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Sono diventata diversa

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Sono diventata diversa

in questi tanti anni di blog.

Sono diventata diversa,

non so neanch’io quando e come.

Prima scrivevo di idee,

poi di fatti, di amici,

scrivevo di sensazioni, di emozioni…

E scrivevo, scrivevo,

non so neanch’io che scrivevo,

ma scrivevo, scrivevo…

Una mia amica ammirata mi diceva

che come per magia trasformavo in parole

qualunque cosa, per banale che fosse.

Ma ora sono diversa, sono tanto diversa.

Ho scritto di mio padre,

con nostalgia e rimpianto,

ho scritto di mia madre,

con rabbia e con rancore.

Ho scritto, ho scritto,

urlato e sussurrato,

persino recensito.

Consiglia Bruno “Rileggete i vecchi scritti!”

e sì, rileggeteli quegli scritti in cui

non mi vedo e non sono.

Rileggeteli, ricordate la tempestosa Diemme,

ma ora sono diversa,

e ho bisogno di silenzio anch’io.

(Diemme, 19 giugno 2020)

Di stanchezza

Caro cavaliere, e che ti devo dire? Sono stanca, tanto stanca. Arthur non c’è più, Giuseppe non c’è più, mio padre non c’è più, Otello non c’è più… tutti quelli che sono stati i pilastri della mia vita non ci sono più, Xavier sono oramai cinque anni che non dà notizie.

Mia madre pilastro della mia vita non lo è mai stato, ma se ne sta andando pure lei, e così malamente, che se devo pensare che quello sarà il quadro della mia vecchiaia, altro che sconforto!

Sono stanca cavalie’, sono stanca.

Così ho appena risposto al Cavaliere Errante, e queste mie parole spiegano anche la mia assenza da queste pagine.

In realtà c’è stato il lockdown a cambiare un po’ le cose, perché prima ero talmente intrappolata nel sistema, talmente “automatizzata” nelle mie azioni, che neanche avevo il tempo di guardare dentro me stessa e permettermi di essere stanca.

Il lockdown, con conseguente smartworking, mi ha regalato circa quattro ore al giorno di vita. Mi ha regalato sonno, riposo, eliminato l’ansia del correre, correre, correre ma… questo tempo ha aperto altri spazi, mi sta impedendo di fare lo struzzo, lascia spiragli aperti anche a sogni e a desideri.

Ho sognato un uomo qualche giorno fa, una persona che conosco (tra le altre cose libera). Ancora ho addosso il calore di quell’abbraccio.

L’ho risognato una notte successiva, eravamo su un velivolo, un piccolo divanetto ai posti di guida, e sorvolavamo il mare, paesaggi bellissimi…

E’ questo che la sfiancante routine aveva soffocato? Il bisogno di un amore?

Ne parlavo con Cytind, e diceva che potrebbe non essere un buon segno, desiderare un compagno quando proprio non si ha altro da fare e no, direi che la questione va contestualizzata diversamente, la stanchezza, la routine, siamo in un ingranaggio che ci stritola, ci fa soffocare i nostri bisogni primari, dormiamo male, senza sogni o con sogni agitati, mangiamo male, senza capire così, senza accorgersi del sapore e senza neanche cercarlo, e viviamo senza amore, che al solo pensiero ci sembra solo un dovere in più.

E sì, sono stanca, vorrei volere, vorrei volare, vorrei voler volare, magari su quel piccolo velivolo, stretta a chi mi ama, sorvolando distese d’acqua limpida, spiagge forse deserte ma anche no, cosa importa, nel cielo limpido, che cosa fanno gli altri laggiù…

 

Vecchioni spiega Diemme

 

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Qualcuno, per quanto riguardo il post precedente, mi ha capito e si è associato, altri forse ne sono rimasti stupiti, perché ma come, Diemme, una così espansiva, che fa amicizia con tutti, grande dialogatrice, possibile sia asociale? E allora disturbiamo se chiamiamo?

Beh, diciamo che la situazione è un po’ complessa.

Tanto per cominciare io sono una persona che con se stessa c’è sempre stata un gran bene. Sono una studiosa, e per chi studia il rapporto con i libri e con ciò che legge e sperimenta è totalizzante e non lascia spazio alla solitudine.

Ciò premesso lo stare bene con se stessi non implica necessariamente l’essere lupi solitari, anzi, chi sta bene con se stesso è un amico e un compagno migliore, perché non cerca l’altro come tappabuchi, per riempire un vuoto esistenziale, ma lo frequenta disinteressatamente, per libera scelta, per stima e affetto reali.

