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In politica, ovvero, l’Italia che vorrei

Tra il serio e il faceto qualche blogamico nei commenti al post precedente dichiarava di vedermi bene in politica. Al di là del fatto che invece io, almeno in certi ruoli, non mi ci vedo proprio, nel senso che non sono una vecchia volpe con capacità camaleontiche, non credo però di peccare d’immodestia nell’affermare di essere comunque un po’ meglio di tanti che in politica invece già ci sono e ci prosperano.

Tornando comunque a bomba, che cos’è che proprio non mi piace dell’Italia e che cambierei se ne avessi il potere?

Io credo che siamo tutti d’accordo, tanto per cominciare, che l’Italia è una nazione in cui l’innocente non viene tutelato: sentiamo continuamente di vittime che devono risarcire l’aggressore, fino ai fatti drammatici della ragazza violentata che si è uccisa quando i suoi genitori sono stati condannati a risarcire i genitori del suo stupratore; si parla di lotta all’evasione e poi – questa è l’immagine che ci arriva – i grandi evasori continuano la loro bella vita mentre il parrucchiere che ha pettinato la madre o il barista che ha regalato una caramella a un  bambino ricevono multe miliardarie per non avere emesso regolare ricevuta fiscale. Sentiamo di poliziotti/carabinieri che rischiano la vita per catturare un delinquente e questo non solo viene rimesso in libertà in quattro e quattr’otto, ma il poliziotto viene pure indagato perché il delinquente dichiara che gli ha fatto la bua.

Io credo che siamo tutti d’accordo pure che l’Italia è una nazione in cui il diritto allo studio non viene tutelato, e a vari livelli: quanti sono ancora quelli che non possono proseguire gli studi per motivi economici, a fronte di tanti sfaticati che vanno avanti per forza d’inerzia e di conti pagati dai genitori? Le borse di studio sono praticamente inesistenti, mentre le aule vengono riempite di studenti che di studiare non hanno nessuna voglia, e dove docenti demotivati parlano al vento, spesso minacciati se tentano di fare il proprio lavoro.

Un altro oltraggio al diritto allo studio è la presenza nelle aule di tanti somari che rallentano le attività didattiche, somari che escono ad orde e pretendono di proseguire la propria attività di scaldasedie all’università dove, sulla base di improbabili test dai discutibili contenuti e dagli ancora più discutibili risultati, riescono a togliere la possibilità di seguire i propri sogni, i propri talenti e le proprie inclinazioni a studenti ben più dotati e motivati (si sappia, io sono ferocemente contro il numero chiuso all’università: il titolo di ammissione deve essere il diploma, un diploma che deve valere qualcosa, rilasciato da una scuola seria e non da un promuovificio!). Ancora, i laureati, che finalmente saranno per merito e con merito, non dovranno più essere costretti ad emigrare o, non volendo/potendo farlo, magari per vincoli familiari, accettare demotivanti e avvilenti demansionamenti o vivere a duecento anni della paghetta dei genitori pensionati.

Sempre per ridare (dare) valore ai titoli di studio rilasciati dalle scuole pubbliche, questi dovrebbero essere sufficienti pure per accedere ai posti pubblici superando, almeno in parte, il sistema dei concorsi che, al di là del fatto che siano giusti o meno di principio, pare che nella realtà dei fatti non premino il merito.

Ancora, sulla scuola, leggevo un post di una mamma di un bambino autistico, che auspicava il collocamento del proprio figlio in una classe a misura delle sue possibilità, cosa su cui sono assolutamente d’accordo. Mi sono già espressa sulle “classi ponte” per studenti stranieri, classi che io stessa ho frequentato magno cum guadio, mentre se mi avessero inserito – in base a un malinteso senso di uguaglianza e non discriminazione – in una classe dove si insegnava in una lingua che non era la mia, sarei stata solo un fagotto abbandonato in un angolo, isolata e umiliata: promuovere l’uguaglianza non significa chiudere gli occhi e far finta acriticamente che siamo tutti uguali, ma promuovere le condizioni in cui ognuno possa esprimere se stesso, recepire il massimo dal contesto in cui è inserito e partecipare alla vita sociale in modo armonioso e sostenibile.

