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Vi è mai capitato di sentirvi dentro un frullatore, di poggiare i piedi su una terra eternamente scossa dal terremoto e di faticare per trovare una posizione stabile, saltando di maceria in maceria, con l’unico scopo di rimanere in piedi, e dopo anni di questa vita vissuta tanto faticosamente essere riusciti semplicemente a restare nella stessa posizione immutata?

Ecco, questa è la mia impressione di questi ultimi anni, anzi, di questi ultimi decenni.

Ma che dico, la mia impressione di sempre.

Non scrivo più molto, questo lo vedete. Oggi ripensavo a tutti gli amici del blog, ma chi è rimasto? Ci siamo divertiti tanto, e non scioccamente, siamo stati anche creativi e abbiamo dato vita a iniziative anche culturali. Ricordo ancora con tenerezza la storie che abbiamo scritto in tanti su “La signorina a colori”, gara di scrittura lanciata dal blog Viadellebelledonne (che fine ha fatto? Mi pare di ricordare che sia fermo da una vita). E non c’è più Arthur, e non c’è più il Cavaliere Errante, Marisa Moles scrive poco probabilmente per le mie stesse ragioni, Lucetta ci ha avvisato che, per motivi familiari, non ha più testa per il blog. Aida Millecento, eterna fidanzata e preoccupata per la disoccupazione, ha trovato un ottimo lavoro, a quest’ora si sarà già sicuramente sposata, e chissà se sarà anche già madre o in procinto di diventarlo: quale che ne sia il motivo, qui non c’è più.

Latita Pj, latita D&R, e cerco di ignorare, tappando il cratere con un macigno, il dolore che, come una un’emorragia, non vuol saperne di fermarsi quando penso a Xavier (e anche quando non ci penso).

Voi che mi leggete, conoscete queste persone? Probabilmente no, la “famiglia”, la blogfamiglia intendo, è ormai un lontano ricordo.

Nella vita reale – quella fuori dal blog intendo – le cose non vanno diversamente: i miei familiari o non ci sono più o sono in altre città, quando non addirittura altre nazioni e continenti.

Comincio a sentirmi sola al mondo.

Un’amica, anch’ella sola, mi si è attaccata come una cozza patella facendomi addirittura desiderare quella solitudine che invece, sotto sotto, forse temo: ho dato uno scossone e l’ho mandata via, e per giunta neanche me ne pento.

La terra continua a tremare, e l’impressione è quella di continuare semplicemente a sopravvivere faticando tanto, ma proprio tanto, solamente per tenermi in piedi e non precipitare in una delle mille voragini che si continuano ad aprire.

Poi ci sarebbe un’altra chiave di lettura. Ho letto ultimamente una frase che suonava più o meno così:

Possiamo lamentarci perché i cespugli di rose hanno le spine,

oppure gioire perché i cespugli spinosi hanno le rose.

Io faccio decisamente un po’ e un po’.

Veronica Desalu e i detrattori di una storia emblematica

Eseosa Fostine Desalu, detto Fausto, velocista italiano, conquista l’oro ed è campione olimpico della staffetta 4×100 metri ai Giochi di Tokyo 2020.

La sua storia, ma soprattutto la storia di sua madre, Veronica Desalu, balza agli onori della cronaca dopo che la donna ha rifiutato un’intervista per non assentarsi dal suo lavoro di badante.

Una madre come tante, rimasta sola a crescere un figlio, che si ammazza di lavoro, che svolge quelli più umili e faticosi per poter portare il pane a casa, che cresce questo ragazzo tra mille difficoltà, dovendogli spesso dire “No, non possiamo”, e trasmettendogli dei valori solidi di onestà e rispetto.

Alla fine la vita gli sorride, il figlio le dà tante soddisfazioni, è un bravo figlio, che lei incoraggia nella sua passione sportiva, fino all’enorme successo dell’oro olimpico.

Sugli articoli che celebrano la donna si scagliano numerosi detrattori, i principali motivi sono che qui, per il solito politically correct, per il solito razzismo alla rovescia, si glorificano dei nigeriani senza tenere conto delle bande di nigeriani che blablablà e blablablà: ma che c’entra? Quando un ricercatore italiano scopre qualcosa o vince un qualsiasi premio, quando un atleta italiano, bianco intendo, quando un qualsiasi personaggio italiano si distingue per qualcosa di positivo, qualcuno tira in ballo le Brigate Rosse, la mafia, la Sacra Corona Unita, la Camorra, i mostri del Circeo, e chi più ne ha più ne metta?

