Lettera aperta al sindaco di Roma

LETTERA APERTA AL SINDACO DI ROMA
di Deborah Fait, Israele

Gentile Signor Sindaco,

Ho letto che oggi il suo vice, Luigi Nieri, ha ricevuto, suppongo in Campidoglio, Fadwa Barghouti, moglie del terrorista Marwan Barghouti che sconta cinque ergastoli nelle carceri israeliane. Non capisco bene il motivo per cui la seconda piu’ alta carica della Capitale d’Italia abbia deciso di ricevere la signora in questione.

Non credo che la moglie di Salvatore Riina sia mai stata invitata in Campidoglio sebbene il marito sia anche piu’ importante di Barghouti avendo da scontare ben 16 ergastoli.

Le scrivo, Signor Sindaco, perche’ vorrei capire le motivazioni che vi hanno portato a compiere un’azione cosi’ meschina, disumana e irrispettosa nei confronti delle tante vittime del terrorismo palestinese di cui Barghouti e’ stato capoccia di rilievo, quale braccio destro di Arafat, sin dai tempi della prima intifada.

So che la signora Fadwa gira il mondo per chiedere la liberazione del marito e degli altri terroristi palestinesi ed e’ un suo diritto farlo, sarebbe un diritto anche della signora Riina ma forse quest’ultima non ha i soldi di cui abbondano i terroristi palestinesi mantenuti dalle nostre tasse e dai fondi di Banche e Organizzazioni che dovrebbero servire a migliorare la vita dell’uomo della strada palestinese e che invece vengono usati per il terrorismo e per far vivere nel lusso piu’ sfrenato le mogli degli assassini palestinesi.

E’ un diritto della signora Barghouti, dicevo, ma non e’ un dovere vostro, quali rappresentanti della citta’ di Roma, Capitale d’Italia, ricevere la moglie di un pluriassassino.

Marwan Barghouti, Signor Sindaco Marino, e’ stato il capo dei Tanzim, una banda armata, affiliata a Al Fatah, che si e’ macchiata dei piu’ efferati delitti contro civili israeliani, uomini, donne e bambini. Erano Tanzim, al comado di Barghouti, quei figuri che, nel 2001, misero al muro due ragazzi israeliani colpevoli di essere andati a mangiare humus a Tulkarem, gli spararono in testa. Spararono in testa anche a una bambina seduta in una gelateria con la nonna. Hanno commesso crimini tremendi che Marwan Barghouti organizzava e ordinava .

Esiste un motivo, un solo motivo, Signor Sindaco, che vi consenta di ricevere oggi la consorte dell’assassino Barghouti?

Esiste un solo motivo che consenta a Lei e al suo vice di offendere gli Italiani, i cittadini di Roma e la stessa citta’ di Roma?

Signor Sindaco Marino, trovo vergognoso e immorale che in Campidoglio si riceva una donna il cui unico ruolo e’ di essere moglie di un assassino che privò della vita decina di persone innocenti, tutte civili, non soldati.

Credo che lei debba chiedere scusa alle vittime di Barghouti, a Israele, ai romani e agli italiani tutti per aver fatto, oggi, di Roma la Capitale della Vergogna.

Deborah Fait, Israele

Fonte: Informazione Corretta

Quanto a subliminale…

Ecco, questo video mi ha urtato.

Quando è rosso, pericolo, non possiamo fare l’amore.

Perché è chiaro, è escluso che l’amore si faccia per avere figli. La possibilità di gravidanza è un pericolo, segnato con il rosso.

Verde, via libera.

Non potevano fare, che so io, arancione=fertile, blu=non fertile? Persona, per il modo in cui funziona, non potrebbe essere definito, anziché “metodo contraccettivo”, un metodo per il monitoraggio della fertilità? Raddoppierebbero le vendite, verrebbe comprato anche da chi i figli li vuole e la gravidanza la cerca!

Troppo neutrale?

 

 

Quei morti che non fanno notizia

Poiché su Focus on Israel non c’è la possibilità di rebloggare in automatico, lo faccio manualmente, perché secondo me certe notizie devono girare, e la gente si deve rendere conto.

