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Re Carlo III (con buona pace dei detrattori di “Re Tampax”)

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Chiariamolo subito, io sono dalla loro parte: quale persona di buon senso potrebbe non esserlo?

Abbiamo amato Lady D., per carità, io in primis, e ritengo così ingiusto che sia morta così giovane, e in quel modo poi! Era un mito, era la principessa del popolo, era una leggenda ma, con buona pace di tutti, non era l’amore di Carlo, non lo è mai stata.

Camilla e Carlo si sono conosciuti e si sono innamorati, a quanto ho capito prima del matrimonio di entrambi. Sarebbe potuta essere la loro una storia lineare e felice, e invece no, lei è stata ritenuta indegna dalla Corte che ha ritenuto necessario e inderogabile troncare questa storia prima del nascere.

Ma era già nata.

Hanno fatto sposare lei all’ufficiale dell’esercito Andrew Parker Bowles (e non capisco perché ancora oggi, dopo il divorzio dal primo marito e il matrimonio con Carlo, continuino a riferirsi a lei come Camilla Parker Bowles), e lui all’illibata Lady D. Ebbene sì, questa è stata una delle doti richieste a Lady D., sulla quale si sono precipitati a giurare, spergiurare e garantire una pletora di amici, parenti e conoscenti: Lady D. era assolutamente illibata. “E allora?”, diremmo noi oggi con una diversa mentalità, ma la mentalità di oggi non è quella di ieri e, soprattutto, quella dei comuni mortali non è quella dei reali.

Lady D. è stata mai innamorata di Carlo? Probabilmente sì. Ma era innamorata di lui o della favola bella che sembrava la vita le stesse apparecchiando? Forse di entrambi, non ci è dato saperlo. Ma al momento del matrimonio, sapeva di Lady C.? Non lo sapremo mai, voglio sperare di no, perché una donna che accetta di sposare un uomo innamorato di un’altra è una suicida.

Fatto sta che, per espressa ammissione di Diana, Camilla nella testa e nel cuore di Carlo c’è sempre stata, e il loro matrimonio è stato troppo affollato fin dal primo momento.

Divorziati, lei ha preso la sua strada e lui la sua, che era quella di principe ereditario.

Ha continuato a frequentare la sua Camilla, lei ha divorziato (non ricordo francamente se prima o dopo la morte di Diana), hanno continuato ad essere uniti e complici fino a quello che sembrava l’impossibile coronamento della loro storia d’amore: in cinquant’anni di grande indefesso amore e complicità, avranno pure dimostrato qualcosa?

E da quando si sono sposati, avete mai sentito una voce, un pettegolezzo, un accenno di crisi o di scandalo? No. Cinquant’anni di grande, incommensurabile, indissolubile, tenace amore.

E arriviamo al Tampax, su cui faceva tanto sarcasmo una tizia cui alla fine ho smesso pure di rispondere.

Avete presente i segreti del talamo? Avete presente quello che succede in una coppia più che normale in camera da letto? Non stiamo parlando di nessuna perversione, ma di un dialogo tra amanti, confidenti, complici che è stato un abuso avere intercettato, un abominevole reato avere diffuso, e segno quello sì di patologica morbosità avere ascoltato e giudicato.

Io personalmente non poggio l’orecchio sulla porta delle altrui camere da letto, non origlio né guardo dalla serratura.

Io ricordo Camilla, sinceramente affranta per la morte di Diana, dire “Volevo la mia felicità, ma non a questo prezzo!”.

Da che la conosciamo si è presentata come una donna dignitosa, che è sempre stata al suo posto, anche con umiltà e spesso ingoiando bocconi amari.

Alla fine è stata accettata persino dall’intransigente Regina Elisabetta II che ha acconsentito al matrimonio e addirittura, pochi mesi prima della morte, dato disposizioni affinché, con l’ascesa al trono di Carlo, il suo titolo fosse quello di Regina consorte: che dite, per avere ottenuto questo dalla Regina Elisabetta qualche merito l’avrà avuto?

Carlo stesso, che non mi è mai piaciuto, accanto a lei sembra avere acquistato una diversa maturità, quiete, tranquillità, forse chissà, persino saggezza, che mi sembrano buone basi per governare, per quanto possa governare un Monarca nel Regno Unito e per questo, per quanto mi riguarda, lunga vita al re e alla sua Regina consorte Camilla, senza nulla togliere all’amata e compianta – e mai di fatto facente realmente parte della Corte – Lady D.

 

 

A chi intestiamo la casa?

