparavo a mano a mano che si presentavano tutti i vocaboli a memoria: una faticaccia all’inizio, ma poi fare le versioni era una passeggiata, cercavo poco o nulla sul vocabolario ed era tutto tempo risparmiato, tanto è vero che, quando l’insegnante dava quattro versoni diverse per impedirci di copiare (con questo sistema nessuno aveva quella uguale alla nostra, né lo studente davanti, né quello dietro di noi né quello a lato), io in un’ora le facevo tutte e quattro e poi uscivo.

Quello che voglio dire è che, alla fine, faticavo meno degli altri, e ne traevo più soddisfazione. Ricordo una compagna di classe che, per le traduzioni da fare a casa, comprava il traduttore e le imparava a memoria: una fatica tanto improba quanto idiota, totalmente inutile al fine dell’apprendimento quanto a quello di cavarsela all’interrogazione, in quanto era immediatamente evidente che del testo originale non capiva un’acca. Io, francamente, una fatica del genere non me la sarei davvero sentita di farla, una noia mortale!

La maturità l’ho data con un anno d’anticipo, cosicché il liceo l’ho frequentato per soli quattro anni, contro gli almeno sei, se non sette, di quelli che, per faticare meno, un anno o due lo ripetevano, e qui torniamo al mio principio di sempre: a fare le cose bene si fatica molto, ma molto di meno.

A mia figlia il messaggio è stato chiaro: non sei tu che fai un piacere a me a studiare, sono io che lo faccio a te a farti studiare. Un tempo il popolo non studiava, era il sistema migliore per mantenerlo oppresso e sottomesso, e le donne poi men che meno: ci sono voluti anni di lotte, e il diritto allo studio è una delle più grandi conquiste della civiltà. Non vuoi usufruirne? Fatti tuoi, ognuno s’impicca all’albero che crede.

Non so se è stato il risultato del mio approccio, non so se è stato l’esempio, visto che cerco di ritagliarmi sempre tempo per studiare, ho fame d’apprendimento e approfondimento ora come allora e a quarant’anni, con la bimba che ne aveva appena sei, mi sono iscritta a un corso di specializzazione; non so se è stato perché quando litigavo col padre, che non mi dava una mano con la bimba, urlavo rivendicando anche il mio diritto ad avere tempo per lo studio, ma credo che il messaggio sia arrivato forte e chiaro.

Mia figlia ama studiare. Non l’ho mai aiutata nei compiti: francamente alle riunioni di classe mi sentivo in colpa, perché tutti i genitori erano informati su compiti a casa e stato dell’arte del programma, mentre io non ne avevo la più pallida idea e cadevo sempre dal pero. La scuola era il suo spazio, io non c’entravo (a parte i colloqui con gli insegnanti) se non su sua richiesta.

Ma la più grande soddisfazione me la diede un giovane blogger, che forse tra i miei lettori solo il Cavaliere ricorderà e che, abbandonati gli studi da ragazzo, li riprese da adulto perché, a suo dire, io coi miei discorsi gliene avevo risvegliato la passione: questo ragazzo si è diplomato già da qualche anno al liceo psicopedagogico, conciliando lo studio con impegni familiari non indifferenti. Tra le altre cose, non è la prima persona che mi riconosce di avergli acceso o risvegliato la passione per il sapere.

Torniamo dunque a bomba, ai compiti a casa, ai genitori che si vantano di non farli fare ai propri figli e alla risposta di Marisa.

I compiti a casa sono necessari. Quello che si fa in classe, secondo me, a meno che non si parli delle elementari a tempo pieno, non basta. Lo studente ha bisogno dello studio individuale, di rivedere e organizzare le informazioni, di approfondirle e metabolizzarle. Deve toccare con mano e verificare, con gli esercizi scritti, quello che ha imparato, e con quelli consolidarlo. Il fatto che i compiti siano tanti a volte è vero, ma quante volte l’enorme fatica è dovuta alla mancanza di basi? Studiare bene per studiare meno è il trucco, quello che lascia tanto spazio a giochi, vita sociale, famiglia e palestra, salvo eccezioni (tipo sessione d’esami).

Odio i compiti estivi, non sono mai riuscita a svolgerli, né mai ne ho sentito la necessità o mi ha penalizzato il non averli svolti. La vita non è fatta solo di studio, la cultura non può essere solo libresca, e non mi pare un’idea peregrina che le vacanze estive possano servire ad altro, a imparare viaggiando, quando si può, o a svolgere un lavoretto che pure prepara alla vita (tanto è vero che ora si intende inserirlo nelle attività curriculari).

Fossi negli insegnanti per l’estate darei al massimo qualche libro da leggere, libri diversi per tipologia e argomenti, che formano la cultura del ragazzo rappresentando però un qualcosa di diverso rispetto ai programmi scolastici tradizionali (ai miei tempi l’unico romanzo studiato a scuola era “I promessi sposi”, e mi sembra davvero insufficiente).

