
Nun rubare.
Non rubare. Mi ricordo nel film “Il cacciatore di aquiloni” che il padre del protagonista diceva che l’unico reato in realtà è il furto. Anche l’omicidio è furto della vita.
Si può rubare a un altro la dignità, i suoi sogni, un posto di lavoro. Il diritto alla salute, a mantenerla e ad essere curato in caso di perdita della stessa. A volte, brutte scoperte, scheletri nell’armadio che improvvisamente vengono alla luce ci portano via anche i ricordi, come uno scippo di una borsa in cui tenevamo un’irripetibile foto.
Credo che sia vero, l’unico reato al mondo è il furto, e quindi, non rubare, non rubare la scena, non il diritto alla verità (ché poche sono le bugie pietose), non il buon nome, non il dovere della responsabilità.
Non rubare il diritto a crescere, a sperimentare, a realizzare.
Non rubare.
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Cari amici, ho letto con interesse l’articolo proposto dal blog di Rossella Grenci (che a sua volta l’ha tratto dal sito http://www.benessere.com ).
L’articolo in questione è “Il ricatto morale”, e offre vari spunti di riflessione (e di esami di coscienza… ).
Io non ho modo in questo momento di soffermarmi ulteriormente, ma vi invito a leggerlo e, se vi fa piacere, di riportarmi le vostre esperienze/impressioni in merito.
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Un tempo mi piaceva la figura di Penelope, ora non saprei più dirlo.
L’immagine di questa donna, madre e moglie devota, che usa il celeberrimo sotterfugio della tela intessuta di giorno e disfatta di notte per temporeggiare coi Proci, mi piaceva.
Ora comincio a pormi delle domande: se i Proci non fossero stati Proci, ma dei superfusti gagliardi e tosti, se non si fossero “sprocedati” (per l’appunto), ma avessere tenuto una nobile condotta, Penelope sarebbe stata altrettanto devota nell’attesa del suo libertino marito?
E a proposito del marito, meritava cotal donnaiolo tanta dedizione? Ah, con quante belle donne si è intrattenuto il prode Ulisse! E, badate bene, non per l’adulterio va all’inferno nella Commedia dantesca, ma perché “consigliere fraudolento”.
Ma lasciamo perdere Ulisse e torniamo a Penelope. Direi “Penelope e il valore del temporeggiamento”. A volte prendere tempo risolve. Mi ricordo l’epoca degli sfratti, in cui corsi e ricorsi su cause in cui già si sapeva che l’inquilino avrebbe perso servivano solo ad allungare i tempi. Temporeggio, e nel frattempo cose che erano valide non lo sono più: il tempo lavora a favore di alcuni fatti, e contro altri.
Far stancare l’avversario è una tattica, e per lo più vincente (attenzione a essere veramente sicuri di voler stancare l’avversario, l’autogol non è mai una buona strategia
).
Torniamo ancora a Penelope (continuo a perdermi: ma non sarà il destino di chi la bazzica?). Io penso che, chi non dice di no ma pone un vincolo, di fatto dica “no”. Per contro, chi dice “no” spesso si smentisce in men che non si dica (beh, il genere umano è campione di coerenza o sbaglio?).
Io ho visto sposarsi in quattro e quattr’otto persone che dicevano che non si sarebbero sposate mai, e rimanere bellamente scapole altre che affermavano di volere di sicuro una famiglia, ma che aspettavano (l’anima gemella, il consolidamento della posizione lavorativa, il dirimersi di questioni familiari e via dicendo ).
Insomma, tessiamo la tela in attesa di che? L’aspetto che prevale nel comportamento di Penelope è quello di attendere Ulisse o di tenere lontano gli scarsamente appetibili Proci? E’ un atto che la lega a Ulisse o che la slega dai Proci?
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Balibar ci ha promesso delle sue riflessioni sul fatto di avere o non avere figli (volerne o non volerne piucchealtro).
Io, intanto ci metto la foto: come incipit direi che va bene, coi supereroi che ci spiegano perché loro non hanno figli…
Il post di Bali, appena arriva, ce lo aggiungo!
Eccolo!
****
Tratto direttamente dalla biografia di Balibar.
Ho convissuto con una donna fin verso l’età di 36 anni. Già con la mia compagna di allora, la relazione aveva delle problematiche legate ai figli.
Io era fin dall’adolescenza che avevo maturato l’idea di non volerne. Non ho mai fatto un’indagine profonda per capirne i motivi psicologici.
