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Io, Xavier, Israele e la questione palestinese

Ho il cuore a pezzi per quanto sta accadendo in Medio-Oriente, e il sale sulle ferite sono i commenti che leggo sui vari social, frutto della più becera ignoranza, o della più disarmante ingenuità, o del più bieco pregiudizio, vattelappesca.

Pare che la miccia stavolta sia stata una banale questione di sfratto per morosità, un normale sfratto – per la verità, una serie di sfratti – prontamente monopolizzato per dare il via all’ennesimo attacco a Israele, cui il mondo, come al solito, rimprovera di difendersi.

Non starò qui a tediarvi con le varie storie, chi ha voglia di sentire la nostra campana può farlo in questa pagina, ma voglio qui riportarvi le parole del responsabile di quella pagina, che secondo me dicono tutto a chi, in buona fede, vuole capire:

Per valutare la voglia di pace delle parti in campo basterebbe guardare alle 2 manifestazioni di sostegno ad Israele da una parte, alla Palestina dall’altra.
Nella piazza pro Israele, la parola “pace” è stata quella più frequente, non si lanciano accuse islamofobe e ci si dice contro il terrorismo. In tutti i discorsi, ci si dice dispiaciuti per quello che entrambi i popoli sono costretti a subire. Tanti bambini e clima sereno.
Nelle piazze pro-palestinesi, i concetti più frequenti sono parole d’odio contro Israele, si bruciano bandiere, si forzano i blocchi della polizia e parte l’ossessiva retorica piagnona contro l’occupante, con assurdità purtroppo ben celebri come i parallelismi con il nazismo e l’apartheid.
Dimmi con chi vai (e come ci vai) e ti dirò chi sei. (Alex Zarfati)

Provo ovviamente profonda compassione per la popolazione palestinese vessata da una dittatura da oltre 15 anni, privata del ristoro dei contributi internazionali che vengono investiti in armi anziché in scuole, ospedali, infrastrutture. Soffro per quei bambini che non conoscono infanzia, per una popolazione imbibita d’odio che non riesce a vivere la vita come quel dono prezioso che è (e nelle loro povere condizioni vorrei ben vedere), ma di tutto questo Israele non ha colpa, e quel minuscolo fazzoletto di terra continua a pagare un prezzo esoso in termini di sangue per il solo fatto di esistere.

Voi direte “E che c’entra Xavier in tutto questo?”. Ecco, lui era un propal, sicuro che un giorno avremmo discusso per la questione palestinese, ma la storia c’insegna che non è andata così, il motivo del distacco non è stato un alto ideale umanitario, ma una questione molto più terra terra (va beh, non proprio terra, diciamo altezza bacino). Ora mi dico che già da questa sua posizione avrei dovuto capire che i suoi criteri di giudizio non andavano alla sostanza, ma a delle forme di pregiudizio tipo “Il debole ha sempre ragione”, giudizio che lo portava ad essere rigorosamente sempre dalla parte delle acque chete, contro chi aveva l’enorme colpa di essere più leale, diretto e strutturato.

Lo so, ho mischiato il sacro con il profano, ma quando leggo certi commenti, assolutamente ciechi, carichi di una propaganda che, secondo me, sarebbe pure facile smantellare con il semplice uso della logica, mi viene sempre in mente lui, come muro che, sia pure animato da intenzione oneste, era restìo a considerare qualsiasi verità palese: insomma, mi rendo conto ora che faceva parte di coloro che adeguano i fatti alla propria opinione, anziché la propria opinione ai fatti.

Per quanto mi riguarda,

confidando sempre in una pace duratura per tutti, e in una pacifica convivenza che sono certa sia possibile.

 

Israele: STORIA DI UN SOGNO (by Josef Jossy Jonas)

ISRAELE: STORIA DI UN SOGNO | di Josef Jossy Jonas

Sir Benjamin James Rotschild riceveva capi di stato e capitani di industria nel suo piccolo studio nel centro città, per quasi 12 ore al giorno. Era un uomo molto impegnato ed iniziava a ricevere alle 7.45.

