Non c’è perdono se c’è rancore, ma può esserci senza amore.

Su un post dell’anno scorso, “Con amore o con rancore“, trovo oggi questo commento:

Stavo cercando sul web le parole rancore, ricordo, perdono e mi sono soffermato su questa pagina. ho letto qualche cosa di questi commenti e mi chiedo come si fa a perdonare ma non dimenticare i torti subiti o commessi? Se uno perdona dovrebbe dimenticare ciò che ha subito altrimenti che perdono è? La mia storia è presto detta. Mia moglie ha voluto la separazione per una serie di motivazioni, alcune delle quali secondo lei attribuibili a torti subiti sia in campo affettivo sia lavorativo dove l’aiuto che lei sperava arrivasse, per vari motivi non è potuto arrivare e questo più volte le è stato fatto presente anche prima di intrapredere la carriera lavorativa.
Oggi nonostante che io le abbia chiesto il perdono per gli eventuali errori commessi e riconoscendo le mie responsabilità lei continua a raccontare la solita storia della mancanza di fiducia nei suoi confronti, della mancanza di aiuto nei suoi confronti, tuttavia perdonandomi per tutto quello che le avevo fatto.
La domanda mi sorge spontantea se mi perdona perchè non torna? e perchè tutte le volte che ho occasione di sentirla ripropone sempre le solite storie dei torti da lei subiti? Che perdono è?
Io quando perdono una persona dimentico il passato e torno amico come prima figurati con la persona che ho sposato e che amo, non ci penserei due volte!!! Non ho mai tradito perchè la amo veramente e questo la dice lunga sulla fiducia che può avere nei miei confronti.
Non voglio stare qui a dilungarmi sulla mia storia anche perchè non mi sembra il post adatto volevo solo comprendere come si può perdonare, ma continuare a portare rancore!!!

Allora, direi che perdonare è una questione emotiva, dimenticare è una questione di testa, di mera memoria.

Ora, io non conosco la situazione di Alex, la storia che lega due coniugi e che porta alla separazione è sempre una storia lunga, fatta anche di tanto non detto, tanto non capito, tante sensazioni forse neanche mai messe completamente a fuoco.

La prima cosa però che mi è venuta in mente, oltre al fatto che spesso ci si riempie la bocca della parola perdono solo perché pare brutto dire il contrario, ma senza davvero provarlo veramente, è che comunque il perdono cancella sì il rancore, ma non ripristina l’amore.

Anzi, a volte si riesce a perdonare proprio perché è acqua talmente passata, che il convolgimento emotivo dell’epoca, che è poi quello che ci ha fatto soffrire, non esiste semplicemente più. Insomma, posso perdonarti perché ho capito, ma posso perdonarti anche perché per me, oggi, la cosa non riveste più alcuna importanza.

Posso perdonarti per entrambe le cose, ho capito, ma oramai l’amore se n’è andato, e le tue scuse non hanno il potere di ricrearlo. Non è rancore, è disamore, è oblio.

Mi dispiace Alex, ma un fiore non coltivato è un fiore che appassisce, e a quel punto non c’è più acqua che possa resuscitarlo, per quanto uno possa capire l’errore che ha fatto non nutrendolo. Spero però che tua moglie voglia offrire a voi due, al vostro impegno coniugale, una nuova possibilità, perché se è vero che un vecchio amore non può resuscitare, può pur sempre lasciare spazio a un sentimento nuovo, che potrebbe unire ancora più del precedente.

In bocca al lupo!

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115 thoughts on “Non c’è perdono se c’è rancore, ma può esserci senza amore.

  1. Mi trovo d’accordo con te, perdonare vuol dire anche “ora non mi fai più male, ciò che è stato ha lasciato segni ma è un fatto ormai…e dopo si cambia è inevitabile”
    non credo che perdonare voglia dire, tutto come prima, niente può tornare come prima…non si torna indietro, ogni gesto, parola, situazione, emozione ci cambiano…sicuramente prima di perdonare l’altro dobbiamo perdonare noi stessi, i nostri errori, le nostre mancanze verso quel rapporto…poi potremo capire e accettare l’altro…ecco credo questo sia il perdono, dopo c’è da ricominciare a vivere, ognuno insieme a ciò che ha scoperto di se…

    lella

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    • Penso che tu abbia colto nel segno: perdonare non significa “Tutto torna come prima”, però sono dell’idea che, se le scuse, nate da una reale coscienza di ciò che ha ferito l’altro, sono sincere e tempestive, e se l’altro pure fa tesoro dell’esperienza, le cose potrebbero anche tornare meglio di prima: in fondo crescere insieme significa migliorare, la frequentazione non è un lento degrado dovuto a somme di grandi e piccoli errori, grandi e piccoli rancori.

      E dici anche bene che tutto questo processo porta anche a scoprire qualcosa in più di sé, e anche con questo bisogna convivere 🙂

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  2. Vorrei aggiungere un’altra cosa che forse avrei dovuto scrivere nell’articolo. Uno può sbagliare e chiedere scusa, ma chiedere scusa non significa essere cambiati, essere davvero diventati qualcuno che quel comportamento non lo adotterà più. L’essere umano è campione di recidività, anche se dovesse essere davvero – e non genericamente – pentito. Bisogna lavorare su se stessi per cambiare, capire è il primo passo, ma non può restare l’unico.

    Un’affermazione di Alex mi fa gelare il sangue: lui dice di aver “chiesto il perdono per gli eventuali errori commessi”, come se non fosse davvero cosciente di aver commesso errori, e di quali siano stati. Una formula di scuse generiche, che non lasciano intravedere un cambiamento di quello che sarebbe un nuovo rapporto con sua moglie, basato su differenti premesse.

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    • Cara Diemme quando mia moglie è andata via di casa prima della separazione mi disse di farmi un esame di coscienza. Così ho fatto, ho riconosciuto i miei errori, per i quali ho chiesto perdono, perchè come ha detto Lella prima di perdonare gli altri dobbiamo perdonare noi stessi, i nostri errori, le nostre mancanze verso quel rapporto…. Secondo me questo esame di coscienza dovrebbe essere fatto da entrambi per perdonarsi a vicenda e ripartire più uniti di prima

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    • Caro @Alex, io la penso un po’ diversamente su due punti. Intanto, farsi un esame di coscienza può non essere possibile per chi è in buona fede: pensa che ti ripensa potresti non capire mai quello che ha ferito l’altro, potresti non arrivare mai a ricostruire certe dinamiche, perché non sei l’altro, non sei nella sua testa, non sei nel suo cuore, non hai né il suo carattere né la sua storia.

      Diverso è se l’hai fatto ben sapendo di sbagliare (per esempio un tradimento), o comunque l’altra persona ti ha già parlato dei problemi che ci sono stati, rinfaccandoli magari mille volte, per cui il materiale per farsi un sano esame di coscienza davvero non manca.

      Ciò premesso, secondo me farsi l’esame di coscienza non basta, il male fatto bisogna riparlarlo, come possibile, il più possibile.

      Una volta fatto tutto questo però, una volta fatto esame di coscienza e ogni possibile atto riparatorio, nel caso di un rapporto di tipo sentimentale può pure sempre essere che quel sentimento, finito, non sia più possibile recuperarlo.