Quei morti che non fanno notizia

di
Emanuel Baroz
18 aprile 2014
Quei morti che non fanno notizia

terrorismo-attentato-baruch-mizrahi-focus-on-israelLo scorso lunedì, vigilia di Pesach, la Pasqua ebraica, un uomo israeliano è stato ucciso da terroristi mentre era in macchina con la moglie incinta e i suoi figli. Baruch Mizrahi, questo era il suo nome, stava andando a festeggiare una delle festività ebraiche più importanti, quella in cui le famiglie si riuniscono a cena per leggere la Hagadà (letteralmente “la narrazione”, cioè il raccontro dell’uscita del popolo ebraico dall’Egitto, luogo in cui erano schiavi) e i bambini sono al centro della situazione perchè il loro compito è di porre domande a cui i gli adulti devono rispondere. Anche la moglie è stata ferita da un altro colpo, così come uno dei figli, mentre gli altri due si sono salvati  per l’intervento di un gruppo di soldati.

La Famiglia Mizrahi, abitante nella Città di Modin e composta dal padre Baruh, 46 anni, dalla moglie Hadas, 38 anni, e dai loro cinque figli, di cui tre femmine dai 15 ai 3 anni e due maschi di 9 e 7 anni, viaggiava nella monovolume bianca di famiglia verso Qiryat Arba, sulla Strada Statale 35 che da Qiryat Gat porta a Hebron, passando per il Passo di Tarqumiyah, quando è stata colpita da alcune raffiche di mitra partite dal bordo della strada. “Ho sentito spari e sibili di pallottole e ho accelerato” -  ha detto la donna – “Mio marito non parlava, era reclinato leggermente, crivellato di colpi, e io continuavo ad accelerare dicendo ai bambini di stare indietro, perché non volevo che lo vedessero cosí.  Ma loro dicevano: “Papà perché non parli? Papà perché non rispondi e non ti muovi?” e l’hanno visto tutti.  Poi, all’improvviso Almog, il mio bambino di 9 anni, mi ha detto con voce molto tranquilla: “Mamma, mi esce sangue dal petto”, ed ho visto che la sua camicia bianca era insanguinata e allora ho accellerato ancor di piú fino a una Jeep di soldati dove mi sono fermata.”

Il piccolo Almog, in effetti, era ferito da una pallottola al petto, così come la madre. Entrambi sono stati portati immediatamente all’ospedale Sha’are Tsedeq di Gerusalemme, dove sono stati operati. Ad Almog è stata estratta una pallottola dal petto e lui ha dichiarato, poco prima di essere dimesso dall’ospedale per andare ai funerali del padre: “Sono proprio stato fortunato che la pallottola non mi abbia colpito al cuore.  Sono proprio stato salvato oggi.  La pallottola si è fermata prima del cuore.  È importante per me che prendano quei terroristi. Io non ho niente da dire a quella gente.  In questa festa sento che sono stato salvato”.

L’attentato terrorista è stato lodato da Hamas e dall’OLP, l’organizzazione a capo dell’Autorità Nazionale Palestinese, quelli per intenderci considerati moderati con cui Israele dovrebbe trattare per trovare un accordo di pace.

Questa terribile storia è vergognosamente passata sotto silenzio in Italia, dove i mass media hanno dedicato alla notizia al massimo lo spazio nelle “brevi”, alcuni come Il Manifesto addirittura definendo la vittima, nata a Tel Aviv e residente a Modin, come un colono, come se questo giustificasse l’attentato. Ancora peggio il modo in cui l’Osservatore Romano ha riportato la notizia, parlando di una “sparatoria” e non di un attentato. Questo è il livello dell’informazione in Italia.