Ho trovato un post in cui una donna di 34 anni, con lavoro precario, si lamentava che il suo compagno non intendeva permetterle di partecipare all’acquisto della casa in cui vivere insieme, che lui avrebbe pagato e che lui si sarebbe intestato.

Naturalmente la maggior parte delle risposte erano favorevoli a lui, l’amore è bello finché dura, certe decisioni vanno ponderate e non prese con gli occhi a cuoricino, se tu non contribuisci che cosa pretendi, lui fa bene a tutelarsi.

L’hanno definita una questione di semplice buon senso, e magari oggi anche la mia risposta sarebbe stata tale, non comprerei più in comune neanche una scatola di fiammiferi, figuriamoci un appartamento, ma è vero pure che oggi sono una persona sola e inasprita che non crede più a niente, e che nell’altro non vuole investire neanche lo sforzo di alzarsi ad andargli ad aprire la porta nel caso bussasse, ma la vita coniugale non è questa, le basi di una vita coniugale non sono queste, la gioia, la progettualità comune, la voglia di costruire una famiglia non sono queste.

Altri rispondevano sostenendo lei, ma con argomentazioni anch’esse decisamente pragmatiche, simili nello spirito a quelle di chi sosteneva lui: che t’importa, tanto tra un po’ farai figli e comunque finisca la casa rimane a te e male che vada, anche senza figli, fino a che dura la convivenza avrai un tetto sulla testa senza avere sborsato un centesimo e senza aver pagato l’affitto.

Quanta tristezza in questi discorsi! Purtroppo l’esperienza degli ultimi decenni ci ha portato a farli, le coppie scoppiano, e quando si finisce in tribunale ci si azzanna in modo tale che davvero si stenta a credere che quelle persone un giorno si siano amate. E’ proprio vero che, come i fratelli si riconoscono nell’eredità, le coppie, i membri della coppia intendo, si conoscono nella separazione!

Grazie al cielo di persone perbene ne esistono, di persone che si lasciano civilmente ce ne sono, ma di gente che si ritrova in mutande pure ce n’è tanta, troppa, e troppo spesso non se l’aspettava.

Una sola voce fuori dal coro, una che diceva che con il proprio marito aveva sempre diviso tutto, che quello è lo spirito del matrimonio, che non sarebbe stato accettabile per lei che uno qualsiasi dei due fosse inquilino in casa dell’altro, ed è proprio questo il punto.

Il problema sono le basi della vita insieme. E’ vero, una può prendere una batosta anche grossa, ma in genere chi è la persona si vede e comunque, se si decide di sposarsi, uno mette nelle mani dell’altro la propria vita, altro che mezza casa! Consideriamo anche che “Il mio è mio, tu, pezzente, tieniti il niente che hai!” può essere un’arma a doppio taglio. A me è successo, io e il mio futuro marito dovevamo comprare casa a metà, la cercammo per lunghi mesi insieme, gli accordi erano che lui avrebbe pagato la metà in contanti, io avrei preso e pagato il mutuo per la restante metà. Poi però lui ebbe una piccola eredità e disse che non era il caso di pagare gli interessi sul mutuo (ai tempi erano il 23%!), che eventualmente lui li avrebbe anticipati e poi io li avrei ridati a lui. Purtroppo però alla fine tirò fuori la carta della sfiducia, ci sposiamo e non me li dai più, quindi pago io e me la intesto io (e vi assicuro che lo disse in modo molto ma molto poco carino). Oggi qui lo stanno chiamando buon senso, io lo chiamo costruire una casa senza fondamenta. Piansi calde lacrime per questa esclusione dalla casa coniugale e tornando indietro, francamente, non lo sposerei. Poi, come Dio volle (perché di incerto mica c’è solo la buona fede della sposa), lui cadde in disgrazia e io feci carriera, lui si ritrovò ricoperto di debiti di cui non volli sapere nulla: gli ributtai in faccia quello che mi aveva fatto, il mio è mio e il tuo e tuo, secondo lui io senza cacciare un soldo avrei voluto casa sua, oggi lui con le pezze al sedere che pretendeva da me? Venditi la casa e pagati i buffi con quello! Mi è stato duro non aiutarlo, perché il mio istinto sarebbe stato quello di mettere tutto a disposizione, e poi alla fine un po’ l’ho aiutato lo stesso, mi faceva troppa pena, ma quello che è fatto è reso: comunione non hai voluto, comunione non hai avuto.

Ripeto, io oggi non condividerei nulla ma, per lo stesso principio di sfiducia, neanche mi sposerei, e mi pare più coerente, perché matrimonio e sfiducia di base non mi pare possano essere un buon inizio e costituire solide basi di una vita insieme.