Un’altra cosa che non mi piace di quest’Italia è che le leggi sono talmente arzigogolate che, per poter sopravvivere o comunque avere un trattamento più favorevole e sostenibile si fa sempre risultare qualcos’altro, e quindi abbiamo case intestate a familiari per pagare meno imposta di registro (o quello che accidente è), residenze sparse per poter avere in ogni casa la tariffa più conveniente, finte separazioni, finti matrimoni, finto tutto, non se ne può più! Io adotterei delle tariffe uniche, questo è il prezzo, inutile mettere in mezzo tua moglie, tua nonna, il notaio e la tua prozia! Per quanto riguarda i matrimoni finti, mi sono già pronunciata sulle pensioni di reversibilità che, eliminate, li renderebbero inutili, mentre consentirebbero di sposarsi a quegli anziani veramente legati da affetto e che hanno deciso di unire le proprie vite.

Un’altra cose su cui pure interverrei subito è la patente a punti: praticamente, un’altra legge ingiustissima che tutela i ricchi, i quali pagheranno sempre la multa a cuor leggero e non si vedranno mai decurtare la patente di un punto: è di fatto un invito all’inciviltà e all’arroganza, sulla falsariga del motto reso celebre nel Marchese del Grillo, “Io so io, e voi nun séte un ca@@o!”. Non dimentichiamoci inoltre di quante persone poverette hanno pagato la multa per omessa comunicazione dei dati del conducente, avendo inteso che questi dovevano essere comunicati solo nel caso che il conducente fosse persona diversa dall’intestatario del veicolo (della serie “ufficio complicazioni affari semplici”): e poi diciamocelo, lo sanno pure i sassi che tanti trasgressori hanno fatto togliere i punti alle patenti non utilizzate di genitori, nonni, bisnonni, trisavoli e arcavoli! (sempre della serie “faccio risultare che…”).

Un’altra cosa che poco apprezzo di questa nazione à la mancata tutela dei risparmiatori: anche sui social, quando si parla di tasse, vedo orde di cicale inferocite scagliarsi contro le povere formiche depositarie di risparmi (che in teoria dovrebbero essere tutelati dalla stessa Costituzione della Repubblica) e, dal bail-in all’ISEE, il risparmiatore è quello che deve prendersi tutte le mazzate e assorbire i colpi degli errori altrui: ma vi pare una cosa giusta?

Problema immigrati e forme di sostegno alle famiglie: qui parliamo davvero “pour parler”, perché mi rendo ovviamente conto che il problema è di difficilissima soluzione, e allora parliamo di principi guida e idee generali, non di soluzioni che semmai dovrebbero venire dopo che questi principi sono stati stabiliti.

Fermo restando che io ragiono in termini di persone e non di categorie, quindi per me ogni uomo è mio fratello, stabiliamo dei punti:

  1. I delinquenti non ce li vogliamo, per cui lo stupratore si ributta in mare, punto e basta. Che si rubi per fame va bene, è istinto di conservazione, ma altri tipi di violenza (tipo il carabiniere preso a sprangate) vanno sanzionati senza indugio e, oserei dire, senza pietà.
  2. Bisogna separare il problema umanitario, che abbraccio con tutto il cuore, da quello che, secondo i politici nostrani, sarebbero nostre esigenze di “risorse”: non si può di fatto impedire ai nostri giovani di fare figli perché non hanno casa, non hanno lavoro, non hanno garanzie economiche per poter mettere al mondo i figli che vorrebbero, e poi andare a spendere dieci volte quei soldi per “importare risorse”, è veramente una beffa nei confronti del popolo italiano che quei soldi li produce anche per dare un futuro ai propri figli (e per averli quei figli, e dopo di loro i nipoti).
  3. Sono contraria a dare la cittadinanza italiana a chi italiano non è: l’essere italiano è una questione prima di tutto culturale, e io inizierei a parlarne sì e no dalla terza generazione.
  4. Tutto ciò premesso, le persone accolte in Italia, come rifugiati o comunque aventi diritto a qualsiasi titolo, è giusto secondo me che abbiano un aiuto iniziale superiore per potersi inserire in una nazione che per loro è straniera e di cui non conoscono né lingua, né usi, né costumi. Qualcuno di voi storcerà la bocca, ma considerate anche che, a parte il fattore umanitario che io comunque avallo, farne dei disadattati e disperati non gioverebbe a nessuno. L’aiuto dovrebbe essere rigorosamente a tempo: tu arrivi, vieni identificato, registrato in un’anagrafe europea, sottoposto a controlli sanitari, inserito in un corso accelerato di lingua ed educazione civica, e poi ricevi un regime priviligiato per un tot tempo, diciamo uno o due anni, dopo di che, come si suol dire, “chi non salta zompa”, sei in Italia e fai la vita del resto degli italiani, con tutte le difficoltà del caso.
  5. Vitalizi: uno vale uno, gli anni in parlamento valgono come anni lavorati nella stessa misura di tutti gli altri: cinque anni in Parlamento valgono cinque anni di contributi, per arrivare alla pensione ne devi lavorare altri 30, 35, 38 che siano come tutto il resto degli italiani.