(Grazie a Sergio Hadar Tezza per la collaborazione alla stesura dell’articolo)

Fonte: http://www.focusonisrael.org/2014/04/18/terrorismo-baruch-mizrahi-attentato-palestinese/

Invocare un bimbo

famiglia in foresta

Questa meraviglia l’ho appena letta su fb:

C’è una tribù in Africa, dove la data di nascita di un figlio non viene conteggiato da quando nasce, né da quando è concepito, ma dal giorno in cui il bambino era un pensiero nella mente di sua madre. E quando una donna decide che avrà un bambino, va fuori e si siede sotto un albero, da sola , e ascolta fino a quando può sentire il canto del bambino che vuole venire. E dopo aver sentito la canzone di questo bambino, lei torna da colui che sarà il padre del bambino, e la insegna a lui. E poi, quando fanno l’amore per concepire fisicamente il bambino, per un po’ di tempo cantano la canzone del bambino, come un modo per invitarlo.
E poi, quando la madre è incinta, insegna la canzone del bambino alle levatrici e alle vecchie donne del villaggio, in modo che quando il bambino è nato, le donne anziane e le persone intorno a lei cantino la canzone del bambino per accoglierlo. E poi, come il bambino cresce, agli altri abitanti del villaggio viene insegnata la canzone del bambino. Se il bambino cade, o si fa male al ginocchio, qualcuno lo raccoglie e gli canta il suo canto. O se il bambino fa qualcosa di meraviglioso, o partecipa ai riti della pubertà, allora come un modo per onorare questa persona, la gente del villaggio canta la sua canzone.
Nella tribù africana c’è un’altra occasione su cui gli abitanti del villaggio cantano al bambino. Se in qualsiasi momento durante la sua vita, la persona commette un crimine o un atto sociale aberrante, l’individuo è chiamato al centro del paese e le persone della comunità formano un cerchio intorno a lui o lei e poi gli cantano la sua canzone. La tribù riconosce che la correzione per un comportamento antisociale non è la punizione, ma è l’amore e il ricordo della propria identità. Quando si riconosce la propria canzone, sparisce la voglia o il bisogno di fare cose che possano ferire un altro.
E va così la loro vita. Nel matrimonio, le canzoni sono cantate, insieme. E infine, quando questo bambino è sdraiato sul letto, pronto a morire, tutti gli abitanti del villaggio conoscono il suo canto, e cantano, per l’ultima volta, il canto a quella persona.

 

24 errori logici conversazione: 7°, Fallacia del giocatore d’azzardo…

fallacie-logiche

E siamo arrivati all’esame del settimo punto di quelli elencati nell’ormai a noi notissimo articolo che ha dato il via a questa saga.

Oggi parliamo di quella che qui viene definita “fallacia del giocatore d’azzzardo”, ma che a me sembra solo un’analisi scriteriata della realtà, che da premesse vere tira fuori conseguenze fasulle anche se, in modo del tutto casuale, potrebbero effettivamente realizzarsi (e da qui il paragone con il giocatore d’azzardo).

7. Fallacia del giocatore d’azzardo. Credere che eventi statisticamente indipendenti siano collegati tra di loro, e ricavarne previsioni. Il tutto quando in realtà, come si dice, “il caso non ha memoria”.

Il rosso era uscito sei volte di fila alla roulette, così Greg sapeva che quasi certamente la volta successiva sarebbe uscito il nero.

Fonte: http://www.ilpost.it/2014/01/03/lista-fallacie-logiche/

 

A voi che fa venire in mente questo sistema per l’appunto azzardato di collegare gli avvenimenti? A me fa ricordare una tizia, che ogni tanto andavo a trovare al negozio, che si era messa in testa che io portassi fortuna, perché ogni volta che io ero nel suo negozio entrava un sacco di gente e realizzava cospicui incassi.

Beh, ci credete che non ci sono più andata? Avevo il terrore che, il giorno che non avesse più incassato in concomitanza con la mia presenza, mi avrebbe appiccicato l’etichetta di iettatrice! :shock:

Il Pesach e l’essere ebrei

Pesach meal

Cara figlia,

ogni tanto ti ritrovi catapultata in queste “cose ebraiche”, in cui ti senti tanto pesce fuor d’acqua. In effetti, ti ho trasmesso tanti valori, un’etica, ma non una religione.

