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L’Amico perduto.

E’ successo a tutti, e a tutti ha lasciato un buco nel cuore: ma non un buco nel senso di un vuoto, un buco come un foro di proiettile, una ferita profonda e lancinante: l’amico (amica) più caro, quello con cui avete diviso esperienze importanti, quello a cui avete confidato le vostre angosce e le vostre speranze, a cui avete messo il vostro cuore in mano e che altrettanto ha fatto con voi. Quello, proprio quello, che era un pezzo di voi, e che un brutto giorno non c’era più, è di colpo diventato un estraneo, e non saprete mai il perché. “Ma che ti ho fatto?”, gli chiederete invano, e lui si negherà, non vi risponderà, non lo vedrete più, o lo vedrete tributare la sua confidenza, le sue risate altrove, e a voi neanche salutarvi più. “Perduto” dice una vecchia canzone di Vecchioni, “ perduto lui ce ne sarà un altro, però da vecchi pesa il respiro…”.

Però poi accadrà una seconda volta, poi tre, poi quattro: e voi sarete sempre più ripiegati su voi stessi, senza nemmeno più la voglia di chiedervi perché. Ma cosa è successo?

Generalmente niente che possa giustificare un simile voltafaccia. Il motivo più frequente sono le chiacchiere (e perché non le verifica con noi? Perché una persona così amica non ci viene a prendere di petto e a chiederci conto delle nostre presunte parole e delle nostre presunte azioni? Perché venire condannati all’esilio senza neanche conoscere i capi d’accusa? E perché a un certo punto si diventa incapaci di difendere un nostro rapporto dalle influenze esterne?).

Il secondo motivo sono malintesi: un brutto giorno c’è una parola, un gesto, un’azione, che viene presa proprio per storto, e non c’è perdono al mondo per l’amico che per noi si sarebbe buttato nel fuoco, e neanche il tempo riduce a più miti consigli e riesce a riportare il buon senso.

Il terzo motivo, ahimé, è molto più umano, e molto più difficile da evitare, ed è, purtroppo, l’invidia. Ma non l’invidia in senso cattivo, non il volere che l’altro perda quello che ha, ma la tristezza, l’amarezza, a volte la disperazione, nel vedere che la vita ci ha riservato una sorte diversa che a lui. Lui trova un buon lavoro, e noi siamo precari, trova la compagna della vita, e noi siamo soli o male accompagnati, i figli suoi sono gioielli, e i nostri ci fanno tribolare…Prima eravamo uguali, tutti e due ridevamo della vita allo stesso modo, e a tutti e due il futuro riservava le stesse possibilità…ora uno si sente cittadino di serie B, e piuttosto che essere additato come “poveretto” e viverne lo stato d’animo, si dilegua, perdendo così, in mezzo a tanta sfortuna, l’unica fortuna che la vita gli aveva riservato: un vero amico.

Ma c’è ancora un altro caso: siamo noi a essere fortunati, e l’amico, o l’amica, sta male: è li che ci scopriamo insospettatamente fragili, non ce la facciamo a stargli vicino, non ce la facciamo a convivere con il suo dramma; anche perché, vedendo in lui una parte di noi, ci rendiamo conto di non essere immuni, e nulla ci può assicurare che domani non saremo al suo posto.

E allora, al grido di non vedere per non soffrire, giriamo silenziosamente i tacchi, sfumando via nel rassicurante grigo della nostra vita.

Maternità

bronzino_sacra_famiglia

Bronzino - La sacra famiglia

Ammettiamolo, da un po’ di tempo Mrs President è diventata la mia Musa ispiratrice ed è da un suo commento, che qui trascrivo e che mi riporta indietro nel tempo alla mia personale esperienza, che nasce questo post.

Dice Marcillotta:

beh da dove comincio? Dagli esempi pratici, guarda cosa succede in Scandinavia:
mia cognata, quasi coetanea, ha appena avuto una bimba in Norvegia. Non è sposata, è indipendente, ha attorno a sé una società che la aiuta a costruire un modello di maternità sereno e senza troppe rinunce.