Mi bastava la spiegazione che avevo a portata di mano ed in seguito non ho mai avuto esperienze che mi facessero maturare verso idee diverse.
Lei non avrebbe potuto avere figli, a meno di pesanti cure ormonali da effettuarsi in caso di volontà di rimanere incinta.
Ma la sua identità femminile le richiedeva a gran voce di dimostrarsi almeno capace di averne.
Così vai con cure omeopatiche a suon di punture giornaliere nell’addome che il sottoscritto le dispensava.
Peraltro dichiarava che comunque figli non ne avrebbe voluti. Io ci credevo ed il rapporto continuava, seppur con frequenti burrasche di cui ero oggetto.
Non avevo capito? No, non avevo capito.
La storia finì, dopo essere passata anche per il tradimento reciproco.
Le cause furono diverse, non ultima quella di esserle stato più padre che compagno, di averle permesso di ricucire quello strappo psicologico che si era prodotto con il genitore in età adolescenziale. Ora tornava a credere nell’amore, nella coppia, nella famiglia, ma tutto questo non era più realizzabile con me.
Quello che so di lei, ora, è che si è sposata con chi le ha detto “o mi sposi o ciccia”, ha dei bambini e spero sia felice. Mi piace pensare di averle fatto da traghetto fino a tutto questo.
Come ne sono uscito? Una dottoressa da cui ero stato mandato per un colloquio mi disse “scarnificato”.
Altri problemi contingenti, in parte legati a quest’esperienza, fecero sì che per qualche anno non m’interessassi più, se non in maniera disordinata, ai rapporti con il gentil sesso.
Quando riaffiorai alla superficie, le donne di cui facevo conoscenza veleggiavano intorno ai 40 anni.
Belle persone, davvero, ma con un pensiero fisso: avere un figlio prima che fosse troppo tardi.
Certo, conosco tutti i discorsi sull’orologio biologico, l’istinto materno, etc.
Ne ho parlato con tante (ormai) amiche, ho raccolto le loro confidenze, soprattutto sui loro rapporti nascenti, le speranze, le delusioni.
Nonostante dichiarassero amore per il nuovo partner, l’idea di avere un figlio era assolutamente prioritaria. Non se ne rendevano conto ma era così.
Tante finivano per accoppiarsi con uomini tanto bravi, ma che erano, per lavoro, sempre in giro per il mondo. Difficilmente avrebbero avuto voglia, uomini in carriera, di mettere radici.
Qualche volta venivano lasciate fra un viaggio e l’altro.
Io chiedevo:”ma tu lo ami?” e loro rispondevano “sì, sì, certo”, ma già pensavano al nido dove crescere “la carne della loro carne”.
Tutto questo mi ha sempre fatto pensare che in realtà le donne seguano spesso un ordine sbagliato.
Il figlio è, eventualmente, un prodotto dell’amore fra un uomo ed una donna, non viceversa.
Qualcuna ce l’ha fatta e, avuto il figlio, stranamente il rapporto di coppia ha cominciato a fare acqua. Ma questo non avviene solo in casi in cui l’orologio biologico ha cominciato a fare drriiin.
Ho una quantità incredibile di colleghi abbastanza giovani che, ancora fidanzati, si ritrovano con la morosa in dolce attesa. Cerco di chiarire ed allora domando se non usavano precauzioni. Le risposte sono incerte: “mah, lei diceva che ogni tanto prendeva la pillola (la cosa incredibile è che veramente ci sono ragazze il cui concetto di pillola è quella di prenderla”ogni tanto”)”.
Lo so che pare tutto un grande stereotipo, ma tant’è, molte ragazze dopo risultano poco inclini all’affetto verso il compagno, figuriamoci ai rapporti fisici.
Mentre, benedetti i nonni, non vedono l’ora di tornare in palestra, a ballare, al lavoro o q.a. (scusa Pan).
Forse anche questo, la poca attenzione verso l’altro, conduce all’adulterio. Sicuramente per diversi uomini al calcio, al bar, alle lamentazioni, ma anche a rabbie, nei confronti della moglie.
Sì, sì, so anche che non bisogna far di tutta l’erba un fascio, che non si può generalizzare, però incontro frequentemente questo tipo di problemi e non affibbio colpe agli uni o alle altre.
Però, visto che anche in mia madre, donna di altra generazione, c’era molto di questo, mi viene da pensare che più che di istinto alla maternità, ci sia da parlare di ricerca d’adesione ad un modello d’identità femminile, che per me è un po’ è un limite.
