Buon 2020!

Cari amici,

avrei voluto scrivere un post di auguri per un nuovo anno meno “connessi”, vale a dire una vita più umana con maggiore spazio per noi stessi, con delle priorità che vedano al primo posto l’apprezzamento per la salute che abbiamo, l’aria che respiriamo e la consapevolezza della preziosità del tempo, un tempo limitato che non dobbiamo farci fagocitare da una società stritolante che ci considera non uomini ma ingranaggi, ma la stanchezza ha il sopravvento.

Vi faccio allora un augurio che sentii anni fa e che mi piacque davvero tanto:

Che in questo nuovo anno possiate realizzare tutti i vostri desideri tranne uno, perché nella vita bisogna sempre desiderare qualcosa.

 

Natale, e buon Natale sia

Del tutto inaspettatamente mi hanno chiamato a fare un discorso in ufficio, e in quel momento mi sono passati davanti agli occhi mille pensieri, mille riflessioni, ma soprattutto mi è venuto in mente questo, per atei e per credenti, perché al di là del fatto storico o meno, religioso o meno, le feste hanno un valore simbolico, e il Natale rappresenta la nascita della speranza in un mondo migliore, quello in cui ci viene data un’altra possibilità, in teoria un mondo in cui i lupi pascoleranno con gli agnelli in totale pace e fratellanza.

Sappiamo che il mondo non è così, non per niente nella mia religione il Messia lo aspettiamo ancora, ma in nessun tempo della vita e della storia la speranza ci ha mai abbandonato.

L’anno scorso io e i miei colleghi abbiamo festeggiato il Natale veramente in tono ridotto, dimesso, con l’azienda che aveva dato da poco notizia ufficiale che entro l’anno successivo avrebbe chiuso i battenti, e quest’anno stavamo nello stesso posto, con un po’ più di soldi in tasca e i calici levati, dopo un anno che… indovinate perché ho messo come immagine il pianeta Venere?

Sapete che il moto di Venere è retrogrado, inverso rispetto agli altri pianeti, ma pare che un tempo si muovesse nello stesso senso degli altri. Poi pare sia successo qualcosa, e il pianeta si è ribaltato: vi immaginate che tipo di cataclisma può essere un pianeta che si ribalta? Vi immaginate succedesse alla Terra, con persino gli oceani sollevati in aria e poi riprecipitati sul pianeta? La vita forse non esisterebbe più per molto tempo ma il pianeta, una volta sbabilizzatosi nel suo nuovo assetto, avrebbe più o meno lo stesso aspetto di prima. Più o meno.

Ecco, alle nostre vite, alla mia vita, quella lavorativa almeno, è successo più o meno la stessa cosa, un cataclisma, un ribaltamento di situazioni in cui tutto ha perso la posizione che aveva ed è andato a sbattere più o meno da un’altra parte, rimanendo sospeso a volte più di quando ci si aspettasse potesse sopportare, e poi la quiete, in una situazione che sembra avere lo stesso aspetto di prima ma che come prima non è.

La speranza ha sortito i suoi effetti, siamo qui, cionondimeno la memoria di quell’essere sbalzati in alto, o in basso, avere girato vorticosamente nel vuoto e poi essere ricaduti senza sapere bene come e dove è un’esperienza che, nel bene e nel male, ha lasciato una traccia, e questa traccia somiglia tanto al messaggio del Natale, a quella notte in cui una famiglia con un destino che non conosceva vagava senza trovare alloggio, a un bambino nato dal nulla come spesso dal nulla nasce la speranza, tenuto in vita da cose semplici, come semplici erano il calore del bue e dell’asino, così come da cose semplici e a volte inesistenti è tenuta in vita la speranza.

E allora buon Natale anche se, perdonatemi, a volte lo vivete proprio male, con l’insofferenza per la sfacchinata del cenone che ci aspetta, lo stress dei regali, la sorella, cugina o cognata che non collabora mai, con quella parte di famiglia che non sopportiamo e ci ritroviamo ciononostante a tavola, e tanta tanta ipocrisia che ci potremmo risparmiare. Ma anche nel contesto di queste sceneggiate c’è il bambino che aspetta il regalo perché è stato buono, c’è la voglia di andare verso un nuovo anno con l’intenzione di renderlo migliore, c’è la voglia di credere, “e sia questo il più fulgido dei miei doni, che la speranza mai ti abbandoni” (cit).

