Lettera di una madre – separata – alla figlia che si sposa

Leggevo giorni fa una lettera pubblicata da un mio conoscente per la figlia che si stava sposando: bellissima, ma qualche particolare stonava, non era aderente alla sua storia di padre separato, la figlia non usciva da casa sua, è lui che da anni era uscito da casa della figlia e poi lo stile… cioè, per carità, non è una persona che conosco al punto di sapere come scrive e aver letto qualche suo scritto, ma a occhio e croce, giù per su, non mi sembrava proprio farina del suo sacco.

Faccio una rapida ricerca su internet ed eccola che viene fuori, precisa precisa, eccovi qui il link alla bellissima lettera di Guido Mazzolini alla figlia che si sposa.

Ognuno si regoli come vuole, ma se mia figlia si sposasse io le scriverei qualcosa di mio, magari di meno bello, ma che scaturirebbe dal mio di cuore e che parlerebbe proprio di me e proprio di lei, ma pensandoci bene, che cosa le scriverei esattamente? Al momento non c’è nulla all’orizzonte, ma mi sono detta “Immaginiamo che ci fosse qualcuno al suo fianco e si stesse sposando, che cosa le scriverei davvero?”. Uh, mi sa che non scriverei cose da potersi leggere in pubblico.

Comunque ci provo.

Cara figlia, col cuore in mano, pensavo che questo momento non sarebbe mai venuto. Quando ero ragazza io, vedere la propria figlia sposata, “sistemata” per usare un termine dell’epoca, era un desiderio di ogni genitore, e quasi certamente anche di ogni ragazza. Ma l’epoca dei miei genitori era l’epoca delle famiglie unite, nel bene e nel male, era l’epoca in cui davvero due che si sposavano si sposavano per sempre, e lo spirito era tale che era uso chiamare i genitori dell’altro mamma e papà, perché si veniva accolti in casa dell’altro e dell’altra come una figlia e un figlio.

Oggi è diverso, forse si è cominciato proprio da là, dal sentirsi a disagio – a mio avviso giustamente – a chiamare i genitori dell’altro, due perfetti sconosciuti, con un nome così intimo e carico di significato come “mamma” e “papà”.

La mia è stata l’epoca in cui le donne lavoravano, e l’indipendenza economica ha affrancato le donne cosiddette malmaritate dal rimanere con il proprio consorte per bisogno economico, spesso e volentieri sopportando l’inferno.

Eh sì, perché mica tutte le ciambelle riescono col buco! Prima ci si sposave per formare una famiglia, e il significato del matrimonio era per l’appunto questo, un progetto di famiglia, ma poi piano piano quella grossa boiata che è l’amore ha preso piede e ci si sposa “perché ci si ama”, e quando l’amore finisce – perché l’amore finisce – finisce anche il matrimonio, spesso con inaudite sofferenze soprattutto dei figli.

“L’amore è bello finché dura”, ma a parte questo, è proprio vero che la vera natura del coniuge si rivela nella separazione, così come quella dei fratelli nell’eredità.

Io mi ricordo, in tribunale con il mio avvocato per la separazione, che vedemmo una scena di impressionante aggressività e violenza verbale tra due coniugi, davanti a un figlio che si rintanava in un cantuccio pallido, spaventato, sofferente. Il mio avvocato si rivolse a me e mi disse: “Ci pensi che questi due un giorno si sono amati?”. Beh, incredibile dictu direi, ma probabilmente così era.

Mi faceva ridere mio padre quando commentava riguardo a coppie che avevano scatenato il putiferio per potersi sposare, magari andando anche contro a qualche regola sociale o di buon senso, o a qualche richiamo al buon senso, perché loro si amavano tanto, e poi venivi a sapere che erano finiti a momenti a coltelli che “Kramer contro Kramer” scànsati.: lui era solito esclamare, con tono tra l’enfatico e il sarcastico, “Questi grandi amori!”.

Perché lui non ci credeva ai grandi amori sai, lui era della generazione che credeva nell’impegno, nella famiglia che si costruiva con rispetto, credeva nella famiglia in cui entrambi i coniugi si rimboccavano le mani per farla funzionare, e alla fine funzionava davvero. Hanno risollevato la nazione quelle generazioni, quanto la nostra l’ha affossata e non vi sta lasciando che macerie, morali e materiali.

Tu figlia mia, ora hai deciso di sposarti, ma perché lo fai? Perché lo ami? Ma migliaia, centinaia di migliaia, milioni di famiglie ci hanno dimostrato che l’amore non basta. Per formare una famiglia ci vuole la capacità di farlo, ci vuole intelligenza, un buon carattere, rispetto, perché di coppie che “si amavano tanto” e sono finite a dilaniarsi ne ho viste fin troppe.

Tu mi dirai “Ma me la stai tirando?”. No amore mio, ti pare che invece di augurarti ogni felicità te la tiro? La tua felicità è la mia unica felicità, e proprio per questo oggi, invece di gioire, ho tanta paura. Tu mi dirai che lui è l’uomo migliore del mondo, e io penso che magari tutte le donne che si sono sposate pensavano lui fosse l’uomo migliore del mondo ma poi? A volte non lo era, a volte magari lo era pure ed è cambiato, perché le cose del mondo sono tante. Tra me e mio marito sai perché finì? Perché lui perse il lavoro, e io contemporaneamente avevo spiccato il volo e facevo carriera: l’uomo difficilmente tollera che una donna sia socialmente ed economicamente più di lui, è allora che spesso cambia e che si verifica quello che io chiamo “l’effetto mostro”, ti sei sposata una persona e te ne trovi accanto un’altra, ma per la legge è sempre lui, l’uomo cui hai unito le tue sorti, cui ti sei legata mani e piedi.