Per 2 anni può decidere di non lavorare e prendersi cura totalmente della piccola, ovviamente pagata. Ti pare poco? Noi coi contrattini a progetto, credi che possiamo far figli così? Ci vogliono soldi, e tanti.

Poi avrà a disposizione cose come asili nido aziendali;
sa anche che la maternità non influenzerà le sue scelte lavorative, potrà fare carriera comunque e arrivare al top. Ha di fronte a lei l’esempio vincente della sua direttrice, che ha 45 anni, 2 figli, e una super carriera garantita.

Non solo: lì hanno stipendi molto alti, per cui mia cognata può permettersi un centro benessere una volta alla settimana, una super palestra che la rimetterà in sesto dallo sfascio del parto, e tra cromoterapia, fanghi e massaggi, posso dirti che la vita si prende un pochettino meglio….!

Un cosa bella delle nordiche è che CONTINUANO A VIVERE dopo la maternità. Riescono a parlare di cose che non siano solo pappe e pannolini! Riescono a pensare ancora a se stesse!!!! Sono capaci addirittura di organizzarsi viaggi in Asia zaino in spalla con i cuccioli e il marito! Ne ho incontrato tante famigliole così, in giro per il mondo. Ho visto svedesi con bambini di 3 anni IN CAMBOGIA! Queste donne sono molto forti, indipendenti, continuano a vivere la loro vita pur con i bambini.

Io non ho un esempio del genere di fronte a me.

Io in Italia ho la paura fottuta che se faccio la mamma, “la mia vita è finita”, il mio lavoro è finito. Non avrò più tempo da dedicare a me stessa.

L’esempio che ho di fronte a me è di donne la cui vita non mi piace. Hanno rinunciato a molto, se non a quasi tutto, in nome della maternità.

Ecco: io quelle rinunce non sono in grado di farle.

E non trovo una neo-mamma, non una soltanto, che mi sappia parlare di sé senza infilare nella conversazione i prodigi del proprio pargolo.

Sono mamme, nient’altro.

Io non voglio finire così. Esiste un modo per cui la maternità sia parte della vita, ma non la MIA VITA?

Questo commento mi fa ripiombare prepotentemente nella mia realtà, quella cui a mano a mano mi sono abituata assumendola a normalità, senza neanche pensare che esistano alternative, che POSSA essere diverso.

Ho una figlia avuta in seguito a una “forzatura” da parte di un uomo che avevo lasciato da mesi, in un momento in cui mi ritrovavo in enormi difficoltà economiche. In Italia pareva a tutti che l’unica soluzione fosse la 194, cui non ho pensato neanche per un istante (e grazie al cielo!).

Difficoltà per le analisi, trafile per le pratiche d’ufficio, il ritorno al lavoro dopo tre mesi perché altrimenti avrei avuto lo stipendio decurtato del 70%, sono state solo l’inizio di una lunga trafila di impedimenti e oneri. Non me l’hanno presa, in un primo momento, in nessun nido comunale (e poi è stata presa a una quota altissima, perché al comune non gliene frega un accidente che tu hai il mutuo per la prima casa, che oltretutto è andato alle stelle per dissesti governativi), e ho dovuto dare in affitto casa mia per poter far fronte a tutte le spese; questo ha comportato che mi sono ritrovata, a 34 anni suonati, rigorosamente su una brandina, nella casa da cui ero uscita appena maggiorenne più o meno sbattendo la porta.

Lasciamo stare ogni altro onere, il padre non l’ha MAI presa con sé, e non si è preso mai nessuna responsabilità, nonostante il ricorso per ben due volte al tribunale. Una volta, COMPIVO 35 ANNI, ho chiesto a mia madre in ginocchio, come regalo di compleanno,  il permesso di andare a cena fuori con un mio amico senza portarmi la bambina.

Dopo un anno e mezzo di convivenza-incubo ho realizzato che non poteva esserci problema più grande della coabitazione con mia madre, così ho preso mia figlia e me ne sono ritornata a casa mia.