L’appuntamento di quella mattina di novembre era un appuntamento importantissimo e fu concesso alle 7.00 in punto, ma non si presentarono principi o imprenditori, bensì modesti contadini e qualche contabile; erano i sionisti, i pionieri che stavano bonificando Israele.

Saltarono gli convenevoli e vennero al dunque.
Aaron Zuckerman, il capo della delegazione, aprì la cartina sulla scrivania di James Rotschild e, puntando il dito in una zona tra Tel Aviv e Haifa, disse semplicemente: “è qui”.

Rotschild : “Cosa? Ho già dato tanti soldi per comprare Rishon!” *

Rotschild : “Gli arabi ci vendono le terre a prezzi dieci volte maggiori il loro valore, perché sanno che a noi servono. Sono terre sabbiose, malariche ed incoltivabili, questa zona è assolutamente inutilizzabile; non butto altri soldi in imprese folli”.

Aaron Zuckerman: “Signor Rotschild, le terre che gli Inglesi ci hanno dato sono poche, non bastano. Dobbiamo continuare a comprare dagli Arabi, le bonificheremo, ci pianteremo gli eucalipti e poi piano piano…”

Rotschild: “Piano piano cosa? Gli eucalipti non si mangiano. Ci vorranno decenni; non avete macchinari né sementi né attrezzature né forza lavoro, è un’impresa impossibile. NO, no, la mia risposta è no.”

Aaron Zuckerman rimase in piedi immobile come se non avesse sentito; “no” era una risposta che non poteva semplicemente accettare. Aveva negli occhi quella luce…quella luce che hanno i sognatori che non si arrendono mai, che vedono quello che non c’è ma sanno che ci sarà.

Zuckerman: “La prego Sir Rotschild, gli ebrei sono perseguitati in tutto il mondo e verrano a rifugiarsi in Israele ma dobbiamo far trovare loro terre e campi coltivabili, per ora è solo deserto…non avranno di che nutrirsi…”

Rotschild: “E allora? Ho detto no; vi prego andate in pace ho mille impegni, faccio tanta beneficenza ma questo progetto è folle e assurdo. Andate in pace ora, beatzlachà’’.
( Beatzlachà=che abbiate successo – in ebraico).

Usciti i Pionieri, Rotschild prese la sua tazza di tè – la prima della giornata- e scostò la tenda per guardare la città da dietro la finestra. Vide il fumo delle ciminiere, la pioggia e la nebbia di novembre che sovrastava il tutto…il fango nella strada di una Parigi invernale e triste…

Poggiò la tazza di scatto sul tavolo ed urlò alla segretaria di fermare i sionisti prima che uscissero dall’edificio.

Aaron Zuckerman si ripresentò immediatamente: “Eccoci signor Rotschild, che c’è?”

Rotschild: “Va bene, va bene; avrete i soldi. Comprerò i terreni dagli Arabi ai loro prezzi gonfiati, non importa ma voglio una cosa, anzi due”.

Zuckerman: “Prego”.

Rotschild: “Voglio che costruiate una città, piccola ma bella, bellissima, dovranno esserci giardini, piante, aiuole e tanti fiori… con tante panchine all’ombra che i vecchi possano riposare nei pomeriggi d’estate… dovrà sembrare un giardino…la dedicherete a mia moglie Chana.

I Sionisti si guardarono in faccia scettici: “Vede Signor Rotschild non è così facile né sicuro che riusciremo a…”

Rotschild li interruppe: “Poi voglio un’altra cittadina, piccola ma con attorno boschi con animali selvatici liberi e anche dei vigneti per farne il nostro buon vino ebreo e ci metterete i cavi della elettricità, il telefono e tutte le cose moderne possibili. Sarà dedicata alla memoria di mio padre “Yaaqov” .

Aaron Zuckerman guardò il barone Rotschild senza riuscire a fermarlo…perché poi fermarlo?
In fondo, ora, vedeva negli occhi del barone quella stessa luce; quella luce che avevano i Sionisti, i sognatori folli. Far crescere frutta e fiori nel deserto? Un sogno, una follia niente di più.

Rotschild: “Allora Signor Zuckerman, se non credete nemmeno voi ai vostri sogni come potrò mai fidarmi di lei? Qual è la vostra risposta dunque?”

