Notte dopo (quella) degli esami

Poesia di Raymond Carver

***

Avevo compiuto 18 anni da poco, ero in anticipo sui tempi. Al quarto anno di liceo decisi di fare il “salto”, e presentarmi direttamente all’esame di maturità. I miei non spesero un soldo né di libri né di ripetizioni, feci tutto da sola, sull’enciclopedia o su libri dei compagni del quinto.

Mia madre, con cui già allora c’era un pessimo rapporto, venne a prendermi, emozionata.

A me non fece piacere.

Quello sforzo enorme, pagato non poco a tutti i livelli, mi sarebbe servito – pensavo io – ad avvantaggiarmi un anno di università, perché i miei non volevano che la facessi, dichiaravano di non poterselo permettere, e io speravo di poter dire loro “Fate finta che stia ancora al liceo, in fondo quest’anno avrei frequentato il quinto”.

Non avevo bisogno dei loro soldi, avevo risparmi (avevo iniziato a lavorare fin dall’età di 13 anni per pagarmi gli studi universitari), e in più avevo degli sgravi per merito.

Ma lei non volle, non volle, non volle.

Passai l’estate dopo la maturità, superata brillantemente, a singhiozzare perché volevo studiare, ma non c’era verso che me lo permettessere, a nessun costo. Incontravo i miei compagni che non avevano nessuna voglia di proseguire, e i genitori lì a promettere loro mari e monti perché almeno tentassero. Arrivai a cambiare strada quando lì incontravo.

Me le ricordo quelle lacrime, e quel cambiare strada a testa bassa.

Mia madre arrivò a buttare i libri che avevo comprato (e pagato non poco!) pur d’impedirmi di studiare.

Fu così che seguii il primo imbecille che mi si portò all’estero, promettendomi che avrei potuto studiare lì (cosa che feci, ma non certo grazie a lui).

Non ho mai perdonato mia madre, mai.

Sono passati 41 anni e ancora non riesco a fare pace con questa cosa (né lei cambiò mai atteggiamento, né su questo né su tutto il resto).

Scusate se non risponderò a vostri eventuali commenti, ma mi fa troppo male.

39 thoughts on “Notte dopo (quella) degli esami

  1. La classica solfa: chi ha il pane non ha i denti. Sicuramente questa ferita te la porterai dietro fino alla fine. Non capisco le motivazioni che hanno portato tua madre a comportarsi così: gelosia perché sei femmina? paura di perderti? competizione perché saresti stata migliore di lei? Sicuramente rimarrà un mistero tutto questo, per fortuna sei stata completamente diversa nei confronti di tua figlia!

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    • Sicuramente, credo di essere stata la madre che avrei voluto. Per quanto riguarda le motivazioni di mia madre, ancora oggi la domanda mi rimane qui nella strozza, ma tanto biascicherebbe qualcosa senza senso (non a causa dell’età, si arrampicherebbe sugli specchi a prescindere).

      Lei aveva un comportamento molto punitivo, era quella che cercava dove farti male, probabilmente per sentirsi forte, e poi c’era la sua mentalità che le donne non dovevano studiare, sicuramente anche una sorta d’invidia, in più l’alibi di voler di trattare i figli nello stesso modo (laddove mia sorella aveva una situazione completamente diversa). Comunque veniva da una famiglia, al contrario di quella di mio padre, per cui lo studio non aveva nessuna importanza, soprattutto per una donna, il cui unico scopo era sposarsi, sfornare figli e occuparsi di casa, figli, marito.

      Insomma, di tutto un po’, talmente tante le sue motivazioni che forse, chissà, non avrebbe potuto fare altro (anche perché penso non fosse sostenuta da un grande istinto/amore materno).

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    • Non tutte le donne sono portate ad essere madre nel senso letterale del termine. E non tutte le donne vivono con l’idea che ognuna ha diritto di emanciparsi e di essere indipendente. Considera che l’epoca di tua madre era la stessa di quella dei miei nonni: tra le mie zie solo una è riuscita a completare la seconda media e solo mia madre e mio padre hanno potuto diplomarsi. Mia suocera avrebbe voluto studiare e il padre non ce l’ha mandata, perché era in età che avrebbe dovuto lavorare per poi sposarsi giovanissima. Erano gli anni sessanta, le donne iniziavano a capire che con la cultura avrebbero potuto affermarsi come persone ma solo poche ci sono riuscite nell’intento. Fra cui tu.

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    • La ferita è molto più profonda di quello che ho potuto rappresentare qui, e le conseguenze, almeno per me, devastanti, anche perché unite ad altri comportamenti parentali volti all’annichilimento filiale per pura dimostrazione di potere, e il tutto ovviamente unito a una mentalità del tipo “Wilma, dammi la clava!”.

      Peccato che di vita ne abbiamo una sola, giuro che se ne avessi un’altra me la giocherei diversamente.

