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Nell’inquietudine di questi ultimi giorni, che magari qui si è esternata solo con un frequente cambio di avatar e template, si continua a fare strada una gran voglia di fare piazza pulita di tutta la zavorra che, nonostante un comportamento spartano e diretto, ho tuttavia accumulato.

Ovviamente c’è qualcosa che ha scatenato questa reazione, questa voglia di chiudere che sta diventando vieppiù categorica, anche se la nostra astrologa dice che è scritto nel mio cielo.

Mi ricordo che a un qualche proposito riuscii ad  “ascoltare” la voce interiore di una persona che mi diceva “lasciami il mio piccolo mondo, perché quello tuo grande mi fa paura”.

Lo stesso messaggio contenuto nel film “La leggenda del pianista sull’oceano”: vi ricordate quando provò a scendere dalla nave, si guardò intorno e tornò indietro terrorizzato? Gli fu chiesto: “Cos’hai visto che ti ha spaventato?”.

Lui rispose (più o meno): “Non è stato quello che ho visto a spaventarmi, ma quello che non ho visto: non  ho visto un limite, un confine”. Era stato l’infinito, o meglio, il non definito, a spaventarlo.

Lasciatemi il mio piccolo mondo, perché quello grande non mi piace; lasciatemi le mie piccole cose, perché è solo di loro che ho bisogno.

Ho poche cose io, e una di questa sono i sogni: non toccate i miei sogni, potrei non perdonarvi mai.

Mi ricordo Diogene di Sinope, che viveva in una botte: quando Alessandro il Grande lo andò a trovare e gli chiese cosa potesse fare per lui,  Diogene gli rispose di scostarsi da davanti al sole.

Non copritemi il sole: anche se la vita ti insegna che comunque arriva la sera, e il sole tramonta.

Non copritemi il sole: come Diogene voglio buttare anche l’ultima ciotola che possiedo, dopo aver visto un bimbo bere dall’incavo della mano.

Ma la mia reazione non conoscerà argini se coprirete il sole.

*** http://www.youtube.com/watch?v=a4xuE85I5dk ***

Oggi, 7 novembre, sono 15 anni da quando mio padre è stato sepolto. Io non c’ero, per una non meglio specificata tradizione che voleva a casa le donne familiari di primo grado.

Ve ne ripropongo tutta la storia, già pubblicata, in passato, a puntate.

aluf  

 —- Link al post originale : Era mio padre (I parte, “Era mio padre“)

Quando ho parlato dei miei novembre, ne ho omesso uno certo non meno determinante degli altri: quello in cui morì mio padre.

Mio padre era un uomo straordinario, forte, volitivo, determinato, generoso, altruista, coraggioso. Un uomo che aveva un grande senso della famiglia, e un amore per i figli incommensurabile, direi patologicamente smisurato.

Lui a sua volta aveva avuto una famiglia che l’aveva amato immensamente. Finché l’aveva avuta.

Poverissimo, mi racconta (ma di sé raccontava pochissimo), che a 7 anni era già a lavorare. Non ho capito bene cosa facesse, il ragazzino di bottega sicuramente. Mi racconta che una sera il padroncino, suo datore di lavoro, lo riaccompagnò a casa guidando ubriaco, ed ebbero un incidente da cui uscì con grosse ferite. Il padrone buttò addosso alle sue ferite dell’aceto per disinfettarle, poi lo mandò a casa.

Ancora a distanza di trenta, quaranta, cinquant’anni, ricordava il dolore enorme di quelle ferite, e la sua paura di bambino. La madre non lo mandò più a lavorare, ma non riuscì a proteggerlo per molto.

Di lì a breve le leggi razziali, e il 16 ottobre.

Erano nascosti i miei nonni, ma la fame li fece uscire dalla tana. Cosa accadde ve l’ho già raccontato.