Zuckerman avrebbe voluto dire che sarebbero stati fortunati a coltivare qualcosa di commestibile ma senza grosse aspettative; che le richieste del suo interlocutore erano esagerate ed impossibili ma si trattenne dal farlo, sorrise e disse semplicemente:

“Signor Rotschild, avrete le vostre due città, ve lo giuro sulla testa dei miei cinque figli”.

Che poi in fondo promettere non costa niente e tanto ci sarebbero voluti tanti di quegli anni, chissà se mai…chissà.

Pomodori e fiori nel deserto? Giardini? Ma su andiamo, siamo seri.

Però…però…

Però , se venite in Israele – e veniteci perché è un paese bellissimo – da Tel Aviv prendete la strada per Haifa in direzione nord. La numero 4.

Dopo un’ora e mezzo circa Incontrerete una città giardino – Pardes Chana (Il giardino di Chana come la moglie del Barone Rotschild) – con tanti fiori e case basse ad un piano, immerse nel verde e le panchine nelle piazze all’ombra per dare refrigerio ai vecchi d’estate.

Andando avanti sulla stessa autostrada troverete una cittadina adagiata su due colline con un bel boschetto e delle vigne e con tanti bei viali alberati; ristorantini e boutique nelle stesse case utilizzate 100 anni fa per bonificare la zona…E i vigneti che ancora oggi producono il vino ebraico.

Zichron Yaqov si chiama la citta’ ( Zichron= Ricordo-memoria di Yaqov il padre di Sir Rotschild).

Ma aspettate, non è finita. In mezzo alle due cittadine ve ne è una terza: BENJAMINA, piccolina ma deliziosa. Non era prevista e fu dedicata a Sir Benjamin James Rotschild che rese possibile tutto questo. Perché in fondo quando ci vuole, ci vuole.

Giardini laddove c’era il deserto. Questo fu il Sionismo; il sogno impossibile di chi non ha mai smesso di sognare.

Buon compleanno Israele e che tutti sappiano come sei nata.

*( Rishon Le Zion, rishon=primo, il primo appezzamento di terra comprata dai Sionisti in Israele )

Tel Aviv 23 aprile 2015

Questa emozionante storia è tratta dal romanzo esordio che l’autore Josef Jonas sta ultimando.

Fonte: Progetto Dreyfus

Le radici dell’antisemitismo

C’è stata in questi giorni a Bruxelles la Conferenza sull’antisemitismo in Europa. Uno dei partecipanti mi ha preventivamente chiesto delle testimonianze su episodi di antisemitismo che posso aver subito o cui ho assistito, ma io per prima cosa ho risposto che sì, sicuramente posso testimoniare qualche episodio, ma che mi è sembrato più di stupidità che di antisemitismo.

“Sempre così comincia”, mi risponde, e ha maledettamente ragione.

Le racconto un episodio di una persona che ho amato come una madre, cui sono stata vicino fino all’ultimo dei suoi giorni, così come lei a me (ve ne ho parlato qui).

Lei all’epoca era una semplice conoscente, una persona molto semplice, cardiopatica e timorosa del suo cardiologo che le incuteva molta soggezione, al punto di avere paura ad andarci da sola. Mi offrii di accompagnarla, tenni testa al medico, e lei si sentì molto protetta e sostenuta. Nacque di lì una bella amicizia, che continuò per anni, lei c’era sempre per me e io c’ero sempre per lei.

Un giorno, mentre chiacchieravamo amenamente, il discorso cade sul nipote per cui lei aveva fatto tanto e che invece nei suoi confronti si comportava malissimo, oltretutto con totale ingratitudine. “Sangue di cimice” si usa dire dalle mie parti, ma lei usò un’altra espressione, “Peggio degli ebrei!”.

Mi si gelò il sangue. Mi rivolsi a lei e le chiesì: “Come hai detto scusa? Ma tu lo sai che io sono ebrea?”.

Mi guarda stupita, quasi non capisce e chiede: “In che senso?”.

“Come sarebbe a dire in che senso? Secondo te in che senso uno è ebreo?”.