E poi ci si dilania in tribunale, e troppo spesso volano colpi bassi, si riccorre a mezzi vergognosi, e l’infamia segna punti. Amore mio, sei ancora in tempo, ma chi te lo fa fare? Falla lo stesso la festa, vacci lo stesso a convivere, falli lo stesso i figli, ma non ti legare mani e piedi!

Sai cosa mi disse un’amica di cui, purtroppo, non seguii il consiglio? Ricordati che sposarsi e facile, è divorziare che è difficile.

Scappa amore di mamma, con tutti gli altri, domani, m’inventerò qualcosa io.

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18 thoughts on “Lettera di una madre – separata – alla figlia che si sposa

    • Hai visto mai… è solo che il matrimonio vecchio stampo non è più di moda, ora pare siano tutti matrimoni a termine, e allora perché sposarsi? Io penso sempre agli etero che per una vita hanno lottato per poter andare a convivere senza sposarsi e agli omo che hanno lottato per potersi sposare per non essere costretti a una convivenza senza valenza legale: è proprio vero, vogliamo quello che non abbiamo a prescindere!

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  1. La chiusa mi ha ricordato ciò che mi disse mio papà qualche giorno prima del matrimonio, mentre ero indaffarata a star dietro agli ultimi preparativi: “ti do i soldi della cena (mi sposai nel tardo pomeriggio e a quel tempo il ricevimento era a carico della famiglia di lei), prendete l’aereo e vi sposate in quota, senza tante cerimonie”.
    Sinceramente penso mi sarei risparmiata un bel po’ d’ansia! Erano tempi in cui la convivenza era fuori luogo per una “ragazza perbene” ma oggigiorno non consiglierei a nessuno di sposarsi. Tu scrivi “Ricordati che sposarsi e facile, è divorziare che è difficile.”, io ripeto sempre che ci vuol più coraggio a stare insieme che a divorziare.

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    • Dipende dalla situazione. Per stare insieme ci vuole intelligenza e rispetto, è sicuramente una scelta impegnativa, e l’unica in cui credo ma… bisogna essere in due. Se è uno solo a trainare il cocchio, rimanere potrebbe essere più autolesionistico che coraggioso.

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  2. Certo se fossi in te probabilmente scriverei la stessa cosa, ma personalmente non mi trovi d’accordo, penso che sia prima l’amore che dà la volontà di famiglia e poi, anche se cambia, subentrano tante altre cose che uniscono ancora di più. Quello che conta è la volontà di stare insieme e di fare lo stesso percorso. Sicuramente ci vuole anche fortuna, che io ho avuto, abbiamo festeggiato i 35 anni la settimana scorsa 😏

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  3. Mia suocera dice sempre che i tempi di oggi sono migliori dei suoi. Dice che si è sposata “a scatola chiusa” e nonostante sia stata fidanzata per cinque anni non ha mai avuto un momento in cui ha potuto conoscere il suo uomo da sola. Eppure sono quasi cinquant’anni che stanno insieme. Non si dicono “ti amo”, non li vedi mai uno a fianco all’altra, però se sta male uno di loro l’altr@ ne soffre.
    Io e mio marito non ci siamo mai detti “ti amo”. Non ci chiamiamo “amore” e non abbiamo nomignoli, non mi ha mai fatto cerimonie a San Valentino o ad ogni anniversario (poi quest’anno, al primo di matrimonio, ha fatto davvero schifo😩), io guadagno il doppio di lui però ci vogliamo bene.
    Oggi abbiamo tutto e il matrimonio forse non ci basta. Un tempo non avevano nulla ed il matrimonio era tutto. Forse dovremmo fare un passo indietro e riscoprire il bello del non avere niente

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    • Hai detto bene, il bello di non avere niente. Va beh, non esageriamo, di avere di meno. Io e mia figlia ci divertiamo tanto quando ci ingegnamo con scarsi mezzi, e non avere il necessario no, non va bene, nessuno dovrebbe provare una condizione del genere, ma una vita sobria è una benedizione.

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    • Bisogna avere il giusto. Aspettare con voglia di fare un viaggio (e non dedicare ogni santo weekend alle gite fuori porta), passare la domenica a fare la pizza insieme (anziché andare sempre fuori a cena), fare ogni tanto shopping, divertirsi con il giusto

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    • Ricordo un film di fantascienza, in cui un extraterrestre faceva un brinidisi con un augurio del tipo “Che tu possa realizzare tutti i tuoi desideri tranne uno”, e spiegava il significato di quell’augurio, che nella vita bisogna sempre desiderare qualcosa.

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  4. Sicuramente sincera, io mi sono sposata convinta di farlo ma non l’ho visto come differente da una convivenza dal punto di vista dell’affetto e convinta anche che se fosse successo di perdere quella spinta a percepire le esigenze dell’altro come proprie, mettendo l’altro su un posto privilegiato, sarebbe stato doloroso quanto perderla in una convivenza.

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  5. Mi sono sposata per amore e ancora dura.
    Mio padre non mi ha scritto lettere, mia madre neanche, mi hanno solo detto “l’importante è essere convinti (e non il giorno del matrimonio, ma quando abbiamo dato l’annuncio).
    E ciò mi è bastato.
    Comunque non avrei scritto mai una lettere a del genere a mia figlia, credo che non la scriverò mai e se dovessi non la renderei pubblica.

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