L’ospedale dove si curano soldati e bimbi della Striscia (di Fiamma Nirenstein)

Safra_Children_Hospital,_Tel_Hashomer

(Ndr: So che questo blog sta diventando monotematico, ma in questo momento è così. Vi riporto questo articolo di Fiamma perché è un pezzo che ci porta un po’ là, non in un luogo di guerra, ma di cura, di convivenza e di speranza, dove la guerra si cerca di contrastarla)

(Tel Hashomer) Più che un ospedale è un microcosmo di Israele in guerra l’ospedale di Tel Hashomer, ultra-tecnologico, 2000 pazienti in una città di padiglioni. Mentre i volti sorridenti dei soldati uccisi in azione ti inseguono dai giornali e si avvilisce ogni speranza, Tel Hashomer ce la mette tutta. Girando per le sue stanze si penetra il punto interrogativo immenso del perchè in cambio di Gilad Shalit furono consegnati 1500 terroristi palestinesi. In Israele la vita non ha prezzo. Qui arrivano i soldati feriti direttamente dal campo: ne vediamo subito uno semisvenuto, un ventenne pallido, bruno, in barella subito dopo l’operazione.Per arrivare alla sua stanza gli infermieri si fanno largo fra un’ala di amore incontenibile diretta al terzo piano dove sono ricoverati i soldati, ragazzine che portano panieri di biscotti, bambini con disegni, cuori, palloncini, anziane signore americane con burekas fatte in casa, palesemente disadatte agli operati di fresco. Il ragazzo pallidissimo non capisce, non guarda, chissà quale granata, quale scheggia l’ha colpito, ha gli occhi rovesciati dell’ anestesia. Lo seguono, belli quasi come lui, la madre col padre che la tiene forte per la mano. Un altro padre di guardia alla stanza del suo Roy, 21 anni racconta: “E’ stato ferito di mattina, ha ricordato il numero della mamma, ci hanno fatto sentire la sua voce, e dopo ci hanno detto che aveva tutta la mano e parte del braccio spappolato. E’ svenuto, 4 ore sotto i ferri. Conosco bene l’esercito in cui ho servito per tanti anni: vogliamo la pace, facciamo di tutto per risparmiare la vita della gente a Gaza, ma che ci possiamo fare se una banda di malfattori cerca di ucciderci coi missili, usa le loro case per nascondere le gallerie, le armi, i terroristi?”.Natan Mor, 20 anni, ora può essere pilotato dalla mamma sulla sedia a rotelle nel corridoio, la madre sorride anche se il figliolo è tutto fasciato, gambe, braccia… Vuole già tornare dai suoi compagni. A una persona di cultura europea fa molta impressione questo mondo di giovani, studenti, lavoratori, in cui la motivazione verso la difesa del proprio Paese è uguale a destra e a sinistra. “Siamo molto uniti, persino medici israeliani e arabi”- dice il direttore generale dell’ospedale, il professor Ari Shamis -“Questo è l’unico ospedale, sui quattro del centro, in cui i soldati vengono trasportati dal campo. Il tempo è un fattore essenziale, da quando vengono evacuati a quando scendono con l’elicottero. Sono vittime di esplosioni o di spari. E noi siamo già pronti con le trasfusioni, le operazioni, l’assistenza ai genitori… quando li chiamiamo cerchiamo in ogni modo di far sì che sentano la voce del ragazzo stesso, anche già dalla camera operatoria. Abbiamo avuto 50 su 123 soldati feriti in guerra, ora qui ne abbiamo 29. No! ‘sorride trionfante’ non abbiamo perdite per ora. Stiamo curando con successo anche una famiglia palestinese evacuata da Gaza, per noi non c’è nessuna differenza: ricoveriamo chi arriva e lo curiamo al massimo livello”.

