Igiene e buon senso

uovo sodo

Mia nonna era solita dire, non fidandosi del concetto di pulizia altrui “A casa, degli altri, neanche un uovo con la coccia”.

Ah, saggia nonna, quanto aveva ragione. Io vedo che tanta gente, a parte il non avere rispetto per gli altri (quante cose ci vengono fatte passare perché “tanto che ne sa!”, tipo bibite servite dopo essersi attaccati alla bottiglia, cibo assaggiato e poi mestolo rintinto nel tegame o nell’insalatiera o piatto di portata, etc. ), tante persone proprio non si rendono conto.

Mi raccontò una mia amica che portava dei pomodori dal suo orto a un extracomunitario. Questi li pigliava e li mangiava così, senza lavarli. Lei, stupita, glielo fece notare, e lui rispose che non faceva niente. La volta successiva lei insistette, e lui per tutta risposta prese il pomodoro che si stava accingendo a mangiare e lo intinse nel secchio dell’acqua sporca dei pavimenti: la mia amica ancora vomita!

Insomma, come rispondevo poc’anzi a un commento, Attila ha comprato una nuova insalatiera per preparare della macedonia (dando per scontato che io non ne avevo): la figlia ha preso l’insalatiera e ci ha tagliato dentro la frutta, senza neanche darci una sciacquata sotto l’acqua corrente!

A me a volte sembra di essere circondata da una manica di deficienti. A volte mi sembra, altre ne ho proprio la certezza.

Diemme’s blog, dietro le quinte

Diemme's blog, dietro le quinte

E va beh, è un po’ che non scrivo, un po’ il caos esistenziale, un po’ poca ispirazione. Vado a dare un’occhiata alle bozze, se per caso ci fosse qualcosa che m’ispira e… sono 149! Qualcosa da recuperare? Ma non mi va di rileggerle, non mi va, prese e lasciate, ma chi se lo ricorda più che cos’è che m’ispirava e che avrei voluto scrivere!

Notare i 100 commenti da moderare.. sono democratica io!

Scherzi a parte, non credo che ce ne siano censurati, mi sa che sono quasi tutti doppioni o richieste di correzione errori di digitazione, ma siccome io non butto mai niente…

Do un’occhiatina anche agli altri numeri, accidenti quanto ho scritto! 1536 articoli, di cui 1331 pubblici, 47 resi privati (non chiedetemene il motivo, “non so, non ricordo”, 9 programmati e, per l’appunto, 149 bozze!

Che dite, mi dovrei dare una calmatina?

Autunno

panchina-autunno

Credevo che quest’anno l’avrei presa meglio. Giuro, ce l’avevo messa tutta, mi ero detta che ogni stagione deve essere una stagione di vita, che ognuna porta le sue belle opportunità, che la felicità la si può incontrare anche in un freddo e breve giorno d’inverno.

E invece no.

Da due giorni sto male, non so neanch’io perché. Sono molto nervosa, senza un motivo preciso.

Mia figlia ha ricominciato a non farmi dormire, e quello per me è esiziale. L’altro ieri notte, all’una di notte, sono stata svegliata dalle martellate che stava dando per sgusciare delle mandorle: mi sono alzata e me la sono mangiata viva, ma era la quarta notte ormai che non mi lasciava dormire, ed è stato il crollo.

Qualcuno ha rotto lo specchietto laterale della mia automobile, ovviamente nessun biglietto da nessuna parte, come uno si sarebbe aspettato in un mondo perfetto. Il mio libro pare che non riesca a vedere la luce, oramai non so neanche io il perché.

Una persona che ho molto a cuore, una che durante gli anni difficili della mia adolescenza mi aveva “adottato”, dandomi quell’affetto, ascolto, sostegno e comprensione che mia madre mi negava, è ricoverata in ospedale. Nulla di gravissimo, ma ci sono delle persone che tu vedi come colonne, e poi ti devi rassegnare al fatto che il tempo passa per tutti, anche per le colonne.

I rapporti con una mia amica si sono guastati. Forse lei non lo sa, o forse sì, non è una sciocca, io sono sicura che lei abbia capito. Il declassamento da rapporto di complicità a rapporto “amicale di grado 1″ è subdolo, impercettibile, ma sotto sotto doloroso, e non è che io a questo dolore sia indenne.

Ho ripreso due chili dei cinque che avevo perso.

Uno sfogo sul viso, cui se n’è aggiunto un secondo stamattina, completano il quadro.

Avrei voluto scrivere un post lirico sull’autunno… e invece vi siete beccati questo pippone  :(

Va eh, dai, un giorno o l’altro tornerà la poesia. E magari pure l’estate.

fata danza autunno

La terra di chi (Dal «Corriere della Sera», Indro Montanelli, 16 settembre 1972).