Quando finì la guerra, qualche raro superstite tornò dai campi di sterminio. Mio padre, appena adolescente, andò loro incontro, si avvicinò a un irriconoscibile zio e gli chiese notizie del padre. “Ah”, biascicò lo zio emaciato e con gli occhi persi nel vuoto e, non rendendosi conto che l’orrore che avevano vissuto era lontano da chi era rimasto a casa, sia pure tra miseria e paura, quell’ombra d’uomo, quello che era rimasto di quell’uomo, gli rispose “l’hanno messo al forno, sì sì, mi pare proprio l’abbiano infornato”.

Lanciò un urlo mio padre, e corse via continuando a urlare.

*** Fine prima parte ***

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—- Link al post originale : Era mio padre (II parte, “Con che lo benedirò“)

Nel 1948 partì per Israele: pardon, per quella terra che sarebbe diventata Israele.

“Perché l’hai fatto?” gli chiesi un giorno.

“Perché qui eravamo cittadini di serie B, C, zeta. Privati di ogni diritto, di ogni avere, spogliati del corpo e dell’anima, e i nostri cari, appena qualche anno prima, carne da cannone nei lager e nei laboratori. Siamo partiti per riconquistare la nostra dignità di esseri umani” : ora capite perché difendo così strenuamente gli stranieri che giungono in Italia?.

Fu guerra, fu dura. Rischiò la vita ogni giorno, e vide troppi morti: i corpi dei suoi amici, portati a spalla col loro sangue che scorreva su di lui, hanno popolato i suoi incubi fino all’ultimo dei suoi giorni.

Poi, come Dio volle, tutto questo finì. Mi raccontano (pensate, è solo da pochi giorni che me l’hanno raccontato, non l’avevo mai saputo), che qui in Italia si scese in piazza per festeggiare la nascita d’Israele: piano piano la vita, dopo tanta morte, si riaffacciava alle nostre case.

Andò, combattè, rischiò, salvò. Fu pluridecorato, eroe di guerra, amico fraterno di altri eroi che lì ebbero un altro destino. Ma lui non raccolse i frutti di quanto aveva seminato, perché la sua famiglia lo richiamava qui, in Italia, unica patria riconosciuta nonostante deportazioni e sterminio.

*** fine seconda parte ***

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—- Link al post originale : Era mio padre (III parte, “Non sui miei figli“).

Tornò, conobbe mia madre, si sposò.

Mise su una piccola impresa, che presto divenne fiorente e si ingrandì.

Nacquero tre figli. Mia sorella dovette subire un’operazione d’urgenza e a ruota, gravissimo, mio fratello.

“Perché Signore mio, perché?” urlò mio padre sbattendo i pugni contro il muro. “Perché miei figli? Mandali a me i mali se li devi mandare, non a loro!”

Passò l’angelo e disse amen.

Credo che noi non fummo toccati più neanche da un raffreddore ma lui…

Una mattina come tutte le altre uscì per andare al lavoro, ma arrivato giù all’atrio… era paralizzato. Cosa era successo credo che nessuno lo seppe mai, ma seguirono mesi sulla sedia a rotelle, e nessuna luce all’orizzonte. I cantieri, abbandonati a se stessi e a operai indolenti che senza cane da guardia se ne guardavano bene dal lavorare, andarono a picco, e quando mio padre uscì finalmente da quell’incubo, si ritrovò in un altro.

Per cercare di tamponare una situazione drammatica, accettò un contratto nell’Estremo Oriente: due anni. Lontano dalla famiglia. Lontano da noi.

*** Fine III parte ***

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—- Link al post originale: Era mio padre (IV parte, “Senza papà“)

Furono anni duri senza mio padre, la gioia se ne era andata dalla nostra casa: una lunga coda di zii e altri parenti non meglio identificati veniva di tanto in tanto a casa nostra a fare la voce grossa con noi bambini, a loro avviso per compensare la figura paterna.