Medici palestinesi, malati palestinesi, bambini di Gaza sono la prassi dell’ospedale Tel Hashomer: saliamo col professor Yoram Neumann al terzo piano del reparto oncologico pediatrico. In ogni stanza, in cui l’aria ha il filtro “luminar airflow”, tutto isolato e sterilizzato “più che negli ospedali americani” dice orgoglioso Neumann, è ricoverato un bambino di Gaza insieme ai familiari che se ne occupano. Su 22 bambini, 18 vengono dalla Striscia. Le mamme, vestite col velo, in genere giovanissime, siedono quiete vicino al loro bambino. C’è chi fa la chemioterapia, chi ha bisogno del trapianto di midollo, chi ha terminato la cura ma resta perchè a casa non hanno gli strumenti per seguire il bambino. In inglese stentato la mamma Nevin, mi parla di Aid, il bambino di un anno, ma resto sulla porta per non sciupargli l’aria. “Sono qui da 4 mesi, penso che ci dovrò restare ancora tre”. E il marito?”E’ a Gaza, molto pericoloso, ma sta bene, telefono, mi manca”. Nevin dice che vuole la pace, shalom ripete. Ma non vuole dare il nome completo, Hamas può vendicarsi.

Shalom: tutti vogliono tener viva la speranza. Il padre di Mordechai, 22 anni, anche lui è stato avvertito delle ferite dalla voce del figlio prima che affrontasse cinque operazioni al viso, alle braccia, alle gambe. Non c’è ombra di ansia o di angoscia nello sporgersi sull’orlo della morte alla sua età. Bisogna salvare la vita del Paese. Dice il professor Zeev Rostein, presidente dell’ospedale: “I soldati sono oggi meglio protetti sulla testa e sul petto, le ferite sono soprattutto agli arti. Li curiamo e li riabilitiamo al massimo della tecnologia. Per noi, non c’è nessuna differenza coi ricoverati palestinesi. E’ un grande investimento: pensi che shock è per una famiglia di Gaza vedere che abbiamo con loro lo stesso rapporto che abbiamo con i nostri malati, Dopo tutto quello che gli hanno messo in testa, io penso che sia un grande investimento per la pace. Almeno, speriamo”.

Fiamma Nirenstein

Con Israele, sempre (di Maurizio Landieri)

Fonte: https://www.facebook.com/notes/maurizio-landieri/con-israele-sempre/10152568809411894

 

Io nella mia vita mi sono schierato, e mi schiero, sempre. Non sopporto gli equidistanti, quelli che pensano di avere un punto privilegiato di osservazione, dal quale si ergono a giudici. I miei punti di osservazione, invece, sono terra terra, ed i miei non sono giudizi, non giudico mai nessuno, ma solo opinioni di uno che non conta nulla.

Sto dalla parte di Israele, con convinzione. Non perché mi piaccia stare col più forte, perché Israele è certamente il più forte, ma perché penso che abbia ragione, perché penso che non sia una verità assoluta che il più debole abbia anche ragione. In questo caso, secondo me, il più debole ha torto marcio.

Molti, secondo me, hanno la memoria corta, o una visione distorta dello stato dei fatti. Quando sento invocare “Due popoli, due Stati”, mi viene in mente che questo principio Israele lo accettò alla fine del 1947, riconoscendo la risoluzione ONU 188 del 29 novembre 1947. Quella risoluzione prevedeva la nascita di DUE stati. Ma furono i paesi arabi a non riconoscerla, rinunciando a far nascere lo Stato Palestinese. Perché nessuno ricorda mai che 12 ore dopo la  proclamazione dello stato di Israele gli eserciti di 6 paesi confinanti cercarono di distruggerlo? Perché nessuno ricorda mai che i tentativi di distruggere militarmente Israele sono stati molteplici e che le guerre che Israele ha vinto sono sempre stati gli altri ad iniziarle?

“Israele occupa illegalmente i territori palestinesi”, si grida ovunque. Ma posso sommessamente ricordare che quando tu dichiari guerra a qualcuno, e la perdi per giunta, capita che il vincitore occupi parte della tua terra? Noi perdemmo Istria e Dalmazia, e salvammo Trieste a stento. Posso sommessamente ricordare che, dopo una guerra, i confini si definiscono attraverso trattati di pace e che, per esempio, il trattato di Osimo è del 1975, ovverosia 30 anni dopo la fine della guerra? Posso, sempre sommessamente, ricordare che i territori che Israele ha occupato NON erano dei palestinesi ma di altri paesi? Il Sinai e Gaza erano dell’Egitto, il Golan della Siria e la Cisgiordania era della Giordania? Posso sommessamente ricordare che l’unico paese che ha firmato dei trattati di pace con Israele (cioè l’Egitto) si è visto restituire il Sinai? All’Egitto fu offerta anche la striscia di Gaza, ma non la volle.