Ho stretto i denti, sono sopravvissuta, ce l’ho fatta. Ho una figlia meravigliosa, ma il prezzo che ho pagato? Pare melodrammatico dire “Ho ucciso la donna”, e allora dirò che la sto tenendo in coma farmacologico: considerate che, una volta in cui mi sono ricoverata d’urgenza, mi sono dovuta portare dietro la bimba, e lei stava nel letto dell’ospedale mentre io mi arrangiavo su una sedia.

Marcillotta si chiede: “Esiste un modo per cui la maternità sia parte della vita, ma non la MIA VITA?”.

Beh, suppongo ce ne siano tanti, anche se al momento me ne vengono in mente soprattutto due:

1)  Fare un figlio in un contesto familiare completo e collaborante.

2) Trasferirsi in Scandinavia.

Sono gradite, qui più che mai, le vostre testimonianze.

Vù spusà?

vu cumpràIeri ero sulla spiaggia e vuoi per la crisi, vuoi forse perché comunque eravamo tre donne in succinto bikini, l’andirivieni dei vù cumprà era intenso e incessante, e ho comprato di tutto, di più, compreso il sedicesimo asciugamano da spiaggia.

Lo so che non mi serviva, lo so, ma quelli che ho io sono tutti singoli, anche se ampi, tranne uno, che è quello che avevo in uso al momento e del quale non finivo di apprezzare la comodità.

Peraltro Attila desidera da tempo un asciugamano doppio, tanto che il motivo della lite furibonda che al sesto mese di gravidanza mi portò all’ospedale fu proprio che doveva passare dalla sua ex a farsi prestare (o restituire?) il suo.

Insomma, decido di comprarlo. Ne aveva due, uno coi coniglietti di Play Boy, uno a strisce colorate tipo bandiera della pace; io avrei decisamente optato per il primo, ma mia figlia interviene “Ma mamma, sei impazzita, che vuoi comprare, i coniglietti di Play Boy?!?!?!”. Io, che generalmente mi formalizzo più sulla sostanza che sulla forma, l’avrei comprato volentieri, ma ho dato retta a mia figlia e mi sono ritrovata con un banale e stravisto asciugamano a strisce.

Tempo due minuti ho capito di odiarlo.

Penso “Ora se ripassa me lo faccio cambiare” ma il tizio, ahimé, non ripassa più, forse proseguendo il suo cammino a oltranza lungo la costiera.

Più lo guardo più mi rendo conto che la nostra convivenza avrà vita breve e, mentre mi invento improbabili scenari di soluzioni alternative, passa un altro vu’ cumprà con un telo immenso dai colori e disegni splendidi, ma io ne ho appena comprato uno e accidenti, mica posso mettere su una collezione di asciugamani!

Quello mi vede che non stacco gli occhi dall’asciugamano, forse nota pure nello sguardo un triste rimpianto e mi si mette vicino (le ragazze erano a farsi il bagno), cercando di convincermi a comprarlo: ma lui non sa chi sia la Tremendisia, né di cosa ella sia capace… insomma, tempo un quarto d’ora l’avevo convinto ad accettare uno scambio degli asciugamani (nota per Stella: a me i commerciali fanno un baffo!).

Ho dovuto però realizzare nei successivi due minuti che gli occhi dolci e la voce suadente messi in ballo per l’opera di persuasione avevano avuto effetti collaterali: “Tu bella, bella, bellissima, quando io avere visto te, mio cuore fermato”. Ringrazio cortesemente, intenzionata ad acchiapparmi l’asciugamano-trofeo e a rimettermi a prendere il sole. Macché, non desiste.

“Tu marito?”. Si, lo so, amiche blogger, ne abbiamo già parlato, in quei casi bisogna tirare fuori il marito dal cappello a costo di fregarlo (temporaneamente s’intende) all’amica del cuore, crearlo dal nulla, tutti i mezzi sono leciti pur di scoraggiare il corteggiatore di turno ma, come ho avuto modo di dire, sono piuttosto deconcentrata e poco portata alla finzione.