Papà scriveva spesso, e tutto il palazzo aspettava le sue lettere. Quando arrivavano la portiera le metteva sul vetro della guardiola, ed era una felicità per tutti; a ogni lettera, iniziava la processione dei vicini che chiedeva notizie: era molto amato mio padre, era la gioia di chiunque lo conoscesse.

Mamma ritagliava le parti più “infuocate” delle sue lettere, e le nascondeva sotto il vetro del comò, sotto un centrino, dove noi figli non mancavamo di andarle a leggere, senza tuttavia capirci molto.

Ogni tanto arrivavano dei pacchi, carichi di regali per tutti. Ma papà non c’era.

Non l’avevo salutato quando era partito, e lui non ne poteva la vita. Avevo otto anni, non capivo bene cosa stesse succedendo, ma capivo che era qualcosa di grosso. Mi ero messa a fare un solitario a carte, per timidezza, per enorme imbarazzo, ma so che lui soffrì molto per questa partenza senza un saluto da sua figlia.

Poi, un giorno, come Dio volle, tornò.

La situazione al suo ritorno era pure disperata: senza un lavoro, moglie e tre figli, cosa non fece (sempre di onesto, intendiamoci) per portare il pane a casa!

Il pane lo portò sempre, ma fu se stesso che non riuscì a riportare a noi: la disperazione lo aveva completamente trasformato.

*** Fine IV parte ***

bambina_violenza  —- Link al post originale: Era mio padre (V parte, “Gli anni di piombo“)

Era diventato violento. Irriconoscibile, non controllava più le sue reazioni.

I miei familiari si trasformarono in pecore, io no. Seguirono anni di terrore, cinghiate, il viso ripetutamene colpito, tumefatto.

Quante paia di occhiali mi fece a pezzi, costringendomi per giorni e giorni a non vedere, perché i soldi per ricomprarli non c’erano.

In seguito, ma solo per esigenze economiche, imparò a togliermi gli occhiali durante i suoi attacchi d’ira, provocando in me un senso di disorientamento e di impotenza che non voglio certo ricordare.

Mia zia non credeva a quanto stesse succedendo, ma mi ospitò più volte per darmi un po’ di ristoro e offrirmi un po’ di serenità. Dopo qualche tempo però anche questo mi fu tolto: fu accusata di strapparmi all’affetto della mia famiglia, e le fu intimato di non ospitarmi mai più.

Intervenne la scuola, ma mia madre e mio padre furono compatti e irremovibili: non era vero niente, nonostante i lividi palesi, nonostante le mie gambe sanguinassero.

A 18 anni passai dal pianto impotente alla reazione e un giorno, durante una delle solite aggressioni, me lo staccai da dosso gettandolo a terra.

Cadde guardandomi allibito: di lì a poco, con un anno di anticipo, diedi l’esame di maturità, feci le valigie, e me ne andai.

*** Fine V parte ***

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—- Link al post originale: Era mio padre  (VI parte, “L’epilogo“)

I rapporti non si ristabilirono mai. La mia convivenza con quei ricordi continuava a farmi male, e il dolore rendeva pesante ogni mio pensiero, ogni mio respiro e ogni mia azione.

Mille volte, quando tutto è finito, mi sono rimproverata “Non sono stata felice quando ne avrei avuto la possibilità perché ero troppo occupata a soffrire. Non ho costruito quando mi sarebbe stato possibile perché ero troppo impegnata a piangere”.

In realtà non volevo indulgere nel dolore, avevo solo bisogno che venisse compreso: ma questo, come è nell’ordine delle cose, non fu mai.

Mi sono portata appresso il passato come una tartaruga la sua corazza, e la mia rabbia e il mio rancore uscivano fuori in ogni circostanza, anche quella più apparentemente innocua.

A un certo punto scoppiò l’ennesima bomba, e non ci parlammo definitivamente più.