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  3. Io prescinderei dalla situazione che hai preso come spunto per le considerazioni proposte, anche se è sempre più agevole essere concreti, specie quando si parla di argomenti di questo genere.
    Io credo che oggi il perdonare sia troppo spesso, non un processo, o meglio la definizione di un percorso, ma un’esigenza di facciata, perlopiù chiesta da chi non dovrebbe impicciarsi.
    Così capita che esso venga concesso o meno, non quale conclusione della maturazione e assimilazione degli effetti di un torto subito, da una parte e come consapevolezza di qualcosa di ingiusto commesso e di un male fatto sopportare a qualcuno dall’altra.
    Insomma, il perdono non può che essere un punto di arrivo e non di partenza.
    E’ ovvio che i danni provocati, come nel caso riportato, finiscono per assestarsi e far diventare difficile il ripartire senza prescindere da essi, tanto da finire spesso per far divenire irrecuperabile lo “status quo ante” e la ripartenza non potrà mai essere indifferente a quanto accaduto, ci sia stato o meno il perdono.
    Questo può anche voler dire che tutto potrebbe ripartire, magari con rinnovate consapevolezze e maggiori motivazioni, tanto da far pensare ad un rapporto ancora più saldo e maturo di prima.
    Se poi si parla di amore, amore vero e non infatuazione, io non credo che le radici muoiano facilmente, ma questo può avvenire solamente se non si è andati oltre quanto accaduto, se da una parte il perdonare è stato solo di facciata ed il chiedere perdono solo per “creanza”, ma senza convinzione e vera consapevolezza.
    Un abbraccio forte mia carissima, buona ripresa post feste pasquali!
    P.S.: a proposito, con i suoi alti e bassi oggi faccio 35 anni di matrimonio!

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    • Penso che meglio di così non avresti potuto esporre problemi, iter, considerazioni, etc.

      Hai ragione, a volte il concedere il perdono, o quantomeno mostrare di averlo fatto, come pure il chiederlo, fanno parte di un comportamento di creanza, un’esigenza a volte anche religiosa, senza che questo faccia seguito a una reale elaborazione del torto fatto/subìto.

      E così, non serve a niente, non serve a capire, non serve a crescere, non serve a ritrovarsi.

      Auguroni per il tuo anniversario (e meno male che ti sei sposato il due aprile e non il primo! 😉 ).

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  4. Una cosa però non avete considerato nelle riflessioni di Alex. Mi sembra che quello che gli dà più fastidio sia il fatto che sua moglie dica di averlo perdonato e tuttavia ad ogni piè sospinto gli rinfacci gli errori commessi. Secondo me perdonare significa archiviare (pur ricordando ovviamente, in modo da non ripetere gli stessi errori) nel passato quel che è passato, chiuderlo in un cassetto, gettare via la chiave e non farlo riemergere mai più. Quel che sta facendo la moglie invece è tutto il contrario, cioè ha chiuso sì il passato in un cassetto, ma non fa che riaprirlo per sbirciarci dentro. Se si perdona, bisogna farlo sia col cuore che con la testa, altrimenti è tempo perso, e oltretutto ci facciamo ancora più male.
    P.S. Auguri a Sergio per l’anniversario!

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    • @Penny: ne abbiamo parlato più volte, anzi, la considerazione è proprio nel titolo del post: chiaramente se c’è rancore non c’è stato vero perdono, ma solo una mossa di facciata.

      D’altra partel se l’altro ci ha davvero fatto male, e a distanza di tempo non riesce a capire, non siamo riusciti a fargli capire, quello che veramente la sua azione ha comportato, ma di che stiamo a parlare?

      In fondo il perdono va a braccetto con la coscienza di essere stati davvero capiti nel nostro dolore.

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    • Cara @PennelliRibelli tu hai colto il problema e anche tu vedo la pensi come me. Se si perdona bisogna farlo sia con il cuore che con la testa. Un esame di coscienza per riconoscere i propri errori è fondamentale per saper perdonare gli errori altrui e ripartire insieme più uniti e più forti di prima.

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  5. Personalmente, credo che ogni rapporto a due è fatto di equilibri e di ‘limiti’ … Ognuno ha il proprio, non è uguale per tutti … Se si rompe l’equilibrio o se si raggiunge il limite estremo, difficilmente si torna indietro … L’Amore non è direttamente proporzionale al perdono … così come il perdono non lo è all’Amore … Ossia non è che “perchè ti amo ti perdono” o “ti perdono e quindi ti amo” … Ti perdono perchè ho capito che il male che mi hai causato non era intenzionale e sei pentito … ma questo potrebbe non essere sufficiente a farmi essere ancora innamorata …
    Per quanto mi riguarda, sono riuscita a perdonare ‘veramente’, nel momento in cui ho smesso di essere innamorata …

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    • @Lilla: perfettamente d’accordo. E’ più facile perdonare quando non c’è più il coinvolgimento emotivo. A volte la sofferenza è dovuta proprio al grande amore che portiamo per la persona in questione: finito l’amore, finita pure la sua capacità di farci male.

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    • @Nives: io credo che il perdono perché si ama, il perdono perché si è capito (che non implica l’amore), o il perdono perché, non essendoci più l’amore, il torto subìto perde carica emotiva, siano tre forme di perdono assolutamente diverse.

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    • @lamiastrada: però se perdoni non hai più bisogno di tornare sull’argomento, e quindi, se non dimenticato, è quantomeno archiviato. Non perdonare significa riportarlo alla memoria, riviverlo, rimuginarci, ripeterselo autosobillandosi…

      Quando si è perdonato, certo che uno se lo ricorda, ma non ne parla più, non ha necessità di andarlo a ripescare dalla memoria e rimane lì, lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

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  6. Concordo con PennelliRibelli: se uno perdona, archivia, chiude il cassetto e stop. La moglie di Alex continua a rinfacciare torti (poi non ho capito cosa c’entri il lavoro con la fine del matrimonio: non ha fatto la carriera che voleva e divorzia? A meno che in qualche modo non sia responsabile il marito anche per questo) mentre lui continua a cercare di ricucire qualcosa che, secondo me, è irrimediabilmente strappato. Insomma, forse non l’ha mai davvero perdonato.

    Condivido anche l’osservazione di Alex: Io quando perdono una persona dimentico il passato e torno amico come prima ma ritengo che sia un po’ ingenuo a pensare che una coppia sposata possa essere equiparata a un rapporto amicale. Specie quando ci sono motivi di discussione o si subiscono dei torti, magari si riesce anche a perdonare ma alla prima occasione, si rinfaccia, eccome!

    Lui si chiede come si possa perdonare e allo stesso tempo serbar rancore. Io ho la netta sensazione che quando si perdona, lo si fa con la mente e non con il cuore. Testa e cuore a volte seguono strade diverse.

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    • @Marisa: forse Alex aveva la possibilità di aiutarla nel lavoro, forse lavoravano insieme, o forse l’ha ostacolata non supportandola, non saprei dirti. Su questo fatto di chiudere il cassetto pure non saprei dirti, però certo è che un conto è dimenticare un episodio, un conto è dimenticare un comportamento di anni, che quello sì che ti condiziona e non può appellarsi all’occasionalità o involontarietà del comportamento.

      Sul cercare di ricucire… che dirti, io non mi pronuncio, visto che sono quella che tenta di ricucire a oltranza le situazioni oramai completamente andate, esaurite, anzi esauste. Perché lo faccio? Perché sono battaglie che, se pure si vincono una volta su cento, quella volta vale le 99 perdute.

      Sulle differenti strade di testa e cuore poi sono completamente d’accordo, anche se penso che a volte funzioni come dici tu, a volte il contrario, è il cuore che perdona ma non la testa: il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce, ma anche la ragione ha le sue ragioni, che è il cuore a non conoscere!

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    • Cara @marisamoles mia moglie ha scelto e svolge una libera professione che le era stata sconsigliata, visti i tempi, sia da me sia da persone a me vicine dalle quali “pretendeva” o pensava di avere un aiuto pur essendo stata ammonita più volte che un aiuto era diffcile darlo. Una delle persone che hanno inciso maggiormente nelle sua decisione è stata sua madre.
      Il risultato è che io oggi ho perso il mio lavoro (peraltro diverso dal suo, ma sempre libera professione) e lei dopo 6 anni dalla iscizione all’albo professionale non riesce a sbarcare il lunario. Avevo accettato la situazione che si era venuta a creare pur essendo contrario, ma oggi i fatti, forse, mi danno ragione.
      Ho aspettato che si laureasse, che terminasse la pratica, che superasse l’esame, perchè era quello che voleva e volevano per lei, non ho interferito nella sua scelta, se mi sono permesso di esprimere un’opinione era solo perchè volevo che almeno uno dei due avesse un lavoro quanto più sicuro e con uno stipendio tranquillo. E visti i tempi!?