Di aborto e autodeterminazione

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Visto che oramai sto seguendo il filo degli argomenti triti e ritriti, riprendiamo oggi il filone del buon vecchio argomento aborto.

Volevo intanto riportarvi due casi, scusate se mi dilungherò. Probabilmente vi ho già parlato di entrambi, ma ora ve ne parlerò a posteriori, ventisette anni dopo, per raccontarvi come è andata.

Scenari.

Primo caso. Donna sola, adulta, in difficoltà economica. Stupro da un ex che non accettava di essere lasciato, rimane incinta.

Secondo caso. Ragazza di diciotto anni, fidanzata con un ragazzo che alla famiglia non piaceva, decidono scientemente di provare ad avere un bambino, e lei rimane incinta.

Fatti e decisioni-

Primo caso. La donna è in panico, sola, con lavoro precario, e la casa che sembra mangiata da un mutuo esoso, già si vede in mezzo alla strada con il bambino in braccio.

Secondo caso. La ragazza riceve pressioni psicologiche infinite da parte dei familiari, un tampinamento continuo: loro non vogliono quel ragazzo, e il bambino li legherebbe definitivamente, cosa che la famiglia assolutamente non vuole permettere. Tanto fanno e tanto dicono che è il ragazzo, chissà se esasperato o che, a lasciarla. Lei è sola e in panico assoluto, ma quel bambino lo vuole, resiste, oramai il terzo mese è passato e si ritiene fuori pericolo, non può più abortire.

Continua il tampinamento della famiglia, un figlio le rovinerà la vita, nessun uomo la vorrà con il figlio di un altro, avrà difficoltà a trovare un lavoro perché il figlio le legherà le mani, e giù scenari devastanti di come quel bambino le avrebbe devastato la vita. Lei oramai è sola, fragile, spaventata, da una parte contenta che l’IVG non è più permessa, ma coi soldi una soluzione si trova…

Primo caso. La donna è contro l’aborto da sempre, ma spaventata a morte. Sicuramente senza un compagno, potenzialmente anche senza casa e senza lavoro. Le capita a volte di pensare che un aborto spontaneo risolverebbe la situazione, ma quando la minaccia d’aborto si presenta lei lotta con tutta se stessa per salvare quella vita che ha in grembo, mesi e mesi di cure e immobilità.

Secondo caso. Si trova un “cucchiaio d’oro”, la famiglia sborsa una cifra consistente e la ragazza entra in una clinica privata per “risolvere il problema”. In sala operatoria – o forse in sala parto, non saprei dirvi, visto che le hanno indotto il travaglio – ha un ripensamento, non vuole, ma la bloccano, la sedano, le inducono o già hanno indotto il travaglio, non le permettono di tornare indietro, figuriamoci se rinunciano alla somma pattuita.

Primo caso. lo stress provoca contrazione al sesto mese, la donna viene ricoverata in un reparto neonatale. Lì ha modo di vedere i bambini prematuri, e i danni subiti. Vede questi piccoli corpicini intubati e pensa “E io a questo rischio sto esponendo mia figlia? Io stacco la spina da tutti i problemi, e di tutto il resto mi preoccuperò dopo il parto”, e così fa.

Secondo caso: dopo non so quanto travaglio il feto viene espulso, la ragazza si ritrova tra le gambe questo esserino, è scioccata, avrà modo di commentare “sembrava un bambolotto”, inizia a piangere e a urlare “sono un’assassina!”. Successivamente passerà un periodo lunghissimo in stato catatonico, piangendo ogni volta che vede una donna incinta – le sembrano tutte incinte! – o un negozio di abbigliamento per neonati. Una mia amica avrà a commentare “L’hanno rovinata”.

Primo caso. Alla donna non si apre il parto, il ginecologo diagnosticherà una questione psicologica, la paura di come farà ad affrontare il mondo quando quell’esserino sarà fuori di lei. Partorisce con taglio cesareo. Inizia un periodo di corse forsennate, di sacrifici inauditi, di lavori e doppi lavori, pensando sempre di non farcela ma poi, in qualche modo, a volte pure rocambolesco, a volte pure miracoloso, ce la fa.

Ventisette anni dopo:

Primo caso: la prima donna ha finalmente un lavoro stabile, da tanto ha finito di pagare il mutuo, la figlia, un fiore di figlia affettuosa e responsabile, oggi è medico. Ogni tanto ripensa a quel brutto pensiero dovuto al panico di “soluzione spontanea”, se ne vergogna tanto, e corre ad abbracciare stretta stretta sua figlia.