Insomma, per ora che ve ne pare?

Per fare un governo non servono dei tecnici, basterebbero dei contadini. I contadini infatti ben sanno che, per far crescere bene la pianta, per prima cosa bisogna eliminare i parassiti!

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Ma che bel complimento!

Oggi ho ricevuto la notifica della risposta di Aida a un mio commento in cui lei scrive:

Il tuo blog è facile da individuare sui motori di ricerca, tratti tematiche generali che spaziano dalla società a Roma, dalle amicizie per giungere a temi forti come l’aborto. Il tuo modo di scrivere è semplice e senza fronzoli, la lettura è spedita senza avere un vocabolario dietro. Più che fonte d’ispirazione davvero sei un pozzo e mi dispiace non tanto per il lucro che ci fanno gli altri, quanto per la mancanza di riconoscimento nei tuoi confronti.

Ma che bel complimento, quanto mi ha fatto piacere!  😳

Verso il milione

Al momento sono 999.231, arrivare al milione è un attimo e mi devo preparare.

Un milione di accessi, un bel traguardo, e dovrei preparare un bel post celebrativo, in cui racconto come all’inizio non avrei mai pensato, e piano piano si è fatta tanta strada insieme, e pii blablabla, e ancora tanto e tanto blablabla, ciagole serie o spensierate, gioie e malinconie condivise, esaminate…

In realtà, se è vero che questa avventura è stata ed è avvincente e gratificante, se è vero che mi ha dato tanto in termini umani (una mia amica sostiene addirittura che non ho nessuno perché il blog è il mio amante), è vero pure che ogni luce ha la sua ombra e quindi…

Panta rei, tutto scorre, e forse questo col blog si tocca più con mano: le persone prendono forma, da sconosciuti avatar diventano amici e poi… poi spariscono, inghiottiti dal nulla. Questo non perché sono virtuali, perché tra quelli scomparsi si annoverano amici conosciuti di persona, nelle cui case sono stata accolta, di cui ho conosciuto familiari, amici ed amanti, nome, cognome, indirizzi e recapiti telefonici di casa e del lavoro… no, non è stato il fatto di essere virtuali il problema.

Il fatto è che anche nella vita reale ci si perde di vista, per un motivo o per un altro, ma qui è tutto più intenso, moltiplicato, affrettato. Nella vita conosci dieci persone, e magari col tempo ne perdi di vista 7, qui ne conosci cento e, a mantenere la stessa proporzione, quelle che perdi sono 70.

Se rileggo i primi post (che ho dimenticato, e rileggo sempre con stupore quando ci ricapito) vedo interventi e storie di persone che sono scomparse silenziosamente, altre invece fragorosamente.

A loro, a tutti loro, dedico questo milione, e non perché chi è rimasto valga meno di loro, ci mancherebbe, ma perché a loro, che erano i primi, si è creduto di più, perché lo stupore di questo nuovo mondo, di questo nuovo modo di conoscere e comunicare, non ci lasciava intendere che anche nel virtuale, esattamente come nel reale ma moltiplicato per enne, panta rei.

Questo traguardo lo voglio dedicare ad Arthur, che mi ha accompagnato nel primo anno di questa avventura, facendo da “pater familias” di questa bislacca famiglia, piena di problemi ma anche piena di vita.

Lo dedico a Stefano, che ha creato questo blog per me e, pur detestando scrivere, mi ha lasciato i primissimi commenti d’incoraggiamento.

Lo dedico a Nunzy Conti, grandissima amica, cui la vita a un certo punto ha scompigliato le priorità, separando quei binari della nostra vita che per un tratto erano corsi più o meno paralleli.