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  7. L’impressione è che stiano entrambi giocando alle belle statuine: lui che parla di motivazioni “secondo lei attribuibili a torti subiti” e chiede perdono “per gli eventuali errori commessi”, ossia ammette la possibilità di avere commesso degli errori ma non ha la minima idea di quali possano essere, e neanche se davvero ce ne siano, mentre di torti esclude proprio di averne fatti, dal momento che quelli sono solo “secondo lei” (domanda: allora che c. domandi perdono a fare?); lei che dice che perdona ma continua a rinfacciargli le sue colpe, il che è l’esatto contrario del perdono, comunque lo si voglia intendere – anche se c’è da mettere in conto il fatto che noi abbiamo solo la versione di lui, che non dà esattamente l’impressione di essere un modello di onestà e di sincerità, ma se così davvero stessero le cose, anche lei starebbe giocando un ruolo decisamente poco pulito. Insomma, come dice Rhett Butler sul finale di Via col vento (cito a memoria), “Abbiamo fatto di tutto per non capirci”.

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    • Bingo! Anche la mia impressione è quella, anche se di lei non so se stia giocando alle belle statuine, in quanto comunque di lei sappiamo attraverso le parole di lui. Però sono portata a credergli, molte persone si riempiono la bocca di un perdono che in realtà non hanno mai concesso, ma è pure vero che dall’altra parte c’è una persona che un vero perdono non l’ha mai chiesto, che non è cosciente non solo di quello che ha fatto, ma pare neanche di quello che lei, a torto o a ragione, gli rimprovera.

      Sì, la tua impressione è anche la mia, sono due persone che hanno fatto – e continuano a fare – di tutto per non capirsi.

      (NB: la frase che hai ricordato me la sono rigiocata subito, vedi blogroll 😉 ).

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  8. Entrare nelle dinamiche di una coppia non è facile. Alex, forse volutamente, nel suo scritto è stato alquanto superficiale e spero che lui invece abbia scandagliato bene i motivi della separazione. Il perdono vero, totale non è semplice ma se avviene, riesce a neutralizzare molti errori che, però, non si dimenticheranno mai e non per rancore, bensì per tracce, per cicatrici sempre ferme nel cuore.
    Scrissi tempo fa un’esperienza di vita reale di una mia amica che ha saputo perdonare in senso totale

    http://ili6.wordpress.com/2010/08/22/tra-gli-ulivi/

    e continuo a dire che la citazione di Friedrich Nietzsche
    -Il perdono è dei deboli, degli incapaci ad affermare i propri diritti, a ribellarsi e vendicarsi-
    è una grande boiata.

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    • @ili6: beh, considera che Alex non è un lettore solito di questo blog, e quindi non si è sentito amico affiatato tra amici affiatati. Lui ha scritto di getto appena un commento su un blog estraneo, e anzi, fin troppo ha raccontato!

      Il tuo post ora vado a leggerlo, finora non ho avuto modo, ma per quanto riguarda la frase di Nietzsche, io non sono né in accordo né in disaccordo: il perdono, come la Fede, o si prova o non si prova, o scaturisce dal cuore oppure no, indipendentemente da forza, debolezza, credo religioso e situazioni pregresse o contingenti.

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    • @ili: ho letto (e rebloggato) il tuo bellissimo racconto. Su questa questione è da tornarci, perché le osservazioni e le riflessioni in proposito sono davvero tente, ogni cosa è a sé.

      Tanto per cominciare “La prima si perdona la seconda si bastona”: la prima può essere un errore, un incidente di percorso, la seconda è vizio.

      Poi, bisogna vedere, e questo secondo me è proprio il fulcro di tutta la situazione, se il pentimento è sincero, se c’è una volonta reale di non ripetere l’errore, sia perché si è capito che è stato un errore, sia per non far soffrire più così tanto l’altra persona (anche questo è stato detto nei commenti, per chi fa il torto magari è una stupidaggine, per l’altro è devastante).

      Bellissima storia comunque, buon per loro. Io generalmente mi rammarico di non saper perdonare e di non avere permesso mai a nessuno di tornare indietro, ma una volta che l’ho fatto… beh, non è andata bene.

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    • @ili6: E’ vero che entrare nelle dinamiche di una coppia non è facile ci sono mille sfaccettature, comprensibili o meno che possono dare ora ragione a lui, ora ragione a lei, tuttavia ti assicuro che molti amici in comune hanno sempre sostenuto che la separazione poteva essere evitata se ambedue si metteva da parte un pò di orgoglio evitando

      così stupide discussioni. Per quanto riguarda il perdono non so se tu sei una persona di fede ti vorrei ricordare la parabola del figliol prodigo, la forza del padre che perdona il figlio perduto.

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  9. Ma secondo te, una che ha così completamente e assolutamente perdonato dal profondo del cuore, una che è così completamente e assolutamente sicura di avere fatto la cosa giusta, perché sente il bisogno, a distanza di decenni, di ritirare fuori questa storia? Perché sente il bisogno di raccontare che il marito l’ha tradita e che lei ha sofferto tanto e che le costato tanto decidere di perdonare? Perché la prima cosa che sbatte in faccia alle amiche, parlando del proprio matrimonio, è IO HO PERDONATO? E perché sente il bisogno di fare la lista completa delle cose buone che ha avuto in cambio di quel perdono? E perché parla di scelta e di decisione trattando di qualcosa che dovrebbe essere un sentimento, un qualcosa che scaturisce dal cuore, un qualcosa che c’è o non c’è e non si può far nascere per un moto della volontà? Perché ha così tanto bisogno, ancora a decenni di distanza, di raccontarsi la gratificante e rassicurante favoletta che quella è stata la scelta giusta?
    Chiuso in un cassetto? Faite moi rire!
    ( “ sei stata grande!”. “Sì, lo so e lo sa anche mio marito”: basterebbe da solo questo scambio di battute a far cascare tutto il palco)

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    • @Barbara: è’ che probabilmente non si può mai perdonare al 100%, e in certi casi è quasi una scelta obbligata: come io dissi ad Attila, in seguito a un tradimento che mai perdonai: “Voi lo fate, poi mettete gli altri davanti al fatto compiuto: l’altro può solo o distruggere un’unione o tenersi le corna, dov’è la scelta?”. Scegliere di tenere saldo il matrimonio, sublimare il dolore, ma tenerne ancora una punta conficcata nel cuore, per aver bisogno di dire, dopo tanti anni alle amiche, ma in realtà a se stessa “Ho fatto un grande gesto”. Oppure, può darsi solo che abbia voluto portare la sua testimonianza per trasmetterla ai posteri, come messaggio positivo, che non lasciare che il dolore ci distrugga si può.

      Io, personalmente, ho lasciato che i torti subiti mi mettessero in ginocchio, e vorrei essere stata maggiormente capace di perdonare, ma che posso dirti, evidentemente non è nella mia natura, né qualcuno mi ha mai detto “Ho sbagliato, so di averti fatto soffrire, ti chiedo perdono, non accadrà mai più

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  10. E’ che l’impressione, qui, è che si tratti di una cosa ancora viva e bruciante, e che la convinzione di avere fatto la cosa giusta sia parecchio traballante, o meglio, è convinta che era la cosa giusta da fare, ma sta tentando di autoconvincersi anche che, per lei stessa, ne sia valsa la pena. E poi tu giustamente dici “vorrei essere stata maggiormente capace di perdonare”, perché, appunto, non è una cosa che tu possa decidere a freddo. La decisione può essere: ok, andiamo avanti lo stesso e non parliamone più, ma il “sentire” il perdono non è una cosa che puoi decidere, sarebbe come decidere di innamorarti, o di smettere di essere innamorata.

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    • @Barbara: magari uno decide di provare a perdonare, va avanti, e poi lungo la via capisce di esserci riuscita. Il matrimonio è andato avanti bene, le ha dato tanto, e comunque la persona che ha accanto è oramai altro da quel ragazzotto imberbe che l’ha tradita.