Il problema semmai è un altro: quando si vuole bene davvero e si dona se stesso all’altro senza riserve, si fa un investimento emotivo consistente. Se poi questa persona che abbiamo amato – a titolo sentimentale o amicale che sia – si dilegua, la perdita in termini di riserva energetica notevole. Ok, la casa ci è crollata, andiamo avanti, piano piano la ricostruiamo. E se ricrolla? Cominciamo a perdere smalto ma, siccome da qualche parte bisogna pure abitare, volevo dire, siccome l’uomo è un animale sociale e il mondo è abitato da tanta bella gente ci rimettiamo là di buona lena e la ricostruiamo. Ricrolla? E qui interviene Vecchioni:

Hai mai perso un ragazzo, ragazzo?
Ha detto: “Ciao”, è andato,
ha detto “Sono stanco di amare”.
E’ diventato abbastanza lontano
su quella sua bicicletta.
Quando ero giovane dicevo “perduto”!
Certo piangevo, ma perduto lui ce n’era
un altro; però da vecchio pesa il respiro.

Ecco, da vecchi pesa il respiro. A un certo punto della vita si è stanchi di perdere le persone che si amano, si è stanchi di crederci, e si diventa stanchi e privi di voglia di dedicarci tempo ed energia. Non ci va più di essere svegliati alle tre di notte per raccogliere i cocci dell’amica abbandonata, se di cocci ne hai raccolti tanti di persone che poi, semplicemente, hanno chiuso la porta e se ne sono andate.

E’ così che, all’ennesimo crollo della casa, ci si rassegna a vivere in una capanna e non ci serve più cemento, né armato né disarmato.

La MIA vita in quarantena

Questa la dedico al signor Alessandro Lozzi, un piccolo assaggio della farina del MIO sacco (e ora vediamo chi copierà chi).

Caro signor Lozzi, io mica ciò la casa cor giardino, er salotto, la cammera da pranzo e tutta quella robba che sta nelle case normali. Io no, io ciò ‘n buchetto, dove vivo co’ mi fija, che è bono solo come spojatojo: a casa mia se po’ sta o ‘n piedi o sdraiati a letto, e quanno vado ar lavoro se po’ puro fa’, ‘a matina me arzo, bevo er caffè ‘n piedi e esco, poi aritorno e m’aribbutto a letto esausta, ma adesso ‘n quarantena, me scusi er francesismo, so’ cazzi.

Sto’ a lavora’ in smartworking, ‘o chiameno così er lavoro da casa, ma io in ufficio ciò ‘na sedia e ‘na scrivania, qui ciò ‘n letto e l’unica seduta disponibile è ‘a tazza der gabbinetto.

Caro Lozzi, ma che ne sa lei, artro che ‘a spesa de Luccisano, a me mica me va così de lusso!

Co’ mi fija ce damo i turni, a seconna de ‘le necessità, una sta sdraiata tenendo co’ ‘na mano er picci’ per aria e co l’antra digitando i tasti, e una invece ar gabbinetto usanno ‘a lavatrice a mo’ de scrivania: lei capisce Alessa’, a casa mia è la fisiologia che cià er sopravvento, e ce bevemo i litri d’acqua e de tisane pe guadagnacce er diritto alla seduta.

La spesa, a casa mia, nun je va a nessuno d’annalla a fa’. Mi fija pe’ pigrizzia, io pe’ paura, che le mascherine non se trovano manco a pagalle oro, e io a usci’ senza mascherina me sento come ‘na mignotta che va ar lavoro senza preservativo.

Comunque ‘n giorno avevo vinto ‘a postazzione commoda, e me ne stavo seduta sulla tazza cor piccì su ‘a lavatrice che me sentivo ‘na signora, risponnevo ar telefono co’ ‘na professionalità che nun ve dico, sciorinando leggi eccse articolo questo e quello e riempennome la bocca de citazioni latine, quanno me chiama er capo mio che se ‘nventa ‘na VIDEOCHIAMATA: me s’è gelato er sangue!

So’ corsa a cerca’ quarche cerotto pe’ attappa’ tutte ‘e videocamere, piccì, cellulare, fori della doccia (nun se sa mai), ma alla fine je l’ho dovuto di’ chiaro e tonno, anche se mica j’ho detto er motivo vero, ho fatto finta d’esse timida e de trovamme a disaggio davanti a ‘e telecamere.

Solo che mo’ mi fija cià ‘o stesso problema co’ l’esami dell’università, e loro vonno giustamente er video, e vonno pure vede’ bene l’ambiente, nun se sa mai che ciai l’appunti appesi ar muro o er suggeritore sotto ar tavolo.

Stamo in crisi: e mo che c’enventamo? Stavo pensanno de famme presta’ casa da ‘n vicino, ma i vicini mia se divideno in du’ categorie: quelli che nun conosco e quelli che ciò litigato.

Pe’ fortuna che mi fija disegna bene: vorrà dì che invece de studia’ se preparerà ‘n ber cartone con paesaggio da mettese alle spalle, e pe’ stavorta ce sarvamo così!

 

NB: purtroppo quanto raccontato corrisponde al 99% a verità…