Secondo caso. Le ultime notizie dicono che la ex ragazza ormai donna è stata vista in un magazzino, come lavoro metteva a posto gli scaffali, ingrassata a dismisura, e prova vivente che, anche “con le mani libere”, non ha trovato né l’uomo né il lavoro della sua vita. Ha rimpianto il suo gesto da subito, da prima di compierlo, m’immagino ora.

Conclusioni.

A parte che a questo punto avrete riconosciuto il cosiddetto “primo caso”, quello che voglio dire è che, al di là di qualsiasi motivazione possono portare gli abortisti sulla libertà di autodeterminazione della donne, che libertà ha una donna di scegliere se la società le fa vivere un figlio come un impegno insostenibile con le proprie forze e come un danno a livello sentimentale e lavorativo/professionale?

Per un momento, tanto per cercare di mediare le posizioni, lasciamo stare chi il figlio non lo vuole e pensiamo a chi invece lo vorrebbe: ma la vogliamo smettere con questa propaganda terroristica per la quale il figlio sarebbe una pastoia, un impedimento, una fonte insormontabile di problemi? Al contrario, i problemi ci sono sempre lo stesso, ma un figlio da la forza e la motivazione per risolverli!

Perché invece di lottare per 194 e RU486 non lottiamo per una società che tuteli mamma e bambino, asili, sostegni economici, tutele sul lavoro e, perché no, anche forme di affidamento temporaneo affinché la mamma non sia costretta a decidere al momento del parto se tenere il bambino o lasciarlo andare per sempre, ma possa rimanere in contatto con lui, mentre qualcun altro se ne occupa, per poi riprenderlo quando sarà riuscita a mettere a posto i tasselli della sua condizione, magari con aiuti statali, diciamo entro un anno o due? Perché non lottiamo per dare coraggio a queste donne, perché non siano sole, e affinché crescere un figlio non sembri una fatica di Sisifo ma la meravigliosa avventura che è?

O t’innamori o t’addolori

Mi ha fatto ridere mia figlia quando, parlando di un’eventuale dieta, ha commentato: “Mamma, le diete non riescono, perché purtroppo quando non le fai pensi solo al cibo, e quando le fai pensi solo al cibo lo stesso. Per dimagrire davvero bisogna tenere la mente occupata con altri pensieri: insomma, per dimagrire, o t’innamori o t’addolori!“.

Allora, addolorarmi non è la strada che vorrei intraprendere, anche perché la storia m’insegna che io assimilo pure i dolori, sono ingrassata col divorzio, con il mutuo fuori controllo, con il fallimento dell’azienda, con i lutti… ho assimilato pure le corna, ad alto contenuto proteico!

La soluzione sembrerebbe quindi solo innamorarsi, anche se quello è un capitolo archiviato della mia vita, ma è pur vero che tutto ciò che è archiviato non è distrutto, e quindi può essere recuperato.

L’unica scappatoia che vedo è cambiare l’oggetto della passione, mica è detto che si debba per forza essere innamorati di un uomo – o di una donna a seconda dei casi -, la passione si può nutrire anche per un progetto, per un impegno, per un hobby…

Insomma, il mondo è pieno d’amore, perché fossilizzarsi? 😆

 

 

La panchina cantastorie

Per Pasqua, simbolo di rinascita, in un momento in cui più che mai questa rinascita è auspicata e in cui più che mai dobbiamo credere, voglio riproporvi questa mia poesia, già pubblicata e riproposta più volte ma che secondo me, nella sua semplicità, porta un messaggio di imperitura dolcezza, la vita che vince, il sostegno familiare che vince, la gioia di vivere che vince.

Buona Pasqua a voi tutti, che possano risorgere le nostre strutture, le nostre aziende, ma soprattutto i nostri valori familiari e la nostra gioia di vivere!

LA PANCHINA

S’io potessi parlare,
e dirvi ciò che ho visto,
quanti modi d’amare,
qual nobile qual tristo:

amori appena nati,
vissuti oppur sognati,
amori disperati,
urlati o sussurrati.

Lacrime solitarie,
soffocate in silenzio,
risate spensierate,
regalate al vento.

Promesse mantenute,
imbarazzi d’addio,
tante generazioni,
qua sotto sempre io.

A volte vorrei dire
“Non credeteci troppo!”
ma poi mi viene in mente
chi supera ogni intoppo,

per ritrovarsi qui,
coi capelli d’argento,
a regalare ancora
le sue risate al vento.

Diemme 18/06/2009