“No, niente marito”.
“Oh, io sposare te!”
“Grazie ma voglio stare sola. Sei molto gentile, ti ringrazio anche per l’asciugamano, ora mi rimetto a prendere il sole”, e faccio la mossa di immergermi nuovamente nelle mie meditazioni estive.

“Fidanzato?”.
“No, nessun fidanzato” (ma Diemme, direte voi, allora sei de’ coccio? Non vuoi inventarti un marito, inventati almeno un fidanzato, che anziché dal cilindro puoi tirare fuori pure dall’ombrellone accanto!).
“Perché donna bellissima come te stare sola?”
“Perché ci sto bene.”
“Io ti sposa e porta in mio paese”.

Ecco, mi ci manca…

“Tu bella, bella, bellissima, bella tutta, belli piedi, belle mani, bello viso, io vorrei mangiare, io mangerei tutta”.

Beh, ammetto a questo punto di essere entrata in panico, non dico totale ma insomma…

E ti ci sta bene, diranno i maschietti che ronzano da queste parti, così t’impari a dare confidenza! In particolare Artù mi dirà “Ma come, scostumata, io ti avevo detto occhi a terra e tu queste parti mi fai?”, e mica mi potrò giustificare dicendo che io l’asciugamano a strisce non lo volevo, ché quello mi dà il ripudio perenne: e vagli a dare torto, stavolta gli darei ragione anch’io!

Cara Janet…

Michael Jackson bambino

fonte lapresse

Ricevo oggi un commento (che sarebbe stato più opportuno lasciare in risposta a quello cui si riferiva) che mi ha lasciato una persona a firma Janet.

Il commento, che non ho pubblicato ma che riporto qui, recita:

Fai tanto la sdolcinata, la romanticona. Vergognati. Non hai nemmeno avuto un pò di rispetto per Michael Jackson. Il tuo commento nel suo post è stato squallido. Tu critichi lui? lo giudichi? guarda, sei una contraddizione unica, una che scrive smancerie, poemi ecc…..e poi………. non fa pena se è morto? non è questione che ti faccia pena. Il tuo silenzio sarebbe stato più gradito…si chiama educazione e reispetto.
Ora prosegui a scrivere storielline a cuoricini….perchè ti rimangono solo quelle in quanto credo tu sia priva di cuore.

Beh, io non mi sono mai nascosta dietro un dito davanti ai detrattori, piuttosto ho sempre cercato di capire ciò che volessero dirmi, ho sempre preso le loro argomentazioni come spunto per riflettere e quindi anche qui ho fatto la stessa cosa.

Ho cercato di informarmi sulla vita di quest’uomo, che è stato un idolo delle folle, cercando anche di capire il motivo di questa presa. Non mi ha fatto piacere leggere quello che ho letto, tanto che alla fine non sono riuscita ad andare avanti.

Mi dispiace, non si può essere simpatici a tutti, e Michael Jackson continua a non essere una persona nelle mie corde.

Credo che il commento a cui ti riferisci sia questo, come risposta a un post che si concludeva affermando più o meno “mancherà a tutti”, che è stata la frase che ha fatto scattare la molla della risposta:

“ A me no, guarda, non mancherà neanche un po’: mai avuto simpatia per gli sciroccati, e poi per uno che così ferocemente rifiuta e rinnega la sua origine. Sai che fiera sostenitrice sia io dell’orgoglio nero, e un comportamento come quello di Michael Jackson è una scempio di tutti i principi che io difendo e in cui credo.

Muore tanta gente più innocente… no, non mi mancherà.”

Rileggendolo in seguito al tuo intervento mi sono un po’ pentita di aver usato il termine “sciroccato”, magari avrei potuto scrivere “eccessivo” come hanno scritto in molti, ma la sostanza non è che cambierebbe molto.