Passarono tre anni e io ero incinta di mia figlia, quando gli diagnosticarono una malattia allo stadio terminale e gli diedero due mesi di vita. Nessuno ebbe il cuore di venire da me a comunicarmelo però, pur senza dirmi la gravità del suo stato, insistevano perché lo andassi a trovare; io da parte mia insistevo che non è di fronte alla malattia che si cambia opinione di una persona. Arrivai persino a dire a mia sorella, che lo assisteva: “Almeno tu ce l’hai un padre da assistere”.

Partorii sola (erano tutti al capezzale di mio padre) e poi… non mi ricordo neanche come fu, presi in braccio mia figlia e andai in ospedale a trovarlo.

Quando mi vide scoppiò a piangere e disse: “Allora sto morendo!”

“Papà, ma che stai dicendo, non è mica la prima volta che ti vengo a trovare in ospedale” farfugliai riferendomi a suoi precedenti ricoveri.

Allora si voltò su un fianco, raggomitolato su se stesso, in posizione praticamente fetale, piccolo come non l’avevo mai visto, fragile come mai avevo pensato potesse essere e, iniziando sommessamente a piangere, mormorò: “Ma credi che non l’abbia capito che il mio viaggio è finito?”.

Tutt’a un tratto il pianto si trasformò in un lamento strozzato, e lui si ripiegò ancora più su se stesso, senza dire più nulla.

Fu l’ultima volta che lo vidi: ma alla sua morte la corazza che mi trascinavo da sempre scomparve d’improvviso nel nulla.

E solo allora realizzai quanto e come l’avevo sempre amato.

cuore-terra *** Fine ***

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Cari amici, qualche tempo fa ricevetti da amici un simpaticissimo “Vohabolario del Vernaholo Fiorentino”, in una deliziosa versione, sia pure casareccia. Ne feci un post, con il vohabolario in allegato e poi, come tutti gli altri post, fu inghiotttito dal tempo.

Da un certo giorno in poi, però, cominciati a vedere numerosi accessi al post, finché non mi arrivò una lettera in cui, con molto garbo, e anzi ringraziandomi di aver apprezzato l’opera, mi pregavano di rimuoverla (cosa che ho prontamente fatto) perché, abbenché in versione ridotta, incompleta, etc. etc., comunque sarebbe stata una violazione del copyright.

Dall’accoglimento immediato della richiesta è nato, come spesso accade, un legame. Oggi io sono nel sito di Stefano come “Amica del Vohabolario” e stasera ho ricevuto questo gradito invito che, su autorizzazione dell’editore, divulgo volentieri.

Io, purtroppo, non ci sarò (anche se la speranza è l’ultima a morire), ma di certo coinvolgerò i miei amici toscani.

Auguro a questa gradita opera tutto il successo che merita.

(E un grazie di cuore a Stefano per avermi incluso tra “Gli amici del Vohabolario“!

Protetto: Tanti A_uguri!

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Pietro Marrazzo

Chiedo il brevetto per questa espressione coniata per l’appunto stasera.

Beh, io non lo so se è venuta in mente anche a qualcun altro, era abbastanza immediata: però io l’ho coniata di per me, giuro. E chiedo il brevetto. :lol:

Lo scandalo fuori di noi

edizione straordinariaEccomi qui. Sto sorseggiando il caffè e ascolto la radio. Arriva il notiziario, danno una notizia specificando “l’allarme ha allarmato… “: e certo che l’allarme ha allarmato, che volevi che facesse, tranquillizzasse?

Ma così povera è la nostra lingua? Considerate che quelli sono testi scritti, perché se andassero “a braccio” sarebbero pure giustificabili.

Ora, quanto guadagna un giornalista, a parte il prestigio di essere per l’appunto tale?

Potevano dire “La notizia ha provocato allarme… ” , oppure “l’allarme ha fatto scattare immediati controlli” o che so io, ma quando leggo “L’allarme ha allarmato” non posso fare a meno di pensare a quanto qualcuno sia stato pagato per scrivere una chicca del genere. 

