Natalina

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Mi veniva in mente oggi, mentre ancora buttavo energie sulla casa cercando di venirne a capo.

Quando mi sposai, andai ad abitare in un paesino in una casa minuscola, ma con una cantina enorme. Questa cantina era piena di ogni sorta di oggetti, di cui veramente non sapevo, con le mie sole forze, come sbarazzarmi. Avevamo come dirimpettaia un’anziana signora sempre sorridente e iperattiva, la quale si offrì di aiutarmi, e in men che non si dica l’impresa di liberare la cantina fu portata a termine. Quando la ringraziai dicendole che non credevo ce l’avremmo mai fatta, lei mi rispose:

“Ah, se le mani avessero paura quanto gli occhi!”

e quanto è vero, a volte certe imprese sembrano, a prima vista, titaniche, ci si spaventa solo al pensiero, ma iniziando a farle e andando avanti senza smontarsi, prima o poi la fine arriva.

Io Natalina me la ricordo che, neanche la conoscevo, bussò una sera alla mia porta cinque minuti dopo che ero tornata, stremata, da Roma.

Facevo vita da pendolare, la sveglia suonava alle cinque e alle sei e un quarto passava il pullman che mi portava a Roma. Oltretutto lavoravo con orario spezzato e senza la possibilità di potermi trattenere a pranzo in ufficio, sicché dall’una alle quattro ero in mezzo alla strada, ogni giorno, impegnata in giri di palazzo.

Quando alle nove facevo ritorno a casa, nonostante i miei 22 anni, dire che ero distrutta era poco!

Lei, sconosciuta, bussò quella sera alla mia porta. Andai ad aprire e mi porse un piatto di polenta, sufficiente per me e mio marito, dicendo: “Ho visto dalla finestra che tornavi, ho pensato povera figlia che eri stanca e t’ho portato un boccone pronto”: ah, aveva ragione mio zio, il meraviglioso, bellissimo vizio del paese, che i fatti loro non se li fanno mai, ma da solo a casa tua non ci muori!

Quel gesto mi allargò il cuore, e iniziò così la familiarità con lei e con la sua famiglia, cara quanto lei.

Poi mia suocera si ammalò e ci trasferimmo a Roma, però non ricordo se fu prima o fu dopo quell’orribile disgrazia che le occorse: il figlio doveva farsi un’operazione da niente, e invece andò male e ne morì.

Lei, chiaramente, non fu mai più la stessa.

Io oramai vivevo a Roma, ma ogni tanto là ci capitavo, e non mancavo di chiedere sue notizie, finché un giorno non mi dissero che era morta.

Per me fu come aver perso un familiare e, per una persona che mi aveva sempre mostrato così tanta solidarietà, io con la mia di solidarietà l’ho ricambiata, e porto sempre nel cuore sia lei sia quel suo figlio che ha potuto finalmente riabbraccare.

PS: la casa in cui abitavo lì era questa…

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14 thoughts on “Natalina

  1. Quando si vive in un paese tutti si fanno gli affari degli altri però non si è mai soli e se hai bisogno trovi sempre qualcuno disposto a darti una mano. In città è tutta un’altra vita!!!!! Dopo 20 anni che abito in questo condominio di 44 famiglie, sì e no, i condomini che conosco saranno una decina. Triste ma è così.

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    • Io abito qui da trent’anni, e credo di conoscerne anche meno, considerando anche il forte tasso di ricambio (il motivo? Un mistero!).

      Aggiungiamoci che anche che almeno un paio di quei pochi che conosco era meglio perderli che trovarli: quanto lo rimpiango quel paese, i suoi abitanti, la sua umanità!

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  2. Inquietanti però indubbiamente belli quei racconti!
    Passando alla vita di paese confrontata con quella di città, devo dire che io ho sempre vissuto in città e in condominio eppure ho fatto belle amicizie.
    Il giorno del trasloco nella casa in cui abito ora, vedendo che le cose andavano per le lunghe, che iniziava a fare davvero freddo (era il 2 gennaio…) e che per forza di cose le finestre di tutta la casa erano praticamente spalancate (i traslocatori hanno usato la scala fino al 7° piano e si passavano gli scatoloni dalle finestre), la signora che sta sotto di me è venuta su, ha portato via i bambini, ha offerto loro la cioccolata calda e me li ha tenuti fino a ora di cena. E’ stato l’inizio di un’amicizia che è durata qualche anno, incrinandosi inevitabilmente per questioni di … condominio. Ma siamo attualmente in buoni rapporti e, quando sa che sono sommersa di compiti da correggere, mi porta su qualcosa per cena.
    La più bella amicizia che ho fatto qui è stata, però, quella con la mia dirimpettaia. Lei era una donna eccezionale, in ogni senso, sapeva cucinare benissimo e spesso eravamo invitati a casa sua, assieme alla signora del piano di sotto. Eravamo un bel gruppetto. Ricordo la festa per il Capodanno, la gara di frittelle a Carnevale (tra noi tre e le migliori erano sempre quelle della mia vicina!), i pranzi greci (lei viveva 5 mesi in Grecia, a Corfù, e aveva imparato tante ricette), il tè con i biscotti appena sfornati… insomma, è stato un periodo felice della mia vita. Purtroppo la mia vicina se n’è andata troppo presto e il marito, una volta rimasto vedovo, è stato brutalmente prelevato dalla figlia (nata da un precedente matrimonio, odiava la moglie di suo padre) e portato a Bologna, dove lei viveva. Con lui è continuata un’amicizia epistolare durata qualche anno, fino alla sua dipartita (aveva 20 anni più della moglie). Persone che sono rimaste nel mio cuore, a cui penso spesso, fra lacrime e sorrisi, e che non dimenticherò mai.