Per questo post ho scelto una sua foto da bambino (che bellissimo bambino!), e non ho potuto fare a meno di pensare all’uomo meraviglioso che sarebbe potuto diventare; le altre foto testimoniavano quanto male si fosse fatto e, cara Janet, mi dispiace averti in qualche modo turbato, ma le persone che si autoinfliggono del male non hanno mai avuto la mia simpatia (comprensione sì, perché c’è sempre un motivo di fondo, un insopportabile malessere per cui si adottano certi comportamenti).

Sorvolo sulle accuse di pedofilia, perché accusare è facile, ed è frequente che l’invidia per le persone di successo, come Michael,  provochi valanghe di calunnie e può darsi che calunnie fossero, ma non credo sia mai stata provata né una versione né l’altra.

Continuerò a fare cuoricini, e a occuparmi della gente tutt’altro che famosa, ma tanto più vera.

scheletri abbracciati

Gli amanti di Valdaro

E se non ci separasse neanche la morte? Se le nostre anime, quel giorno che faremo parte dell’Amore unico, della Luce unica, fossero appena appena un po’ più vicine e un po’ più strette?

Pare strano pensare il contrario. Quando due si sono amati tanto, e con tanta devozione, ritengono assolutamente inconcepibile anche il solo pensiero di poter vivere l’uno senza l’altro.

C’è chi ha perso il coniuge e in termine di un mese o due l’ha seguito, difficile a credersi che non sia per libera scelta. Lasciarsi andare, perdere interesse ed entusiasmo, e in fondo all’anziano cuore, suo da sempre, suo per sempre, un unico desiderio:

Finché morte non ci riunisca.

Mi racconta una mia amica che suo padre e sua madre se ne stavano tranquillamente seduti in poltrona nel soggiorno della loro casa, lui a leggere il giornale, lei a sferruzzare, come si conviene a una coppia di quei tempi.

A un certo punto, quasi colto da un’improvvisa illuminazione, lui abbassa il giornale e, rivolgendosi alla moglie, le ribadisce quanto lui la ami, come lei l’abbia reso felice, e quale onore sia stato per lui essere suo marito. La moglie alza gli occhi, inondata dalla dolcezza di quelle parole, giusto in tempo per vedere il marito reclinare la testa da un lato e morire così, col sorriso sulle labbra, dopo quest’ultima tenera dichiarazione.

Un’altra donna assisteva l’anziano marito in ospedale, piantata lì dalla mattina presto fino alla sera che dovevano mandarla via a forza, però a tutti mancava il cuore. Ferma, senza allontanarsi mai, attenta a ogni piccolo gesto del marito, per intuire ogni suo bisogno, ogni suo desiderio, e accudirlo, ma che dico, viziarlo; non si allontanava neanche per mangiare, e allora gli infermieri lasciavano là il cibo che il marito non avrebbe potuto consumare affinché almeno lei potesse nutrirsi, perché per la debolezza non finisse col crollare anche lei .

Alla fine si sentì così male (lo fece apposta?) che dovettero ricoverarla, e in qualche modo ebbero una stanza tutta per loro, cosicché potè restare lì e non andarsene neanche la sera.

Un giorno (oppure era una notte?), mentre lei gli sedeva silenziosamente accanto, lui le prese la mano, se la portò alle labbra e la baciò dicendole “Non sarei potuto vivere neanche un’ora senza di te”.

Finché morte non ci separi? Finché morte non ci separi temporaneamente.

Ma in realtà finché non ci riunisca, per tutta l’eternità.

(Diemme, 26/06/2009)

***

L’immagine è stata gentilmente, tempestivamente e azzeccatamente proposta da Mrs. President.

bacio_rospo “Pessima educazione” lamenta oggi mia sorella pensando alle nostre fantasie di bambine, e non posso darle torto: sogni fuori della realtà, di un mondo che esce direttamente dalle fiabe di Cenerentola e Biancaneve e dai racconti del libro Cuore.

Grandi valori, sogni smisurati, perdita del senso della realtà, concretezza zero.