Non ci credo tanto alle religioni io, e infatti generalmente mi definisco “credente”, come te tra l’altro, ma senza definire esattamente in cosa.

Non rispetto questa mia fede con riti religiosi, con preghiere preconfezionate, ma tento di testimoniarla con il rispetto del prossimo, del Creato tutto, e con la coscienza convinta che facciamo parte di un disegno più grande di noi, e che nulla o quasi è casuale.

Se m’invitano a una qualsiasi cerimonia religiosa, io vado, sono curiosa di usi, costumi, credenze, esperienze, saggezza atavica proveniente da tutto il mondo, testimonianze etc.

Ogni tanto mi toccano – ci toccano – anche le celebrazioni della mia di religione, non mi sento così dentro, ma certo non così fuori come te. Eppure, mi piacerebbe tanto che tu capissi il senso, il significato più profondo di queste festività, che testimoniano valori che oggi diamo per scontati, come la libertà, o che ignoriamo, come la responsabilità personale, il bisogno di riflettere sulle colpe commesse, e il doverne riparare in ogni modo il danno derivatone.

Mi piacerebbe che tu le conoscessi certe cose, perché tu, che ti piaccia o no, sei ebrea. Dici di no? Sicura? Sicura di sapere cosa significhi essere ebreo?

Ricordi quando, alle elementari, quella tua amica invitò tutti ad isolarti in quanto ebrea? Tu non capivi neanche cosa stesse succedendo, ma ti ritrovasti sola. Quando lei salì su un albero a urlare che lei era normale perché era cristiana, perché andava in chiesa, e io al racconto sdrammatizzai dicendoti “Meno male che ce l’ha comunicato che è normale, ché noi non ce ne saremmo mai accorti!”, lo ricordi? Ecco, essere ebrei significa principalmente questo e, purtroppo, non mancherai di scoprirlo.

Io me lo sono chiesta sai, a un certo punto della mia vita, cosa significasse essere ebrei. Perché una “razza ebraica”, con buona pace di tutti, semplicemente non esiste. Persino io mi stupii quando un mio vicino mi fece notare questo particolare e in effetti, in un documento che dovetti riempire, alla voce razza mi dissero che dovevo scrivere “caucasica”: caucasica a me? Guardi che io col Caucaso non c’entro niente!

“Signora, lei è nera? E’ asiatica? No, lei è bianca, caucasica”.

Ah sì?

E invece gli ebrei sono bianchi, neri, rossi e gialli (forse ce ne sarà anche qualcuno a pallini verdi? Sicuramente qualcuno sarà pronto a sostenerlo), biondi, bruni, hanno occhi azzurri, verdi, castani e neri. Seguono la religione, non la seguono, sono atei, ortodossi, non mangiano maiale o ne fanno scorpacciate, a seconda delle loro scelte di vita, santificano le feste oppure no, qualcuno riposa il sabato ed altri sgobbano il doppio: ma allora, che cosa significa essere ebrei?

Riflettevo su tutto questo, su cosa potesse mai intendere la gente quando parla degli “ebrei”, cosa si materializzasse nel loro immaginario nel pronunciare questa parola, che alcuni evitano per il “politically correct”, bollando così il termine come denigratorio, e mettono quella bocca a culo di gallina per chiederti, con la voce il più flautata possibile, se sei “di religione israelita”: ma vaff…, no, non sono “di religione israelita”, non so neanche dove sia di casa la religione israelita, ma se volevi sapere se sono ebrea sì, lo sono, perché, modestamente, lo nacqui, e quindi per diritto di nascita ho questo patrimonio di storia dolorosa, di persecuzioni, discriminazione, tentativi di annientamento, e poco importa se ho il nasino alla francese oppure adunco, questo diritto di nascita mi farà sempre, per tutta la vita, incappare in qualcuno come la tua ex compagna di classe, che mi discriminerà e inviterà gli altri a farlo, mi isolerà e inviterà gli altri a farlo, perché sono ebrea, anche se mi verrebbe voglia di chiedergli: “E dunque?”.