Ho parlato poco degli uomini, me compreso? Penso che non abbiamo responsabilità in merito?
L’opposto, ma per questo ho sempre pensato che l’incontro fra maschile e femminile dovesse sostenere la crescita di entrambi, non il radicarsi di atteggiamenti e modi di pensare consumati.
Ecco, a me di essere scelto come riproduttore non va, anche perché sono sufficientemente egoista per volere le attenzioni per me. ![]()
Direi: “in casa di bambini ce n’è già uno, io”.
Eppoi se d’istinti vogliamo parlare io c’ho quello dello zio.
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Cari amici,
il nostro Bal qualche tempo fa ci (mi) pose un quesito che più o meno suonava così: è possibile essere amico di due persone che tra loro non legano?
La mia risposta sull’argomento è: sì, è possibile, quasi sempre, ma ci vuole un gran tatto e un grande buon senso e, comunque, ogni regola ha la sua eccezione.
Mi è capitato ogni tanto di avere amici che frequentassero persone con cui io non mi trovavo, il discorso era semplice “Tu non ti ci trovi, io sì”. Semplice e legittimo.
Ancora, c’è il caso che anch’io mi trovassi bene con quella persona (peraltro, il caso presentato da Bal era quello), ma ci ho discusso per qualche motivo, e non voglio più saperne perché sono arrabbiata: non siamo all’asilo infantile, il discorso “Se sei amico mio mio devi tagliare con lui” dopo i tre anni non è più lecito farlo, però…
Però ci sono dei casi in cui le amicizie sono inconciliabili. Ci sono dei casi in cui o l’amore o il disprezzo per l’altro sono talmente grandi da rendere sconsigliabile qualsiasi trait-d’union.
C’era una mia amica che non si è segnata alla stessa piscina del marito dicendo che non sopportava l’idea di immergersi nella stessa acqua. Ha abbandonato tutte le amicizie comuni perché non voleva sue notizie, e non voleva darne di proprie: perché è inutile, per quanto uno sia discreto, l’informazione sfugge, sia pure “devo telefonare a tizia prima che parta” (Ah sì? Per andare dove?). Esagerazione? No, libera scelta, a volte necessaria.
L’argomento può essere tabù, è allora diventa una zona d’ombra: io e te possiamo parlare di tutto tranne che di questo, possiamo fare salotto a condizione di non toccare questo argomento. (che poi tanto si tocca sempre).
Beh, a me questo non piace, preferisco troncare. Senza fare aut aut, perché tu non devi “Essere amica mia oppure sua”, sono io che devo stare bene, a mio agio.
Ultimamente una cara amica ha rotto con me perché, a casa sua insieme ad Attila, la tensione era alle stelle, la situazione era imbarazzante e, alla fine, sgradevole. Abbiamo preso atto che tra me e Attila non ci possono essere frequentazioni comuni, e infatti non ce ne sono. Loro erano gli unici, ma non poteva durare.
Io posso essere amica di chi ha amici con cui non ho niente a che scompartire, con cui non ho argomenti comuni, con cui persino ho litigato, ma non posso averne con chi è pappa e ciccia con persone che disprezzo. Chi disprezzo non deve avere nessun gancio nella mia vita: è così. Oppure, Pomì.
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Non commettere adulterio
Beh, anche i sassi che passano da queste parti sanno ormai che sono ferocemente contraria all’adulterio. Forse solo in questo la mia convinzione religiosa è rigorosa, mi sarebbe piaciuto nella vita avere una sola persona, unica io per lui, unico lui per me: l’esperienza? Uno se la fa strada facendo, che condita dall’amore e dalla complicità è sempre meglio.
Spesso i monogami, i “tranquilli”, hanno meno problemi a letto, che siano di erezione, vaginismo, anorgasmia e quant’altro, che non quelli che si buttano via come carne da macello usa e getta, su cui e con cui tutti possono fare tutto.
Con questo non voglio dire qualcosa contro chi vive liberamente la propria sessualità, o che non abbia rispetto di se stesso, ma se posso avere rispetto per la libertà di gestire la propria vita, non mi piacciono comunque adulterio, libertinaggio, promiscuità.
L’intimità è una cosa importante: “diventiamo un unico corpo” significa “siamo una persona sola, sono disposta a condividere tutto con te”: questo, ovviamente, per i miei principi, ma capisco che i tempi siano diversi.