Altre critiche sul fatto che milioni di altre mamme fanno quello che ha fatto questa donna, e non vengono celebrate: ma che significa? Qui c’è stato un fatto eccezionale, la vittoria olimpica di suo figlio, che ha fatto conoscere la sua storia, storia che non deve essere vissuta come unica riconosciuta, ma come emblematica, come riconoscimento al valore di tutti i sacrifici che tutte le madri sole, in tutto il mondo, compiono quotidianamente per crescere i propri figli.

E’ una storia che rappresenta un modello, una dedica a ognuna di queste madri e un incoraggiamento a tutte quelle che sono ancora in questa condizione: Veronica Desalu, in questo momento, le rappresenta tutte. “Ci” rappresenta tutte, visto che pure io sono una madre single che ha fatto mille sacrifici per crescere la propria figlia.

Francamente, questa gente solo rosicona che deve gettare fango su tutto – ma, d’altra parte, ognuno tira fuori quello che ha dentro – mi fa solo tanta pena. Rosiconi ho detto, ma in questo caso forse pure razzisti a prescindere, per cui questo sportivo italiano che vince un oro olimpico è sempre uno sporco negro, un appartenente alle bande di spacciatori per una questione di DNA, senza possibilità di appello.

Ecco, è per questi infangatori di professione che mi capita spesso di pensare che, se il Covid fosse stato un minimo selettivo, sarebbe stato una vera manna.

Tra zucchero e caffè, pane e pezzette

Intanto buon 2021!

Ho scelto quest’immagine perché esprime perfettamente il mio stato d’animo ma, considerando che ne hanno fatto per l’appunto una vignetta, ho ragione di credere che sia uno stato d’animo piuttosto condiviso.

Il 2020 è stato duro, durissimo, e per quanto decisamente non sia stato il mio anno sfortunato, direi tutt’altro, ha visto uno scenario mondiale simile a una guerra, e per giunta con armi non convenzionali.

Una pandemia che ci ha colto di sorpresa e che, diciamocelo, non siamo stati capaci di gestire. Molte le persone di coscienza e civili, per carità, ma il loro impegno è stato vanificato per interessi economici, governanti incapaci, e una gran fetta di popolo viziato convinto che coi soldi e col potere ci si possa permettere tutto, oltre all’orda di negazionisti ignoranti e incoscienti.

Ma non è di questo che vi voglio parlare anche perché, diciamocelo, tutti sappiamo già tutto, sono argomenti che oramai ci escono dagli occhi.

Volevo dirvi che, arrivata finalmente al 2021, mi trovo in un momento di grazia, col cuore gonfio d’amore e di felicità.

Intanto perché, dopo una vita vissuta carica di rancore nei confronti di mia madre, ho finalmente avuto l’illuminazione che aspettavo da sempre: l’ho capita.

Ho capito il suo piccolo mondo, le sue piccole cose, le sue piccole idee. Alla fine è stata una donna vittima di se stessa, e anche dei suoi piccoli sogni semplici, della sua piccola vita semplice, dei suoi piccoli desideri semplici.

Il medico di famiglia sosteneva che i miei problemi con la mia famiglia fossero dovuti al dislivello culturale, e io rispondevo piccata che mica litigavamo su Shakespeare o su Dante Alighieri. In realtà il livello culturale non è una questione di conoscenze e nozioni, ma di apertura mentale, di capacità di spaziare, di accettare il diverso, di rispettarlo, anche se questo diverso è tuo figlio, capire che è una persona e non un pezzo di te, capire che il fatto che non sia un soldatino ai tuoi ordini non fa di lui un delinquente da piegare a qualsiasi costo.

Questo fatto non è così scontato come spero sia per voi che leggete, ci sono ancora genitori, in culture più arretrate, che scatenano reazioni che arrivano fino all’omicidio per una figlia che non veste come loro ritengono sia giusto vestire e non sposano l’uomo che loro decidono sia giusto sposare. Ci sono genitori che hanno rovinato i figli “per il loro bene”, semplicemente non capendo che i figli sono altro da noi, sono individui a sé stanti, e li hanno obbligati a studi e carriere totalmente alieni dalle loro inclinazioni.

Ma torniamo allo zucchero e al caffè, al pane e alle pezzette.