Posso, a voce bassa, ricordare che Gaza fu restituita all’Autorità Palestinese nel 2005? Furono lasciati campi coltivati, serre, desalinatori. Quei campi e quelle serre furono distrutte da Hamas. Sharon, il primo ministro che decise il ritiro unilaterale da Gaza, sperava nella convivenza pacifica. Il risultato qual è stato? Migliaia di missili lanciati sui civili israeliani. Sono abituato a chiamare le cose con il loro nome. Hamas è una organizzazione terroristica che tiene in ostaggio il proprio popolo ed ha come obiettivo unico i civili israeliani, indistintamente, donne, bambini, persone inermi. Non importa, purché muoiano in quantità. Io questo non l’ho mai accettato, né potrò mai accettarlo. Mi si risponde che c’è una evidente sproporzione delle forze in campo. E’ vero, lo sanno tutti che Israele ha il quarto esercito del mondo. Ma se non lo avesse avuto, oggi, semplicemente, non esisterebbe più. Lo avrebbero già distrutto in una delle tante guerre che gli hanno fatto. La guerra è la cosa più orrenda che l’uomo abbia inventato. E’ orrenda perché di mezzo ci vanno gli innocenti, i bambini, soprattutto. Una volta Golda Meir alla domanda di un giornalista, rispose che la pace tra Arabi ed Israeliani ci sarebbe stata quando gli arabi avessero imparato ad amare i propri figli più di quanto odiassero gli Israeliani. Ed  era una frase tremendamente vera. Alla base di tutto c’è l’odio. Null’altro che l’odio. Israele, per molti, deve essere semplicemente distrutto, scomparire dalla faccia della terra. Ed a molti non importa che sia più forte, gli si fa la guerra ugualmente. Si preferisce il martirio inutile al dialogo, che Israele non ha mai rifiutato. Ma per dialogare bisogna essere in due, altrimenti sono parole al vento. E quando Sadat, stanco di perdere guerre, volle veramente dialogare, la pace si fece. E dura da allora. Oggi l’Egitto è uno dei più feroci nemici di Hamas.

La soluzione del conflitto è molto più semplice di quanto appaia. Basta rispondere ad una semplice domanda: Israele ha il diritto di esistere, o no? Fino a quando la risposta sarà no, non potrà esserci pace, e nemmeno dialogo, perché non puoi sederti a parlare con chi vuole distruggerti. Ma non perché non vuoi sederti tu, ma perché l’altro non vuole sedersi con te. Oggi, anno di grazia 2014, i paesi arabi che riconoscono ad Israele il diritto di esistere, sono due: Egitto e Giordania. NESSUN ALTRO. Vorrà dire qualcosa che questi due paesi da 40 anni non combattono militarmente con Israele?

Israele dunque è un paese perfetto? No, non lo è, come non lo è nessun paese su questa terra. Non voterei mai per Nethanyau. E odio i fanatici dell’estrema desta israeliana. Considero idioti quelli che guardano le esplosioni da una collinetta. Ma non si può non riconoscere che se la pace, oggi, non c’è, la colpa NON è di Israele. Israele però è un paese che ha molto da insegnarci. E’ un paese in cui un capo di stato va in carcere per molestie sessuali e non grida al complotto. E’ il paese in cui gli assassini del giovane adolescente arabo, cittadini israeliani, sono stati arrestati e messi in prigione, e lì sconteranno la stessa pena di un arabo che uccide un israeliano. E’ il paese che investe in ricerca e tecnologia, nel campo medico, visto che moltissimi farmaci salvavita sono brevetti israeliani. E’ un posto che potrebbe essere un angolo di paradiso, se solo gli si riconoscesse il diritto di esistere.

Per quanto non mi faccia simpatia, c’è una frase di Nethaniyau che è al tempo stesso vera ma terribile. “Se gli arabi deponessero le armi, due minuti dopo ci sarebbe la pace, se Israele deponesse le armi, due minuti dopo non ci sarebbe più Israele”.