Chiedilo, “E dunque?”, ti si rizzeranno i capelli a sentire le risposte. Ti diranno che siamo banchieri (no figlia mia, non ti ho nascosto niente, non sono una banchiera, non lo era mio padre e non ho banchieri tra i miei parenti), ti parleranno di complotti, ma ci sarà anche chi ti verrà pure vicino con fare amichevole e atteggiamento radical-chic, e ti chiederà se Israele ha la bomba atomica, o se hai saputo in anticipo dell’11 settembre, e tu le prime volte sbarrerai gli occhi, ti chiederai che accidente stia dicendo il tuo interlocutore, penserai che sia completamente impazzito, ma poi vedrai che non è un caso isolato, che tutti pensano che il governo israeliano, prima di fare qualsiasi passo, e ovviamente il mossad, prima di qualsiasi mossa, telefonino personalmente a tutti gli ebrei della diaspora, fino all’ultimo spazzino, per avvisarli di ciò che bolle in pentola.

Certe volte ci sorrido, certo che mi piacerebbe che fosse vero tutto quello che ci attribuiscono o quasi, chi non vorrebbe essere ricco e potente, informatissimo su tutti i fatti internazionali, padrone delle sorti del cosmo? E invece no, io andrò in pensione con la legge Fornero, cioè mai, e continuerò ogni giorno ad alzarmi alle cinque, spaccarmi la schiena dalla mattina alla sera, guadagnarmi il pane duramente, senza santi in paradiso, e senza coscienza di ciò che succede nel mondo, nelle alte e altissime sfere, né niente dell’11 settembre, e se è per questo neanche del 12, del 13 e del 14.

L’altra sera è iniziato Pesach: il Pesach è una festa bellissima, perché rappresenta la liberazione degli ebrei dalla schiavitù d’Egitto, schiavitù che in genere, per ogni uomo, è prima di tutto quella mentale.

Pesach significa passaggio, “passare oltre”, anche se in realtà non è detto che si riferisca solo al passaggio degli ebrei attraverso il deserto. “Passare oltre” significa tante cose, passare dalla schiavitù alla libertà, passare da una terra all’altra, da una mentalità di schiavi – e spesso politeisti e pagani – allo status di uomini liberi, e con un unico Dio.

Qui è descritto il significato del Seder, l’ho preso da un giornale, leggilo, secondo me è interessante:

La prima sera di Pesach (le prime dure sere fuori di Israele) le famiglie ebraiche si riuniscono intorno a un tavolo apparecchiato in modo particolare, per celebrare il Seder, una cerimonia durante la quale si legge la Haggadah, il racconto dell’uscita degli ebrei dall’Egitto, arricchito di midrashim (parabole) e commenti dei Maestri.
E’ una cena con un preciso ordine delle portate (e infatti seder significa “ordine”, ndr), alle quali si alternano canti e melodie che si tramandano di generazione in generazione, e nella quale un ruolo fondamentale hanno i bambini ai quali è affidata il compito di iniziare chidendo agli adulti: “Questa sera, in cosa è diversa dalle altre sere?”. “Perché tutte le altre sere mangiamo pane, e questa sera azzima? Perché tutte le altre sere mangiamo qualsiasi tipo di verdure, e questa sera erba amara? Perché tutte le altre sere non intingiamo (riferito al sedano intinto in acqua e sale o aceto) neppure una volta, e questa sera due volte? Perché tutte le altre sere mangiamo seduti, e questa sera sdraiati?”.
Sul tavolo apparecchiato viene posto in piatto contenente tre pani azzimi (matzot), in ricordo del pane non lievitato mangiato nel deserto, una zampa d’agnello (pesach), in ricordo del zevach pesach, il sacrificio pasquale compiuto dal popolo che si accingeva a uscire dalla schiavitù, e dell’erba amara (maror), in ricordo dell’amarezza della schiavitù.
Oltre a questi tre simboli di Pesach (pesach, matzah, maror), nel cesto vi è un uovo sodo (che simboleggia il ciclo della vita e della morte), il charoseth (impasto di frutta, datteri, noci, mandorle, mele, ecc.) che simboleggia la malta che gli ebrei schiavi erano costretti a preparare in Egitto per fabbricare i mattoni con cui avrebbero edificato la città del Faraone. Vi è poi del sedano (carpas), che deve essere intinto in acqua e sale, o in acqua e aceto.
Durante il Seder si devono bere quattro bicchieri di vino in memoria delle quattro espressioni usate da Dio quanto preannuncia a Mosè la prossima liberazione del popolo: “li sottrarrò” dalle sofferenze dell’Egitto “; “li farò uscire” dal luogo di schiavitù; “li redimerò e li prenderò come mio popolo”. Esse rappresentano i vari stadi della libertà appena riconquistata che vanno elevandosi a sempre maggior livello fino a raggiungere la santità di “li prenderò come mio popolo” (Es 6,7).
La Torah aggiunge una quinta espressione: e “li farò entrare nella terra promisi ai loro padri” (Es 6,8). Non può esistere in effetti una completa libertà morale se non è legata a una libertà di comportamento, possibile solo in uno stato proprio e indipendente.
Durante la lettura della Haggadah vengono nominate le dieci piaghe che hanno colpito l’Egitto e per ognuna di essa si versa un po’ di vino contenuto nel bicchiere in un recipiente: ciò sia per augurarci che queste disgrazie siano sempre lontane da noi e dalle nostre famiglie, sia per ricordare che nessuna gioia può essere completa se è costata lutti e dolori ad altri, sia, infine, per auspicare che mai più si ripeta una situazione in cui un popolo meriti di essere colpiti da tanti flagelli.
Apetto importante della lettura dell’Hagadà è il brano riguardante i “quattro figli”: il sapiente, il semplice, colui che non è capace neppure di domandare, e il figliolo cattivo.
I quattro figli rappresentano i vari tipi di cui l’umanità è composta e il testo della Haggadah ci fornisce importanti suggerimenti sul tipo di risposta da dare ad ognuno di essi.
Al saggio, cioè colui che pone una domanda acuta e complessa, si deve dare una risposta adeguata, dotta e approfondita, che non deluda né sottovaluti l’intelligenza e la capacità di apprendimento di chi domanda.
Al semplice occorre dare una risposta chiara e comprensibile per permettergli di capire pienamente il senso di quanto gli si sta spiegando, stimolandolo possibilmente a far nuove domande.
Particolarmente importante è l’insegnamento che viene impartito al figlio che non è in grado di porre domande; ci dice infatti la Haggadah: “A colui che non sa domandare, aprigli tu la bocca!”. Importante notare che nella frase “apri tu”, il “tu” è espresso al femminile, “apri” al maschile. È la madre la prima insegnante del bambino, tocca quindi soprattutto a lei, fin dall’inizio, seguire con la massima attenzione il suo sviluppo mentale: ma è il padre che deve coadiuvare e sostenere sua moglie in questa opera. Se ne conclude che solo la collaborazione fra padre e mandre permette un normale, sereno sviluppo del carattere infantile.
Inoltre, se un bimbo si mostra totalmente disinteressato al mondo che lo circonda, non fa domande e non si pone interrogativi, se dà segno di isolarsi e di non partecipare in alcun modo alla vita attorno a lui, lungi dal rallegrarsi per il “buon carattere” del bambino che non disturba, “aprigli la bocca”, sollecita cioè la sua curiosità, coinvolgilo nei fatti che accadono per renderlo vivo, interessato e partecipe, aiutandolo quindi a crescere e a entrare in modo intelligente e attivo nella società.
Al figlio “malvagio” che chiede: “Che cosa significa questa cerimonia (il Seder) per voi?”; domanda in cui sottolinea: “Per voi, e non per me!”, così gli si risponde: “Se tu fossi stato presente al momento della salvezza, non saresti stato salvato!”.

Ecco, figlia mia, questa è una delle nostre tante feste, o forse sarebbe meglio dire delle nostre celebrazioni, le nostre ricorrenze.