Seguono le vicende Marrazzo (e chi se ne frega), col balletto “è colpa di Berlusconi”, nel contempo l’ala destra del Paese suona il valtzer “è colpa della sinistra”, e mentre le nostre rappresentanze politiche si cimentano in questo simpatico duetto, al popolo italiano arrivano da tutti i Paesi del mondo, e da tutti i settori dell’Italia stessa, casse di cetrioli, e sta al popolo trovare per tutti questi ortaggi un posto consono.

Ieri, per strada, ho incontrato due signore e mi sono infervorata nel discorso: più o meno dicevo che non me ne importa un fico secco con chi scopa Marrazzo e con chi Berlusconi, che voglio che chi ci governa ci metta in condizioni di vivere, che la gente non sia costretta a emigrare perché non ce la fa a pagare l’affitto, che non si debbano aspettare mesi per una risonanza, che si possa passare per la strada con carrozzini, passeggini e sedie a rotelle senza trovare sempre gli scivoli occupati dai parcheggiatori selvaggi, che centinaia di passeggeri che viaggiano in autobus non debbano essere bloccati sempre dagli stessi incivili parcheggiatori che bloccano le curve, E NESSUNO INTERVIENE, neanche se si trova a passare una squadra di vigili. 

Questo è il Paese in cui nessuno interviene. Questo è il Paese dove chi non rispetta le regole del vivere civile può contare sull’impunità.

Questo è il Paese in cui un ragazzino di undici anni può chiudersi nel bagno della scuola a fumarsi le canne coi compagni, e nessuno interviene.

Questo è il paese della resa, della rinuncia alla responsabilità personale, e le canzoncine canticchiate dalla destra “è tutta colpa della sinistra” e dalla sinistra “è tutta colpa della destra” rappresentano degnamente tutto ciò.

E mentre fuori degli ospedali la gente muore perché non ha trovato un posto, e mentre a chi l’ha trovato viene tagliata la gamba sbagliata, o trapiantata una valvola cardiaca che si fermerà all’improvviso per difetto di fabbrica, le testate dei giornali e le nostre personali caselle di posta vengono riempite da “nuove scoperte”, considerazioni e opinioni sulle scopate di Berlusconi e di Marrazzo.

Francamente, me ne infischio.

(Dimenticavo, mentre parlavo intorno a me si era formato un crocchio, che alla fine della concione mi ha applaudito: che dite, mi presento alle elezioni? Ma poi, se vinco, con chi copulo? :shock: )

Amica mia…

Ho sempre sentito l’istinto a esserti vicina, ma non so se ci sono riuscita. Avrei voluto che ti potessi cibare anche della mia esperienza, per alleviarti il dolore, ma non sono riuscita, forse, a darti molto.

So che stai male, e non so che darei perché non fosse così. Vorrei dire a qualcuno “aiutami ad aiutarla” ma, ormai l’abbiamo capito, qualcuno non c’è.

Dobbiamo farcela coi nostri mezzi, ce la farò a darti qualcosa? Ce la farò a non farti chiudere in te stessa, a farti ancora parlare con noi? Ci regalerai quel tuo coraggio che vivi come paura, e quella forza che vivi come debolezza?

Resto in silenzio, e aspetto che tu mi parli. Non mi muovo, non ti forzo. Non so se la tua coerenza, il tuo realismo, ti saranno d’aiuto o d’intralcio.

La tua intelligenza, la tua sensibilità, la tua coscienza, d’intralcio ti saranno comunque.

Prego, ché è l’unico modo in cui ti posso aiutare adesso. So che è un buon modo. So che riuscirà.

scritta razzista contro rumeni

Scritte razziste a Primavalle, 27 gennaio 2009, foto Franceschi

Cara Diemme.

