Chi ha più buon senso lo usi (e quel perdono che non merito)

Mi è ricapitato tra le mani questo famoso libro di Dale Carnegie, “Come trattare gli altri e farseli amici”, già letto innomerevoli anni fa, probabilmente qualche decina.

Letto e, constato rileggendo, mai applicati i consigli.

Non che siano sbagliati, tutt’altro. Certo, loro la fanno facile, non è che anche questo libro non sia un’americanata di quelle “come avere successo in un mese”, “come diventare miliardari in quindici giorni” “come dimagrire in una settimana” etc. etc., gli americani sono famosi per questa “manualistica del successo”, ma insomma, al di là della semplificazione, c’è del vero in quello che dice.

“Si prendono più mosche con una goccia di miele che con un litro di fiele” è il minimo del buon senso. Non è un invito alla falsità, ma a quello che la psicologia chiama rinforzo positivo, il costruttivo puntare l’attenzione su quello che funziona e non su quello che non funziona, e parlando con le persone, soprattutto se stiamo chiedendo o sperando di ottenere qualcosa, sicuramente puntare sulle abilità di quella persona sarà più utile che evidenziarne le carenze.

Ovvio, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e, ahimé, un tale comportamento è estremamente lontano dalle mie corde, precisina del piffero cui salta agli occhi immediatamente quello che non va, e non può fare a meno di evidenziarlo col tatto di un elefante in una cristalleria.

Indubbiamente gli esempi del libro appaiono forzati, pare che qualsiasi spazzino o straccivendolo cui tu vada a dire “C’è in te un grosso potenziale, hai delle qualità eccezionali” diventi in poco tempo un grande scrittore o scienziato o presidente degli USA, ma certo che l’incoraggiamento stimola e l’essere denigrati demotiva.

Devo dire che quando insegno riesco a tirare fuori il meglio dalle persone, anche quando ho guidato gruppi di lavoro ho saputo creare dei climi straordinariamente positivi e un grande e costruttivo spirito di collaborazione, ma pròvati a essere mio nemico e le mie capacità diplomatiche dimostreranno subito la loro irrecuperabile latitanza, ti sbrano e mi pulisco i denti con gli ossicini. Se ci aggiungiamo poi che per “nemico” intendo chiunque mi abbia fatto un torto, a partire dalla menzogna, capirete che le occasioni in cui mi trasformo in un bulldozer diventano vieppiù frequenti.

Un mio amico – anzi, un collega, che conosco da un’infinità di anni e con cui sto sì in rapporti di grande cordialità, ma pur sempre un semplice collega con cui i rapporti non sono mai andati oltre le questioni d’ufficio – ebbe una volta a dirmi “Tu per gli altri fai moltissimo, ti meriti estrema riconoscenza e gratitudine, poi un giorno fai bubbubbù e distruggi in un attimo tutto quello che hai costruito in anni”.

Questa osservazione mi ha profondamente colpito e fatto riflettere, anche perché non era una cosa personale, con lui non c’è mai stata alcuna questione e parlava assolutamente in generale, ergo il mio comportamento deve essere piuttosto oggettivamente noto.

Ripenso a tanti momenti della mia vita, in cui mordermi la lingua mi avrebbe risparmiato tanti dispiaceri, ma non l’ho fatto.

“La parola che riesci a dire è la tua schiava, quella che non riesci a trattenere è la tua padrona”, recita un detto, ed è vero, riuscire a cantarle è segno di libertà, ma non usare il buon senso nel reprimere quello che è controproducente dire è solo sintomo di dissennatezza e io sono, in quel senso, dissennata.

Che poi mi dicono che ci azzecco, che quando mi rivolto contro qualcuno ho una precisione chirurgica nel ferire, nel mettere le persone con le spalle al muro di fronte ai loro complessi e alle loro paure, che non posso poi pretendere che dimentichino facilmente o che possano tornare un giorno a provare una qualche simpatia: potrei pure essere disposta a buttarmi nel fuoco per queste persone, resta la sensazione di ostilità e di disagio, per cui preferiscono mantenere le distanze.

Naturalmente la storia con Pdf e Xavier non è sfuggita a questa regola: tornando indietro sicuramente mi comporterei diversamente, molto diversamente, e non certo perché pensi di avere torto. La mia saggia nonna esortava a “non dare colore alla minestra”, insomma, non sottolineare, enfatizzare, che poi finisce col significare consolidare, mentre la strategia migliore è lasciar decantare le acque. Insomma, per usare una metafora un po’ più colorita, che di certo la nonna non avrebbe mai usato, vale il saggio consiglio: “Se qualcuno vuole mettertelo nel didietro non muoverti, faresti il suo gioco!”, e io invece mi sono mossa peggio di una contorsionista, coi risultati che sapete.