Nel 1876, assai prima dunque della nascita del sionismo, vivevano a Gerusalemme 25.000 persone, delle quali 12.000, quasi la metà, erano ebrei, 7500 musulmani e 5500 cristiani. Nel 1905 gli abitanti erano saliti a 60.000. Di questi 40.000 erano ebrei, 7000 musulmani e 13.000 cristiani. Nel 1931 su 90.000 abitanti, gli ebrei erano 51.000, i musulmani 20.000 e i cristiani 19.000. Nel 1948, alla vigilia della nascita dello Stato ebraico, la popolazione di Gerusalemme era quasi raddoppiata: 165.000 persone, di cui 100.000 ebrei, 40.000 musulmani e 25.000 cristiani. La presenza ebraica a Gerusalemme ha sempre costituito il nucleo etnico numericamente più forte. Di nessun altro popolo Gerusalemme è mai stata capitale. E’ quindi una leggenda l’affermazione che gli ebrei siano stati assenti da Gerusalemme per quasi venti secoli o che costituissero una insignificante percentuale della popolazione.
Prima che scoppiasse la seconda guerra mondiale, il nazismo in Germania già perseguitava i suoi 500.000 cittadini ebrei. Le disperate richieste di quegli ebrei di essere accolti nei paesi democratici al fine di evitare quello che già si profilava chiaramente come il loro tragico destino, vennero respinte.
Nel luglio 1938, i rappresentanti di trentuno paesi democratici s’incontrarono a Evian, in Francia, per decidere la risposta da dare agli ebrei tedeschi. Ebbene, nel corso di quella Conferenza, la risposta fu che nessuno poteva e voleva farsi carico di tanti profughi. Dal canto suo la Gran Bretagna, potenza mandataria della Palestina, venendo meno al solenne impegno assunto verso gli ebrei nel 1917 di creare una National Home ebraica in Palestina, nel 1939 chiudeva la porta proprio agli ebrei con il suo Libro Bianco, nel vano tentativo d’ingraziarsi gli arabi.
E’ stata questa doppia chiusura a condannare a morte prima gli ebrei tedeschi e poi, via via che la Germania nazista occupava l’Europa, gli ebrei austriaci, cechi, polacchi, francesi, russi, italiani, e così via. Il costo per gli ebrei d’Europa, che contavano allora una popolazione di dieci milioni, fu di sei milioni di assassinati, inclusi un milione e mezzo di bambini. Appena finita la seconda guerra mondiale i 5/600.000 ebrei superstiti, in massima parte originari dell’Europa orientale, si trovarono senza più famiglia, senza amici, senza casa, senza poter rientrare nei loro paesi, dove l’antisemitismo divampava (in Polonia ci furono sanguinosi pogrom persino dopo la guerra, e nell’Unione Sovietica Stalin dava l’avvio a una feroce campagna antiebraica).
Tra il 1945 e il 1948 nessun paese occidentale, Gran Bretagna e Stati Uniti in testa, volle accogliere neanche uno di quel mezzo milione di ebrei “displaced persons”, come venivano definiti dalla burocrazia alleata. La Palestina, malgrado la Gran Bretagna e il suo Libro Bianco, sempre in vigore anche dopo la fine della seconda guerra mondiale, non fu quindi una scelta, ma l’unica speranza, cioè quella del “ritorno” a una patria, all’antica patria, una patria dove da tempo si era già formata una infrastruttura ebraica.
Nel passato la vita degli ebrei nei paesi islamici e negli stessi paesi arabi è stata nell’insieme sopportabile. Di serie B, ma sopportabile. Gli arabi hanno incominciato a sviluppare in Palestina un odio “politico” nei confronti degli ebrei pochi anni dopo l’inizio, nel 1920, del Mandato britannico. L’odio, sapientemente fomentato dai capi arabi, primo tra i quali il Gran Muftì di Gerusalemme (che durante la seconda guerra mondiale avrebbe raccolto volontari per formare una divisione SS araba andata poi a combattere a fianco dei tedeschi contro l’Unione Sovietica), doveva culminare, dopo molti altri gravi fatti di sangue antiebraici, nella strage perpetrata a Hebron nel 1928 contro l’inerme, antica comunità religiosa ebraica.
Chiunque abbia viaggiato e vissuto nei paesi arabi durante le guerre del 1947-1973, sa che l’intera coalizione araba (Egitto, Siria, Iraq e Giordania) con il sostegno dei paesi arabi moderati, avevano un solo scopo che non veniva tenuto celato: il compito non era dare una patria ai palestinesi. Era cancellare ed annientare lo Stato di Israele.Le tragiche vicende che hanno successivamente tormentato il popolo palestinese sono state sempre per mano araba. Due i fatti impossibili da dimenticare: lo sterminio dei palestinesi in Giordania per mano di re Hussein e delle sue artiglierie, dove, solo il primo giorno del terribile “Settembre Nero” si contarono 5.000 morti; le stragi nel Libano, dove i palestinesi sono stati assediati ed attaccati, distrutti e costretti alla fuga dai miliziani sciiti di “Amal” e dai siriani. Così scriveva Montanelli:
“Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c’è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d’Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l’odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell’altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso.”
(Dal «Corriere della Sera», Indro Montanelli, 16 settembre 1972).

Piove.

proverbio cinese - spostare le montagne cominciando dai sassi

Piove.

E’ un’estate questa che se n’è andata senza essere venuta.

Sembra la metafora della mia vita: ricordate che scherzavamo sull’esorcismo “Novembre, esci da questo luglio”?

Mio marito mi diceva che non avevo mai avuto vent’anni. Lui non lo sa, ma non ne ho avuti neanche 18, o 15. Io ricordo l’ultima spensieratezza dopo la quinta elementare, seduta sul balcone che cucivo all’aria aperta i vestiti per la mia bambola.

Poi l’inferno. “Più matura rispetto alla sua età, troppo”, così mi hanno definita spesso. E’ così che mi sono sposata un uomo di vent’anni più grande, perché per i coetanei provavo quasi un senso materno.

Così mi sono trovata a vivere problemi troppo grandi per la mia età, o forse semplicemente troppo diversi. Ho vissuto aspettando di vivere, e ora tutto mi presenta il conto del tempo che passa, che è già passato.

Piove. Se ne va un’estate che non è mai arrivata.