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    • Considera anche che tutto il liceo lo fatto buscando cinghiate, il giorno andavo a scuola, ed ero modestamente la prima della classe, il pomeriggio lavoravo, e la notte studiavo ingoiando lacrime. Per tutto il liceo non ho avuto dai miei genitori un vestito o un paio di scarpe, ma tanto non gli bastava mai.

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    • Strano come cosa, perché mi sembra strano che possano capitare delle cose del genere. Si, di cinghiate e calci nel sedere ne ho sentito raccontare anche da mio padre, ma da qui a impedire di studiare…

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    • Il fatto è che studiare mi piaceva, e col loro atteggiamento punitivo era l’unica cosa cui si potevano attaccare e non hanno mancato di farlo. Ogni tanto mi chiedo se se ne siano mai pentiti, o quantomeno resi conto… mi hanno fatto mancare settimane per punizione, e sa Dio quello che mi costava recuperare.

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  2. Mah … brividi condivisi per quella Via del Conservatorio che non morirà mai nella tua memoria, mia cara Diemme …. diciottenne trasteverina d’ allora già pronta a misurarsi con gli esami di maturità, e poi, con quelli della vita che, per te, cara amica, NON finiscono mai !
    Ma al Liceo classico Giulio Cesare, pochi anni dopo di me, sosteneva la sua maturità Venditti …pensando a Claudia, mentre io, a quel tempo, vagheggiavo Maria Rosaria, mia compagna di classe di cui ero innamoratissimo, e da lei traevo quella forza che mi avrebbe portato a conseguire la maturità con 10 in Greco, 10 in Italiano e 9 in tutte le altre materie !
    Maria Rosaria ??? Non l’ho più vista … 😦
    Gli altri compagni e compagne ???
    Taluni li ho ritrovati … altri no !
    Ma quella notte prima dei miei esami, quella splendida ragazza dai capelli neri mio primo, grande amore … chi se la dimenticherà più ???
    🙂
    °°°

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    • Ricordi la prefazione scritta da mio marito sul mio libro? Diceva che io non li avevo mai avuti vent’anni e, aggiungo io, neanche diciotto… solo per dirti, niente ricordi di amori struggenti, solo tante lacrime per l’inferno che vivevo in casa.

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  3. Leggendo quello che hai scritto, da genitore provo solo stupore e rabbia, il bene dei figli deve essere sempre il nostro obiettivo primario. Sembra incredibile che cose come questa possano essere accadute o anche solo pensate. Leggendoti è come essere tornati indietro di due secoli. E’ semplicemente inconcepibile. Un abbraccio.
    Ed un abbraccio anche al Cavaliere. Non riesco a scrivere di mia figlia senza un pensiero a lui.

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    • Avrei voluto solo che, almeno a posteriori, avessero capito, e invece nisba. Hanno continuato a fare i distruttori di sogni, già mi avevano tolto il pianoforte, e poi ogni persona che ho frequentato è stata una guerra allo sfinimento: chissà se ora sono contenti che sto sola..

      E’ inconcepibile sì, e infatti non sono stata creduta a volte neanche dai parenti stretti. A scuola un po’ se ne sono resi conto perché l’hanno toccato con mano, gli insegnanti dopo aver parlato con i miei erano sconvolti. Un’insegnante in particolare, che è stata per me la madre che non ho avuto, ha inquadrato la situazione e previsto ogni conseguenza, compreso il non risanamento della frattura. Oggi è l’unica con cui mi posso sfogare di certi (ri)sentimenti senza tema d’essere giudicata.

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  4. È purtroppo un passato comune a tanti.
    Come direbbe Moni Ovadia “classico comportamento da yiddish mame.
    Ti racconto cosa è capitato a me, tanto per dimostrarti che non servono psicologi per capire.
    Appena diplomato, vinco un concorso, il primo e ultimo, devo trasferirmi a Torino, dove resterò per quasi 2 anni, mi iscrivo a giurisprudenza ed inizio a studiare.
    Ogni settimana devo tornare a casa, ogni giorno devo relazionare al telefono cosa faccio, se mangio, se dormo, se… ecc…
    Una sera al telefono mio padre mi comunica che la mamma è ricoverata per un non ben comprensibile attacco cardiaco.
    Ovviamente mi precipito a casa e la mattina seguente vado all’ospedale per poter parlare col cardiologo il quale mi riferisce: sua madre non soffre di nevrosi cardiaca, ma è una nevrotica convinta che le sue pene le abbiamo danneggiato il cuore.
    Sarà per il sorrisetto sarcastico del medico, oppure la stanchezza per la notte bianca, mi son sentito sollevato, ma immediatamente dopo mi sono sentito furibondo.
    Vuoi sapere come è finita?
    Ho chiesto il trasferimento ed alla fine ho abbandonato gi studi universitari, per riprenderli dopo molti anni, grazie a mio figlio.
    Non ho alcun risentimento, capisco che durante gli anni di piombo avere un figlio a Torino non rasserenava gli animi , capisco che per noi figli di genitori che si sentivano sopravissuti, fosse anche più difficile far capire che i pericoli sono presenti anche sotto l’ala della chioccia, capisco anche che l’amore si mostra anche nelle vesti dell’apprensione, che non è possesso, ma timore, paura da levare il fiato.
    Yiddish mame soffre di questo tormento. Tua madre aveva paura di perderti e ti ha perso.
    Eterogenesi dei fini, oppure, come disse un atro filosofo , dopo due secoli : i figli diventano come li facciamo diventare, non come vorremmo che diventassero.
    Chi ti dice che le tue sventure non abbiano giovato a te stessa? In fondo ad ogni crisi si apre una opportunità, anche se spesso non la sappiamo cogliere.
    Un augurio di riappacificazione con te stessa, soprattutto sappia perdonare te stessa per il rancore verso una persona che ormai non può spiegare nulla, ma ha agito per amore e tu lo hai capito, sicuramente ora lo hai capito.
    Un abbraccio fraterno
    Shalom
    Giancarlo