Tornando indietro, farei quella cosa che tanto mi è odiosa, ma che è spesso utile nella vita, di “allontanarsi piano piano”, per l’appunto senza dar colore alla minestra. Parlando con lui, non la citerei mai e terrei la bambola per il woodoo ben nascosta, ma che fare, ormai è andata.

La domanda ora è: ho imparato dagli errori del passato? Dopo il conto salato che ho pagato e una rilettura del libro di Dale Carnegie, sarò capace di non prendere il toro per le corna, imbracciare l’ariete e sfondare il portone?

Purtroppo per me, temo di no, sbranare chi mi ferisce lenisce le mie ferite e il conto che pago, abbenché salato, ancora mi sembra preferibile a fare buon viso a cattiva sorte e a volgere la situazione a mio favore con tecniche manipolatorie, abbenché sagge e positivamente orientate.

Non sbranare mi darebbe l’impressione di essere rammollita: so che non è così, so che la rabbia mi rende schiava e la diplomazia e il buon senso mi libererebbero, ma il filo che separa la diplomazia dal rammollimento è troppo sottile, e non sono certa di riuscirlo a gestire per cui, cari amici, chiedo a voi un suggerimento, una motivazione in più per non reagire come ogni animale ferito reagirebbe e fare meno danni alla mia vita.

17 thoughts on “Chi ha più buon senso lo usi (e quel perdono che non merito)

  1. Credo che la tua sia una bella qualità: è difficile avercela con qualcuno che ti fa del male e riuscire ad andare avanti tagliando i rapporti. Credo che sia più facile perdonare per puro egoismo (si può perdonare un partner traditore per paura di rimanere soli) che cambiare modo di vivere quel rapporto perché in fondo agiamo per il nostro benessere anziché per la nostra dignità.
    Quello che hai fatto con Xavier è una pura esperienza. Qualcuna avrebbe cercato in tutti i modi di ricucire il rapporto mettendo sotto i piedi la dignità invece tu hai saputo gestire la cosa con razionalità: è inutile aggiustare un giocattolo che si rompe. L’attak funziona ma non riporta mai l’integrità del giocattolo!

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    • Cara Aida, mi sa che non merito il tuo giudizio positivo, in quanto io con Xavier ho cercato incessantemente di ricucire il rapporto mettendo da parte l’orgoglio (non la dignità!), e personalmente credo nel giocattolo riaggiustato, tanto più che un rapporto umano non è un giocattolo. La realtà è che con lui praticamente discussione non c’è stata, ha solo fatto un gran casino ritenendo necessario schierarsi, mentre sarebbe stato molto più di buon senso lasciare che noi due amiche, adulte e vaccinate, con un rapporto consolidato ancor prima che loro si conoscessero, se la spicciassimo tra di noi: da quel dì che si sarebbe risolta la situazione!

      Secondo me lui è quello che, in quanto a diplomazia, ha sbagliato più di tutti, e sì che in passato era successa quasi la stessa identica cosa con un’altra coppia di amici, per cui aveva ben avuto modo di analizzare la situazione dall’esterno. In realtà oggi penso che sia stata tutta una scusa e abbia colto la palla al balzo per liberarsi di un rapporto che non gli serviva più salvando la faccia con se stesso: Dio li fa e poi li accoppia, due opportunisti che mi hanno usato per tappare i buchi della loro solitudine, e poi buttato come un kleenex nell’indifferenziata. Ma tanto, sai che c’è, qui si dice “la farina del diavolo va tutta in crusca”, e crusca sarà: non si costruisce la propria felicità sull’infelicità altrui, non si costruisce la propria felicità calpestando il prossimo. Non ho tempo di sedermi sulla riva del fiume in attesa che passi il loro cadavere, ma è indubbio che passerà, ammesso e non concesso che non sia già passato.

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    • Non posso giudicare dall’esterno la tua storia, anche perché la conosco solo fra le righe del tuo blog e non ho idea dell’entità del danno che abbia provocato.
      Però da quello che leggo spesso sei una persona disposta a dare anima e cuore alle persone. Forse daresti parte della tua vita pur di far del bene agli altri solo che, non dico pretendi, ma vorresti che ti venisse ricambiato il tuo atteggiamento almeno con un pizzico di rispetto. Se una persona manca di rispetto ne perdi la fiducia e forse stai più male tu che chi ti ha fatto il torto. Non saprei dire se sbaglio o dico il giusto, ma una cosa è certa. Se qualcuno ti fa del male ti si apre una ferita che manco i punti di sutura riescono a chiudere. Sarà questioni di carattere?