Cresci, pensando solo al tuo dovere e a lui, il principe azzurro, lo aspetti  e proprio per potergli dire “Ti ho aspettato: non mi sono lasciata andare mai, perché sapevo che saresti arrivato”.

Cresci, cresci, cresci.

Ti sembra di vederlo, come richiedono tutte le fiabe che si rispettino. D’altra parte la nonna, quando leggeva le carte, lo vedeva sembre quell’uomo che ti avrebbe reso felice, cionondimeno il mazzo di carte rimane l’unico luogo in cui l’hai visto.

Cresci, cresci. Magari sei pure bellissima, ma non lo sai, ti fanno il filo, ma non ricambi, e quando ricevi la tua prima dichiarazione non puoi non pensare “E’ lui”.

Cosa gli chiedi? Di amarti, naturalmente.

Sbagliato, nulla al mondo di più sbagliato: l’amore non basta, non è mai bastato, non basterà mai. E poi, per di più, neanche ti ama.

E’ solo il primo di quelli che ti spezzeranno il cuore, che spremeranno il tuo tempo, il tuo spazio, la tua fatica, la tua buona fede, per poi lasciarti a piangere (eventualmente tentando poi di tornare, perché altrove non hanno trovato la stessa cosa).

“Profumi di moglie” mi diceva con tenerezza mio marito: ma il suo di odore era quello della superficialità e dell’incoscienza.

Sono 15 anni che sono sola e devo dire che, purtroppo, è da allora che sono felice. Stanca, stanchissima, ma felice. Forse con un pizzico di entusiasmo in meno di quello che avrei avuto se avessi accanto l’anima gemella, questo sì, lo ammetto.

Però felice.

Da bambina sognavo di dire: “Si, lo voglio”. Oggi sogno di desiderarlo ancora perché non mi sento mica normale.

Lo voglio

E tra un primo passo più o meno timidamente fatto, un no di picche  reale o per paura, finalmente ci scappa pure il sì, e arriviamo al fatidico giorno:

REVERENDO, a lui: “Vuoi tu prendere questa donna come tua sposa e promettere, davanti a Dio e questi testimoni, di essere un marito leale e fedele, di amarla e rispettarla in qualunque circostanza, di vivere con lei e di accudirla, in ricchezza ed in povertà, nella gioia e nel dolore, nella buona e nella cattiva sorte finchè morte non vi separi ?”

Lui: ” Lo voglio”.

REVERENDO, a lei: “Vuoi tu prendere questo uomo come tuo sposo e promettere, davanti a Dio e questi testimoni, di essere per lui una moglie leale e fedele, di amarlo e rispettarlo in qualunque circostanza, di vivere con lui e di accudirlo, in ricchezza ed in povertà, nella gioia e nel dolore, nella buona e nella cattiva sorte finchè morte non vi separi?”

Lei: Lo voglio.

E’ importante questa formula, solenne, suggestiva; dice tutto quello che è un matrimonio e tutto quello che serve per rispettarlo, alimentarlo e mantenerlo in vita, e in buona salute, finché morte non ci separi.

Ti affido la mia vita, e diventiamo un’unica carne. E i nostri figli saranno la prova di questa unione, di questa nostra straordinaria fusione in una vita nuova, piena d’impegni, piena d’amore.

E’ lo scontro con la realtà che fa fallire un matrimonio? Secondo me, due sono i fattori che portano un matrimonio alla tomba: la mancanza di rispetto e la mancanza di responsabilità.

Ci sono persone che si sposano, ma poi non capiscono bene che sono sposati. Spendono i soldi come vogliono, senza cura del bilancio familiare, si presentano agli altri come se fossero liberi, anche se non lo sono. Non parlo necessariamente di adulterio: “A Natale sto a cena da tizio, ma tu non sei stata invitata/stato invitato”, è un discorso che all’interno di un matrimonio non sta né in cielo né in terra. Eppure, c’è chi ce lo fa stare.