Mi guarda sempre più stupefatta e chiede: “Da parte di padre?”.

Credo che la domanda fosse dovuta al fatto che mia madre l’aveva conosciuta e constatato che si trattava di una persona assolutamente normale, ma con mio padre le sarebbe andata anche peggio, visto che era biondo con gli occhi azzurri.

Aggiungo, non per rinfacciare per carità, ma solo per mettere i puntini sulle i, che chi l’aveva tradita e abbandonata era sangue del suo sangue e piume delle sue piume, nonché figlio di Santa Romana Chiesa, mentre chi le era stata sempre vicina e non l’aveva abbandonata un attimo era una sporca ebrea.

Abbassa gli occhi, mortificata e balbetta: “Ma io che ne so, a me hanno sempre detto così, che sono un popolo senza un nome da difendere”.

“Come vedi ti hanno detto male” replico, e per me la cosa è finita là e il rapporto non ne è stato minimamente intaccato.

Devo dire che queste frasi raggelanti però capitano di frequente, quando meno te l’aspetti e spesso da chi meno te l’aspetti, ti vedono “normale” e non ci pensano che tu sia… o mio dio, ebrea!, e pure tu pensi di essere normale e non ti aspetti di appartenere a una categoria che davanti ai loro occhi rappresenta una differenza.

Una volta una persona, saputa la mia origine, mi chiede: “E che dovresti fare se volessi diventare normale?”: le rispondo con una risata: “Per quello non c’è speranza!”, ma è in quei momenti che ti rendi conto con terrore della gente che gira, tra ignoranza, idiozia e infondatissimo pregiudizio.

Lasciamo stare poi la questione Israele, i commenti sulla quale mi ricordano tanto la bionda del film “Nata ieri”, cui insegnano un po’ di frasi fatte per far bella figura in società e mostrare di sapere di che si sta parlando.

Mi fermo qui e chiedo a voi, non correligionari, perché questo immaginario fasullo che non si riesce a sradicare in nessun modo? Aveva ragione Einstein, è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio, ma qui raggiungiamo dei livelli veramente inconcepibili.

Ogni tanto poi c’è qualcosa che dà la stura a questi pensieri latenti, che oggigiorno la rete amplifica.

L’ultima è stata la notizia che il governo ha diminuito i fondi per le pensioni di guerra delle vittime delle leggi razziali. E’ stato poi rettificato che i fondi sono diminuiti semplicemente perché, per ovvi motivi anagrafici, le persone che ne beneficiano vanno scomparendo: beh, non avete idea che tipo di commenti sono stati fatti e che letame è uscito da certe bocche (i.e. tastiere).

Non manca mai l’accusa di deicidio, che al di là delle verità o bugie storica, al di là dei contesti (si era in Israele, tutti erano ebrei, amici e nemici, a parte gli occupanti romani che erano pagani), ma si può bramare la distruzione di una persona perché il padre del padre del padre del padre del padre del padre del padre – e via scorrendo all’indietro per oltre 2000 anni – ha fatto qualcosa? Che se pure fosse accettabile un criterio tanto assurdo scava scava magari esce fuori che i suoi di antenati hanno la coscienza più sporca dei miei, ma stiamo parlando comunque di follia!

E allora ditemi, le origini dell’antisemitismo, secondo voi, quali sono?

Israele: purtroppo, devo tornarci su

 

Golda Meir, donna e laburista, nel novembre 1972: “Io credo che la guerra nel medio oriente durerà ancora molti, molti anni. E le dico perché. Per l’indifferenza con cui i capi arabi mandano a morire la propria gente, per il poco conto in cui tengono la vita umana, per l’incapacità dei popoli arabi a ribellarsi e a dire basta”. Ancora Golda Meir: “Alla pace con gli arabi si potrebbe arrivare solo attraverso una loro evoluzione che includesse la democrazia. Ma ovunque giri gli occhi e li guardi, non vedo ombra di democrazia. Solo regimi dittatoriali. E un dittatore non deve rendere conto al suo popolo di una pace che non fa. Neppure dei morti”. Sempre Golda Meir: “Noi vi potremmo un giorno perdonare per aver ucciso i nostri figli, ma non vi perdoneremo mai per averci costretto ad uccidere i vostri. Una possibilità di pace esisterà quando gli arabi dimostreranno di amare i propri figli più di quanto odino noi”.

