L’anoressia
Un’altra delle cose che ho sempre sostenuto, non è tanto la necessità di perdonare, quanto quella di capire: perché, se ci mettiamo nei panni dell’altro, e riesaminiamo la storia con i suoi occhi, probabilmente riusciremo a capire certi meccanismi, e quando si è capito, non è più necessario perdonarlo, non c’è più posto in noi per il rancore; anzi, forse questo rancore viene sostituito dal desiderio di abbracciarlo questo benedetto altro, e dirgli che abbiamo capito, e l’unica cosa che vogliamo è stargli vicino.
Quanti torti che riceviamo trovano la propria giustificazione nel dolore dell’altro? Siamo tutti vittime di altre vittime.
Perché mi è venuto in mente tutto questo? Cercavo su Google un’immagine per un articolo, che voleva essere spiritoso, sulla prova bikini, e trovo questa. Un pugno allo stomaco, che mi riporta indietro di anni.
Ero in un negozio sotto casa, dove incontro la madre di una mia amica, donna simpaticissima e alla quale ero sinceramente affezionata. La saluto con simpatia, lei mi guarda, sgrana gli occhi, e comincia a urlare che non devo frequentare sua figlia, che devo girare al largo da casa sua; sgrano gli occhi a mia volta, assolutamente stupefatta della sua reazione: l’ultima cosa che si può dire di me, è che sia una cattiva compagnia. Riprendo il controllo del mio stato d’animo, e le chiedo il motivo della sua reazione.
Lei mi accusa: “Tu sei dimagrita, tu stai a dieta!”. Beh, sì, ero a dieta ed ero dimagrita, all’epoca ero 68 kg, per 1.65 di altezza: anche se dimagrita, non ero propriamente pelle e ossa.
“Vattene!”, incalza lei “Vattene via, non ti accostare a mia figlia!”. Un po’ più calma per l’esplicitazione dell’accusa, che mi metteva al riparo da figure barbine, riesco a riprendere le redini della situazione, e a parlare con lei.
Ne esce fuori una storia sconvolgente di anoressia, di quella figlia che per anni sembrava dovesse morire da un momento all’altro, impossibile da nutrire sia pure artificialmente. Una storia intrisa di un dolore e di un terrore che non l’aveva abbandonata mai, neanche a distanza di anni dalla completa guarigione della ragazza.
Era iniziata con una dieta, ed era finita in un inenarrabile calvario di psichiatri e ospedali. Psichiatri incompetenti e senza scrupoli, che avevano prosciugato il conto della famiglia (e questo era il minimo), senza minimamente risolvere il problema.
Mi mostra le foto dell’epoca: l’aspetto ricordava quello dei deportati nei lager, ma quello che stonava era che la ragazza non era lacera, non aveva il volto spento. Era ben vestita, ben curata, truccatissima, e sorridentissima: che cos’ha da sorridere una persona in quelle condizioni? Era impressionante.
“Mi sentivo bellissima”, mi racconta “e pienamente padrona della mia vita”.
Con il tempo, dice di aver capito il meccanismo che l’ha spinta all’anoressia, ma non ha mai voluto parlarmene.
Io continuo però a vedere, dietro il corpo di una bulimica, di un’anoressica, ma anche, perché no, dietro quello di un supertatuato o superpiercingato, una persona che chiede aiuto.
Perché, una persona che sta bene, non può aver voglia di distruggersi.
8 comments May 6, 2008


















Traduco liberamente dal libro che sto leggendo in autobus, “Your best life now”, di Joel Osteen.
Tante volte mi è capitato di comprare abiti di una taglia più piccola perché “tanto ora dimagrisco”: poi mettevo sempre le stesse due cose, fino a esaurimento delle stesse.