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    • PS: sei terribile! Chiaramente hai ragione, ma io non oserò mai chiederti cosa pensi di me (che, tra le altre cose, sono una contraddizione vivente anche per i comuni mortali, figuriamoci per te 😉 ).

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  11. Ti ringrazio per avere avuto l’accortezza di non mettermi fra i comuni mortali (non sei la prima che lo fa – magari una volta ti racconterò). No, comunque, uno si chiama attenti al coniglio e ci mette un coniglio, uno ha una collina e ci mette un ulivo, qualcuno ha un nome e magari anche un cognome e c’è la foto di una persona, tacchi a spillo ha i tacchi a spillo, e poi ti spunta fuori uno sguardo che è rappresentato dalle (puffosissime e coccolosissime!) zampe: come si fa a non notarlo?

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    • Che ne so, io non noto mai niente! L’unica volta che mi ero fatta un’idea di una persona, che aveva come avatar una ciccionissima, quando l’ho incontrata mi sono trovata davanti un’anoressica. Insomma, l’apparenza inganna, e l’avatar è apparenza… 😉

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    • Beh, noi è una parola grossa… io mi sono svegliata un attimo – tanto per realizzare che mia figlia mi si era addormentata abbarbicata – e ora mi ricorico, tanto per dormire un’oretta un po’ più comoda 😉

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  12. Comunque, tornando al tema del post, una cosa che trovo davvero fuori luogo è l’ispirarsi – come qualcuno ha fatto nei commenti di là – all’evangelico “perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Ora, un bambino di cinque anni che ti dice puttana perché ha sentito la parola e gli suona bene in bocca, è altamente probabile che non abbia la minima idea di quello che sta dicendo, ma un adulto che ti cornifica, che per farlo pianifica una strategia, studia le balle da raccontarti e le aggiusta in modo che non si contraddicano, porta avanti la commedia giorno dopo giorno, per settimane, a volte per mesi o addirittura per anni, i casi sono due: o siamo in presenza di una conclamata infermità mentale, o una qualche idea di quello che sta facendo, io direi che ce l’ha.

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    • Su questo non sono d’accordo (oddio, magari sulla conclamata infermità mentale sì 😉 ). Io non dico mica che uno non si renda conto che sta facendo qualcosa di non propriamente opportuno, ma probabilmente non si rende conto di quanto devastante dolore provochi nell’altro. Se ci pensi, il prezzo da pagare, che è lo sfascio della famiglia, uno neanche lo mette in conto (come non mette in conto un sacco di cose, come quando non utilizza neanche nessuna protezione). Sì, forse l’insanità mentale c’è tutta, nel senso di ingiustificabile e inaccettabile superficialità, ma questa non fa che confermare il “non sanno quello che fanno”. Comunque, siccome chi non sa quello che fa generalmente – in un campo o in un altro – continua a non saperlo, ammetto che io personalmente il cornificatore non me lo terrei (non me lo sono tenuta, mai pentendomi).

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  13. Era un noi esclusivo. Nel caso fosse un concetto non conosciuto da tutti: nelle lingue europee “noi” significa io+altri, indipendentemente da chi siano gli altri, in quanto a caratterizzare il gruppo è unicamente l’io. In alcune lingue, soprattutto africane, si distingue invece fra un io inclusivo che significa io+voi che mi state ascoltando/leggendo, nel caso specifico, se parlo con te, noi donne, noi blogger, noi italiane; e un io esclusivo, che significa io+altri di cui tu non fai parte: noi insegnanti, noi zitelle, noi qui nel profondo nord, noi nottambule… Questo per il fatto che nelle società tribali, sviluppatesi nelle foreste, nella boscaglia, nella savana, il gruppo è più importante dell’io, in quanto il gruppo può benissimo sopravvivere senza di me, ma io non posso sopravvivere senza il gruppo, e quindi non è l’io a determinare l’identità del gruppo, bensì tutto il resto.

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  14. Ma no, cosa c’entra la coda di paglia, è semplicemente che nelle nostre lingue non è sempre chiaro che cosa si indichi con noi: quante volte capita di sentire qualcuno che dice qualcosa con “noi” e qualcun altro che replica piccato, o addirittura aggressivo: “Parla per te!” Poi ci si spiega, ed è allora che si vede la coda di paglia: quello che ce l’ha continua aggredire, quello che, come te, non ce l’ha, ride per il buffo e innocuo malinteso.

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    • @Barbara: e la prova che io non sia nottambula è che stamattina, quando la sveglia è suonata alle 5:30, non l’ho sentita e mi sono svegliata due ore dopo (e cioè un quarto d’ora dopo l’ora in cui sarei dovuta uscire).

      Dopo dieci minuti ero fuori casa, non ti dico in che condizioni (e, tra le altre cose, ho attraversato la città digiuna, ancora non porto alle labbra mezza goccia di caffè).

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  15. Beh, a me una volta è capitato che durante la notte ha finito la sua corsa la batteria della sveglia; ossia, lei poverina ha suonato alle sei e mezza, solo che quando lei è arrivata a fare le sei e mezza erano le otto meno tre, e io dovevo essere a scuola alle otto meno un quarto. Beh, alle otto e zero tre ho messo in moto la macchina, compreso il tempo di telefonare a scuola per avvertire.

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    • @Barbara: io ancora non mi riprendo… credo che finirò di essere fuori fase stasera quando finalmente mi rimetterò a letto! 😯

      (Ho preso enne caffè, ma non sono serviti a niente, voglio dormire!!!)

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  16. Tornando all’altro discorso, che siano perfettamente consapevoli di quello che stanno facendo lo dimostra il fatto che lo fanno di nascosto, e fanno i salti mortali per continuare a tenerlo nascosto: perché mai si affannerebbero tanto se pensassero che si tratta di una cosa da niente? Io, per dire, non ti tengo mica nascosto il fatto che frequento altri blog e intrattengo rapporti di amicizia con altre persone. Perché? Perché ho la convinzione che la cosa non ti offenda né ti ferisca. Elementare, Watson!

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    • @Barbara: non è che non si rendano conto che quello che stanno facendo è un illecito, non si rendono conto degli effetti una volta che la bomba scoppierà, e comunque sperano sempre che non salti.

      Trasposto ad altro, leggi per esempio qui: tu pensi che qui genitori si rendessero conto che stavano uccidendo la propria figlia? Chiaro, da mangiare lo introducevano in ospedale di nascosto, sapevano che era proibito, ma consideravano le restrizioni dei medici come esagerate, e che due patatine fritte avrebbero solo sollevato l’umore della donna, senza ulteriori conseguenze.

      E poi, come sarebbe a dire che frequenti altri blog??? FREQUENTI ALTRI BLOG???

      Non sono l’unica blogger della tua vita? Vado a togliermi la vita.

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  17. @barbara
    perchè ti sorprende che lei, 30 anni dopo ancora ricordi la ferita del tradimento? Sono cose che non si dimenticano, esperienze che avranno sempre traccia, anche silente ed innocua, ma traccia.Come ha detto Diemme loro ce l’hanno fatta a superare quella tempesta e, a distanza di tempo, lei ne è giustamente contenta perchè riuscì a non farsi sopraffare dall’orgoglio e ad ascoltare la sua anima ancora innamorata. Il perdono si decide, eccome se si decide.Non fece nessuna lista di cose buone fatte insieme dopo, indicò solo una parete ricca di foto di affetti e di vita. E disse che da quella esperienza iniziarono a diventare una vera coppia adulta, capace di superare ostacoli e di cogliere insieme il lato buono della vita. Considera che si sposarono giovanissimi. Non so oggi quante coppie giovani alle prime avvisaglie riescono a chiudersi in casa e a riflettere e pensare prima di arrivare alla separazione. Ora sono nonni sereni di tanti nipoti.C’è sulla pelle di lei qualche cicatrice? certo che c’è, le cicatrici non vanno via, ma alla fine puoi non vederle più.
    La sua forza di donna innamorata fu doppia: perdonare e decidere di andare avanti senza rinfacciare ogni mese il perdono. Quello sarebbe stato un inferno. Che poi una sera con tanta serenità abbia raccontato di sè a delle amiche senza un vero motivo,ci può stare. Io non so se avrei avuto questa sua doppia forza.