Torniamo alla cattiva madre cui risponde Marisa: secondo me è una cattiva madre sul serio (va beh, cattiva madre solo per questo mi pare troppo, ma certo non rende un servizio alla figlia), o almeno una cattiva guida in questo settore, perché trasmette al figlio il messaggio che studiare è noioso, svolgere i compiti è attività onerosa (e come tale sgradevole), assolutamente non utile né necessaria e che non è giusto pretendere, che l’autorità degli insegnanti è inesistente e che l’ultima parola, anche a scuola, è quella di mammà (e questo mi ricorda tanto la mammà del post precedente).

Io mi chiedo perché i genitori di oggi stiano così tanto danneggiando i propri figli, deresponsabilizzandoli e rendendoli anarchici oltre che ignoranti: ma se ne rendono conto? Forse non si rendono conto che stiamo davvero andando verso “idiocracy” (e, perdonatemi, il ministro dell’istruzione recentemente nominato è l’emblema di questa decadenza e di questo messaggio autolesionistico e distruttivo che studiare non serve a niente).

Ecco, l’ho detto.

Sissi e il lavoro

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Mentre continua la più totale mancanza di collaborazione in casa, con pianti a dirotto come le si rimprovera qualcosa, appellandosi al tempo tiranno e all’infondatezza delle mie lagnanze, arriva per Sissi un’opportunità di lavoro: peccato che non lo cercasse.

Cinque ore e passa ogni giorno, più il trasbordo, e quando studierebbe? Ma, guarda caso, all’improvviso quel tempo che per collaborare in casa proprio non aveva (le ho chiesto un’ora d’impegno al giorno!) diventa recuperabile, la giornata diventa organizzabile, la possibilità di diventare economicamente indipendente l’attira, e sputa sulla possibilità che le offre sua madre di fare la principessa dedicandosi agli studi e basta, senza nessuna preoccupazione.

Ovviamente il lavoro, qualunque dovesse essere la retribuzione nel caso lei accettasse, non è un lavoro qualificato, per cui non vale certo la pena di rallentarsi – o non sia mai interrompere! – il percorso di studi.

La persona “di fiducia”, quella con cui puoi dormire tra quattro guanciali, io capisco che sia richiesta, ma sono lavori sempre a termine (ti affido la mamma malata, o la figlia piccola, o la casa mentre io non ci sono, o la cassa del negozio nel periodo in cui il mio genitore/figlio/consorte/ è impegnato) e, se la persona cui questa possibilità viene offerta ha bisogno, è una manna, se non ha bisogno e si presta è comunque un’esperienza ed è encomiabile la voglia di lavorare, ma se non ha bisogno e deve trascurare doveri più impellenti, non sarà un pochino irresponsabile?

Eppure capisco che in questo momento, in cui sembra che l’ambiente domestico le stia stretto e la renda così poco reattiva, una novità responsabilizzante non ci starebbe male.

Un mio amico mi ha detto che lui, quando ha trovato lavoro, è stato il momento che ha messo il turbo per l’università, e io stessa ho studiato lavorando a tempo pieno (con l’università era fuori città!): certo, io non sono proprio da prendere d’esempio, visto che alla fine sono caracollata e sono finita intubata all’ospedale…

Mamma, mi racconti la rivoluzione?

Oggi mia figlia mi ha chiesto di Che Guevara, di quando uscì la canzone Hasta Siempre, di come è morto, e poi mi ha rimproverato di non raccontarle mai di quegli anni di protesta in cui io ho vissuto né di quel clima da rivoluzione che tanto l’affascina (con “I miserabili” e i ragazzi delle barricate ha messo la mia pazienza a dura prova!).

Non è la prima volta che me lo chiede ma… boh, il racconto non m’ispira.

Intanto, perché all’epoca la mia lotta era per andare a scuola, che i miei non volevano, e per procurarmi i libri. Il giorno andavo a scuola, il pomeriggio lavoravo, la notte studiavo, per il resto fronteggiavo ciò che sapete, e quindi tanti bollenti spiriti rivoluzionari non ce l’avevo.

Anyway, la mia scuola era di sinistra e quindi, pur non avendo io mai abbracciato alcuna fede politica, i discorsi che sentivo erano quelli, i miei amici erano di quelle bande e quella era l’aria che respiravo. Considerando poi il tributo che la mia famiglia ha pagato al fascismo (al nazismo…), che mi ha portato a respirare in casa aria decisamente antifascista, nella mia testa, con quel filino di condizionamento qua e là nonché il nonno partigiano, i comunisti erano i buoni e i fascisti i cattivi.

Peccato che nella mia scuola ci fossero alcuni ragazzi di destra, carini, educati, studiosi, e già la cosa non mi suonava (ma come, non dovevano essere brutti e cattivi?), e dall’altra i “compagni” mi facevano ostruzionismo perché non partecipavo a tutte le manifestazioni, fino ad arrivare a minacciarmi fisicamente (ma come, non erano quelli democratici? Non erano quella della non violenza, quelli del peace and love?).