La violenza poi all’interno del matrimonio è molto più diffusa di quanto si possa pensare e, similmente a morte e malattia, non fa distinzione di cultura e censo; è un settore che riguarda il carattere, il modo di rapportarsi agli altri. Se poi ci aggiungiamo la violenza psicologica, il messaggio subliminale che uno a volte manda all’altro, un “sei una nullità, un fallimento, un inconcludente imbecille”  che si respira nell’aria senza soluzione di continuità, mi parrebbe piuttosto strano che l’altro prima o poi non scoppiasse: in un modo o nell’altro.

Le responsabilità poi sono anche quelle nei confronti dei figli, chi non ne vuole in partenza ma si decide a “confessarlo” solo dopo il matrimonio, chi ce l’ha ma non se ne occupa anzi, invece di dare una mano e sobbarcarsi la sua parte di responsabilità,  fa gravare sull’altro tutta la gestione e in più lamenta di sentirsi trascurato.

Mancanza di responsabilità e mancanza di rispetto: secondo me non ci sono altri motivi per cui la coppia scoppia.

Se andiamo a esaminare tutte, ma proprio tutte le cause di naufragio di un matrimonio, credo che si possano interamente, per un verso o per l’altro, ricondursi a questo.

2picche_CuoreE ancora un due di picche, detto stavolta a qualcuno che ci piace però… però non vogliamo perdere la nostra libertà, oppure questa persona ci è caduta talmente su un piatto d’argento che non siamo in grado di apprezzarne l’eccezionalità (ottenere qualcosa senza lottare ha uno strano retrogusto d’insoddisfazione), e poi sarebbe una storia troppo impegnativa, e poi siamo convinti che, tanto, sta là.

Ci ama, e poi è sola da tanto tempo, ruota intorno a noi nel nostro mondo, insomma, non c’è fretta. E poi “se”, e poi “ma”, e poi “in fondo”, e poi i “tanto”, e poi…

E poi, l’altra persona trova chi l’apprezza, ed è un attimo: ti volti e non c’è più.

C’è chi ce la fa a riprendersela, ma è comunque una brutta storia, che semina lagrime inutili.

C’è chi invece non ce la fa: e il rimpianto è ben triste compagnia.

indovina chi viene a cenaAvevo scritto tempo fa un articolo sul termine “Negro”, che è andato perduto con la rottura dell’hard disk.

Nel corso di un mio intervento, in risposta a un commento su un vecchio post, mi sono però reinfervorata sull’argomento (e sul razzismo in genere ovviamente), per cui vi ripropongo le mie parole in questo post, e mi farà piacere avere la vostra opinione in merito.

***

E che vuoi fare, a me cadono le braccia davanti a certi discorsi, e a una mentalità così diffusa, propria di menti troppo manipolabili e “semplici”: solo il sentire “noi” e “loro” mi manda il sangue alla testa.

Anche i cosiddetti buonisti comprensivi progressisti sono razzisti allo stesso modo, anzi di più: dire che “quando noi siamo andati in America abbiamo fatto questo e quello”, per esempio, che significa? Io non ci sono andata in America, e non sono colpevole di quello che hanno fatto degli altri italiani nel corso della storia, del tempo e dello spazio, come nessun rumeno è colpevole (o viceversa) di quello che fanno altri rumeni, e nessun polacco di quello che fanno altri polacchi e via discorrendo.

Chi vuole dimostrare che i negri sono eroici perché uno si è tuffato in mare per salvare una persona, è razzista nello stesso modo di quello che dice che sono tutti criminali perché uno ha ucciso/stuprato/rubato: in entrambi i casi si fa di ogni erba un fascio, si accomunano persone, nel bene e nel male, su un principio razziale.

Il razzismo verrà meno solo quando considereremo ogni essere umano semplicemente una persona, frutto pure della sua cultura e di quella che si respira nella sua eventuale nazione di provenienza, ma da giudicare e valutare personalmente, come entità a sé stante e diversa da tutte le altre.

