La terra di chi (Dal «Corriere della Sera», Indro Montanelli, 16 settembre 1972).

Nel 1876, assai prima dunque della nascita del sionismo, vivevano a Gerusalemme 25.000 persone, delle quali 12.000, quasi la metà, erano ebrei, 7500 musulmani e 5500 cristiani. Nel 1905 gli abitanti erano saliti a 60.000. Di questi 40.000 erano ebrei, 7000 musulmani e 13.000 cristiani. Nel 1931 su 90.000 abitanti, gli ebrei erano 51.000, i musulmani 20.000 e i cristiani 19.000. Nel 1948, alla vigilia della nascita dello Stato ebraico, la popolazione di Gerusalemme era quasi raddoppiata: 165.000 persone, di cui 100.000 ebrei, 40.000 musulmani e 25.000 cristiani. La presenza ebraica a Gerusalemme ha sempre costituito il nucleo etnico numericamente più forte. Di nessun altro popolo Gerusalemme è mai stata capitale. E’ quindi una leggenda l’affermazione che gli ebrei siano stati assenti da Gerusalemme per quasi venti secoli o che costituissero una insignificante percentuale della popolazione.
Prima che scoppiasse la seconda guerra mondiale, il nazismo in Germania già perseguitava i suoi 500.000 cittadini ebrei. Le disperate richieste di quegli ebrei di essere accolti nei paesi democratici al fine di evitare quello che già si profilava chiaramente come il loro tragico destino, vennero respinte.
Nel luglio 1938, i rappresentanti di trentuno paesi democratici s’incontrarono a Evian, in Francia, per decidere la risposta da dare agli ebrei tedeschi. Ebbene, nel corso di quella Conferenza, la risposta fu che nessuno poteva e voleva farsi carico di tanti profughi. Dal canto suo la Gran Bretagna, potenza mandataria della Palestina, venendo meno al solenne impegno assunto verso gli ebrei nel 1917 di creare una National Home ebraica in Palestina, nel 1939 chiudeva la porta proprio agli ebrei con il suo Libro Bianco, nel vano tentativo d’ingraziarsi gli arabi.
E’ stata questa doppia chiusura a condannare a morte prima gli ebrei tedeschi e poi, via via che la Germania nazista occupava l’Europa, gli ebrei austriaci, cechi, polacchi, francesi, russi, italiani, e così via. Il costo per gli ebrei d’Europa, che contavano allora una popolazione di dieci milioni, fu di sei milioni di assassinati, inclusi un milione e mezzo di bambini. Appena finita la seconda guerra mondiale i 5/600.000 ebrei superstiti, in massima parte originari dell’Europa orientale, si trovarono senza più famiglia, senza amici, senza casa, senza poter rientrare nei loro paesi, dove l’antisemitismo divampava (in Polonia ci furono sanguinosi pogrom persino dopo la guerra, e nell’Unione Sovietica Stalin dava l’avvio a una feroce campagna antiebraica).
Tra il 1945 e il 1948 nessun paese occidentale, Gran Bretagna e Stati Uniti in testa, volle accogliere neanche uno di quel mezzo milione di ebrei “displaced persons”, come venivano definiti dalla burocrazia alleata. La Palestina, malgrado la Gran Bretagna e il suo Libro Bianco, sempre in vigore anche dopo la fine della seconda guerra mondiale, non fu quindi una scelta, ma l’unica speranza, cioè quella del “ritorno” a una patria, all’antica patria, una patria dove da tempo si era già formata una infrastruttura ebraica.
Nel passato la vita degli ebrei nei paesi islamici e negli stessi paesi arabi è stata nell’insieme sopportabile. Di serie B, ma sopportabile. Gli arabi hanno incominciato a sviluppare in Palestina un odio “politico” nei confronti degli ebrei pochi anni dopo l’inizio, nel 1920, del Mandato britannico. L’odio, sapientemente fomentato dai capi arabi, primo tra i quali il Gran Muftì di Gerusalemme (che durante la seconda guerra mondiale avrebbe raccolto volontari per formare una divisione SS araba andata poi a combattere a fianco dei tedeschi contro l’Unione Sovietica), doveva culminare, dopo molti altri gravi fatti di sangue antiebraici, nella strage perpetrata a Hebron nel 1928 contro l’inerme, antica comunità religiosa ebraica.
Chiunque abbia viaggiato e vissuto nei paesi arabi durante le guerre del 1947-1973, sa che l’intera coalizione araba (Egitto, Siria, Iraq e Giordania) con il sostegno dei paesi arabi moderati, avevano un solo scopo che non veniva tenuto celato: il compito non era dare una patria ai palestinesi. Era cancellare ed annientare lo Stato di Israele.Le tragiche vicende che hanno successivamente tormentato il popolo palestinese sono state sempre per mano araba. Due i fatti impossibili da dimenticare: lo sterminio dei palestinesi in Giordania per mano di re Hussein e delle sue artiglierie, dove, solo il primo giorno del terribile “Settembre Nero” si contarono 5.000 morti; le stragi nel Libano, dove i palestinesi sono stati assediati ed attaccati, distrutti e costretti alla fuga dai miliziani sciiti di “Amal” e dai siriani. Così scriveva Montanelli:
“Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c’è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d’Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l’odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell’altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso.”
(Dal «Corriere della Sera», Indro Montanelli, 16 settembre 1972).