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  2. Ma che consiglio ti si può dare? Tu sai già tutto quello che andrebbe fatto e lo dici con una chiarezza tale che meriti tutta la mia stima per come sei. Ti serve solo tanta forza e buona volontà per metterlo in pratica. Andare contro te stessa non è semplice né facile. Inizia a piccoli passi. Buon lavoro.

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    • Ahahah, in effetti “La teoria la so tutta” è il mio motto, la risposta classica che do a chi si ostina a dirmi come devo campare, soprattutto riguardo alla dieta e alla gestione di casa. Diciamo che qui il caso è un po’ diverso, mi serve qualcuno che veda da un’altra angolatura e mi suggerisca una motivaizone, perché non è la forza di volontà che mi manca, è proprio la volontà! A non sbranare mi sembra di concedere a certa gente una sorta d’impunità. In effetti l’unico mezzo per riuscirci sarebbe pensare “Signore, perdona loro perché non sanno quello che fanno”, ma sarebbe un mettersi su un piedistallo e pensare dall’alto verso il basso “poracci!”, e invece io con i miei amici voglio mantenere un rapporto paritario!

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  3. Rapporto paritario? ????? Pio desiderio il tuo!! Con alcune persone non è possibile, riconoscilo dai, puoi solo dire “Signore, perdona loro perché non sanno quello che fanno” ma non con superiorità o disprezzo, con cuore sincero perché ” certe persone” sono prive del minimo buon senso ed a volte proprio non ci arrivano, o le prendi per quello che sono e le accetti così oppure stai male.

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    • Scusa Lucia, ma tu ci riesci ad essere amica con una persona che “poveretta non ci arriva”? Io questo criterio lo uso con tanta gente, lascio correre e vado avanti, ma vado avanti senza di loro! Con gli amici è diverso, io PRETENDO che ci arrivino, e lo pretendo per il rispetto che porto loro, perché l’alternativa sarebbe mettersi un gradino sopra e pensare “poraccio, più di tanto non può”, cosa che, credimi, nel caso dei due sto iniziando a pensare, ma con dolore, perché questo significa davvero averli persi per sempre!

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    • Dagli amici tu PRETENDI che siano in un certo modo. Tu hai sopravvalutato i due soggetti in questione….li hai creduti e trattati da amici VERI ma non lo erano. Lascia andare, apri le braccia per accogliere e……. per lasciare andare via per sempre.

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    • Lui lo era. Sono d’accordo che non lo sia più, ma sarebbe ingiusto dire che non lo è stato, ma lei no, e purtroppo tutti i segnali li ho assemblati a posteriori. Sai una volta che mi disse, quasi a testa bassa? “Tu sei una che riceve gli inviti dall’ambasciata”, come volesse dire “io invece non sono nessuno”: ecco, questo divario che lei sentiva mi avrebbe dovuto mettere sul chi va là, capire che lei non percepiva il rapporto come paritario, e quindi non poteva sentirsi un’amica e comportarsi come tale, e più metto tasselli insieme più capisco e più mi arrabbio. Ci sono cascata come una babbea, e tutto questo perché chiaramente misuro col mio metro, e per me le persone sono persone, non m’interessa se siano ricchi o poveri, potenti o servitori, bianchi o neri, etero o gay, autoctoni o stranieri, di qualsivoglia religione… e invece ho dovuto constatare sulla mia pelle che la gente la pensa diversamente. Quando un mio ex, quattro anni più giovane di me, mi disse che si era messo con me perché ero una donna divorziata, più grande di lui, ebrea, e che questo faceva figo, mi caddero le braccia. Sono passati 25 anni, e lui continua a essere la nullità che era allora, solo con meno speranze di poter maturare un po’: per lei, probabilmente, sarà la stessa cosa.

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  4. Premetto che io parlo bene e razzolo male, nel senso che sono buono e caro, accomodante e gentile, ma se mi fai saltare il tappo esplodo con furia inesausta e travolgente, assecondato in ciò dal possedere un timbro di voce profondo che all’occorrenza sa farsi tonante… purtroppo non ho ancora imparato a trattenermi a sufficienza, in ossequio al vecchio detto secondo cui impegnarsi troppo a discutere con un idiota finisce per essere non solo fatica sprecata ma anche controproducente, giacché dopo un po’ si rischia che non si riesca più a distinguere tra me e lui. Ma ahimè, di tutto ciò mi ricordo (quasi) sempre col senno di poi. Però, sempre più spesso ormai, sarà la saggezza del tempo che avanza o una forma sottile di edonismo, mi immagino a rispondere a sgarbi e provocazioni senza proferir parola, con un sorriso ampio e divertito, e tirar dritto. Prima o poi riuscirò a mettere in pratica tale mio proponimento, e già pregusto il piacere sottile, mi prefiguro lo scorno, di colui o colei che pretendendo di insegnarmi a vivere da par suo, per tutta risposta otterrà un sorriso di scherno e se ne resterà lì interdetto/a, ad avvampare di disappunto mentre osserva le mie terga allontanarsi con serena indifferenza 🙂