Lo dedico a Panirlipe, lo zio Pan che si rifugiava sopra l’armadio (virtuale) quando io e Arthur ci tiravamo i piatti, e che odiava talmente l’espressione “e quant’altro” da indurci ad aggiungere “scusa Pan” ogni volta che la utilizzavamo (e abbiamo continuato a farlo anche fuori di qui!).

Lo dedico a Solindue, “nemica” stimata e rispettata.

A Piemme, uno degli amici divenuti ben presto reali e anch’egli scomparso nel nulla, senza che se ne riesca a conoscere la sorte.

A Veronica, con cui abbiamo condiviso quella gravidanza non programmata, cui aveva coraggiosamente deciso di dare seguito, non aiutata però dal destino che ha deciso diversamente: dove sarai, cara Veronica, avrai trovato infine l’amore, avrai avuto finalmente un bambino, o magari più?

Lo dedico a Balibar, sulla cui spalla ho pianto tanto, ma di cui sono stata pure sostegno e, a detta di un’amica comune, fonte di bene e fortuna, anch’egli perso tra i meandri della vita.

Lo dedico a Ivano, il figlio maschio di quella strampalata famiglia che avevamo creato, e che alla fine sono riuscita a rintracciare su fb, circostanza che mi ha recato davvero grande gioia.

Lo dedico a Cytind, scomparsa dalla vita virtuale ma grazie al cielo non da quella reale, così come l’Antonella nazionale.

Lo dedico a Marisa Moles, grande amica pure allontanatasi un po’ da questo mondo, in cui ogni tanto fa capolino, ma di cui vorrei tanto tornasse ad essere pilastro come ai vecchi tempi.

Lo dedico a Laura, la bellissima eredità di Arthur, che insomma, se una era la Ginevra virtuale e una la reale qualche affinità la dovevamo pure avere, non vi pare?

Oops, ma chi stavo dimenticando! L’ineffabile, ineguagliabile, inconfondibile, immarcescibile, irruente, quando gentile e quando prepotente, quando uomo di pace e quando polemicissimo che non demorde e deve avere l’ultima parola fino all’extrema ratio dell’imbavagliamento, ma sempre presente e sinceramente amico, il mitico Cavaliere Errante, con cui pure tante avventure si sono condivise.

Tutto ciò premesso, con tutti loro, con tutti voi, vendendomi la pelle dell’orso prima di averlo preso, festeggio il milione di accessi al mio blogghino che tanta gioia m’ha sempre dato (anche grazie alla possibilità di censura dei rompiballe di professione).

Manca la nostra pasticcera, quella che ci forniva le torte (virtuali), ma in questo momento credo sia impegnata a lisciarsi il pelo… avete capito, vero?  😆

Ed ora, si aprano le danze!

E m’accompagno da me

***

Chi mi segue da tempo sa che ci sono stati nella mia vita momenti – diciamo piuttosto periodi – duri, e alcuni mi hanno davvero segnato. “Datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo”: forse questo punto d’appoggio m’è mancato sempre, per questo certe volte crollo, la mancanza di terra sotto i piedi è uno degli stati d’animo con cui ho più dimestichezza.

Scoramento, mancanza di motivazione e di forze, la sensazione di essere risucchiata in un vortice e l’appello alle ultime forze per evitare questo risucchio.

Un urlo strozzato nel cuore, e spesso ricorro alla musica: in passato, sdraiata in penombra sul divano, solo musica classica mentre ora, con l’avvento della nuova tecnologia di youtube, cerco anche musiche sedicenti armonizzanti, sedicenti energizzanti, sedicenti zen, sedicenti liberatrici dei chakra. Poi, se il meteo m’assiste, cerco di stare al sole, di camminare, di fare.

Il mio ex marito diceva che non si può curare un tumore con un’aspirina, ma io continuo a prendere aspirine (metaforicamente parlando), cerco di non indulgere in pensieri tristi, di alzare la testa – nonostante il suo peso – e andare avanti.

E m’accompagno da me.

Centro d’argomento

Ho ritrovato tra i mei articoli, neanche ricordo come ci sono arrivata, un post relativo all’adozione. Lo leggo, mi piace, mi complimento con me. Tra qui e un altro blog ho scritto oltre tremila articoli, abbiamo parlato di adozione, di omosessualità, di aborto, di immigrazione, di disabilità, di genitorialità, di ricchezza e di povertà. Abbiamo riesaminato i dieci comandamenti e la Costituzione della Repubblica Italiana (almeno i principi fondamentali), inventato racconti, tirato fuori le nostre esperienze con gli spiriti e con l’aldilà in genere, chiacchierato tra di noi della nostra quotidianità, abbiamo fatto la dieta insieme e siamo pure dimagriti, e chi più ne ha più ne metta.