E allora, è Natale, e buon Natale sia!

Dormendo morendo

Foto dal web

Mia madre, che era solita parlare per proverbi, spesso citava questo: “Bambini dormendo guarendo, anziani dormendo morendo”.

Vado da lei, spesso crollo io dal sonno e mi accascio, e così lei dorme a sua volta. La guardo, lei che era sempre così , come dire, composta, ora è scomposta, il corpo abbandonato, il respiro affannoso. Il seno, un tempo prosperoso, non esiste più, e ha lasciato il suo posto a un torace scarno che faticosamente si alza, e faticosamente si abbassa, e faticosamente si rialza, e faticosamente si riabbassa.

“Mamma ha sempre dormito dormito così” mi dicono i miei fratelli. “Nonna ha sempre dormito così” mi dice mia figlia.

Io a volte mi chiedo se ho vissuto un’altra vita, in un altro mondo, con altre persone, perché io me la ricordo mia madre, dormire sempre su un fianco, silenziosamente, con la bocca rigorosamente chiusa, le gambe accostate appena piegate, a volte le mani giunte sotto la guancia, a mo’ di cuscino.

Ora le braccia sono abbandonate a se stesse, le gambe sono abbandonate a se stesse, la bocca è abbandonata a se stessa, mentre il torace sembra opporre resistenza a ogni respiro.

La guardo, e ripenso alla sua vita faticosa, tanto faticosa. La guardo e penso a quando, sempre su un fianco e con noi alle sue spalle, ci leggeva qualcosa, generalmente sempre quello strazio inenarrabile del Libro Cuore, per cui regolarmente si commuoveva, oppure la cavallina storna, un’altra insopportabile palla, e ricordo quel suo indice che si alzava ogni volta quando pronunciava con voce solenne “Si alzò alto un nitrito”. Credo che mia madre avesse una visione un po’ mistica della vita, quella che mia figlia attribuisce anche a me, che vedo la mano divina dappertutto, e penso ai suoi sogni, e a come sono stati infranti, a come sia stata dura la sua vita, a quanto abbia lavorato, sempre, troppo, non si è mai risparmiata (come, d’altra parte, non mi risparmio io).

La guardo, abbandonata così, in quel sonno sofferente laddove da giovane è stata la veglia ad essere sofferente, e mi chiedo se poi sia questa la vita, difficile da vivere, difficile da lasciare.

Dorme, e già sappiamo che un giorno non si sveglierà più da quel sonno.

Mia nonna era solita dire “Nun se pòzza mai fini’ “, perché è solo uno il caso in cui uno finisce i suoi impegni di vita con tutte le sue tribolazioni, e cioè quando finisce il suo impegno di vita.

Bambini, dormendo guarendo, anziani, dormendo morendo, e mia madre non è una bambina, anche se forse il suo animo lo è rimasto sempre.

Il paradiso delle signore

Non se chi di vuoi lo segue: io, quando posso sì, e mi piace assai. Non sto dicendo che mi appassiona, in fondo non ci sono particolari intrighi e colpi di scena, fatto che molti rimproverano alla serie, ma a me piacciono queste saghe che si incentrano su famiglie normali (e non…), spaccati di un’epoca in cui tante vite normali semplicemente vanno avanti, a volte intrecciandosi, a volte cambiando, e a volte rimanendo semplicemente uguali, solo con qualche anno in più sulle spalle, con tutta la saggezza, o diciamo pure il senno del poi, che questi anni in più hanno portato.

Un negozio di abbigliamento per signore, per l’appunto “Il paradiso delle signore”, un imprenditore che si è messo in gioco, e al lavoro tante persone, ognuna con il proprio bagaglio di vita e di sogni, di difficoltà, di crisi, qualche amore impossibile, differenze sociali che sembrano invalicabili. Vite normali, di emigranti e di autoctoni, di giovani e meno giovani, di vedovi, di più o meno felicemente sposati e di forzatamente separati, di fortuna da sfidare, di pregiudizi da spezzare, di caratteri da domare o a cui, al contrario, sciogliere le briglie per vederli fiorire e realizzare.