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    • Una volta una persona in macchina, non ricordo per quale motivo, forse perché mi ero fermata col giallo e lui avrebbe voluto “schiacciare” il semaforo, mi riempiì di parolacce. Non hai idea di quello che gli uscì da quella bocca, penso che “testa di cazzo” “pompinara” furono le parole più gentili. Io tirai giù il finestrino, gli feci un larghissimo sorriso e gli dissi “Studiato ad Oxford, vero?”, richiusi il finestrino e me ne andai.
      Ti ho raccontato questo per dirti che quello che tu ti prefiguri di fare io lo faccio praticamente sempre, ma con gli estranei, mentre con le persone cui voglio bene, con quelle che stimo, con quelle con cui intendo avere un rapporto paritario, o affettivo o entrambi, proprio non ce la faccio.
      Poi ci sono sempre quelli con cui ti manca la battuta, i prepotenti che ti lasciano interdetta perché il loro comportamento, fuori dalle tue corde, ti spiazza, e allora ingoi l’amaro dell’impotenza, che aumenta l’istinto omicida e il desiderio dello zio padrino. Col senno del poi diresti tante cose, sfoggeresti un brillante sarcasmo, ma intanto hai dovuto accusare il colpo, e la risposta è la rabbia più primordiale che ci sia.

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    • Sì, comprendo la differenza di situazioni. Ma, a patto di riuscirci, io vorrei essere in grado di non fare distinzioni e riservare a chiunque la stessa moneta. Che poi, con le persone con cui esiste un rapporto c’è poi sempre tempo per riparlarne, più tardi, con calma e lucidità. Ma a volte capisci che non è neanche il caso, e che certi rapporti sono esistiti, e durati, solo perché lo volevi e ti ci impegnavi tu.

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    • Julian, io ho passato una guerra in famiglia, cui non ho voluto prendere parte e ho fatto benissimo. Anche se io sono la prima a dire che ci sono momenti nella vita in cui bisogna prendere posizione, ci sono invece altre situazioni in cui è meglio non prenderle, e non per questioni di opportunismo, ma proprio per non peggiorare la situazione, “per non dare colore alla minestra” insomma. Ci sono invece persone che ritengono loro dovere schierarsi, e questo trasforma i sassolini in valanghe, fa diventare, che so io, una lite tra fratelli e cugini una saga familiare di cui alla fine non ci si ricorda neanche l’origine, e lì, te lo assicuro perché l’ho vissuto anche in maniera piuttosto diretta, chi rompe i rapporti non sempre vuole, ma si sente obbligato per una sorta di “onore”, sicuramente nella sua accezione più dannosa e idiota.
      Ho visto fratelli che morivano dalla voglia di riabbracciarsi non parlarsi per anni, anzi, non parlarsi mai più e soffrire atrocemente per il distacco, ho visto scaramucce che si sarebbero risolte in due giorni diventare macigni inamovibile a causa dell’intervento di terzi, che nelle intenzioni volevano fare i pacieri o i paladini della giustizia. Tutti questi hanno sempre mancato di buon senso, e purtroppo questa mancanza è una calamità che sembra incontrastabile.
      Quello che voglio dirti è che è vero che ci sono rapporto esistiti e durati solo perché lo volevamo e ci impegnavamo noi, ma ce ne sono altri che vengono interrotti per altre questione, mentre nel cuore di entrambe le parti non finiscono mai.

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    • Comprendo, del resto vivo io stesso degli aspri conflitti familiari quotidiani, anche se per ragioni diverse dai tuoi (da quel che colgo dai tuoi post precedenti) e con un numero di attori più ristretto. In certe situazioni non è facile districarsi, e non possono esistere risposte codificate o preconfezionate. Diciamo, in sintesi, che ciò che ti scrivevo sopra è un po’ una sorta di ambizione da parte mia, cioè il potermi ritrovare un giorno senza più vincoli tali da impedirmi di avere cura in primo luogo di me stesso, e solo dopo dovermi preoccupare degli altri e dei miei rapporti con loro.

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    • Letto ora. Effettivamente, non era quello che avevo immaginato.
      I melodrammi (a volte degni di una sceneggiata napoletana anche se siamo piemontesi, altre volte degli psicodrammi veri e propri) della nostra piccola famiglia nascono anch’essi da lontano ma per motivi diversi. Un giorno ne racconterò qualcuno, ma romanzandolo, che sennò mi sentirei troppo cattivo.

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