Mia nonna aveva un’amica, una grande amica dai tempi della giovinezza. Penso che non ci sia nulla di male a dirne il vero nome, visto che oramai sono morte entrambe da decadi. La sua amica si chiamava Margherita, ed era una persona semplice, che conduceva una vita semplice ed abitava in una casa semplice. Quello che ricordo di nonna era la sua serenità quando si sedeva in quella casa e chiacchierava con la sua amica, sembrava tornata ragazzina. Ricordo le risate argentine, ma soprattutto ricordo il clima di estrema confidenza.

Quello che m’imbarazzava però è che quando l’andava a trovare le portava sempre una confezione di zucchero e una di caffè. A me bambina sembrava molto inappropriato, con i miei ero abituata che quando si andava a trovare qualcuno si andava in pasticceria e si comprava un vassoio di dolci, forse qualche volta, più raramente, un mazzo di fiori, ma mai, mai ci saremmo permessi di portare a qualcuno un chilo di zucchero e una confezione di caffè! Margherita prendeva questi pacchetti e mostrava di gradirli molto, e ringraziava veramente piena di entusiasmo.

Ora, da adulta, diciamo da molto adulta, ho iniziato anch’io a disprezzare formalismi e regali inutili, dolci che nessuno può mangiare per problemi vari di glicemia e colesterolo, ma anche perché le famiglie sono piccole e tutto avanza e si spreca, e poi il pasticcino è ormai una cosa alla portata di tutti, non certo un lusso portato dall’ospite in visita.

Ho anch’io oggi un’amica carissima, di cui invece ometterò il nome per motivi di privacy e che chiamerò Luisella, nome di fantasia, con cui ho più o meno lo stesso tipo di rapporto.

Giorni fa dicevo a mia figlia che con Luisella mi trovo benissimo perché è una persona semplice, dai valori antichi, che apprezza le piccole cose. Noi per aiutarci ci rimbocchiamo le maniche, non compriamo cose, e anche quando ci scambiamo regali sono cose concrete, ben lontane dai regali “classici” che generalmente le persone si scambiano. Luisella è una di quelle cui mi sentirei di portare un chilo di zucchero e un pacco di caffè, e quando sto con lei mi sento come mia nonna con Margherita: a mio agio e spensierata.

Mi torna allora in mente mia madre, e il racconto di mia figlia che, riandando nella sua casa per portare via qualcosa, è scoppiata in lacrime davanti alla sua scatola di pezzette, che la facevano sentire una regina.

Anche mia madre era una persona semplice, che si accontentava di poco e niente, anche se a volte la vita non le ha dato neanche quel poco e niente che le sarebbe bastato.

Mio padre era più “casagrande”, mia madre una formichina che citava spesso l’adagio “con l’ago e la pezzola si manda avanti la famigliola”, era quella che cuciva e rammendava, e se un vestito si macchiava in maniera indelebile sopra la macchia faceva un bel ricamino e ce lo restituiva più bello di prima.

Ricordo lo sportelletto del contatore dell’acqua, che era tutto scrostato e lei, invece di scartavetrarlo e ridipingerlo come avrei fatto io, incapace di certi lavori “da uomo”, gli aveva fatto una bella foderina con una stoffa fiorata.

Mio padre quasi disprezzava questa sua attitudine alle “pezzette”, ma è grazie a queste sue abilità manuali che lei è riuscita a mandare avanti dignitosamente la famiglia anche nei periodi più bui, quando comprare un vestito nuovo era un lusso irraggiungibile.

Ecco, questa ventata di vita semplice rientrata nella mia vita con questa amica, di vecchissima data ma solo recentemente ritrovata, mi ha fatto bene al cuore e questo suo aiuto, fatto non di inutili oggetti regalati da seppellire in fondo a qualche cassetto ma di sostegno concreto, mi sta facendo recuperare forze e quell’entusiasmo che da tempo mi era venuto meno per una deprimente sensazione di totale mancanza di appoggio.

Brindo dunque al 2021, che porti a noi tutti l’uscita da quest’incubo dell’epidemia e che, con la crisi che avrà portato, faccia riscoprire a noi tutti i valori più veri e genuini.

Buon 2021!!!

 

 

Ai ferri corti

 

Da qualche giorno – oramai parecchi – io e mia figlia siamo ai ferri corti. La cosa mi fa soffrire terribilmente e, insomma, a ridosso della morte di mia madre e del calvario dell’ultimo periodo della sua vita è la ciliegina sulla torta che proprio non ci voleva.