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    • @ili6: ti risponderà Barbara, ma io credo che lei si stupisse di più della pretesa di averla cancellata quella ferita, che invece, chiaramente – e comprensibilmente – ancora c’è.

      E se ve ne ha parlato è proprio perché c’è, tenuta a bada, ma c’è. Io credo che la tua amica sia cosciente di tante cose, della giovane età di entrambi, della volontà successiva di ricostruire, di tutto il bene che ci si è dati, ma che comunque il perdono sia stato un prezzo da pagare per tutto ciò che si è avuto. Un prezzo che valeva bene la pena di pagare, ma pur sempre un prezzo.

      Un po’ come quando io mi guardo casa mia, pagata col sangue: ecco, certe volte penso che forse l’avrei potuta avere, sarebbe stato giusto che l’avessi avuta, anche senza pagare quel prezzo, in termini economici, fisici ed emotivi.

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  18. Non mi sorprende affatto che lei ricordi il tradimento di trent’anni prima. Quello che volevo dire, e che mi sembra di avere detto, è che l’impressione che, per me, emerge chiarissima dal tuo racconto, da ogni singolo dettaglio del tuo racconto, è che quella cosa che lei chiama perdono, al perdono non assomiglia neanche lontanamente; che ha deciso di andare avanti nonostante il tradimento perché c’erano i figli, perché c’erano tante cose che lo richiedevano, ma che il suo cuore non ha mai smesso di sanguinare, che quel tradimento non è mai stato archiviato. E che, soprattutto, io di quella serenità che a quanto pare recita splendidamente, ne vedo davvero poca, cosa che emerge proprio da quel suo marcare che ha perdonato, dal modo in cui lo rimarca, da tutte quelle sfumature che tu, che hai vissuto in prima persona quella confidenza, consapevolmente o no, hai inserito nel racconto.

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    • @Barbara: dopo tanta “caciara” vorrei tornare a parlare in maniera più seria. Tu dici che il perdono non si decide a tavolino, io credo che non sia proprio così. Il perdono, per carità, deve venire dal cuore, dalla testa, dalla pancia, ma per l’appunto, se si comincia dalla testa, se si comincia dalla decisione di perdonare, uno può provarci, e piano piano magari accorgersi anche di esserci riuscito. Perché decidere di perdonare significa anche avere già fatto delle considerazioni di tipo preliminare, per esempio che l’altro il perdono lo merita, poi da cosa nasce cosa, oppure no, ma non è escluso che ci si possa riuscire.

      Che poi la ferita ci sia sempre, mi pare comprensibile, tutto dalla vita non si può avere.

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    • Letto: intenderesti alludere che siccome sono sempre i migliori che se ne vanno dovrei darmi da fare? Nel tuo linguaggio era un complimento? Ma io l’ho capito subito sai, non per niente, ho studiato lingue io! 😉

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  19. Direi che il tuo concetto di perdono è l’equivalente, sul piano dei rapporti umani, di quello che in giurisprudenza è il perdono giudiziale: in considerazione del tipo di reato, dell’età e della personalità del reo, di tutta una serie di circostanze concomitanti, il giudice decide che è più utile fare ricorso all’istituto del perdono giudiziale. La colpa c’è, acclarata e provata, ma noi decidiamo che, dal punto di vista pratico, FAREMO FINTA che non ci sia. In tutto questo i sentimenti non hanno alcun ruolo, è una cosa formale, frutto di un calcolo razionale, che avrà ripercussione solo sull’aspetto pratico della vicenda. Il mio concetto di perdono riguarda unicamente quello che io sento dentro di me: io ti perdono significa che dentro di me non provo alcun rancore nei tuoi confronti, la tua colpa verso di me non esiste più, io SENTO come se non ci fosse mai stata. Non FACCIO COME SE. E sono due cose totalmente diverse. Naturalmente ci sono stati casi in cui ho deciso, razionalmente, che era il caso di metterci una pietra sopra perché con la persona in questione – che fossero rapporti di lavoro, di amicizia o altro – era preferibile, o più opportuno, continuarli che chiuderli, ma questo non è perdono, non ha assolutamente niente a che vedere col perdono.

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    • @Barbara: no, non è così, non è proprio da me. Io non farò MAI finta che niente sia successo, se ne parlava proprio oggi in ufficio, quando dicevo che vorrei tornare con Attila solo per cornificarlo, anche se io sono una monogama a oltranza e non ho mai tradito nessuno. Lui vorrei, gliene metterei tante da far venire i complessi d’inferiorità a tutti i cervi della terra, e mi farei pure filmare e trasmetterei i film in mondovisione, o quantomeno ai suoi amici e alla sua famiglia. La collega mi diceva: “Ma sono passati vent’anni e ancora ci pensi?”. Non è che ci penso, lo so. Non ci penso, ci mancherebbe, mica mi brucia, ORA, ma rimane il fatto che il mio dolore non è gratis, non permetto che lo sia. Non sono vendicativa (a parte il caso in questione 😛 ), ma tu ferendomi hai contratto un debito, e sarebbe giusto che la vita te lo facesse pagare (la vita, non io, non mi ci sporco proprio le mani – sempre a parte Attila), figurati se ho il concetto di perdono che dici tu.

      Diversa è la comprensione, capire la debolezza umana, perché l’essere umano che non sbaglia non esiste, far credito di buona fede, tenere conto che la persona, sia pure a posteriori, ha davvero capito di aver sbagliato ed è disposto a un reale impegno per riparare l’errore – umano – fatto, e non ci ricadrà più. A questo punto, chi siamo noi per negare questo perdono? Davvero, chi è senza peccato scagli la prima pietra, tutti sbagliamo, non possiamo essere buttati nella discarica del disprezzo per i limiti che ci ha imposto il padreterno!

      E comunque, anche se non sono cattolica, quel “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” ha molto senso, perché anche noi sbagliamo, e chiediamo comprensione.

      Ora, una volta che si è disposti a perdonare per i motivi di cui sopra può darsi che comunque il sentimento che si provava prima non si prova più, e questo è un fatto. Può darsi che non si abbia più stima, o fiducia, o amore, o trasporto, o un po’ di tutte le cose, che viaggiano su un sentiero diverso: ti perdono, ma non ho più voglia di frequentarti, di stare con te, la magia si è spezzata. Ti perdono, ma magari quello che tu mi hai fatto ha conseguenze, e le conseguenze le devo pagare io, figurati se ho voglia di starti ancora a sentire!

      Insomma, ogni situazione ha una sua storia e tanti risvolti, tanti sentimenti che intervengono, non è mai facile

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  20. Sì, ma stiamo proprio continuando a parlare di due cose diverse. Poi l’esempio di Attila non ha niente a che vedere con la questione: nei suoi confronti non hai messo in atto né l’omologo del perdono giudiziale, né il perdono “dal cuore”, non fai finta che non sia successo niente perché non ne hai motivo dal momento che non hai nessuna intenzione di perdonarlo, da nessun punto di vista.
    Quanto al “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, quella è la quintessenza del kippur.

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    • Io però non odio Attila, non ho desiderio di rivalsa (a parte quello che ho detto, ma solo perché vorrei che capisse quello che ho provato, non per un piacere fine a se stesso del suo eventuale struggimento), non ho mai usato mia figlia per vendetta anzi, ho persino cercato di aiutarlo in tutto quello che ho potuto. Semplicemente lo stimo poco, rientra nella categoria “Signore perdona loro perché non sanno quello che fanno”, non è che io non tornerei con lui per quello che ha fatto, non è che non sono tornata con lui perché non lo perdono: io non sono tornata – e non torno – con lui perché uno così non m’interessa proprio, tutt’al più mi fidanzo col palo della luce che ha più buon senso di lui, e almeno illumina, è solido e stabile.

