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L’amore sopravvalutato e la sindrome della prima elementare

Non era questa l’immagine che avevo in mente, ma quella non la ritrovo più. Era una coppia di anziani cui veniva chiesto credo dal nipote come facessero a rimanere insieme da oltre sessant’anni, e la risposta era “Veniamo dall’epoca in cui le cose, quando si rompevano, non si gettavano via ma si riparavano”.

Leggo i commenti alla fiction di cui vi ho già parlato (ma tanto una vale l’altra per quello che ho da dirvi) e sono veramente esterrefatta. Per le lettrici pare che l’amore – e non nel senso di amore profondo, ma di infatuazione, attrazione, batticuore – giustifichi ogni azione, ogni fuga, ogni venir meno a qualsiasi responsabilità e impegno preso.

Mi faceva ridere mio padre quando commentava, con tono sarcastico, le coppie che si separavano dopo magari avere fatto mari e monti per stare insieme: “Ah, questi grandi amori!” esclamava, per dire che, insomma, sotto il vestito niente, tanto fumo e niente arrosto, tanti grandi proclami e impegno zero.

Naturalmente io credo che mio padre avesse ragione: l’amore, quello vero, è un’altra cosa. Il matrimonio, quello vero, è un’altra cosa. L’amore, quello vero, è eterno davvero, e supera gli alti e bassi: l’amore vero non finisce quando passa un tizio più muscoloso (o più ricco), o una più bionda o con più tette, o per un periodo di noia, di routine, o di qualsiasi difficoltà. Non parliamo poi del matrimonio: il matrimonio consiste nel prendersi un impegno per un progetto comune, quella della costruzione di una famiglia, ed è un impegno serio, che richiede tanta energia, responsabilità, e certo anche tanto amore, ma è sbagliatissimo sposarsi perché ci si ama – salvo lasciarsi quando quasta passione viene meno: bisognerebbe sposarsi con amore, non per amore. Il matrimonio, con buona pace della comunità LGBT, non è un gridare al mondo che ci si ama tanto, ma un decidere di impegnare ogni proprio sforzo nel progetto condiviso di costruire una famiglia.

Tornando ai commentatori, pare che per loro sia normale mollare tutto nei momenti di stanca, alla ricerca di nuove “emozioni” (come se poi le emozioni fossero solo quelle che si provano a letto, o comunque relative all’infatuazione).

Questo atteggiamento io lo chiamo da sempre (mi dicono che io abbia una certa inclinazione per le metafore…) la sindrome della prima elementare: cioè si ricomincia sempre daccapo, in una nuova scuola, con nuovi compagni, con una nuova maestra, ma sempre prima elementare è. Magari poi cambieremo pure nazione, e la prima elementare la faremo pure in un’altra lingua, ma non ci laureeremo mai, e neanche diplomeremo, e non prenderemo neanche una spruzzolosa licenza professionale: saremo picciotti anziani, che a sessant’anni sapranno solo a malapena leggere e scrivere, magari in più lingue, ma sempre a livello ultrainfantile.

L’amore è una molla, un’ingrediente, una fonte di energia, ma poi la vita è impegno, che poi l’impegno è pure la vera grande emozione della vita, fonte di enormi gioie, soddisfazioni e gratificazioni.

Buon San Valentino!

Tanto per cominciare, voglio fare gli auguri al nostro Valentino, che anche se latita è sempre uno dei cuori pulsanti della diemmefamiglia, e poi vorrei parlare del San Valentino vero e proprio. Cioè no, non ne voglio parlare, perché mi pare che la ricorrenza nasca da una storia triste, d’amore sì, ma triste, e almeno oggi vorrei un po’ di leggerezza, e allora vi sfido:

qual è il più bel pensiero d’amore che riuscite a concepire oggi? Pensate alla vostra compagna o al vostro compagno, o a un amore passato o ancora da venire, io impossibile, o magari anche a quelli che sono generalmente gli amori più grandi della nostra vita, cioè i figli, qual è il pensiero più bello che vi nasce dal cuore?

Io, pensa e ripensa, così come sono delusa e ripiegata su me stessa per le delusioni subite, pensando a un nuovo amore, a un uomo che dovesse indurmi nella tentazione di farmi vincere tutte le mie resistenze e credere ancora, forse al massimo gli potrei dire:

Se un giorno dovessi tornare a crederci ancora, se un giorno dovessi vincere tutte le mie resistenze e decidere di dare ancora alla vita un’occasione, quell’occasione d’amore, quell’uomo in cui credere e con cui fidarmi ancora di saltare nel buio ad occhi chiusi non potresti essere che tu.

Magari non è il massimo del romanticismo, ma voi non avete idea di quanto io sia ferita e chiusa a riccio, tanto chiusa da provare un moto di paura e una voglia di fuga solo a scriverla qua sul blog quella frase!

E voi? Fatemi questo regalo per San Valentino, celebriamo l’amore, ché poi io ci credo che sia l’unica cosa in grado di salvare il mondo!

Chiudete gli occhi, pensate, sognate, date corpo al vostro sogno e scrivete!

Tanti auguri a tutti, a chi ha amato, a chi ama, a chi amerà  ❤

 

Devi amare me

Giorni fa, chiacchierando con una mia amica, bella, di spessore e single anche lei, sono venute fuori un po’ le nostre remore, il perché abbiamo rifiutato tante persone che, insomma, poi magari potevano pure essere “quella giusta”.

Mi ha confidato che, insomma, tanti sono stati rifiutati semplicemente perché cercavano “una”, e lei ovviamente desidera uno che ami lei perché è lei, per la persona che è, la sua storia, i suoi sogni, le sue scelte, etc. etc. etc.