I motivi sono sempre gli stessi, ma stavolta mi è scattato qualcosa che sembra – giustamente – irreversibile.

Come oramai anche i sassi sanno, padre e figlia si sono buttati totalmente sulle mie spalle: lui economicamente, mettendo al mondo una figlia e non provvedendo al suo mantenimento, lei fisicamente non facendo in casa assolutamente nulla, neanche le cose minime come buttare nel secchio la carta della merendina che mangia o la busta del latte finito.

Io subisco una sorta di riduzione in schiavitù, lavorando senza sosta fuori casa (va beh, ora in smart working) per guadagnare il pane e senza sosta a casa per cercare di sopravvivere al LORO caos.

Lui, per tenersi la coscienza a posto, siccome non capisce una mazza di che cosa significhi mantenere un figlio, “fa la spesa”, il che sarebbe comunque riduttivo, visto che un figlio oltre a mangiare si veste calza scarpe, paga tasse universitarie, compra libri di testo, ogni tanto fa qualche visita medica, mette benzina alla macchina di cui vanno pagati bollo e assicurazione, senza contare che ogni tanto si rompe e va riparata… e poi, anche se ridotta nel mio caso, un figlio ha in genere anche una vita sociale, quindi esce, fa un regalo a un amico/a per il compleanno, paga una pizza, ricarica il telefonino… niente, da quell’orecchio non gli entra, lui “fa la spesa”, ma non pensate che questo sia comunque uno sgravio, non pensate che mi riempia la dispensa di olio, conserve, che compri frutta e verdura e blablabla: no, lui compra patatine fritte, arachidi più o meno caramellate, pizza e brioche rigorosamente vegane. Ne compra in quantità industriale, decisamente superiore alla possibilità di consumo umano anche di una persona in forma come me, figuriamoci mia figlia che mangia come un uccellino. Insomma, in aggiunta al suo sostegno inesistente, mi ritrovo pure la cucina invasa da roba inutile per cui non c’è posto in dispensa e spesso pure il sacco della spazzatura è pieno: a me ripugna gettare il cibo, ma quando la muffa imperversa, o comunque i pacchi sono aperti da troppo tempo, non è che ci sia molto altro da fare, ed è a me che tocca gettare il cibo ed è a me che tocca portare fuori la spazzatura: insomma, oltre il danno la beffa.

Gli ultimi ventisei anni li ho trascorsi così, a guadagnarmi il pane fuori casa senza tregua (lui si butta malato non vi dico quanto, io non manco praticamente mai) e a raccogliere roba da terra per poter pulire casa: che faccio nel weekend? Raccolgo roba da terra e pulisco. E l’estate? Raccolgo roba da terra e pulisco. Lei non lava un piatto, non fa un bucato, non ritira i panni, non passa uno straccio, ma questo è nulla: non si toglie una tazza dal tavolo, non butta la roba da lavare nella cesta dei panni sporchi, niente, niente, NIENTE, è tutta la vita che litighiamo, le ho provate tutte, con le buone e con le cattive, siamo anche state da una psicologa, ma niente, lei non fa NIENTE.

Giorni fa, mentre c’era il padre a casa mia e io al solito sfacchinavo (e non vi dico come mi fanno sudare lo smart working, quello che fatico a poter avere un angolo in cui lavorare e un minimo di spazio di manovra per poter agire), sentivo loro che si lamentavano di me, e di tutto quello che dovevano sopportare, lei accorata e lui, il papà buono e comprensivo, che la capiva di tutto quello che doveva sopportare con questo mostro di madre e la consolava: ah, papino suo sì che la capisce, e poi è tanto buono, le compra sempre un sacco di dolcetti!

Che vi devo dire, mi è scattata una molla, la pazienza è finita e basta, non li sopporto più, la scena di me a testa bassa che sfacchinavo senza nessun aiuto su nessun fronte con quei due che sputavano nel piatto in cui abbondantemente mangiavano è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Con lui non parlo più e ho chiuso i rubinetti degli aiuti (non economici, ma lui era comunque uno sfruttamento continuo), idem con lei.