Rabin o Peres, Ben Gurion o Sharon, Barak o Netanyahu, Eshkol o Begin, socialisti o conservatori, sottoscrissero tutti queste frasi, o le avrebbero sottoscritte. Con le azioni conseguenti, Gaza compresa con i suoi orrori, credo, e il passato lo conferma. Bon. Ma ancora Israele non compare sui libri di testo delle scuole elementari di Ramallah, pagati dall’Onu e dall’Europa. L’odio di là resiste. (da fb, ne ignoro l’autore)

I fatti del 14 maggio hanno scatenato una serie di reazioni e commenti, sui social e fuori. Qui ho visto diminuire il numero dei follower, certo non posso conoscerne la ragione ufficiale, ma noto la coincidenza dei tempi.

Parlo spesso con persone del fronte opposto e ammetto che, con l’informazione che arriva qui, quasi esclusivamente da una parte sola, è facile far parlare la pancia. La mattanza d’innocenti non piace a nessuno, ma passa in secondo piano il fatto che questi “innocenti” stessero tentando di andare a “mattare” altri innocenti, come già accaduto in passato, nelle proprie case e spesso durante il sonno (ricordo il recente sgozzamento di una sedicenne israeliana mentre dormiva nel proprio letto nella propria casa, senza parlare della tragica fine della famiglia Fogel, tanto per fare due esempi).

Leggo di gente che si definisce pacifica (sic!) che inneggia all’olocausto, parlando addirittura di “classe e bellezza” dei nazisti:

I miei amici non particolarmente schierati con Israele, del quale anzi giudicano la politica, non si rendono conto di queste posizioni che affrontiamo quotidianamente.

Tornando ai fatti del 14 maggio, qualcuno ha precisato che la sede della nuova ambasciata è a Gerusalemme Ovest, cioè in quella parte di Gerusalemme universalmente riconosciuta e accettata come israeliana. Io da parte mia vorrei sottolineare solo che per Israele era un giorno di festa, quanto di più lontano da una qualsiasi intenzione di “mattanza”: si celebravano i 70 dalla fondazione di Israele, da pochi giorni era partito da Gerusalemme il Giro d’Italia, come tributo a un altro difensore della vita, il ciclista italiano Gino Bartali, cui è stata conferita la cittadinanza onoraria israeliana come ringraziamento per le numerose vite di nostri correligionari che ha contribuito a salvare a rischio della sua stessa vita. Non ultimo Israele ha vinto la competizione canora dell’Eurofestival, con una canzone che, per carità, neanche mi fa impazzire, ma che per Israele è stato un altro motivo di innocentissima gioia.

Ecco, il 14 maggio in Israele si stava festeggiando la vita, l’operosità, quello che si è costruito e che si sta continuando a costruire. Sull’altro fronte, “i giorni della rabbia”, le manifestazioni cosiddette “pacifiche”, di povera gente disperata mandata con molotov, coltelli e tutto quello che si potevano procurare, a sfondare i confini di questo stato in festa. Gente talmente disperata, o con un codice morale talmente diverso dal nostro, da cimentarsi in quest’impresa con i bambini in braccio.

Israele doveva difendere i propri confini e fermarla oppure permettere che altre famiglie israeliane facessero la fine della famiglia Fogel e di tante altre come loro?

Riporto ancora delle parole della saggissima Golda Meir: “Sta bene che ci vogliono trucidare, ma non si aspettino la nostra collaborazione”.

Ora, vediamo se i follower diminuiranno ancora….

Ne approfitto per riproporre questo servizio Rai già postato in un commento, con un servizio tutto sommato obiettivo e improntato al buon senso, anche se cita la bambina di otto mesi che sembrava morta per i lacrimogeni, mentre si è poi saputo che era già morta per una malattia terminale opportunamente strumentalizzata.

https://www.raiplay.it/video/2018/05/Le-vittime-sacrificali-Del-17052018-c0f88c30-0b91-4b0f-947a-a55825591c91.html