Ora ho il blocco dello scrittore. Sono stanca, sono annoiata, sono disamorata. Ah, non sto male, non crediate questo, non sto male affatto, ma dal “quanto ce piace de chiacchiera’ ” sono passata al “ma quanto nun me va de parla’!”.

Due sono le cose che, secondo me, mi hanno dato la mazzata:

1) Xavier (e qui non ho altro da aggiungere)

2) i gruppi fb in cui, contrariamente alle tue pagine in cui frequenti gente che scegli e selezioni, ti ritrovi a combattere – o quanto meno a interagire – con la peggiore feccia dell’umanità.

Io sono allergica alla stupidità umana, e in quei luoghi ne ho fatto una cura intensiva. Ripeto, in ambiente “protetto” uno adotta magari la politica dello struzzo, ma perché mai poi sarebbe un male? Perché mai uno non si dovrebbe creare un’oasi protetta e in quella vivere?

Oddio, ci sono anche altre cose della vita reale che mi stanno rubando energia, la disonestà della gente per esempio, la sua inciviltà e la burocrazia.

Sì, forse sono in fase “fermate il mondo voglio scendere!”  anche perché, su quella sfera che gira, non riesco a mantenere l’equilibrio!  😆

Di single ed altre attività

Cari amici,

è un po’ che non mi faccio sentire, per cause varie. La prima, ovviamente, è la totale mancanza di ispirazione, dovuta anche a uno stato d’animo in subbuglio.

La seconda è che ho creato un gruppo su fb, una comitiva virtuale, e mi sono immersa in questa nuova avventura che mi sta portando nuovi amici e nuove occasioni.

Domenica scorsa sono stata con alcuni del gruppo in un circolo culturale al centro di Roma, come ai vecchi tempi: spettacolo, musica, aperitivo, buffet, passeggiata al centro etc. etc. (va beh, no, l’etc. veramente no 😆 ).

Ho finalmente dato un volto e una “consistenza” a un po’ di profili fb, ed è stata una bella esperienza, anche se nulla eguaglierà la magia dei primi incontri ai “diemmeraduni”.

Insomma, sto tentando di portare un po’ di leggerezza nella mia vita, e di scuotere un po’ quest’animo che continua ad essere pesante… pesante…

A proposito di pesantezza, mica vorrete aggiornamenti sulla dieta???

 

Chi ha più buon senso lo usi (e quel perdono che non merito)

Mi è ricapitato tra le mani questo famoso libro di Dale Carnegie, “Come trattare gli altri e farseli amici”, già letto innomerevoli anni fa, probabilmente qualche decina.

Letto e, constato rileggendo, mai applicati i consigli.

Non che siano sbagliati, tutt’altro. Certo, loro la fanno facile, non è che anche questo libro non sia un’americanata di quelle “come avere successo in un mese”, “come diventare miliardari in quindici giorni” “come dimagrire in una settimana” etc. etc., gli americani sono famosi per questa “manualistica del successo”, ma insomma, al di là della semplificazione, c’è del vero in quello che dice.

“Si prendono più mosche con una goccia di miele che con un litro di fiele” è il minimo del buon senso. Non è un invito alla falsità, ma a quello che la psicologia chiama rinforzo positivo, il costruttivo puntare l’attenzione su quello che funziona e non su quello che non funziona, e parlando con le persone, soprattutto se stiamo chiedendo o sperando di ottenere qualcosa, sicuramente puntare sulle abilità di quella persona sarà più utile che evidenziarne le carenze.

Ovvio, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e, ahimé, un tale comportamento è estremamente lontano dalle mie corde, precisina del piffero cui salta agli occhi immediatamente quello che non va, e non può fare a meno di evidenziarlo col tatto di un elefante in una cristalleria.

Indubbiamente gli esempi del libro appaiono forzati, pare che qualsiasi spazzino o straccivendolo cui tu vada a dire “C’è in te un grosso potenziale, hai delle qualità eccezionali” diventi in poco tempo un grande scrittore o scienziato o presidente degli USA, ma certo che l’incoraggiamento stimola e l’essere denigrati demotiva.