      Una mia amica, che ultimamente mi ha fatto una partaccia, è stata etichettata come “poraccia”. Io l’ho perdonata subito, a prescindere, non ce l’ho minimamente con lei, le auguro persino tutta la felicità di questo mondo. Solo che pensavo fosse di più, e invece è di meno, fine del palo.

      E allora, a volte, non mi chiedo solo cosa sia il perdono, ma anche cosa sia l’eventuale torto. Ogni volta che facciamo un torto a qualcuno, lo facciamo a noi stessi, diventiamo qualcosa di meno. Diventiamo, a seconda del gesto, avidi, bugiardi, traditori, siamo noi in primis che subiamo il torto più grave. L’altro è innocente.

      Sofferente, ma innocente.

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  21. Sono sinceramente desolata di dover recitare la parte del disco rotto ma… stiamo facendo due discorsi diversi. Hai ragione su tutta la linea, concordo con tutto quello che hai detto, solo che tu sei partita da Firenze per andare a Roma e io sono partita da Bologna per andare a Milano: vediamo lo stesso sole, la stessa luna, le stesse stelle, asfalto ed erba e alberi uguali, tetti dello stesso colore, ma non stiamo percorrendo la stessa strada.

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    • Ok, però mi dispiace che non ci capiamo, e soprattutto mi dispiace chiuderla qui, perché per me il problema del perdono è un dramma, nel senso che ritengo di non essere capace di perdonare, che in fondo al cuore non lo ritengo neanche giusto, ma mi mette in crisi chi sostiene il contrario, anche se diciamo sempre che il perdonare non ha nulla a che fare con l’avallare o condonare.

      Per me perdonare a certi livelli è un atto di profonda ingiustizia, ma quanto poi questo ci risucchia energia, occupa i nostri pensieri distogliendoli da cose più positive?

      Del mio ex, morto oramai da sette anni, un mio amico mi dice: ma di quale giustizia vai cianciando che è morto, oramai che deve capire più degli errori che ha fatto, vuoi che li capisca da sottoterra?

      E insomma, tu mi hai citato il kippur, ma nella religione ebraica la conditio sine qua non è che la persona capisca quello che ha fatto, il dolore che ha provocato, le conseguenze che ne sono derivate, e che oltre a chiedere perdono si dia attivamente da fare per riparare materialmente quello che ha fatto, per cancellare o almeno limitare il più possibile le conseguenze delle sue parole o azioni. Ma se parliamo di uno che non si è pentito, che se tornasse indietro rifarebbe la stessa cosa, che ti ha lasciato a pagare i danni cagionati dal SUO comportamento, ma che ti perdoni? Il rancore fa male a te? E lo so che fa male, ma a volte è la cura omeopatica per l’altro dolore, quello causato dal danno subito.

      Oppure ti perdono perché sei povero di spirito, o sei uno psicopatico, insomma, più di tanto non puoi per conclamata incapacità d’intendere e di volere, ma è la dinamica del “tutto torna come prima” quella che mi sfugge (e su questo, probabilmente, concordi).

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  22. Senti, io davvero non so cosa dirti, io questo problema, ovvero il problema di dover perdonare e come, non l’ho mai avvertito: se il perdono mi esce spontaneo, come ti esce uno starnuto, uno sbadiglio, una risata, un colpo di fulmine, bene perdono. Se non esce, ciccia, non vado in cerca del perdono, non mi sforzo di farmene venire la voglia, non mi chiedo perché non mi venga da perdonare, se sia giusto, se sia sbagliato. Quanto al kippur, intendevo dire che la frase del Padre Nostro non è una creazione cristiana, bensì la quintessenza dell’ebraismo, che si concretizza appunto nel giorno di kippur: se sei consapevole di avermi fatto torto, se sei sinceramente dispiaciuta di averlo fatto, se non sei ancora venuta a chiedermi scusa per orgoglio, per timore, per qualunque altro motivo, quel giorno lo fai, perché è così che si fa, perché lo fanno tutti e allora trovi il coraggio e la forza di farlo anche tu, perché sei consapevole che se ci tieni ad essere una buona ebrea lo devi fare. E io posso negarti il perdono per due volte. La terza sono obbligata a concedertelo, A MENO CHE non abbia ragionevoli motivi per pensare che tu in realtà non sei affatto pentita e che la tua richiesta di perdono sia solo formale. In questo caso ho tutto il diritto di rifiutartelo. Se poi tu non me lo vieni neanche a chiedere, il problema non si pone proprio. Non si pone dal punto di vista religioso ebraico, non si pone dal punto di vista cristiano, in cui la concessione del perdono è subordinata al pentimento E ALL’ESPIAZIONE della colpa, e non me lo sono mai posto io, né da un punto di vista religioso, né in alcun altro modo.
    PS: starò via per qualche giorno. Se non trovi altri commenti non è perché scappo dalla discussione!

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    • E se la terza volta, quella in cui sei obbligata a concederlo, a te questo perdono dal cuore non viene lo stesso? Ti carichi davanti a Dio di una colpa, quella di non aver perdonato, che si aggiunge al danno subito?

      Come dici tu, se non viene non viene.

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  23. Voglio dare anch’io una risposta al nostro Alex.
    Caro Alex. Sarò duro, freddo e sintetico.
    E’ difficile per una donna di togliere dal cuore un uomo. Ma quando lo fa….. LO FA. Non ci sono ne sfumature ne mezze decisioni. Da quello che ci hai spiegato tu, c’è solo una deduzione.
    Lei non ti ama più.
    Il suo perdono è una sorta di “amici come prima” , ma……….soltanto amici. Cioè, ciao, come stai? . Oppure tu come sei, tutto bene?.
    Ora, che sono stato abbastanza cattivo a buttarti in faccia (la crudele) verità vorrei rimediare un po.
    Se lei non ti ama più ….. non vuol dire che non potrà amarti di nuovo. Se sei disposto tu a ricominciare, ovviamente. Quindi dovrai accettare la sua soltanto amicizia disinteressata. Ma con astuzia e intelligenza creare la tua rete di corteggiamento invisibile intorno a lei. Poi, magari, dovrai affrontare il rischio di qualche rivale . Tutto è possibile. E fa anche male, lo so. Ma se hai la pazienza…. puoi farcela.
    P.S.Altrimenti, forzando le cose, e volendo a ricevere subito i tuoi “diritti” di prima….. mmmh…. zero chance.
    P.S. Ach ancora una cosa. E se ce la fai…… non ripetere gli stessi sbagli di prima. Non c’è la terza possibilità. Non esiste. L’ha detto pure Einstein.

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  24. Salve!io mi chiedo si può perdonare un padre che ti ha fatto veramente del male ovviamente e senza una logica spiegazione..?a volte piangendo glie lo ricordo a mia madre e le dico che almeno se ci fosse stato un motivo valido per picchiare una bambina piccola..io faccio finta di niente per stare meglio ma lui non si è mai reso conto di quello che mi ha causato!