Se è vero che la vittima è quasi sempre complice del carnefice, io voglio smettere di essere loro complice e di permetter loro questo comportamento. Intanto le ho detto che se avesse messo il piede fuori casa senza mettere a posto a fondo la sua stanza avrebbe potuto pure fare meno di rientrare (e lei sa bene che sono capacissima di farle trovare il catenaccio). Ha imprecato tanto sul fatto che io sia una ricattatrice, e io le ho risposto che si doveva solo vergognare che a ventisei anni, per rimettere  a posto la sua stanza, avesse bisogno di essere ricattata.

L’ultimo episodio, che a me è pesato moltissimo, è stato una sua richiesta di soldi per un corso. Fino a pochi giorni fa non avrei avuto problemi, glieli avrei dati anche per un viaggio o un divertimento, figuriamoci per lo studio, ma ora mi è scattata la fase “Non sono un Bancomat, non ti è tutto dovuto”, e così glieli ho negati, dicendole di farseli dare dal padre, o di vedere se poteva pagarlo con le patatine fritte e le noccioline che paparino suo le porta.

Insomma, siamo ai ferri corti, cortissimi, abbiamo alzato ognuna il proprio muro, dialogo zero – anche perché sono ventisei anni che esprimo gli stessi concetti, oltre a quello che ho detto finora non so proprio più che dire.

Sono molto scorata.

L’amore sopravvalutato e la sindrome della prima elementare

Non era questa l’immagine che avevo in mente, ma quella non la ritrovo più. Era una coppia di anziani cui veniva chiesto credo dal nipote come facessero a rimanere insieme da oltre sessant’anni, e la risposta era “Veniamo dall’epoca in cui le cose, quando si rompevano, non si gettavano via ma si riparavano”.

Leggo i commenti alla fiction di cui vi ho già parlato (ma tanto una vale l’altra per quello che ho da dirvi) e sono veramente esterrefatta. Per le lettrici pare che l’amore – e non nel senso di amore profondo, ma di infatuazione, attrazione, batticuore – giustifichi ogni azione, ogni fuga, ogni venir meno a qualsiasi responsabilità e impegno preso.

Mi faceva ridere mio padre quando commentava, con tono sarcastico, le coppie che si separavano dopo magari avere fatto mari e monti per stare insieme: “Ah, questi grandi amori!” esclamava, per dire che, insomma, sotto il vestito niente, tanto fumo e niente arrosto, tanti grandi proclami e impegno zero.

Naturalmente io credo che mio padre avesse ragione: l’amore, quello vero, è un’altra cosa. Il matrimonio, quello vero, è un’altra cosa. L’amore, quello vero, è eterno davvero, e supera gli alti e bassi: l’amore vero non finisce quando passa un tizio più muscoloso (o più ricco), o una più bionda o con più tette, o per un periodo di noia, di routine, o di qualsiasi difficoltà. Non parliamo poi del matrimonio: il matrimonio consiste nel prendersi un impegno per un progetto comune, quella della costruzione di una famiglia, ed è un impegno serio, che richiede tanta energia, responsabilità, e certo anche tanto amore, ma è sbagliatissimo sposarsi perché ci si ama – salvo lasciarsi quando quasta passione viene meno: bisognerebbe sposarsi con amore, non per amore. Il matrimonio, con buona pace della comunità LGBT, non è un gridare al mondo che ci si ama tanto, ma un decidere di impegnare ogni proprio sforzo nel progetto condiviso di costruire una famiglia.

Tornando ai commentatori, pare che per loro sia normale mollare tutto nei momenti di stanca, alla ricerca di nuove “emozioni” (come se poi le emozioni fossero solo quelle che si provano a letto, o comunque relative all’infatuazione).

Questo atteggiamento io lo chiamo da sempre (mi dicono che io abbia una certa inclinazione per le metafore…) la sindrome della prima elementare: cioè si ricomincia sempre daccapo, in una nuova scuola, con nuovi compagni, con una nuova maestra, ma sempre prima elementare è. Magari poi cambieremo pure nazione, e la prima elementare la faremo pure in un’altra lingua, ma non ci laureeremo mai, e neanche diplomeremo, e non prenderemo neanche una spruzzolosa licenza professionale: saremo picciotti anziani, che a sessant’anni sapranno solo a malapena leggere e scrivere, magari in più lingue, ma sempre a livello ultrainfantile.

L’amore è una molla, un’ingrediente, una fonte di energia, ma poi la vita è impegno, che poi l’impegno è pure la vera grande emozione della vita, fonte di enormi gioie, soddisfazioni e gratificazioni.