Della serie “non siamo amiche per caso” è esattamente la stessa cosa che è successa me, stesso mio comportamento, stesse scelte ed esattamente per lo stesso identico motivo, ma abbiamo ragione? Oppure sbagliamo e la pretesa è irrealistica?

Probabilmente è normale scegliere qualcuno “che può andare” (i cosiddetti ‘papabili’), e poi costruire qualcosa.

In fondo, le ho obiettato, se cerchiamo per esempio un appartamento, non ci comportiamo nella stessa maniera? Ne cerchiamo uno che “possa andare”, sicuramente che abbia certi requisiti, e soltanto POI diventa la nostra casa, quando l’abbiamo personalizzata, modificata, arredata, quando ci abbiamo vissuto storie e costruito ricordi.

Lei mi risponde che sì, certo, potrebbe essere pure una tesi accettabile, peccato che spesso per gli uomini che hanno iniziato a frequentarti perché cercavano “una”, rimani “una”, pure dopo vent’anni e tre figli (la citazione non è casuale, a una mia conoscente è accaduto esattamente questo, lui l’ha lasciò dopo vent’anni e tre figli dicendole che in fondo tra loro non era mai stata una storia importante).

E voi come la pensate?

Il Piccolo Principe non capì subito e chiese il significato del termine e la volpe gli spiegò che l’addomesticazione “E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire “creare dei legami…” e che purtroppo al momento lui fosse come tutti gli altri, uguale a centomila ragazzini e che lei non aveva bisogno di lui. Allo stesso tempo, continuò a spiegare la volpe, anche l’animale per lui non era nulla, anzi era una volpe uguale a centomila volpi. Creare dei legami, quindi, continuò la volpe, significava avvicinarsi, iniziare a conoscersi e a tenere ad un essere vivente. Il Piccolo principe cominciò a capire cosa intendesse quando la volpe aggiunse: “Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io saro’ per te unica al mondo” (da “Il piccolo principe”, di Antoine De Saint-Exupèry).

Le fasi dell’amore (post abbandono)

Fase 1: Senza di lui/lei non posso vivere, la mia vita è finita, non potrò mai superarla!

Fase 2: Avanti il prossimo!/la prossima!

Fase 3: Ma perché dovrebbe venire avanti il prossimo/la prossima se si sta tanto bene da soli?

Update: grazie al contributo di Mauro, aggiungiamo:

Fase 4: oddio, ripensandoci, una relazione non ci starebbe male, proviamo va.

Fase 5: ma chi me lo ha fatto rifare?

 

 

Un uomo

Tanti anni di solitudine, tanti.

Più che di solitudine dovrei dire di singletudine, perché la solitudine non l’ho sofferta, tutt’altro, ho sofferto di più la mancanza di spazi privati, di tempo per me, del mio giardino segreto.

Non ho sofferto la solitudine perché comunque ho mia figlia che mi riempie la vita, perché ho mille impegni, ho tanti amici, e in più sono una lettrice accanita e i libri non ti lasciano mai solo.

E poi, diciamocelo, forse in fondo sono anche una solitaria, una che per i fatti suoi non solo ci sta benissimo, ma ha proprio il bisogno fisico di starci ma…

ma…

il troppo storpia.

In questi anni, di fronte ai quali la gente, morbosa, si poneva una sola domanda, solo una mia amica ha posto la domanda più sensata, quella azzeccata, che è andata dritta al punto: “Ma tu non hai nessuno che ti supporti? Nessuno che condivida con te una responsabilità, un problema, che ti dica: ‘Non ti preoccupare, ci sono io!’ ?”.

No, non ce l’ho. Probabilmente non ce l’ho mai avuto, neanche da bambina, salvo rarissime eccezioni in periodi tragicamente circoscritti.

Non l’ho avuto e mi manca, mi manca tanto. Ecco, così ve l’ho detto.

Fino a qualche mese fa, anche se ne soffrivo, la presenza stalkerante ed energivora di Attila mi svuotava anche del tempo per pensare e comunque di ogni energia vitale per pensare pure di fare un giro di palazzo, ma ora che finalmente non lo incrocio più e sono tornata alla normalità devo dire che questa normalità ha riportato alla luce la mancanza di una condivisione, di una progettualità comune, di qualcuno con cui poter dire “Perché non facciamo questo?”, che sia l’organizzare una vacanza o la ristrutturazione di un ambiente, l’acquisto di un mobiletto o anche semplicemente la spesa per decidere cosa fare per cena.

Sento come un buco nel cuore, che neanche fa male per la verità ma, come dire, non ci dovrebbe stare, è come se ci passasse il vento, una vita non protetta dagli spifferi, non protetta da nulla a dirla tutta.

Ho passato quest’ultima battaglia, del lavoro, e pare che le cose stiano andando per il verso giusto, ma certamente me la sono smazzata tutta da sola.

Mi ricordo una mia amica, nella stessa situazione, cui il marito diceva “Non ti preoccupare, in qualche modo faremo, mi prenderò un secondo lavoro, un terzo, magari smetterò di fumare e mi muoverò coi mezzi pubblici, vedrai che ce la faremo”.

A me non l’ha detto nessuno.

Probabilmente ce l’ho fatta, probabilmente. E mi sono buttata su una poltrona, con gli occhi gonfi di lacrime, per allentare la tensione.

Sono giorni che chiedo a mia figlia di andare a mangiare fuori, ma lei ha altri orari e altre esigenze.

E non mi va di andarci con gli amici, non è il momento, non è lo stato d’animo adatto.

Vorrei andarci con le persone coinvolte in questa storia, quelle con cui l’ho vissuta e sofferta.

E allora mi guardo allo specchio, mi asciugo un’ultima lacrima, e poi vado a dormire.