Oggi, 7 novembre, sono 15 anni da quando mio padre è stato sepolto. Io non c’ero, per una non meglio specificata tradizione che voleva a casa le donne familiari di primo grado.
Ve ne ripropongo tutta la storia, già pubblicata, in passato, a puntate.
—- Link al post originale : Era mio padre (I parte, “Era mio padre“)
Quando ho parlato dei miei novembre, ne ho omesso uno certo non meno determinante degli altri: quello in cui morì mio padre.
Mio padre era un uomo straordinario, forte, volitivo, determinato, generoso, altruista, coraggioso. Un uomo che aveva un grande senso della famiglia, e un amore per i figli incommensurabile, direi patologicamente smisurato.
Lui a sua volta aveva avuto una famiglia che l’aveva amato immensamente. Finché l’aveva avuta.
Poverissimo, mi racconta (ma di sé raccontava pochissimo), che a 7 anni era già a lavorare. Non ho capito bene cosa facesse, il ragazzino di bottega sicuramente. Mi racconta che una sera il padroncino, suo datore di lavoro, lo riaccompagnò a casa guidando ubriaco, ed ebbero un incidente da cui uscì con grosse ferite. Il padrone buttò addosso alle sue ferite dell’aceto per disinfettarle, poi lo mandò a casa.
Ancora a distanza di trenta, quaranta, cinquant’anni, ricordava il dolore enorme di quelle ferite, e la sua paura di bambino. La madre non lo mandò più a lavorare, ma non riuscì a proteggerlo per molto.
Di lì a breve le leggi razziali, e il 16 ottobre.
Erano nascosti i miei nonni, ma la fame li fece uscire dalla tana. Cosa accadde ve l’ho già raccontato.
Quando finì la guerra, qualche raro superstite tornò dai campi di sterminio. Mio padre, appena adolescente, andò loro incontro, si avvicinò a un irriconoscibile zio e gli chiese notizie del padre. “Ah”, biascicò lo zio emaciato e con gli occhi persi nel vuoto e, non rendendosi conto che l’orrore che avevano vissuto era lontano da chi era rimasto a casa, sia pure tra miseria e paura, quell’ombra d’uomo, quello che era rimasto di quell’uomo, gli rispose “l’hanno messo al forno, sì sì, mi pare proprio l’abbiano infornato”.
Lanciò un urlo mio padre, e corse via continuando a urlare.
*** Fine prima parte ***

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Nel 1948 partì per Israele: pardon, per quella terra che sarebbe diventata Israele.
“Perché l’hai fatto?” gli chiesi un giorno.
“Perché qui eravamo cittadini di serie B, C, zeta. Privati di ogni diritto, di ogni avere, spogliati del corpo e dell’anima, e i nostri cari, appena qualche anno prima, carne da cannone nei lager e nei laboratori. Siamo partiti per riconquistare la nostra dignità di esseri umani” : ora capite perché difendo così strenuamente gli stranieri che giungono in Italia?.
Fu guerra, fu dura. Rischiò la vita ogni giorno, e vide troppi morti: i corpi dei suoi amici, portati a spalla col loro sangue che scorreva su di lui, hanno popolato i suoi incubi fino all’ultimo dei suoi giorni.
Poi, come Dio volle, tutto questo finì. Mi raccontano (pensate, è solo da pochi giorni che me l’hanno raccontato, non l’avevo mai saputo), che qui in Italia si scese in piazza per festeggiare la nascita d’Israele: piano piano la vita, dopo tanta morte, si riaffacciava alle nostre case.
Andò, combattè, rischiò, salvò. Fu pluridecorato, eroe di guerra, amico fraterno di altri eroi che lì ebbero un altro destino. Ma lui non raccolse i frutti di quanto aveva seminato, perché la sua famiglia lo richiamava qui, in Italia, unica patria riconosciuta nonostante deportazioni e sterminio.
*** fine seconda parte ***

—- Link al post originale : Era mio padre (III parte, “Non sui miei figli“).
Tornò, conobbe mia madre, si sposò.
Mise su una piccola impresa, che presto divenne fiorente e si ingrandì.
Nacquero tre figli. Mia sorella dovette subire un’operazione d’urgenza e a ruota, gravissimo, mio fratello.
“Perché Signore mio, perché?” urlò mio padre sbattendo i pugni contro il muro. “Perché miei figli? Mandali a me i mali se li devi mandare, non a loro!”
Passò l’angelo e disse amen.
Credo che noi non fummo toccati più neanche da un raffreddore ma lui…
Una mattina come tutte le altre uscì per andare al lavoro, ma arrivato giù all’atrio… era paralizzato. Cosa era successo credo che nessuno lo seppe mai, ma seguirono mesi sulla sedia a rotelle, e nessuna luce all’orizzonte. I cantieri, abbandonati a se stessi e a operai indolenti che senza cane da guardia se ne guardavano bene dal lavorare, andarono a picco, e quando mio padre uscì finalmente da quell’incubo, si ritrovò in un altro.
Per cercare di tamponare una situazione drammatica, accettò un contratto nell’Estremo Oriente: due anni. Lontano dalla famiglia. Lontano da noi.
*** Fine III parte ***