Verrà meno quando riconosceremo a ogni essere umano il diritto alla vita, a una casa, a un lavoro, alla salute, a vivere in un paese in pace, e a lottare per tutto ciò. Quando il colore della pelle sarà un attributo come quello degli occhi o dei capelli, e la religione come i gusti alimentari, o la scelta degli studi, ovvero fatti personali in cui nessuno si deve permettere di entrare.

Una signora americana, peraltro felicissimamente sposata a un negro che raccontava essere uomo marito e padre straordinario, mi ha invitato a non usare il termine “negro”, ma “afroamericano”.

Ecco, dire “afroamericano” mi indigna, e mi indigna per due motivi: primo, perché abolire il termine “negro” in base a un pensiero politically correct significa affermare “negro è una parola brutta e offensiva”, e quindi è già discriminazione, e poi perché ritengo “afroamericano” un termine idiota. Ma perché una persona di pelle scura, nata a Roma, magari da genitori già residenti da anni in Italia, che parla romanesco, che ha compiuto i suoi studi a Roma, che magari conosce solo la cucina italiana, che non è mai stato e forse mai andrà né in Africa né in America dovrebbe essere definito “afroamericano”? Ipocriti!

Ribatte la signora: “Se tu in America usi la parola negro viene considerata un’offesa gravissima”.

Oggi. Perché mi pare che in film che sono pilastri della propaganda antirazzista e a favore del valore personale di ogni essere umano, come per esempio “Indovina chi viene a cena?” la parola “negro” venga usata regolarmente, senza nessuna valenza né positiva né negativa, solo per indicare una persona di pelle scura.

Si cerca di combattere il razzismo con l’edulcorazione dei termini, invece che col libero pensiero, critico, aperto e scevro di pregiudizi. Non è cambiando i termini per indicare qualcosa che si elimina il pre-giudizio sul qualcosa in oggetto.

Il razzismo sta nella categorizzazione, non nel termine che si usa per definirla. Il razzismo sta nell’egoismo, nel non volere riconoscere agli altri dei privilegi che per noi sono acquisiti, come quello del vivere in pace e del diritto alla tutela della salute, etc., perché “pancia piena non pensa a quella vuota”.

Il razzismo sta nell’arrogante pretesa di sapere degli altri ciò che invece si ignora totalmente.

Che significa, cara V., fare rete? Esprimere la nostra opinione contro il razzismo? Magari servisse, ma temo proprio sia fiato (tempo) buttato. 

***
E ora, vediamoci i pezzi più belli (veramente è tutto un capolavoro!) del film citato:

Votanti o pensionati?

 

Beh, io non lo ero, però ne ho visti tanti vedere i propri sogni infranti che posso immedesimarmi, capire e condividere la richiesta del signore di cui al filmato che segue.

 

Due di picche con amore

2dpicche_rosa E poi ci sono quelli che dicono no, ma vorrebbero dire sì.

Dicono no e vorrebbero che l’altro insistesse, che lo capissero che quel no significa sì, ma mica è facile. Le persone più sensibili poi sono spesso proprio quelle più timide, meno sfrontate, e i sentimenti profondi intimidiscono ancora di più.

Scappo, e voglio che tu mi insegua: non certo perché voglia essere snob, tutt’altro, è la paura che fa 90.Ti amo troppo e non ci posso credere, ti amo troppo e sarebbe talmente orribile pensare alla parola fine che preferisco non pensare neanche all’inizio.

Preferisco non conoscere le tue braccia piuttosto che rimpiangerle, preferisco non averti piuttosto che perderti.

Cogli l’attimo un corno, non ce la facco per un attimo di gioia ad avere secoli di dolore.

Non ce la faccio a crederci.

Me ne vado, me ne vado perché sto perdendo il controllo, e non mi dire che ” emozione” è perdere il controllo, queste sono parole, costa troppo riprenderlo, non ce la faccio a rimanere da sola a leccarmi ferite che sono tagli chirurgici, non ce la faccio ad armare la tua mano e a disarmare la mia.

Meglio un giorno da leoni che 100 da pecora? No amore mio, un giorno è poco: maledettamente poco.


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