Comunque, lasciamo stare l’aspetto morale, perché un comportamento morale è un comportamento che non danneggia il prossimo, e se una persona libera si unisce a un’altra persona libera, in effetti, a chi fa danno? Giusto che tutto il resto della popolazione se ne infischi: ognuno può godere della sua vita nei limiti del proprio spazio.
Ma l’adulterio danneggia il prossimo: intanto, come diceva una mia cara amica, la fedeltà è anche una questione di igiene e io, quando mangio nel mio piatto, devo avere la più grande tranquillità. Secondo poi, credo che ormai sia cosa nota che da un rapporto sessuale possa scaturire una gravidanza (a parte malattie veneree).
Sapete quanti sono i bambini che le donne adultere “accollano” ai propri mariti? Non mi ricordo se uno su tre o uno su cinque, comunque una percentuale altissima, a momenti è la regola (poi, magari, in fase di eventuale separazione, questi figli verranno usati pure come arma di ricatto del povero marito, cornuto e mazziato).
Non sto difendendo gli uomini, l’unico motivo per cui gli adulteri non fanno una cosa del genere è perché non possono. Loro però, in compenso, possono abbandonare i figli sparsi qua e là.
L’adulterio, checché lo vogliano far passare come panacea della noia matrimoniale (dei matrimoni che stanno su con lo sputo, s’intende), è la rovina delle famiglie: ciò che Dio ha unito, l’uomo non separi. Tante famiglie che passano momenti di crisi si riaggiusterebbero se non si trovasse a portata di mano lo stimolo per non sforzarcisi nemmeno.
Spesso poi, nei rapporti clandestini, solo uno è l’adultero, e l’altro una persona che soffre terribilmente della situazione, dopo essere caduta nella trappola del “Lui poverino, intrappolato con una donna strega, (o, variante, tanto buona ma come una sorella ormai) che però non lascia perché papparapappapà, però ora le parla, adesso non è il momento” etc. etc., mentre la persona libera da impegni resta in attesa, spesso passando domenica e feste comandate a casa da sola, sfiorendo giorno dopo giorno, e predisponendosi a vivere di rimpianti. L’uomo di un’altra è sacro e non si tocca (neanche quando lui vorrebbe), la donna di un altro è sacra e non si tocca (neanche se lei lo vorrebbe): su questo, mi dispiace, non transigo.
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Sono arrivata trafelata, digiuna, con qualche minuto di ritardo. La chiesa era gremita, di tanti funerali cui ho assistito, mai prima avevo visto una tale partecipazione.
Cerco con lo sguardo la mia amica, non riesco a vederla, ci sono troppe persone. Cerco i ragazzi, non li vedo.
Il prete comincia il suo discorso. “Ci chiediamo perché è morto”. O forse non ce lo chiediamo più, perché sappiamo di non saper rispondere.
Perché è morto? Giovane, in perfetta salute. Due figli un po’ discoli, ma dal cuore d’oro. Una moglie, bella, innamorata di lui. Amica mia, ma che rinunciava a ogni uscita con noi perché per lei esisteva solo suo marito. Li incontravi al parco che passeggiavano, mano nella mano, con quel sorriso stampato sul viso, beati come due adolescenti.
Io conosco meglio il figlio più grande, che è stato compagno di classe di mia figlia, di quelli simpaticoni, della serie “ribelli buoni”, pieni di energia ma dal cuore tenero.
Mi ricordo di quando feci un’oretta di supplenza nella sua classe, che cominciò a scherzare sulla Roma…
L’ho saputo ieri mattina, e subito ho telefonato a casa. La mia amica non era in condizioni di poter rispondere, incredula, completamente sotto choc.
Oggi, finita la messa sono andata a salutarla, l’ho seguita fuori, poi ho aspettato per vedere i ragazzi, per abbracciarli, in silenzio. Non sarebbe stato certo da me dire cose come “Pensate a vostra madre”, o dire a lei “Sei una donna forte”: non mi sento a mio agio con certe frasi fatte, che tolgono al dolore, al dramma, il loro diritto a esistere.
Non ho visto i ragazzi. Piano piano sono usciti dalla chiesa, gli addetti hanno caricato i fiori sul carro, e infine esce la bara, portata a spalla da enne tizi. Riconosco, all’ultimo posto, il figlio, e non riesco più a tenermi.
Mi chiedo che cosa significhi per un ragazzo di 15 anni portare sulle proprie spalle la bara del proprio padre. Quelle stesse spalle che da oggi porteranno ben altri pesi.
L’adolescenza a volte finisce così, all’improvviso.
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