Befana: la calza non ha età!

Mia figlia ha 23 anni, ma non manco mai di farle trovare la calza per la Befana: i figli sono sempre figli, sempre pupi di mamma fino a cent’anni!

L’altro ieri io e il padre siamo andati in giro come due ragazzini entusiasti per cercarle qualcosa che le facesse piacere e, complice la recente apertura a Roma del negozio “Binario 9¾” (credo si chiami così) di oggettistica di Harry Potter, siamo riusciti a farla felice.

Certo, costa tutto un occhio della testa, ma una cosa a Natale, un paio di sciocchezze nella calza alla Befana, e siamo riusciti a farla felice senza dover rapinare banche o contrarre mutui.

Appendere la calza in cucina però è stata un’impresa, perché lei è sempre sveglia e circolante, però in qualche modo ce l’ho fatta e la sorpresa è riuscita, perché poi ditemi, ma che c’è di più bello che viziare i figli?

 

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Innamorata di Virginia Raggi, un anno dopo

 

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L’anno scorso, all’incirca di questi tempi, pubblicai un post, “Innamorata di Virginia Raggi“.

Con mia grande sorpresa il post ebbe un successo strepitoso, fu ripreso da quasi tutte le pagine dei 5 Stelle, a partire dalla pagina fb #innamorati di Virginia Raggi, e condiviso migliaia di volte, probabilmente decine di migliaia.

Il mio era un tributo sincero, da persona che non l’aveva votata ma che, onestamente, riconosceva il suo operato.

Cosa penso oggi, a poco più di un anno da quel post, della sindaca Virginia?

Beh, permettemi un “ancora l’amo, più di ieri, meno di domani”, e questo nonostante i cassonetti strabordanti perché, non neghiamolo, il problema rifiuti esiste, né lei lo nega (né l’inciviltà di tanti romani aiuta).

E allora, a cosa è dovuto tanto amore?

Beh, io credo che sia tangibile il fatto che il paese della cuccagna è finito e che a Roma non si mangia più, tanto per cominciare. Per far funzionare la macchina amministrativa il Comune di Roma l’anno scorso ha speso circa un milione di euro, contro i quattro di Marino e i sei di Alemanno: vi rendete conto della portata di queste cifre? Ha speso un quarto di Marino e un sesto di quello di Alemanno, risparmiando cifre spaventose, tutti soldi che a mano a mano stanno andando a beneficio dei cittadini.

Come?

Per esempio col riconoscimento dei debiti fuori bilancio, contratti dalle amministrazioni precedenti, e sapete cosa significa questo? Che la gente che ha lavorato per il Comune verrà finalmente pagata, probabilmente qualche piccola impresa non fallirà grazie a questo e qualche padre di famiglia potrà portare a casa il pane per cui ha lavorato. Questa nei paesi normali probabilmente è la normalità, ma in Italia pare che sia un fatto straordinario.

Mi raccontava un blogamico, un piccolo imprenditore, che aveva fatto dei grossi lavori per la Regione (una regione del nord, non so nemmeno da chi fosse amministrata, al momento il dato è ininfluente) che non solo non venivano pagati, ma che le banche neanche glieli riconoscevano come crediti, tanto poco era il loro valore e la loro affidabilità!

Oggi i crediti nei confronti del Comune di Roma sono affidabili.

Il problema buche? Dopo decenni di rattoppi, pessimi e tardivi, stanno riasfaltando tutte le strade di Roma: certo, non hanno finito, sono migliaia e migliaia di chilometri, ma piano piano un po’ di luce si vede. Ok sì, piano piano, pianissimo, ma sarebbe umanamente possibile andare più velocemente con la situazione che si sono ritrovati?

Ha detto bene lei “io non sono potuta entrare in macchina e guidare, perché mancava il volante, il motore, la carrozzeria, la leva del cambio…”: non ricordo le parole esatte, ma il concetto era questo.

Mancava tutto, eppure non si è persa d’animo, si è rimboccata le maniche e ha lavorato, nonostante la guerra senza frontiera dei suoi detrattori, spesso non particolarmente onesti, che l’hanno tormentata rimproverandole pure se respirava, e non crediate che pure questo non risucchi energia, energia che questa gente ha sottratto ai legittimi destinatari, e cioè la città di Roma e i cittadini romani.

Virginia è quella che ha a cuore non i ricchi, ma la povera gente, ed è quella che sta mettendo fine a scroccopoli, il racket delle case popolari abusivamente occupate dai non aventi diritto, e che finalmente il Comune sta riassegnando ai cittadini più bisognosi.

A me non sembra poco, non mi sembra poco per niente. Per darle addosso ora si stanno attaccando a Spelacchio che peraltro, grazie proprio a tutta la critica che è tornata indietro come un boomerang ottenendo l’effetto contrario, ci ha regalato un po’ di spensieratezza e di allegria.