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    • Non credo che sia una questione di Yiddish mame (e non nominare mai Moni Ovadia a nessun sionista e a nessun sostenitore dello stato di Israele!), la loro era solo una mentalità obsoleta quanto ottusa per cui i figli dovevano prima di tutto obbedire, a qualsiasi costo. Io con mia figlia mi comporto in maniera del tutto diversa, lei non è assolutamente obbediente, ma è una ragazza solida e responsabile che non mi dà un pensiero al mondo, perché dovrei vessarla? E’ uno spirito libero (tutta sua mamma!), ma è una persona assolutamente assennata e affidabile, perché dovrei rovinarle la vita? I miei volevano che frequentassi ragioneria o magistrali, io ho preso il liceo classico, volevano che mi iscrivessi a diciott’anni al partito di mio padre, e io non mi sono mai iscritta a nessun partito, volevano che sposassi l’uomo che dicevano loro, e io invece ho sposato l’uomo che amavo (sia pure con tutti gli opportuni distinguo). Avrebbero voluto che consegnassi loro ogni centesimo che guadagnavo, mentre io, che lavoravo come “extra” visto che ero studentessa, ritenevo che era già tanto che a 13, 14, 15 anni etc. mi spesassi da sola laddove mia sorella, più grande, gravava comunque su di loro (giustamente, era una studentessa minorenne). Insomma, quello che volevano, tanto per usare le loro parole, era “piegarmi”, laddove io ero drittissima, e siccome io sono il tipo “Mi spezzo ma non mi piego” mi hanno spezzato, e questo è tutto. L’Yiddish mama c’entra poco, qui c’entra la mentalità e l’ottusità. E anche uno scarso amore dire, perché quello avrebbe aiutato.

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    • Forte lo ero già, la forza è stata proprio la causa del loro impegno a farmi a pezzi, e per tanti versi ci sono riusciti, mi hanno tolto tanto riguardo alla voglia di progettare, anche se, ti dirò, questo preciso momento è di bonaccia.

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  5. Hai fatto veramente una vita d’inferno. Al confronto certe incurie da parte di mia madre o mio padre che diceva a ogni promozione che avevo fatto metà del mio dovere, mi sembrano una carezza. Anch’io ho sofferto nell’incontrare i miei amici perché loro erano nelle città universitarie ed io non avevo potuto. Studiavo da casa e mi sentivo sola. Poi mio padre mi fece fare subito il concorso e iniziai a lavorare a 21 anni a Roma.

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    • Io intendevo “le cicatrici fanno male alle ali”, ma usando una costruzione inversa è emerso quello che tu hai captato e che poi è… la verità: cicatrici alle ali, non l’avevo mai messo a fuoco.

      Ho le ali sbruciacchiate… e cercando su internet l’immagine per illustrare questo concetto ho trovato questa frase: “A ciascuno il compito di trasformare le proprie ferite in punti di inserimento per le ali”, che poi è il vecchio concetto di trasformare le ferite in feritorie, attraverso cui far passare la luce.

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  6. Feritoie ???
    No, cara amica … certe ferite nè si rimarginano nè le possiamo trasformare in feritoie !
    Piuttosto, poichè persistono fino alla fine del tempo, possiamo custodirle nella nostra memoria del dolore, e quando anche noi ce ne andremo … tutto scomparirà, anche il dolore !

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    • Rimarginarsi no, no trasformarsi in feritorie sì (v. per esempio i genitori di Alfredino Rampi, quanto bene che hanno fatto in nome di quel figlio, e come da quel lutto inaccettabile quale comprensione, compassione e solidarietà per il prosimo siano nate).

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