Chiudo qui, perché comunque la guerra rimane sempre una cosa orrenda, perché ho pianto lacrime vere per quei poveri bambini uccisi sulla spiaggia o nella scuola. E non importa se la scuola è stata abbattuta da un missile di Hamas (come credo) o israeliano. Loro sono morti ed io ho pianto. Non vorrei più intervenire sull’argomento, perché comunque rimango sempre sgomento davanti ad una guerra, ma mi sentivo di scrivere queste cose perché non sono ipocrita, né ambisco a piacere a tutti. La mia bacheca è aperta sempre a tutti, anche a chi pensa in modo diametralmente opposto al mio. Rispetto tutti, tranne i razzisti. Io sono questo, e se qualcuno vorrà cancellarmi dalle proprie amicizie per le mie idee, ne prenderò atto, in alcuni casi non mi importerà molto, in altri casi invece me ne dispiacerò, ma non mi piacciono le ipocrisie, io sono questo e questo è il mio pensiero, senza equivoci, in maniera chiara.

Protetto: Cara figlia…

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Questa voce è stata pubblicata il 27 luglio 2014, in Capire gli altri, Figli. Inserisci la tua password per visualizzare i commenti.

L’ho sempre detto io!

Candice Huffin 90 kg

Magari avrà qualche centimetro d’altezza in più, ma il peso è quello, quindi in teoria il mio potenziale fisico è questo: anche per le altre misure, più o meno ci siamo…  ;)

Le gambe chilometriche ci sono, lo sguardo ammaliante e le labbra sensuali anche. A Candice Huffine, modella curvy tra le più famose al mondo, non manca proprio nulla, tanto che finirà nell’edizione 2015 del Calendario Pirelli. Il passo è storico: per la prima volta una donna dalle forme morbide e abbondanti farà parte dell’elenco delle veneri considerate icone di bellezza, come, in passato, Adriana Lima o Gigi Hadid. Americana, 29 anni, ha misure mozzafiato: 96, 83, 108 per 1 metro e 80 d’altezza. Il peso, 90 chili, è un segnale che sdogana l’idea di donna da copertina caratterizzata dalla magrezza a tutti i costi

(a cura di Elisa Bellardi)

Test di medicina (by Sissi)

Smettetela di lamentarvi del test d’accesso a medicina: quelle sono le esatte domande a cui dovrete saper rispondere nel corso della vostra carriera di medici! Pensate di riuscire a trapiantare un rene se non sapete che fu Hobsbawm a parlare di “secolo breve”? Non sapete individeare il passaggio logico errato dove si afferma che le rose sono fiorite meglio dopo un gelata? Non sapete se i pali dell‘energia eolica disturbano gli uccelli che migrano, oppure se fanno comodo? Ebbene, non riuscirete mai a curare neanche un raffreddore. Purtroppo quando si sta in sala operatoria è NECESSARIO saper arrangiare a mente la pianta ottagonale del castello di Belmonte. Questo test è anche per il bene dei pazienti, che hanno bisogno di un medico competente, pronto ad aiutarli a fare la settimana enigmistica.

L’Italia è una Repubblica fondata sul diffuso malinteso riguardo a che cosa sia una Repubblica.

Test di medicina

© Sissi

Quei lutti che non contano

The girlfriend of IDF soldier Tal Yifrah

The girlfriend of IDF soldier Tal Yifrah

Ogni giorno foto di ragazzi, soldati israeliani, spesso ventenni, morti nella missione a Gaza. Quelle foto sembrano dei compagni di università di mia figlia, quando la vado a prendere, tutte quelle matricole scanzonate che escono dall’aula, e invece no, è il bollettino dei morti nella missione di terra, in quell’attacco di terra che molta gente dal proprio salotto sponsorizzava, andate, attaccate, fate piazza pulita del terrorismo, delle rampe di lancio, dei depositi, etc.  Ragazzi di vent’anni, e io penso ai nostri, quelli italiani, quegli stessi ragazzi che ogni tanto mi popolano casa, e li immagino soldati, in terra nemica, minata, a introdursi nei tunnel del terrore, spesso carichi di esplosivi, a scoprire, disinnescare… Vent’anni mi sembrano così pochi per fare la guerra!

Dicevano “Andate, non c’è altra scelta!”, e forse avevano pure ragione, ma chi doveva farla la guerra continuava a rispondere che non è un gioco alla playstation, che andare in guerra significa anche non tornare… Una mia amica israeliana a brutto muso rispose a qualcuno di noi italiani: “Sono i nostri figli, i nostri mariti, i nostri fratelli quelli che partono, quelli che forse non rivedremo mai più!”.