Tutti col dito puntato contro la Raggi, come se fosse colpa sua che un albero partito verde e rigoglioso dalla Val di Fiemme sia arrivato a Roma in condizioni non ottimali: il trasporto e la messa in opera sono stati affidati a un’azienda che lavora per il Comune da dieci anni, quindi da molto prima che arrivasse la Raggi e l’azienda è stata, a quanto pare, strapagata, quindi stavolta non possono rimproverarle di aver fatto fare brutta figura a Roma per risparmiare. E infatti le rimproverano di avere speso troppo, 48.000 euro, ammesso e non concesso che l’azienda non debba rispondere del danno cagionato e riscuota la cifra pattuita: io non è che m’intenda delle tariffe per questi servizi, ma quando Gentiloni pagò il riscatto delle due pasionarie siriane per il (presumibilmente finto) rapimento, si diedero tanto da fare per minimizzare la spesa, a dire che in fondo era gravato di circa 50 centesimi per cittadino (compresi neonati nella culla), e questa spesa che alla fine sarà gravata di uno o due centesimi a testa nelle tasche dei cittadini romani è così grave? Senza contare che quei dodici milioni di euro saranno stati impiegati, presumibilmente, per comprare armi e a finanziare terrorismo, morti e rivolte, cosa che non sarà per i 48.000 euro pagati per il trasporto di Spelacchio.

Bene, vi lascio, ovviamente accetto smentite e contraddittorio!

PS: quest’anno non ho sentito neanche critiche per la festa di Capodanno, che si siano divertiti?

PPS: non dimentichiamo di averla sentita parlare perfettamente in inglese e spagnolo, oltre ad aver tenuto testa in italiano a giornalisti molto malevoli senza perdere una battuta, e senza strafalcioni linguistici… non che non si perdoni un eventuale lapsus linguae, ma tanto per essere precisi e dare a Cesare quel che è di Cesare 😉

(Patrizia Vivanti, 03/01/2018)

Buongiorno, buon anno!

Buongiorno, buongiorno, buongiorno a tutti, e non certo “buongiornissimo!” come qualcuno usa dire: ma che vuol dire “buongiornissimo”? Ma che cos’è un “giornissimo”?

Prima esisteva l’analfabetismo della gente che non aveva studiato, ora esiste l’analfabetismo della gente che ha studiato o, per meglio dire, è andata a scuola, più o meno regolarmente, scuola che come sappiamo è diventato un promuovificio sfornasomari, ma somari arroganti, che non ti permettono di dire loro che il “giornissimo” non esiste, e pretendono un non meglio identificato diritto a parlare e a scrivere come vogliono.

Allora, è pur vero che la lingua è qualcosa di vivo e in continua evoluzione, ma un conto un bambino che cresce, un conto uno preso a bastonate, a frustate, buttato giù dal seggiolone etc. etc., che ti diventa storpio, e quella non può essere chiamata di certo evoluzione o crescita.

Ultimamente è nato l’uso del “c’è” anziché “ce”, che vi giuro mi fa ribollire il sangue. Qualcuno ha giustamente ha scritto “Se scrivi  ‘c’è l’ho fatta!’, mi spiace comunicarti che non ce l’hai fatta affatto!”.

Ma torniamo al buongiornissimo.

Io non ce l’ho con fb o altri social, che se è vero che ha dato voce a tante capre, è vero pure che l’ha data anche a tanti spiriti arguti che sarebbe stata una perdita non conoscere.

Andate per esempio sulla pagina “Commenti Memorabili”: c’è veramente del genio in circolazione, ma non sono sicura che ce la faccia a compensare l’altra faccia della medaglia: le casalinghe disperate, quelle che non hanno un tubo da fare, che riempiono il social di gattini e buongiornissimi, che fanno scoppiare eritemi incurabili alla gente appena appena normale.

Un giorno una casalinga disperata mi attacca una pippa infinita sul marito che non la stima, dice che se ne vuole andare. “Hai i mezzi per mantenerti da sola?” chiedo io, e lei “Sì, io so fare un sacco di cose!”.

“Quali per esempio?” incalzo io.

“Beh, posso mettermi a fare le unghie”

“E poi?”

“Posso mettere lo smalto”.

“Sì, vabbè, ho capito il concetto, e poi?”.

“Beh, posso fare i pedicure”.

Mi mordo la lingua e chiedo “Sai anche limarle le unghie?”, e quella mi risponde “Sì, certo, so fare un sacco di cose”, senza rendersi neanche conto che oramai sono passata alla modalità “presa per i fondelli”.

Che poi la signora, regina del “buongiornissimo” sul web, non ha mica tutti i torti. Ne conosco più di una che ha risollevato alla grande le proprie sorti economiche “facendo le unghie”, gente che ha persino rinunciato all’università per “fare le unghie”, e sotto casa mia i negozi di manicure (se così si possono chiamare quelle attività che ti montano unghie finte a forma di tutto con ogni tipo di disegno e fantasia) nascono come funghi, con nomi altisonanti tipo “L’impero delle unghie” e non ricordo neanche cos’altro perché la mia mente si rifiuta di accettare questa realtà, e sono sempre pieni.