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    • Cara Luciana, io penso che una spiegazione ci sia sempre, solo che non te le dicono, e il non saperla non permette al dolore di essere superato. Tu chiedi piangendo a tua madre, il che mi fa pensare che tuo padre sia morto e tua madre… forse non sa, ma certo che i genitori non si rendono conto del male che fanno ai figli, credo quasi mai. A volte vedo la trasmissione “Chi l’ha visto?”, e ci sono ragazzi, ma soprattutto ragazze, che è palese siano scappate di casa, ma i genitori, e soprattutto il padre, sostengono che no, la figlia stava benissimo e non aveva alcun motivo di fuggire. Tutti, tutti gli ascoltatori dopo un po’ realizzano che per quella figlia la vita in quella casa era un inferno, ma loro convinti insistono a sostenere che stava benissimo, viveva felice, serena e contenta.. Recentemente, e per recentemente intendo qualche giorno fa, a mia madre, vecchia e malata, che mi dava un consiglio su come comportarmi con mia figlia, ho risposto “Non lo farò mai! Tu l’hai fatto a me, e mi hai ammazzato. Io ne soffro ancora, è dall’epoca che sopravvivo a me stessa senza gioia e senza entusiasmo, mi porto dietro questa carcassa di sopravvissuta, pensando ogni giorno che se mi avessi ammazzata davvero mi avresti fatto meno male”. Gliel’ho detto, e forse ne sono pentita: che senso ha dire una cosa tanto grave a una persona che oramai non può fare nulla per cambiare, e che sicuramente all’epoca non si è resa conto della portata di quello che ha fatto? Mia figlia mi rinfaccia cose che io neanche ricordo, per esempio il giocattolo più caro andato a finire nel secchio magari per qualche punizione, e che mai avrei pensato riservasse per lei una tale importanza da non dimenticarlo mai più.
      Una cosa però mi chiedo ora: non è forse stata colpa mia l’aver continuato a soffrire? Non è stata forse colpa mia, una volta uscita da casa dei genitori, portarmi addosso quei ricordo come la tartaruga la sua casa? Non è stata forse colpa mia non aver approfittato dell’abbondanza delle benedizioni che la vita mia dato, non averne goduto appieno, perché troppo occupata a rivangare il passato, a rimestare nel torbido di ricordi e dolori?
      La mia risposta, purtroppo, è sì. Il passato va dimenticato per un dovere verso noi stessi, il dovere di essere felici, tanto più se prima lo siamo stati così poco. Una volta che siamo usciti da casa, che siamo grandi e indipendenti, la vita è nostra, e il lasciarsi il passato alle spalle è d’obbligo.

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    • Ciao!!grazie mille per la risposta ora entro nello specifico..io ricordo quando mio padre mi prendeva per la gola,mi alzava e mi buttava per terra avevo 2 o 3 anni e solo perché non riuscivo a mangiare la verdura..una cosa stupida ma vera o diceva che dovevo andare in bagno a mangiare..poi non mi ha mai dato nulla,ne’ affetto e nemmeno roba materiale..non voleva che guardassi cartoni animatici..nulla e non mi ha mai dato sicurezze.. Lanciava oggetti in faccia un mostro..poi siccome lui non aveva avuto nulla non dava niente a noi non dovrebbe andare così…io quando ero piccola pregavo Gesù di farmi morire o di darmi dei genitori diversi perché in parte odiavo mia madre perché non ha mai fatto nulla ma so che non l’ha fatto perché è debole di carattere..ma mia madre non merita uno così.io ancora adesso mi sento esclusa e ignorata…in casa mia vado in punta di piedi.ha sbagliato da sempre…si cerco di parlargli perché cerco sempre la sua approvazione..poi dico a me stessa ma chi me lo ha fatto fare perché ricevo l’ennesima delusione..mi sento fragile..e ho un odio represso..pensa mia sorellaè come lui..un inferno!scusami se mi sono dilungata e grazie ancora..

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    • Luciana, vieni qui quando vuoi, sarai capita da chi queste cose le ha provate (verdura che non riuscivo a mangiare compresa). Non so quanti anni tu abbia ma, da parte di chi sa di che parli, ti dico liberati da questo fardello finché puoi, prenditi dalla vita quello che ti offre, non la sprecare a cullare questo dolore, ad alimentarlo col solo risultato di mantenerlo in vita a farti del male! Forse lui non merita il perdono, ma tu meriti la tua vita, tu meriti la tua serenità!

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    • Ho 27 anni..poi molte volte piove sul bagnato ..e alla fine da allora ho sbagliato tutto..non so penso ormai sono fatta così ma dentro di me ho una confusione..vorrei una pace interiore invece provo solo rabbia verso tutto e tutti.

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    • Ecco, io penso che 27 anni siano l’età perfetta, e doverosa, per prendere in mano la propria vita e dare un calcio al passato. Credo che la parte più interessante della vita si svolga tra i trenta e i quarant’anni, e i suoi benefici effetti possono arrivare a lambire i cinquanta. Poi… le cose cambiano, è decisamente un’altra fase della vita.

      Non sprecare la tua, non portarti appresso i tuoi genitori, seduti sulle tue spalle come la scimmia di un tossico! Qualunque cosa ti abbiano fatto, qualunque siano gli effetti, ora il gioco è in mano tua!

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  25. Sono straconvinto che perdonare sia un fatto, dimenticare ben altra cosa. Come pure che sia quasi disumano unire le due cose ,il ricordo resterà sempre come un tarlo che prima o poi si mangerà tutta la buona volontà. Un taglio pur anco doloroso , senza rancori , con pacata accettazione credo sia l’unica alternativa praticabile. :))

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    • Ti assicuro una cosa: che quando uno nella vita va avanti, e nel rancore non ci si crogiola, poi ha altro da fare che pensare al passato. Che poi, è quello che dici tu, un taglio, e si va avanti!

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    • Ho letto l’articolo e sono d’accordo assolutamente con tutto, a parte il lieve fastidio di leggere “afro-americani” anziché negri o almeno neri (anche se “nero” per me è un termine che può avere delle connotazioni negative, al contrario di negro che indica palesemente solo una persona di pelle scura).

      Io sono una persona poco incline al perdono, così come generalmente inteso e propinato: il dolore va rispettato, il torto subito compreso e non minimizzato, e il comportamento di chi ferisce non va socialmente accettato, condonato, avallato.

      Ciò premesso, ci sono anche una serie di altre motivazioni a favore del perdono (sempre che si riesca a definire esattamente cosa s’intenda per perdono): vero è, che se chi ha commesso il torto non merita il perdono, chi l’ha subito ha diritto a trovare pace. Per trovarla non deve alimentare il rancore, ma questo non significa perdonare: significa andare oltre, guardare avanti, liberarsi delle pastoie del passato, ma non ha nulla a che vedere con l’opinione che abbiamo dell’altro e il peso della sua responsabilità.

      C’è anche un altro fatto però da considerare: “Siamo tutti vittime di altre vittime”. Capire le motivazioni del comportamento dell’altro può disinnescare il rancore, e aprire le porte al perdono e al lenimento della nostra ferita.

      Bisogna poi considerare che, se il torto che abbiamo subito non ha conseguenze ed è possibile archiviarlo nel passato, perdonare è più facile.

      Resta il fatto che, così come oggi generalmente viene considerato e ci viene richiesto il perdono, è prima di tutto ingiusto: e infatti il giusto, secondo me, difficilmente può condonare (ma il saggio, forse, sì).

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  26. In un bellissimo film che ho visto recentemente, L’ INTERPRETE ( con un davvero eccellente @Sean Penn ed un’ ottima @Nicole Kidman ) … il personaggio di @Nicole, riferendosi ad una popolazione del Sud Africa a contatto della quale lei ( coi suoi genitori, un fratello più grande ed una sorellina ) ha vissuto gran parte della sua adolescenza, dice a quello di @Sean :
    “In quel popolo vige una usanza : se qualcuno ti ha arrecato un grande dolore … come aver ucciso un tuo caro, l’ intera tribù si mobilita per catturare il malvagio . Poi, dopo averlo legato in modo che non possa nuotare in nessun modo, lo trascina sulla riva di un fiume vorticoso e, davanti al danneggiato … lo getta in acqua affinchè affoghi !
    Ebbene, chi ha subito il danno … ha davanti a se due possibilità :
    1) lasciare che il malvagio affoghi ;
    2) gettarsi in acqua e salvarlo dalla morte .
    Nel primo caso, si “ottiene giustizia”, ma si porta il lutto per tutta la vita ; nel secondo caso NON si ottiene giustizia, ma si vive tutta la vita che resta senza più il peso del lutto !

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    • Beh, mi sembra eccessivo, anche se significativo e no, non sono d’accordo. Se io subisco un torto, non mi si può puntare una pistola alla tempia e costringere a diventare un assassino oppure il salvatore del mio carnefice, non ci sto.