Piove.

proverbio cinese - spostare le montagne cominciando dai sassi

Piove.

E’ un’estate questa che se n’è andata senza essere venuta.

Sembra la metafora della mia vita: ricordate che scherzavamo sull’esorcismo “Novembre, esci da questo luglio”?

Mio marito mi diceva che non avevo mai avuto vent’anni. Lui non lo sa, ma non ne ho avuti neanche 18, o 15. Io ricordo l’ultima spensieratezza dopo la quinta elementare, seduta sul balcone che cucivo all’aria aperta i vestiti per la mia bambola.

Poi l’inferno. “Più matura rispetto alla sua età, troppo”, così mi hanno definita spesso. E’ così che mi sono sposata un uomo di vent’anni più grande, perché per i coetanei provavo quasi un senso materno.

Così mi sono trovata a vivere problemi troppo grandi per la mia età, o forse semplicemente troppo diversi. Ho vissuto aspettando di vivere, e ora tutto mi presenta il conto del tempo che passa, che è già passato.

Piove. Se ne va un’estate che non è mai arrivata.

Password e privato

Diemme:

Condivido volentieri questo post di Maria Rosaria, perché offre l’occasione di chiarimenti su una questione che sembra banale, ma è molto dibattuta e può generare malintesi e malesseri che invece non hanno ragion d’essere: take it easy, and smile! :D

Originally posted on maria rosaria:

password

Questa vita di blogger (si può dire così?) ha  le sue regole, le sue mode, le sue abitudini.  Alcune le ho scoperte strada facendo e non sempre ho saputo adattarmi. Negli ultimi tempi, ad es,  va sempre più in uso mettere il blog privato o pubblicare dei post con password. Le motivazioni possono essere tante e tutte comprensibili: dalla selezione dei lettori e dei followers all’allontanamento degli scocciatori, dallo scrivere su argomenti delicati, intimi, molto  personali  all’ eliminazione dei troppi curiosi che gironzolano per il web. Tutto comprensibile, ripeto.

Quello che mi viene difficile fare in questi casi è chiedere il permesso di entrare in un blog reso improvvisamente privato o richiedere la password per leggere quel determinato post.  Anche se sono iscritta a quel blog, anche se seguo regolarmente e commento.  La mia non è superbia o indifferenza , è imbarazzo, rispetto ed eccessiva riservatezza. “E se avesse voluto…

View original 127 altre parole

Che sia Alzheimer o che sia Tia…

…tu sei sempre mamma mia!

Ecco, questo video mi ha riportato indietro negli anni, tanto, tanto indietro.

Avevo 24 anni, e una suocera meravigliosa. Era una donna brillante e attiva, piena d’interessi, indipendente.

Non ce ne accorgemmo che stava male. Quando la incontravamo al bar la mattina non sapevamo stesse cenando. Non sapevamo che la notte vagava per la città, ritenendo fosse giorno pieno.

Non sapevamo che si vergognava di quelle persone dentro la tv che la guardavano e del timore che ne uscissero e le facessero del male. Non sapevamo che non guardava più tv.

Ce ne accorgemmo un giorno quando l’attacco ischemico fu davanti ai nostri occhi, e forse più forte del solito. Cadde, e quando si rialzò non era più lei, e mai più  lo sarebbe stata.

Non riconosceva il figlio, oppure sì, anche se lo chiamava col nome del marito, cui era somigliantissimo.

Ma che lo riconoscesse o non lo riconoscesse era sempre nelle sue parole e nel suo cuore. Aveva un figlio solo, ma pensava che fossero tanti: cioè, sempre lui, ma per lei a ogni età era un altro bambino che si aggiungeva a quello di prima, tutti figli suoi, tutti amati con la stessa grande intensità.