Una volta mi hai chiesto di raccontarti qualche storia di razzismo subita. Ho pensato a lungo se farlo o no. Sai, penso che a nessuno piace quando la sua nazione è giudicata in negativo. Ed io, raccontando tali episodi, non farei altro che mettere in vista tutto ciò. Anche se… a volte… mi sono posto la fatidica domanda “gli italiani sono razzisti?”. Ma quando penso ai italiani, mi vengono in mente tutti i miei amici, colleghi, conoscenti. Allora la mia risposta è per metà – NO. L’altra meta è…. sempre un NO. Ma questa non viene dalla mia coscienza di una verità chiara. Piuttosto è una risposta di paura davanti ad un riscontro contrario. Cioè – in poche parole – ammettere il razzismo italiano mi spaventa troppo.

******

…. esci fuori da là, Vale, tu non ti rendi conto quanto sei stato sfruttato in questi quattro anni. Vieni qui, a Piacenza, e farò di tutto per farti avere un lavoro dignitoso… che meriti. Non capisco, come un ragazzo cosi capace e intelligente si può accontentare di una vita misera come quella che vivi? Non è questa l’Italia, la devi conoscere.

Erano le parole di Cristina. Anno di grazia 2002.
E ho dato retta alle sue parole. Ho mollato quel mondo…. brillante e affascinante per quelli che lo vedono da fuori, ma miserabile ed affaticante per quelli che vivono dentro. Un mondo di nomadi maledetti, dove oggi costruisci e domani demolisci. Il mondo del circo.

Ed eccomi evaso. Anche se mi trovavo da anni in questo Paese, mi rendevo conto di non saper quasi nulla su di esso. Come vive la gente, le abitudini, la cultura, le tradizioni. Ma ero carico. Volevo conoscere tutto. Non mi bastava imparare soltanto la lingua. Volevo integrarmi. Non per una sorta di “sentirmi italiano”, oh no, ma mi rendevo conto che per capire la maggior parte delle cose, dovevo pensare “come un italiano”. Mi sentivo come una spugna…. che succhia assetata tutto intorno a sé. Poi devo dire che ero meravigliato. Scoprire un nuovo modo di pensare, di mentalità, paragonarlo con quello che ero io, le mie mentalità, mi dava una certa soddisfazione. Una certa carica. Sembrava tutto perfetto, e avevo l’impressione di aver conosciuto gran parte di quello che non capivo prima. Ma era soltanto un’impressione…

Un giorno qualsiasi di ottobre. Stesso anno, 2002. Erano passati alcuni mesi da quando stavo con Cristina.
…… guarda Vale, una festa. Ti va di mangiare uno spiedino? Dai, andiamo dentro.
Ero già stato ad alcune feste, sapevo che si mangia, si balla e si ascolta la musica autoctona (valzer, tango, etc). Non sapevo ballare liscio, ma chi se ne fregava. Era così bello guardare gli altri….
Stavolta pero c’era qualcosa di differente. All’ingresso, tanto di poliziotti. Che ci guardavano col sospetto. Poi un sacco di bandiere. Verdi. Dentro un tendone si sentiva la gente come mormorare o applaudire. Cristina si fermò all’improvviso.
– E’ un raduno questo, Vale…il raduno della Lega
– Allora?, ho chiesto io ignaro, e senza il minimo delle conoscenze sulla politica italiana
– Beh, non so se ti piacerà
– E perché non dovrebbe piacermi? Non ci sono forse spiedini? Non canta la musica?
– Ci sono, caro, ma…. e dai, forse è meglio che lo capisci da solo. Andiamo dentro.