      Posso pure dire “Beato chi riesce a perdonare”, ma io non ci riesco, e comunque ritengo che il perdono, senza che l’altro abbia capito la portata delle proprie azioni e ne sia sinceramente pentito, è persino controproducente. Mi è più facile capire, questo sì, mettermi nei panni dell’altro e capire le sue motivazioni. Giustificarle, però, è un’altra cosa.

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  27. No … forse mi sono spiegato male, o meglio … il film – che devi vedere, è bellissimo, e, come tutti i capolavori, ci insegna qualcosa, anche se qualcosa di amaro in questa storia narrata – dice ben altre cose ed insolite cose !
    Nessuno punta la pistola alla tempia di qualcuno per il perdono coatto, e/o nessuno si aspetta il pentimento di nessuno : qui, i famigliari dell’ ucciso, soffrono e portano il lutto . E non sono loro bensì i membri della tribù a dare la caccia all’ assassino, e quando lo catturano lo trascinano al fiume “legato” e lo buttano in acqua per fare giustizia, secondo la legge “dente per dente, occhio per occhio” ! A quel punto, ai famigliari della vittima …. senza che alcuno forzi alcunchè, si aprono le due strade …. ossia le due scelte “libere e prive della benchè minima costrizione” : 1^) lasciare che l’ assassino affoghi secondo giustizia, oppure 2^) gettarsi in acqua e salvare la vita del condannato, NON ottenendo giustizia in questo caso … ma liberando sè stessi dal dover portare il lutto per tutta la vita ( attenzione …. liberarsi del lutto NON significa dimenticare il defunto ) !

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    • E invece sì, è una coercizione. Io non voglio vedere un uomo annegare senza salvarlo, e non voglio salvare, che so io, l’assassino di un mio familiare. E’ un ricatto quello di vedere l’odiato nemico affogare, ed essere costretti a tramutarci a nostra volta in assassini, o agire in prima persona per salvare la sua ignobile vita. Tu ti sei spiegato benissimo, questa tradizione è pure molto pittoresca, ma ingiusta, ingiusta, ingiusta, è infliggere un’ulteriore condanna al danneggiato. E poi, occhio per occhio e dente per dente significa tutt’altra cosa, non significa vendetta, ma che che ogni essere umano ha pari dignità umana, e l’occhio del ricco vale quanto quello del povero, il dente del padrone quanto quello dello schiavo.

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  28. Non è così come, forzando la mano ( e dimenticandoti di tuoi precedenti post ) e col parlare di “ricatto” ( ma quale ??? ) hai ora scritto : vediti il film … e poi, sempre che vorrai, ne riparleremo !!! 😀

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    • Bruno, un uomo, che molto probabilmente io odio, verso il quale ho un carico di rancore, sta affogando, legato. Praticamente è stato condannato dalla comunità a una morte dolorosa. Io o mi prendo carico di questa morte dolorosa o sono costretto a fare l’eroe e salvargli la vita: non è un ricatto questo? Perché mi devo prendere la responsabilità della sua morte? E’ lui l’assassino! Perché devo essere costretto a buttarmi nel fiume e salvargli la vita?

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  29. Tu non molli ??? 😯
    E figurati io ! :mrgreen:
    E allora, mettiamola così : se il vivere in una comunità che applica la Legge dell’ Antico Testamento ( per cui : hai strappato un dente ad un altro ??? Male, ora io Legge ti strappo un dente a te ! Gli hai cavato un occhio ??? Male … adesso io Legge te lo cavo a te ! Hai ucciso ??? Male … adesso devi morire Tu per mano della Legge ! ) significa, per te, subire un ricatto ancorchè per opera di una Legge che è uguale per tutti all’ interno di quell comunità …. ebbene io ti dico che, se Tu sei contrario a questa Legge, esci dalla comunità e vattene a vivere dove vigono altre leggi meno accanite !
    Se invece resti …. devi accettare la Legge così com’ è !
    Qui, come nel caso che ti ho segnalato, nessuno ti costringe, nessuno ti forza, e della morte ( o della pari mutilazione … ) dell’ assassino NON ti devi prendere nessun carico, nell’ ipotesi di tua appartenenza a quella comunità : è la Legge che agisce !
    Ma … te lo ripeto, vediti quel meraviglioso film che, peraltro, ha un finale sorprendente !

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    • E che dovremmo, emigrare ogniqualvolta viene promulgata una legge che non ci piace? Dico, stai scherzando? Vedrò il film, mi sorprenderò del finale, ma non voglio essere obbligata a vedere un uomo legato che affoga, in più sapendo di poter, volendo, intervenire. E, non volendo, è troppo dura.

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  30. Guarda che questo film … ha un finale sorprendente ( chettelodicaffà ??? Per me è stata una sorpresa notevole …. ) e, di un tale livello emozionale, che se avessi un mio blog ne farei un interessantissimo post ! 🙂

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  31. ciao….nel mio caso ha detto che era finita facendomela pagare cara e amara per gli errori commessi..poi dopo 3 mesi di perseveranza da parte mia mi dice che ha architettato tutto per punirmi….mi ha detto ..ti amo nn ho mai smesso di farlo…ti desidero….ma nn riesco a passarci su’ ti vedo e mi arrabbio per quello che ho subito….dopo 7 mesi io ancora perseverante lei mi dice …inutile nn riesco a perdonarti..ma ti amo sei l.unico che mi sia innamorata nella mia vita….nn torno indietro…se mi mancherai ti cerchero’………..mi sono fatto da parte e aspetto l’evolversi della cosa..nel frattempo io vivo…da solo come lei…..

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    • Caro Giuseppe, non so che dirti. Non so se tu per “errori commessi” intendi un tradimento, nel caso credo che io mi sarei comportata come lei, perché quando uno viene tradito, l’ho anche scritto in un commento precedente, mette l’altro davanti a un bivio terribile: o sfasci la storia o accetti le corna, ed è una scelta terribile. Io personalmente sfascerei la storia e andrei avani, perché in questo modo c’è sempre la possibilità di dimenticare e rifarsi una vita con qualcuno che meriti, o sembri meritare, la nostra fiducia, mentre tornare insieme significa condannarsi a vivere con un fantasma per sempre. Devo dire però che non siamo tutti uguali, c’è chi ce l’ha fatta ad andare oltre, a perdonare davvero, a dare all’altro una seconda possibilità. Ti auguro sia il tuo caso.

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    • Non so perchè, mia cara Diemme … ma continuano ad arrivarmi e-mail che mi chiedono di rispondere o di mettere il like sul commento di Giuseppe o sulla tua risposta : come è possibile ??? A me piacciono sia le considerazioni di Giuseppe ( che non conosco … ) che sulla tua risposta, sempre razionale e motivata, ma non posso farlo, poichè mi hai interdetto, ed io – pur non cessando in me l’ affetto e la stima nei tuoi confronti – sono assai contento di stare così, silente e immutabile !
      Buona vita Diemme … e un abbraccio a te e a Sissi ! 😀

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    • Probabilmente a suo tempo (il post è del 2013) avevi attivato la notifica dei commenti, per cui a ogni commento inserito ti arriva un’email con il commento e i tradizionali pulsanti “rispondi” e “like”. Non devi far altro che ignorarli, se a te piace stare così, silente e immutabile, siamo contenti in due.

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    • Silente e immutabile, sì …. ma sono sempre il tuo @Cavaliereerrante, pronto a intervenire, qui e nella vita reale, ove ti fosse recata un’ offesa da chiunque !
      Un abbraccio a te e a Sissi !!! 😀
      Postescritto : @Sabby si è persa ??? Non appare più in nessun blog, e ha chiuso il suo spazio da tempo, ormai … ma se è felice così, son contento per lei !!! 🙂

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  32. Pingback: Di lutti già elaborati e perdoni mai dati | Diemme - La strada è lunga, ma la sto percorrendo

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