Devo dire che quando insegno riesco a tirare fuori il meglio dalle persone, anche quando ho guidato gruppi di lavoro ho saputo creare dei climi straordinariamente positivi e un grande e costruttivo spirito di collaborazione, ma pròvati a essere mio nemico e le mie capacità diplomatiche dimostreranno subito la loro irrecuperabile latitanza, ti sbrano e mi pulisco i denti con gli ossicini. Se ci aggiungiamo poi che per “nemico” intendo chiunque mi abbia fatto un torto, a partire dalla menzogna, capirete che le occasioni in cui mi trasformo in un bulldozer diventano vieppiù frequenti.

Un mio amico – anzi, un collega, che conosco da un’infinità di anni e con cui sto sì in rapporti di grande cordialità, ma pur sempre un semplice collega con cui i rapporti non sono mai andati oltre le questioni d’ufficio – ebbe una volta a dirmi “Tu per gli altri fai moltissimo, ti meriti estrema riconoscenza e gratitudine, poi un giorno fai bubbubbù e distruggi in un attimo tutto quello che hai costruito in anni”.

Questa osservazione mi ha profondamente colpito e fatto riflettere, anche perché non era una cosa personale, con lui non c’è mai stata alcuna questione e parlava assolutamente in generale, ergo il mio comportamento deve essere piuttosto oggettivamente noto.

Ripenso a tanti momenti della mia vita, in cui mordermi la lingua mi avrebbe risparmiato tanti dispiaceri, ma non l’ho fatto.

“La parola che riesci a dire è la tua schiava, quella che non riesci a trattenere è la tua padrona”, recita un detto, ed è vero, riuscire a cantarle è segno di libertà, ma non usare il buon senso nel reprimere quello che è controproducente dire è solo sintomo di dissennatezza e io sono, in quel senso, dissennata.

Che poi mi dicono che ci azzecco, che quando mi rivolto contro qualcuno ho una precisione chirurgica nel ferire, nel mettere le persone con le spalle al muro di fronte ai loro complessi e alle loro paure, che non posso poi pretendere che dimentichino facilmente o che possano tornare un giorno a provare una qualche simpatia: potrei pure essere disposta a buttarmi nel fuoco per queste persone, resta la sensazione di ostilità e di disagio, per cui preferiscono mantenere le distanze.

Naturalmente la storia con Pdf e Xavier non è sfuggita a questa regola: tornando indietro sicuramente mi comporterei diversamente, molto diversamente, e non certo perché pensi di avere torto. La mia saggia nonna esortava a “non dare colore alla minestra”, insomma, non sottolineare, enfatizzare, che poi finisce col significare consolidare, mentre la strategia migliore è lasciar decantare le acque. Insomma, per usare una metafora un po’ più colorita, che di certo la nonna non avrebbe mai usato, vale il saggio consiglio: “Se qualcuno vuole mettertelo nel didietro non muoverti, faresti il suo gioco!”, e io invece mi sono mossa peggio di una contorsionista, coi risultati che sapete.

Tornando indietro, farei quella cosa che tanto mi è odiosa, ma che è spesso utile nella vita, di “allontanarsi piano piano”, per l’appunto senza dar colore alla minestra. Parlando con lui, non la citerei mai e terrei la bambola per il woodoo ben nascosta, ma che fare, ormai è andata.

La domanda ora è: ho imparato dagli errori del passato? Dopo il conto salato che ho pagato e una rilettura del libro di Dale Carnegie, sarò capace di non prendere il toro per le corna, imbracciare l’ariete e sfondare il portone?

Purtroppo per me, temo di no, sbranare chi mi ferisce lenisce le mie ferite e il conto che pago, abbenché salato, ancora mi sembra preferibile a fare buon viso a cattiva sorte e a volgere la situazione a mio favore con tecniche manipolatorie, abbenché sagge e positivamente orientate.

Non sbranare mi darebbe l’impressione di essere rammollita: so che non è così, so che la rabbia mi rende schiava e la diplomazia e il buon senso mi libererebbero, ma il filo che separa la diplomazia dal rammollimento è troppo sottile, e non sono certa di riuscirlo a gestire per cui, cari amici, chiedo a voi un suggerimento, una motivazione in più per non reagire come ogni animale ferito reagirebbe e fare meno danni alla mia vita.