Spero di aver acceso un po’ la tua curiosità, averti scosso dal tuo torpore riguardo al senso della tua identità e averti suscitato qualche riflessione; spero altresì che, quando verrai ancora con me per celebrare qualche festa o all’ennesima commemorazione di qualche fatto della Shoà, ti sentirai meno estranea, ferma restando la tua libertà di credere in quello che più ritieni giusto e manifestarlo come più ritieni opportuno, e di sentirti, come d’altra parte mi sento io, semplicemente cittadina del mondo.

Dobbiamo parlare

Cagna uccisa con cuccioli - Ucraina

L’ho affrontata.

Le ho detto che, siccome non voglio mandarla via da casa, neanche per andare da papino suo (che lei parla parla, ma sempre qui sta), se la situazione non si risolve me ne vado io.

Piano piano mi cercherò qualcosa – mentre suo padre ha una casa vuota che non sa a chi affittare -, magari in un paese vicino, come ai bei tempi della gioventù quando, pur di affrancarsi dai genitori, ci si adattava alle situazioni più improbabili.

Certo, devo fare i conti con il lavoro, deve essere qualcosa di ben collegato, magari nei pressi di una stazione.

Lei l’ha presa male, non capisce. Non si rende conto che la sera devo contrattare pure di poter alzare una gamba per infilare i pantaloni del pigiama. Non si rende conto che ogni mia conversazione telefonica è a tre, e che se io faccio una telefonata a un amico o a un’amica anche per rilassarmi un po’ alla fine ho la testa che mi scoppia.

Non si rende conto che passo la vita a cercare i miei oggetti, compresa la mia borsa quando sto sulla porta per uscire, per non parlare di giacche, etc., perché la roba a casa mia viaggia, al contrario di me che, quando non sono al lavoro, sto sempre piantata a casa a tentare di tamponare la situazione.

Non si rende conto che quando la notte crollo dal sonno, lei se ne lamenta, e per ripicca ignora che io stia dormendo, e qualunque cosa le serve mi sveglia: ora che sto qui a descrivere tutto questo mi rendo conto che rasentiamo la tortura, di quelle che ti portano dritte in clinica psichiatrica.

Lei dice che cercherà di cambiare, ma per ora non si vede luce all’orizzonte. Ieri ha rifatto i piatti che ha sporcato, e in effetti ora comincio a ritrovare sulla mensola del bagno quelle due cose che ci lascio.

Ah, poi ne aveva un’altra. Quando doveva andare da qualche parte, semplicemente prendeva tutto quello che le serviva, compreso il dentifricio (magari per andare a casa del padre o della nonna, dove si suppone ci fosse), e meno male che ho quello piccolo in borsa, che uso quando sono fuori.

Non so voi, ma a me sembra che il suo messaggio sia che non esisto, se non da un punto strettamente strumentale.

Il mio handicap è l’assenza, la mattina esco troppo presto, e la sera rientro troppo tardi e troppo stanca per affrontare/impostare qualunque cosa. Nel week end sono letteralmente abbrutita dalle cose da fare, quella che veniva definita un’intelligenza brillante credo sia andata a farsi benedire, anni di schiavitù inchinata a raccogliere, e oltre al lavare stirare pulire c’è il cercare, cercare, cercare.

Non vorrei stare lontana da lei, ma voglio il mio spazio, e se non c’è altro modo, se il rispetto non è contemplato, qual è la soluzione?

Ricordo i tempi in cui nelle famiglie c’era il padre che andava al lavoro, e il suo riposo era sacro: “Zitti, papà dorme”, e guai a disturbarlo.

E invece la mamma non deve dormire mai.

Inutile dirvi che tutto il comportamento di cui sopra  è tale e quale quello del padre, anche se in forma decisamente più moderata.

Sapete che mi ricorda tutta questa situazione?

Naturalmente, il mio Furio è distribuito, ognuno fa la sua parte, piccola o grande, è l’insieme che fa quell’effetto!

(Lo so che non mi ci vedete come vittima, ma credetemi, sono umana, carne e ossa!)