Entrati dentro, ci siamo seduti ad una tavola in centro. Ho capito che si parlava politica. Su palco, un certo Bossi parlava agitando il pugno. Cristina (sapendo chi è) ci provò a distrarmi dalle sue parole.
– Andiamo a prendere spiedini e vino?
– No, vai tu, io ti aspetto qua, sono curioso cosa dice.
– Come vuoi…

E se ne andò. Rivolsi l’attenzione verso l’oratore. Non so quanto passò, ma ad un certo punto, ascoltando quello che parlava, mi resi conto dove mi trovavo. Avevo la visione dei film di nazisti che si radunavano. E mi sentivo come un topo tra i gatti. Girai la testa e ovunque vedevo volti pieni di odio, di rabbia. Gridavano e urlavano…. Contro quelli come me. “Ma che .azzo sto facendo io qua? E’ l’unico posto dove non dovrei essere”. La paura dentro di me combatteva con la rivolta. Avrei voluto alzarmi, andare a quel palco e gridare a tutti che io sono uno di quelli di cui loro parlano male. Che, anche se non italiano, sono come loro. Ho due mani, due gambe, e un cuore. Niente di diverso. Ma il panico mi impediva di farlo. Era più forte. Guardavo quella donna, vicino a me. Sembrava una donna normale, intorno ai cinquant’anni. Ancora bella. Assorbita dalle parole dell’ “onorevole”, gridava “fuori, fuori tutti!”. RAZZISMO. Ecco, la cosa che non lavevo ancora capita. La gente che si crede superiore soltanto perché ha un’altra denominazione sulla riga della cittadinanza. Soltanto perché ha avuto la fortuna di essere nata qui, e non altrove.

E la Cristina che non tornava più. Dovevo uscire. Un senso di nausea mi afferrava lo stomaco. Mi sono alzato e, facendo sforzi di sembrare normale, uscii fuori. Avevo l’impressione che dietro di me ci fossero migliaia di occhi che mi sorvegliavano. Sapevo essere un’impressione, ma non potevo cacciarla via. Volevo soltanto vomitare. Dovevo vomitare…

Cristina arrivava sorridendo con i spiedini caldi ed una bottiglia di vino. Ma vedendomi, si fermò all’improvviso. Aveva capito….
Alzò il tappo del cesto e buttò tutto dentro. Poi mi prese un braccio e mi disse, “andiamo a casa”.
Io senza dire nulla mi feci portare da lei nella macchina. Come un bambino. Com’è ovvio, lei provò a spiegarmi come stavano le cose, e di non farci caso. Ma io la sentivo in lontananza. Il mondo, quello che avevo…. o pensavo di aver avuto, di conoscere…. era cambiato.

– Sai Cristina, forse l’Italia non è poi cosi bella….

La casa

Autore: Gianna Ossena

Ricevo una lettera da un amico, in cui mi parla della sua casa e del suo rapporto con lei. Lui, nomade per forza di cose, per destino, un po’ come me.

La casa. Mia figlia si burla di me, ma io le dico che un giorno o l’altro le racconterò cosa significhi per me la casa.

Mi fa effetto “Cent’anni di solitudine”, coi suoi racconti degli abitanti di quella casa in cui si succedono generazioni e generazioni, e l’anima di ognuno di loro rimane lì, a fare guida, compagnia, dare ascolto a chi resta. Il mio ex-marito, altro nomade per sorte, diceva che uno dovrebbe morire nella casa in cui è nato. A tante persone ho sentito dire la stessa cosa.

Mia figlia ama questa nostra casa, così minima e confusionaria, è il suo regno, la sua vita. A volte vede delle case bellissime, e non prova per esse alcun desiderio, vuole il suo nido, null’altro che il suo nido: ma quanto mi è costato questo suo nido!

Non mi sento, in questo momento, di parlarne più diffusamente, ma mi farebbe piacere un confronto con voi e, se possibile, anche con quelle persone che hanno dovuto lasciare la casa costruita con tanti sogni, insieme alla persona che amavano, e che hanno dovuto poi abbandonare con quattro cose buttate alla rinfusa in valigia.

La casa…

" INGANNO " olio su yela di Kitascima

Mannaggia a me, che sono andata dal parrucchiere, ho letto su una rivista una lettera che avrei voluto discutere con voi, il parrucchiere mi ha autorizzato a strappare la pagina e io, chissà come, ho strappato quella sbagliata.