Ma i nostri morti non contano, perché sono pochi. Perché Israele ha la grossa colpa di non considerare i suoi figli (e neanche gli altri, checché se ne dica) carne da connone. Perché Israele ha la colpa di avere una legge che obbliga alla costruzione di bunker a ogni tiro di schioppo. La sproporzione del numero di vittime la rende colpevole. Israele ha la colpa di investire centinaia di milioni in sistemi in grado di evitare stragi, gli oramai celeberrimi Iron Dome, le cupole di ferro. Ciononostante, la guerra non si è potuta evitare. Riporto, sempre presa da fb, una testimonianza di quello che è la quotidiana emergenza israeliana:

Condivido la testimonianza diretta dell’attacco di ieri di una ragazza che vive a Tel-Aviv
Sempre piu’ difficile…
oggi, ore 11.45.
Cammino per strada con la piccola in passeggino. Dopo 2 giornate relativamente tranquille ci sorprende la sirena. Per strada con il rumore del traffico e’ piu’ difficile riconoscerla. Ci metto 2/3 secondi. Da quando la riconosco scattano i miei 87 secondi.
Per fortuna la mia bimba e’ ancora piccola, e questa per lei e’ gia’ routine. La sua prima sirena l’ha sentita un anno e mezzo fa, quando era ancora dentro la mia pancia. Questo vuol dire che posso risparmiarmi il sorriso e la frase rassicurante.
Vorrei cominciare a correre ma non so da che parte. Sono immobile. Un signore in macchina mi vede e mentre accosta la macchina per cercare rifugio mi urla “entra in un palazzo!”. Mi guardo intorno, sul marciapiede in cui mi trovo non ci sono palazzi in cui rifugiarsi. Comincio a correre verso l’incrocio, devo attraversare due strade prima di trovare il primo palazzo.
Corro, facendo lo slalom con il passeggino fra le macchine. Finalmente raggiungo un portone, lo spingo forte pregando sia aperto. Si apre. Un ragazzo, uno sconosciuto, che sta scendendo le scale di corsa mi vede, e si ferma per aiutarmi. Si carica il passeggino e mi aiuta a superare il gradino per entrare nel portone. Mi dice “vieni, scendiamo”. Slego mia figlia dalla cintura, prendo lei e la borsa e scendo le scale verso il rifugio. Non so a che punto siamo col conteggio dei secondi, ma sono quasi sicura di essere fuori. Appena entrata nel rifugio sento 2 boati e prego sia Iron Dome.

Mentre aspetto i 10 minuti per poter uscire parte la catena dei messaggi fra parenti e amici. Il primo messaggio lo ricevo dall’asilo di mio figlio: tutto ok, siamo stati fortunati anche questa volta.
Passati i 10 minuti saluto e ringrazio i miei compagni di rifugio per questa volta: il ragazzo scalzo che mi ha aperto il portone, una ragazza incinta, e due mamme con bambini di 8 e 10 mesi.
Esco fuori con la consapevolezza che se fossi stata a Sderot non avrei fatto in tempo neanche ad attraversare la prima strada.

Da quanti anni si vive così? Troppi. Forse hanno ragione gli strateghi da salotto: si doveva reagire prima, e mentre mi scorrono davanti agli occhi le foto di quei giovani sorridenti, pieni di vita, pieni di voglia di viverla questa vita, mentre penso che non la vivranno più, che l’hanno sacrificata perché la propria gente non debba più vivere sotto un cielo da cui piovono missili, mi sale la rabbia e perdo ogni contegno.

Ho gli occhi gonfi, e non mi va di scrivere RIP, non mi va di scrivere “che la terra gli sia lieve”, non m va di scrivere “Eroi!”.

Ho solo voglia di urlare, di abbracciare anch’io quelle bare e urlare a tutti loro “Uscite da lì, tornate con noi, tornate a vivere! Non è possibile che siate morti, non è vero, non è giusto!”.

E poi, proprio per dirla tutta, quelli che dicono che abbiamo “poche vittime” ho proprio voglia di attaccarmeli all’anima. Ecco, l’ho detto.