Credo che non ci sia cosa che quella madre non abbia fatto per suo figlio.

Tia o non tia, è stato il suo pensiero e il suo amore, fino all’ultimo giorno.  :'(

24 errori logici conversazione: 9°, Falso dilemma…

fallacie-logiche

Pensavate (o speravate) che mi fossi dimenticata di proseguire la serie di articoli che avevo iniziato a pubblicare, nati da questo, su varie tecniche di manipolazione linguistica?

Ebbene no! Oggi è la volta di un’altra modalità oserei dire di circonvenzione d’incapace, sempre tramite manipolazione linguistica, ed è quella che qui viene chiamata “Il falso dilemma”.

9. Falso dilemma. Far credere che esistano solo due alternative e costringere a scegliere tra una di esse, quando in realtà le possibilità sono di più.

Mentre cercava sostegno per il suo progetto di ridurre i diritti dei cittadini, il dittatore chiese alla gente se fosse dalla sua parte o da quella del nemico.

Anche questo capita spessissimo, senza arrivare ai termini di cui sopra.

“Puoi accettare di stare con me, oppure rimanere solo/a tutta la vita”.

“Puoi accettare questo lavoro, anche se tu lo definisci sfruttamento, oppure finire per strada a fare il barbone”.

“Puoi comprare questa macchina, oppure continuare ad andare a piedi”.

Ovviamente così, a bocce ferme, credo che per tutti noi sia intuitivo che esistono una miriade di altre possibilità, ma molti, forse emotivamente più fragili, forse presi in momenti particolari, si sentono messi con le spalle al muro e ritengono di non avere scelta, optando per ciò che, in realtà, non vorrebbero.

A voi è mai capitato, o conoscete qualcuno che agisca in questo modo o che abbia subito questo aut-aut?

 

Fonte (d’ispirazione): http://www.ilpost.it/2014/01/03/lista-fallacie-logiche/

Suocere

suocera - come crescere i figli

Vi riporto qui una mia risposta a un post di un’amica blogger:

Oramai le coppie si separano più per questioni di suocera che di amante, ed è tutto dire. Una volta addirittura una citò la suocera a Forum, e l’intervista che le fecero era da far cadere le braccia. Lei andava a casa “del figlio” (eh no, cara, quella è la casa coniugale di tuo figlio e sua moglie, è la LORO casa!!! Se ti danno le chiavi per emergenza, tu NON TI DEVI PERMETTERE di andare a casa loro e gestirla!!!), spostava quello che secondo lei non stava bene, e si metteva a cucinare “perché la moglie non lo faceva mangiare bene, ma che una fetta di formaggio e un’insalata sono una cena?”. Insomma, invadente, giudicante, prevaricante: a sentir lei li sollevava da ogni preoccupazione, gli puliva casa, lavava, stirava e cucinava e la nuora: “Ma chi glielo ha chiesto? Ma chi la vuole dentro casa??? Lava e stira? Io non voglio che METTA IL NASO NELLE MIE MUTANDE!!! Non mi fa un favore, il favore me lo fa se si toglie dai piedi: quella è casa mia, se non sono neanche padrona di mettere un armadio o un centrino dove mi pare, sono in galera!”.

E la suocera “Sente quanto è ingrata? Lei a quel figlio mio non prepara mai un piatto di minestra, quello torna stanco dal lavoro, gli può bastare una fetta di formaggio o l’affettato?”.

Signora cara, le avrei risposto, quanti anni ha suo figlio? E’ in grado di decidere quello che mangiare, stabilirlo con la moglie, lamentarsene con la medesima. Volete considerarli adulti? E se suo figlio invece che trovare una bella pasta e fagioli preferisse mangiarsi due pesche e buttarsi sotto le lenzuola con la bella moglie, saranno un attimo affari loro? Tu scrivi: “amano queste donne, sono apparentemente felici. In piú,godono di buona salute”: che vuoi di più? Perché l’insuinuazione dell’ “apparentemente”?

Care suocere, i vostri figli sono ADULTI. ADULTI. La loro compagna è ADULTA. Loro si sono SCELTI. La casa in cui abitano è la loro CASA CONIUGALE. Quello che fanno sono BENEAMATI AFFARI LORO. Il fare quello che fate a fin di bene non toglie che sia un male, che rechi grave nocumento alla loro famiglia.

Avete sacrificato una vita per i vostri figli? Riprendete le redini di quella che vi rimane e GODETEVELA!!! Non è più vostro compito accudire il pargolo, rilassatevi!

Voi che ne pensate?