Chiudono le librerie, e nascono negozi di tatuaggi ed unghie, il segno di una cultura che cambia, anzi, per dirla tutta, della cultura che sparisce.

E allora, che dirvi, che il 2018 possa segnare un cambiamento di rotta, che le persone di buona volontà possano essere trainanti, portare avanti una rivoluzione culturale, vi auguro un libro in più e uno smalto in meno, e anche se è lo smalto in più quello che farà trovare a tante donne il pollo che le mantiene, avere una testa pensante  è un’emozione che non ha prezzo!

I miei vivi (by Luciano Marcelli)

Oggi, in una risposta a un commento, mi rifacevo a un bellissimo post dell’amico blogger Luciano Marcelli, “I miei vivi“.

Mi permetto di riportarlo per intero perché il blog è abbandonato e non vorrei che venisse chiuso e che andasse perso questo articolo cui sono particolarmente legata.

I miei vivi (di Luciano Marcelli)

lun 28 Dic 2009

Non credo che dopo morto ritroverò i miei morti e comunque di questi ne ho ancora pochi.

Vorrei invece, prima della fine, almeno nell’ultimo quarto della vita, ritrovare i miei vivi: ritrovare coloro che ho lasciato per strada e non avrei voluto, le decine di persone che ho perso, coloro che a turno, ogni giorno, singoli per lo più o a piccoli drappelli, riporto presenti ma impalpabili qua davanti a me, ogni volta che trasogno, come uso fare, ogni giorno, alcuni sempre, alcuni spesso, altri di rado, presenti e impalpabili.

Li porto ancora con me.

Li vorrei incontrare per davvero. Finché siamo in tempo.

Li vorrei palpare, vorrei ridere e piangere, ascoltare e parlare, fare insieme e trattenersi e vivere vicini, per davvero.

Vorrei riappacificarmi. Con me, con loro.

Buon Natale da Spelacchio, l’ottavo re di Roma!

Spelacchio, contro ogni possibile previsione, è diventato davvero il simbolo del Natale, e giustamente, visto che c’è chi fa notare che Gesù nacque in una grotta e non in una clinica di lusso, che sarà pure il brutto anatroccolo, ma proprio per questo più amato.

Il bello è che i detrattori gli hanno fatto talmente tanta pubblicità per mezzo stampa, senza contare che un buontempone ha creato un profilo Twitter a suo nome, talmente tanto l’ironia ha impazzato e ci ha donato tanti sorrisi e quell’attimo di spensieratezza di cui veramente avevamo bisogno, che Spelacchio è diventato famoso, fama che gli altri alberi di Natale si sognano.

Insomma, Spelacchio è diventato un mito, addirittura meta di pellegrinaggio e attira i turisti che, a Piazza Venezia, pare siano aumentati del 10%.

Grande Spelacchio, sei (purtroppo) tutti noi!

http://www.iltempo.it/multimedia/2017/12/23/gallery/in-processione-a-roma-per-vedere-spelacchio-1042015/

 

Arthur, “U Principi Picciriddu” e l’avventura mai finita

Continuo questo Natale di omaggio ad Arthur. Quando aprì il suo blog, mise come sottotitolo “l’avventura comincia…”; poi, in occasione di un compiblog, lo cambiò in “l’avventura continua…”.

Ora l’avventura, quella blogghica almeno, è finita, ma lui non è qui per rettificare il sottotitolo. Rimane tutto sospeso, incompiuto, come questa sua bellissima traduzione del celeberrimo Piccolo Principe che volle scrivere per questo blog e che, forse proprio per questa sua incompiutezza, diventa più preziosa e ci lascia la speranza nell’attesa che, un giorno, ogni opera sarà compiuta.

Buon Natale a tutti quelli che credono, non necessariamente nel Messia, ma nella bellezza della vita, nel prossimo e in quell’amore che, nonostante tutto, questo prossimo, o gran parte di esso, indubbiamente merita e di cui ha disperato bisogno, e in un significato della nostra vita che va ben al di là di quello che possiamo vedere, toccare, percepire. In fondo, il messaggio del piccolo principe è proprio questo, esistono infinite realtà e “Quello che conta non si può mai vedere”!  A proposito, il consiglio è di andare con il link alla pagina originale e divertirvi coi commenti: che mattacchioni che eravamo!

Buon Natale a tutti! ❤


(libera traduzione in siciliano de “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry)

Capitulu primu

Tantu tempu fa, quannu avia appena sei anni, ‘nto libru chi parrava da furesta, chi si chiamava “I storie da natura”, visti un disegnu veramenti beddu.
C’era un serpente boa mentri s’inghuttiva n’animali.
Cà c’è na copia di ’stu disegnu.

C’era scrittu: i boa, s’inghiuttunu animali, tutt’ interi, senza mancu masticalli.
Poi, siccomi non si rinesciunu a moviri, dommunu p’i sei misi, così rinesciunu a diggeriri megghiu.

Continua a leggere…