Il tutto in contesto che i nostri giovani non conoscono ma che i meno giovani ricordano con nostalgia, quando il telefono era un lusso, il televisore era un lusso, e mantenere i contatti con chi era lontano praticamente impossibile.

Un’Italia in piena ricostruzione, dove il miracolo è rappresentato dall’autostrada del sole, in un brulicare di attività poliedriche di un popolo che si era ben bene rimboccato le maniche e andava avanti, non sapendo che le generazioni successive avrebbero distrutto non dico più della guerra, ma certo non stiamo apparecchiando per i nostri figli quel miracolo che invece quella generazione ha praparato per noi.

 

Alibi

A volte mi sembra semplicemente di stare in attesa che il tempo passi, e che il lavoro sia un alibi per non vivere.

In effetti, quando mollo la presa dal lavoro, il vuoto mi attanaglia.

Ovviamente sono ben cosciente che probabilmente si tratta solo di stanchezza e bisogno di riorganizzare il proprio tempo quando se na ha nuovamente a disposizione.

Il mistero di Camilla Fabri

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Giorni fa ero tranquillamento al mio pc, non ricordo leggendo cosa, quando mi capita sotto gli occhi una foto a me ben nota: strabuzzo gli occhi, sogno o son desta, ma è lei?

E sì che era lei, l’articolo parlava di lei dicendo cose allucinanti che, per quanto mi era dato di sapere, non stavano né in cielo né in terra. “Commessa part-time con stipendio dichiarato di 1800 euro annui (in altri articoli diventati mensili), che ha comprato un appartamento a Via Condotti da cinque milioni di euro”: Camilla commessa part-time? Camilla ha sposato un miliardario, e fa la vita da miliardaria, altro che commessa! E poi nel 2012? Per quanto ne so io, nel 2012 faceva la studentessa liceale (si sarebbe diplomata credo un paio di anni dopo).

Sapevo dell’appartamento  a via Condotti, figurati se non girano le voci tra noi mamme, rimaste ancora in contatto e sempre a scambiarci notizie sui nostri figli: un piccolo regalo del marito (più o meno come quelli che faceva Attila a me 😆 ), come il macchinone e tutti gli altri beni di lusso.

Mi riferisce mia figlia che è apparso un articolo che parlava di lei sulla sua bacheca fb, e la cattiveria dei commenti faceva paura: è proprio vero, se l’invidia fosse febbre tutto il mondo ce l’avrebbe, quando una persona ha fortuna il mondo la vorrebbe fulminare!

Ora, se il marito è un onesto miliardario come ce ne sono tanti (e vabbè, dai!) o sia invischiato davvero in intrighi internazionali io ovviamente non lo so, ma so che lei, anche dopo questo incontro, il matrimonio, una vita che altro che Hollywood, era rimasta la ragazza semplice di sempre, figlia di persone semplici, di quelle che la mattina si alzano all’alba per andare a lavorare (probabilmente non prima di aver messo su una lavatrice o svuotato la lavastoviglie). La madre? Una madre, di quelle che ai figli ci tengono, e che probabilmente sarà stata solo in parte felice della fortuna di sua figlia, ma che in fondo al cuore, e neanche tanto in fondo, l’avrebbe voluta magari meno ricca ma più vicina.

Ora che leggo che è scomparsa e che forse si è rifugiata in Russia io penso a questi genitori, che forse non potranno avere nessun contatto con lei, non potranno vederla neanche in videochiamata, non potranno sentirla, probabilmente neanche sapere dove sia, e ci soffro, perche sono madre, e prima di tutto penso a quella madre: se io fossi costretta a non vedere mia figlia impazzirei, e per lei sarà sicuramente lo stesso.