—- Link al post originale: Era mio padre (IV parte, “Senza papà“)
Furono anni duri senza mio padre, la gioia se ne era andata dalla nostra casa: una lunga coda di zii e altri parenti non meglio identificati veniva di tanto in tanto a casa nostra a fare la voce grossa con noi bambini, a loro avviso per compensare la figura paterna.
Papà scriveva spesso, e tutto il palazzo aspettava le sue lettere. Quando arrivavano la portiera le metteva sul vetro della guardiola, ed era una felicità per tutti; a ogni lettera, iniziava la processione dei vicini che chiedeva notizie: era molto amato mio padre, era la gioia di chiunque lo conoscesse.
Mamma ritagliava le parti più “infuocate” delle sue lettere, e le nascondeva sotto il vetro del comò, sotto un centrino, dove noi figli non mancavamo di andarle a leggere, senza tuttavia capirci molto.
Ogni tanto arrivavano dei pacchi, carichi di regali per tutti. Ma papà non c’era.
Non l’avevo salutato quando era partito, e lui non ne poteva la vita. Avevo otto anni, non capivo bene cosa stesse succedendo, ma capivo che era qualcosa di grosso. Mi ero messa a fare un solitario a carte, per timidezza, per enorme imbarazzo, ma so che lui soffrì molto per questa partenza senza un saluto da sua figlia.
Poi, un giorno, come Dio volle, tornò.
La situazione al suo ritorno era pure disperata: senza un lavoro, moglie e tre figli, cosa non fece (sempre di onesto, intendiamoci) per portare il pane a casa!
Il pane lo portò sempre, ma fu se stesso che non riuscì a riportare a noi: la disperazione lo aveva completamente trasformato.
*** Fine IV parte ***
—- Link al post originale: Era mio padre (V parte, “Gli anni di piombo“)
Era diventato violento. Irriconoscibile, non controllava più le sue reazioni.
I miei familiari si trasformarono in pecore, io no. Seguirono anni di terrore, cinghiate, il viso ripetutamene colpito, tumefatto.
Quante paia di occhiali mi fece a pezzi, costringendomi per giorni e giorni a non vedere, perché i soldi per ricomprarli non c’erano.
In seguito, ma solo per esigenze economiche, imparò a togliermi gli occhiali durante i suoi attacchi d’ira, provocando in me un senso di disorientamento e di impotenza che non voglio certo ricordare.
Mia zia non credeva a quanto stesse succedendo, ma mi ospitò più volte per darmi un po’ di ristoro e offrirmi un po’ di serenità. Dopo qualche tempo però anche questo mi fu tolto: fu accusata di strapparmi all’affetto della mia famiglia, e le fu intimato di non ospitarmi mai più.
Intervenne la scuola, ma mia madre e mio padre furono compatti e irremovibili: non era vero niente, nonostante i lividi palesi, nonostante le mie gambe sanguinassero.
A 18 anni passai dal pianto impotente alla reazione e un giorno, durante una delle solite aggressioni, me lo staccai da dosso gettandolo a terra.
Cadde guardandomi allibito: di lì a poco, con un anno di anticipo, diedi l’esame di maturità, feci le valigie, e me ne andai.
*** Fine V parte ***

—- Link al post originale: Era mio padre (VI parte, “L’epilogo“)
I rapporti non si ristabilirono mai. La mia convivenza con quei ricordi continuava a farmi male, e il dolore rendeva pesante ogni mio pensiero, ogni mio respiro e ogni mia azione.
Mille volte, quando tutto è finito, mi sono rimproverata “Non sono stata felice quando ne avrei avuto la possibilità perché ero troppo occupata a soffrire. Non ho costruito quando mi sarebbe stato possibile perché ero troppo impegnata a piangere”.
In realtà non volevo indulgere nel dolore, avevo solo bisogno che venisse compreso: ma questo, come è nell’ordine delle cose, non fu mai.
Mi sono portata appresso il passato come una tartaruga la sua corazza, e la mia rabbia e il mio rancore uscivano fuori in ogni circostanza, anche quella più apparentemente innocua.
A un certo punto scoppiò l’ennesima bomba, e non ci parlammo definitivamente più.
Passarono tre anni e io ero incinta di mia figlia, quando gli diagnosticarono una malattia allo stadio terminale e gli diedero due mesi di vita. Nessuno ebbe il cuore di venire da me a comunicarmelo però, pur senza dirmi la gravità del suo stato, insistevano perché lo andassi a trovare; io da parte mia insistevo che non è di fronte alla malattia che si cambia opinione di una persona. Arrivai persino a dire a mia sorella, che lo assisteva: “Almeno tu ce l’hai un padre da assistere”.
Partorii sola (erano tutti al capezzale di mio padre) e poi… non mi ricordo neanche come fu, presi in braccio mia figlia e andai in ospedale a trovarlo.
Quando mi vide scoppiò a piangere e disse: “Allora sto morendo!”
“Papà, ma che stai dicendo, non è mica la prima volta che ti vengo a trovare in ospedale” farfugliai riferendomi a suoi precedenti ricoveri.
Allora si voltò su un fianco, raggomitolato su se stesso, in posizione praticamente fetale, piccolo come non l’avevo mai visto, fragile come mai avevo pensato potesse essere e, iniziando sommessamente a piangere, mormorò: “Ma credi che non l’abbia capito che il mio viaggio è finito?”.
Tutt’a un tratto il pianto si trasformò in un lamento strozzato, e lui si ripiegò ancora più su se stesso, senza dire più nulla.
Fu l’ultima volta che lo vidi: ma alla sua morte la corazza che mi trascinavo da sempre scomparve d’improvviso nel nulla.
E solo allora realizzai quanto e come l’avevo sempre amato.
*** Fine ***