Cercherò di ricostruire. Chi scrive è la sorella di una donna, a suo dire, sposata da quarant’anni a un individuo egoista e ignobile blablablà. A un certo punto lei inizia una storia con un altro che va avanti per un po’, finché lui non le chiede di lasciare il marito e andare a vivere con lui. Proprio quando lei ha preso la decisione e sta accingendosi a comunicare al marito che lo sta per lasciare, lui ha un problema (credo di salute) enorme, lei non se la sente di lasciarlo nel momento del bisogno e pone pertanto fine alla storia con l’altro.

Dopo due mesi si accorge di essere incinta (dell’altro) e accolla il figlio al legittimo marito.

L’altro nel tempo si rifà una vita, si sposa e mette su famiglia.

Passano anni (non ho la lettera davanti, suppongo tanti, venti o trenta), alla signora infelice vengono gli scrupoli e vuole rivelare la verità al figlio, e la sorella scrivente ”non sa che consigliarle”.

Poi vi dico la risposta che le è stata data sul giornale, ma intanto esaminiamo qualche particolare.

Le cose non vanno bene col marito e si mette con un altro (ma col piffero che lascia il marito, la signora tiene comodamente il piede in due staffe).

Solo quando l’altro le chiede di vivere insieme, e quindi a rapporto consolidato, decide di lasciare il marito (l’importante è avere sempre i piedi in caldo) ma…

a questo punto sopraggiunge un problema di salute del marito (però, tempestivo!), e lei non si sente di lasciarlo in difficoltà (o non si sente di affrontare la disapprovazione sociale? Io, sarò maligna, opto per questa seconda ipotesi) e quindi lascia l’uomo che la ama e resta col marito egoista, ignobile e blablablà.

Dopo due mesi dal suo ritorno all’ovile si rende conto di essere incinta, e non ci pensa un attimo ad accollare il figlio dell’amante al marito e non ci pensa neanche un attimo che l’uomo che l’amava e da cui aspettava un figlio forse avrebbe avuto diritto a saperlo.

A questo punto, dopo venti o trent’anni che evidentemente la vita le impedisce di fare ulteriori danni, che s’inventa la versatile signora? Dire la verità (ma non l’ha mai detta in vita sua, proprio adesso deve cominciare?), e rovinare la vita del figlio, dell’altro uomo e di tutta la sua ormai consolidata famiglia: vi immaginate lui che scopre di avere un figlio di cui ignorava l’esistenza, la moglie che scopre che suo marito, pur magari non avendola mai ingannata, ha un figlio da un’altra donna uscito dal cappello, e questo figlio che scopre che suo padre non è suo padre, e guarderà la nuova famiglia scoprendo i suoi tratti nel volto di quell’uomo e di quello dei suoi fratelli…

FERMATELA!!!  L’uomo “di grande egoismo”, come descritto dalla scrivente, non può essere peggiore della moglie che si ritrova accanto, che ha seminato vittime ovunque seguendo i suoi pruriti ormonali e le sue ipocrisie sociali.

Torniamo ancora indietro.

Prima domanda: è giusto, quando ci si stanca del proprio marito e non si hanno neanche figli che giustifichino, seppure come inconsistente alibi, la scelta di rimanere a casa, imbastire una storia con un altro tenendo il piede in due staffe?

Seconda domanda: se si è già deciso di lasciare qualcuno, ma nel frattempo subentra uno stato di necessità, è giusto ritornare sui propri propositi, o è più giusto andare avanti nelle proprie scelte precedenti e ponderate, magari fornendo comunque il proprio aiuto, però ad altro titolo?

Terza domanda: è giusto non far sapere a un uomo di avere un figlio? E’ giusto non far sapere a un figlio chi è suo padre? Non vi dico se è giusto accollare al proprio marito il figlio di un altro, perché la risposta mi pare fin troppo scontata (spero).

Una volta fatto tutto questo pandemonio, è giusto dopo trent’anni scaricarla sulla pelle degli ignari attori?

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