(Che poi, quando ho saputo dell’appartamento che avevano comprato a via Condotti, scherzando avevo pensato pure “Magari chiedo se serve qualcuno che dia un’occhiata alla casa in loro assenza, lo faccio con piacere, sono una che crede nell’amicizia io!”: meno male che era solo una battuta tra me e me, sennò a quest’ora avevano sequestrato pure a me, insieme alla casa e alle altre opere d’arte!).

https://www.ilmessaggero.it/roma/news/camilla_fabri_roma_marito_instagram_ultime_notizie_news-4865288.html

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/chi-alex-saab-fedelissimo-maduro-che-ha-guadagnato-milioni-1785033.html

https://www.ilsussidiario.net/news/camilla-fabri-fuggita-in-russia-la-commessa-milionaria-di-roma-e-sparita-nel-nulla/1950863/

Quotidiane insofferenze

Una delle fatiche più grandi della mia vita è soffocare il mio istinto omicida, che se gli dessi la stura risolveremmo in quattro e quattr’otto il problema della sovrappopolazione mondiale.

Voi dovete sapere che, per quanto il mio lavoro sia impegnativo, richieda concentrazione e m’impegni dalla mattina alla sera, la parte più difficile della giornata non è il lavoro ma il viaggio sui mezzi pubblici, e questo non a causa dell’amministrazione capitolina, checché se ne voglia dire, ma a causa dell’egoismo e dell’inciviltà di quanti ne usufruiscono.

Istinto omicida nr. 1: per entrare sul mezzo vuoto in arrivo la gente sgomita, spintona, ti sorpassa, e una volta ottenuto di passare per prima non è che si vada a sedere al posto che più gli aggrada, lasciando a te la seconda scelta: eh no, sarebbe troppo comodo! La persona che ha corso e ti ha spintonato per entrare per prima entra e si ferma sulla porta, bloccando il passaggio, in modo che tu vedi dalle altre porte altri passeggeri che entrano e si accomodano mentre tu non puoi muovere un passo, e solo quando è rimasto un solo posto lo sgomitatore si decide a sedervisi. Ecco, io in quel caso lo acchiapperei per la collottola, lo butterei sui binari (o sull’asfalto, a seconda del mezzo) e poi mi siederei comodamente al suo posto, senza il minimo rimorso di coscienza..

Istinto omicida nr 2: se si presentano problemi all’entrata sui mezzi pubblici non crediate che l’uscita sia meglio. Sono generalmente i ragazzi che si fermano sulle porte, incuranti che il mezzo stia effettuando la fermata e che ci siano persone che devono salire e scendere: praticamente il blocco delle porte pare che sia uno sport nazionale. Spesso sono stranieri, e quando chiedi loro di spostarsi fanno la parte di non capire l’italiano: ma scusa, ma al paese tuo, qualunque esso sia, LE PORTE A CHE SERVONO? Quando i mezzi pubblici fanno la fermata AL TUO PAESE, la gente che fa, non sale e scende come in tutto il resto del mondo? Non diamo però la colpa solo agli stranieri, in percentuale ancora maggiore sono ragazzi italiani, che con quell’accidente di smartphone in mano e le cuffiette nelle orecchie se ne fregano che il mondo non giri intorno a loro, e che sugli autobus la gente alle fermate dovrebbe salire e scendere! Dipendesse da me, altri cadaveri sui binari o sull’asfalto, perché mica è vero che al mondo c’è posto per tutti!

Istinto omicida nr. 3: le persone che camminano sulle scale mobili. Io sono discretamente sicura che un tempo fosse proibito camminare sulle scale mobili, ma attualmente non vedo nessuna indicazione in proposito. Sta di fatto che, generalmente, nelle stazioni metro sono presenti, L’UNA ACCANTO ALL’ALTRA, scale tradizionali e scale mobili: ma se avete tanta voglia di fare le scale, perché non prendete quelle tradizionali invece di scassare l’anima a quelli che stanno sulla scala mobile che invece di starsene tranquillamente sul gradino in attesa di giungere a destinazione si devono appiattire contro la parete ogni due per tre per permettere il passaggio alle orde di bufali? Ripeto, non so se la legge consenta o meno di camminare sulle scale mobili persino in presenza di scale tradizionali ma io, tanto per gradire, uno sgambettino per farli ruzzolare lo farei.

Ecco, questo è il motivo della mia stanchezza, quattro ore al giorno di feroce repressione della mia vera natura.

https://www.repubblica.it/scienze/2017/04/05/news/sulle_scale_mobili_e_meglio_stare_fermi_la_scienza_da_torto_ai_frettolosi-162252935/