Insomma, qualcosa non mi tornava: primo sciopero “per la libertà e la democrazia” e io, ragazzina ingenua, mi ci buttai a pesce. Seconda volta, manifestazione “per la libertà e la democrazia”, e già incominciai a pormi delle domande. Alla terza volta chiesi: “Insomma, siccome siamo sempre per la libertà e per la democrazia, che facciamo, a scuola non ci veniamo più? O mi spiegate l’utilità di queste manifestazioni, o mi spiegate programmi e obiettivi, oppure io me ne vado in classe”.

Fu lì che venni minacciata, alzarono una spranga dicendo che se fossi entrata me l’avrebbero data in testa e io, con le gambe che facevano JamesJames, col cuore stretto ma simulando piglio sicuro ed espressione ostentatamente impavida, noncurante e altera, entrai.

Fu quello il momento in cui alle parole di democrazia e libertà non credetti più, e non è che la vita mi abbia dato torto: ancora oggi, per la questione dei diritti ai gay, ho sentito quelli che “lottano affinché tutti abbiano diritti e libertà” raccontare che andavano a picchiare le Sentinelle in piedi perché negavano agli altri la libertà d’espressione.

E sì, e anche che la coerenza non è di questo mondo lo imparai subito, quando i capetti sobillavano quelli che avevano bisogno di recuperare un’insufficienza sostenendo che la causa era più importante della loro promozione, ricattandoli psicologicamente, ma poi erano i primi a entrare se il voto da recuperare era il loro, o fosse pure solo per aumentarlo!

Però una volta, recentemente, ne parlavo con un amico, comunista irriducibile, che alle mie rimostranze e manifestazioni di pensiero non proprio sinistrorse replicava con molta tristezza e rammarico: “Tu non sai com’era importante lottare per la giustizia sociale, pensare di poter fare qualcosa per cambiare le sorti dei più poveri e dei più sfortunati!”. Si sentiva fallito su quel punto, ma il suo non era affatto un fallimento, poiché lui era sempre rimasto coerente con le sue idee e sì, secondo me, il mondo un po’ migliore lo aveva reso, e le sorti di qualcuno le aveva risollevate, ma sicuramente c’era stato il fallimento dell’aver creduto nei “compagni”, nella loro linearità, coerenza, coraggio, buona fede (come cantava Venditti, “ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu”, magari con la raccomandazione, e non solo raccomandazione, diciamo con quella di qualunque partito fosse in grado di darla).

Comunque, per quel poco tempo che ci ho creduto, è stato bello, e sì, conosco la carica che dà la lotta, il pensare che puoi cambiare il mondo e contribuire a renderlo più bello, più giusto, più pulito… e no, nella sinistra non credo, ma sentire la canzone El pueblo, e ricordarmi di quando la cantavo a squarciagola nei cortei, felice di fare la differenza, mi fa sempre venire i brividi per l’emozione.

Seguiti dagli occhi bassi e da una lacrima, di rassegnazione e sconfitta. O forse solo di delusione.

 

 

Primario sì primario no

A me questa canzone ha sempre fatto ridere, se non fosse che rispecchia davvero la realtà di questa drammatica repubblica delle banane (o terra dei cachi che dir si voglia), e allora magari c’è un po’ meno da ridere.  🙄

Però oggi non sto qui a parlare dell’ennesima pochezza della nostra miserrima Italia, ma della scelta di mia figlia di studiare Medicina, pur non avendo le spalle coperte: perché io, come madre, farò di tutto per appoggiarla e sostenerla nella realizzazione dei suoi sogni, ma la situazione è dura assai.

Se vengo meno io, e oramai ho l’impressione sempre più pressante che in un modo o nell’altro verrò meno, chi la sosterrà? Il padre certamente no, temo che non sarà mai molto più utile di quanto è stato finora, e allora?

Aveva iniziato con una triennale, e io avrei avuto più piacere, l’anno prossimo già si sarebbe laureata (“e sarei andata a ingrossare le fila dei disoccupati” aggiunge lei), poi con la specialistica avrebbe aggiunto un altro tassello, e poi avrebbe seguito il corso che desiderava, cui può accedere con Medicina, ma avrebbe potuto anche con la specialistica dell’altra facoltà.

Ma è giusto fare sempre il passo secondo la gamba? Non pensate che ogni tanto si debba anche un po’ osare? Io ho sempre sostenuto che uno debba seguire i suoi sogni, perché per i sogni magari è disposto a combattere in un certo modo, mentre per la sopravvivenza nuda e cruda si ha molta meno verve.

Insomma io, formichina, che ha sempre fatto il passo secondo la metà o forse anche un terzo della sua gamba, tanto per non trovarsi mai scoperta, sono dalla sua parte: Dio vede e provvede, e poi io non avevo un genitore che mi sosteneva, lei sì.