    Ma in una casa abitata dagli spiriti non sarei capace di vivere. Sei stata coraggiosissima!

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    • Anche a me è successo che la dirimpettaia diventasse l’amica del cuore; da tempo ormai ha cambiato casa, ma l’amicizia e l’affetto sono sempre rimasti. Pensa che è quella di cui ho parlato recentemente su questo blog a proposito della comunione della figlia, che mi ha visto inclusa tra i familiari stretti! Mia madre ebbe la stessa esperienza (anche se erano altri tempi), ma oggi queste amicizia sono l’eccezione che confermano la regola.

      La casa con gli spiriti? Una figata, una volta che ci hai rotto il ghiaccio non li lasceresti più andare via!

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  3. Ci sono persone estranee che sanno diventare molto più di un familiare, sia per la sincera vicinanza che per l’affetto profondo che sanno dimostrare ogni giorno con i fatti….. Sono persone che entrano nella nostra vita pian piano e ne faranno parte per sempre, perché anche se fisicamente non ci saranno più ci saranno sempre con i ricordi e nel cuore 🙂

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    • Mia nonna diceva sempre “Tanto è ricca la regina ma ha bisogno della vicina”. Io con la mia di vicina neanche ci parlo, la definiscono “il cancro del palazzo” e mai definizione fu più azzeccata.

      Aggressiva, prepotente, invadente, critica, scorretta, piantagrane… estremamente esaurita, non capisce perché il mondo ce l’abbia con lei!

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    • E’ sempre così, come quelli quelli che prendono l’autostrada dal senso inverso e dicono “Ma guarda tutti questi matti che vanno controsenso!!!!” 😛

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  4. Mi sono persa nei racconti della casa degli spiriti, ma a dirla tutta, il buon vicinato è bene tenerselo stretto. Dove abitavamo anni fa non ci vedevano di buon occhio. Non so perchè. non abbiamo mai fatto male ad una mosca, ed eravamo sempre gentili ed onesti con tutti. Certo, mio padre è il tipo che una regola devi rispettarla e ciò che è giusto è giusto e non gli andava giù il fatto che un inquilino del palazzo facesse lo sbruffone sentendosi il padre eterno dello stabile. Insomma, non ci vedevano di buon occhio perchè non tenevamo i peli sulla lingua. Quando ci trasferimmo nessuno venne a salutarci, anzi, li vedemmo dal balcone ridere perchè, a conto loro, si erano sbarazzati di noi. Passarono 15 anni e l’anno scorso, andando nel mio paese per trovare mia zia, decidemmo di fare una sosta al cimitero per trovare i miei nonni. Incontrammo una vicina di casa, la dirimpettaia, quella che se la rise quando il camion dei traslochi partì prima di noi. Aveva le lacrime agli occhi. Ci disse: “Da quando ve ne siete andati, lì è diventato un mortorio” ( e non lo disse solo perchè stavamo al cimitero). Insomma, ammise che noi eravamo una grossa fortuna (del tipo che se stai male sai a chi rivolgerti e non ti chiudono la porta in faccia) e perderci era stato davvero brutto.

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    • Purtroppo capita di frequente che le persone perbene vengano apprezzate a posteriori, soprattutto quando la vita ci costringe a un confronto con altri, magari meno pignoli, ma decisamente meno perbene.

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  5. La mia Natalina si chiama Piera, mi coccolava quando abitavo a Roma. Era la mia vicina, quando tornavo alle 22 mi faceva trovare fettuccine, o pasta al forno, o insalata di riso…la amo ancora adesso. Siamo lontane ma ci sentiamo spesso.
    nei paesi è più facile il contatto, ma è anche vero che le persone di un certo tipo si trovano ovunque. E dipende anche dalla nostra accettazione. L’invadenza è altra cosa.

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  6. Pingback: La strada è lunga, ma la sto percorrendo | Diemme - La strada è lunga, ma la sto percorrendo

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