I sopravvissuti

Nella foto: Simon Wiesenthal.

Vorrei non raccontare la Shoà. E’ tutta la vita che evito il confronto, ma pare che il confronto m’insegua.

Ero piccola, ed era un dato di fatto che mio nonno l’avevano “portato via i tedeschi”. Insieme al padre di mia nonna. Insieme ai suoi fratelli. Insieme ai mariti delle sue sorelle.

Non se ne parlava in casa.

Libri inquietanti erano sulle librerie, titoli del tipo “Come torturavamo gli ebrei”.

Non se ne parlava in casa, e io vorrei non parlarne.

Se ne parlò solo affrontando il concetto del perdono, quando nel 1970 uscì il libro di Wiesenthal “Il girasole”.

Racconta l’autore: «Nel giugno del 1942, a Leopoli, in circostanze insolite, una giovane SS che stava per morire mi confessò i suoi delitti. Voleva morire in pace, mi disse, dopo avere ottenuto il perdono da un ebreo. Ritenni di dover rifiutarglielo.
Questa vicenda continua a tormentarmi. Così decisi di fissarla per iscritto, e alla fine del mio racconto rivolgo la domanda che ancor oggi merita una risposta, per il suo significato politico, filosofico e religioso: ho avuto ragione o torto negando il perdono?».

Se ne parlò molto in casa, e lì uscirono fuori tanti e tali episodi, che ognuno conosceva e soffocava dentro di sé. Una spiata, un rastrellamento, mio nonno su una camionetta dei tedeschi, mia zia, bambina di otto anni, che esce in strada urlando “papà!”.

Si racconta di esperimenti. Ma voi li conoscete, non voglio stare qua a fare l’elenco degli orrori.

E la frase di Wiesenthal, quando decide di dedicare la sua vita a ricercare i criminali nazisti, per consegnarli alla giustizia. Wiesenthal, che è scampato alla morte nei lager non so quante volte, e si è spento all’età di 97 anni. Quella sua frase, che così spiega il suo rifiuto di tornare alla sua professione, e la sua scelta di dedicarsi a quella che per lui è diventata una missione: “Quando io incontrerò le persone che ho visto morire nei lager, voglio poter dire loro ‘Non vi ho dimenticati’ “.

Una manifestazione di follia circoscritta nel tempo? Non credo. Se se ne ripresentassero le circostanze, avverrebbe la stessa identica cosa, perché il seme del razzismo non è mai morto, perché il popolo è bue, e ci sarebbero ancora persecuzioni, ancora delatori, e ancora eroi.

Sì, degli eroi ho parlato a mia figlia: non mi va di raccontarle orrori, ma che si può essere diversi sì, che si può fare una scelta diversa in qualsiasi circostanza, questo sì, gliel’ho voluto dire.

Venerdì, mentre andavo alla cerimonia per la posa della targa che un Comune ha voluto porre in memoria dei suoi concittadini deportati, ripetevo a mia figlia le parole proprio di Wiesenthal “Ogni ebreo, anche se nato dopo la guerra, è un sopravvissuto”.

Ride mia figlia. Lei non sa di cosa parliamo. Ride mentre sottolinea che io non c’ero, lei non c’era, non abbiamo fatto nessuno sforzo, non siamo sopravvissuti a niente.

Io sono della generazione che non ha vissuto la guerra. Lei è della generazione di quelli i cui genitori non hanno vissuto la guerra.

Andiamo alla cerimonia, sono presenti le forze dell’ordine. Si sente male mia zia, diventa piccola, la voce si fa flebile: si rivolge a quelle persone in divisa, con quel corpo piccolo, con quella voce sottile, a spiegare che insieme al nonno hanno portato via suo padre: all’improvviso è tornata quella bambina di otto anni, che chiede agli uomini in divisa di ridarle suo padre.

Temo che stia svenendo, le vado vicino, la sostengo. L’abbraccio, e mi fa effetto quanto sia piccola. Io l’ho conosciuta grande mia zia, ma quando parla di suo padre ha otto anni, tutto di lei ridiventa quella bambina la cui vita si è fermata lì.

“Questo significa che siamo sopravvissuti” spiego a mia figlia. “E’ con questo che abbiamo dovuto convivere ogni giorno. Questo dolore si respirava nell’aria, anche se non se ne parlava mai. La mutilazione delle nostre famiglie si respirava nell’aria. L’infanzia rubata. La famiglia rubata. La dignità rubata. La vita rubata.

Quando capirai quello che è successo, figlia mia, anche tu proverai quella sensazione angosciante di essere nient’altro che sopravvissuta.”

i-sopravvissuti

**** Francesco Guccini – Auschwitz ***

Una foto della cerimonia.

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42 thoughts on “I sopravvissuti

  1. In parte posso capirti. L’olocausto è passato anche dalle “mie parti”. Ma forse ne proverei lo stesso orrore e lo stesso spavento comunque.
    Lo spavento di ciò che l’uomo può fare… quello stesso uomo di cui ricordavo, con il salmo, che Lui l”ha “fatto poco meno degli angeli”. E’ bastato questo piccolo scarto tra noi e il cielo per permettere tutto questo. E molto altro, perchè troppo spesso dimentichiamo gli olocausti ancora in atto.

    Non ho quindi il diritto di pronunciarmi sulla questione del perdono. Non so se al posto di Wiesenthal avrei agito diversamente – probabilmente no.

    E tuttavia qualcosa sospira dentro di me. E penso che perdonare è possibile, Lo deve essere. E’ la mia speranza mai sopita nella Pace.

    Ma, ripeto, non lo so, al suo posto, se ne sarei stata capace…

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  2. Credo che la religione ebraica non preveda che si possano perdonare i torti fatti a un altro. Dio perdona ciò che è stato fatto a lui, la bestemmia, la mancata santificazione di una festa, etc., ma per il torto fatto a un altro è alla persona stessa che va chiesto perdono, e neanche basta: bisogna agire per ripararlo.

    Ora, mi spieghi come si ripara un olocausto?

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  3. Cara Dm, ora quegli uomini quelle donne e quella bimba hanno ora un “luogo” dove poter riposare. Immagina quando in quel giardino andranno tanti bambini a giocare e potranno leggere i loro nomi. Sono loro i vincitori, anche se ridotti in cenere sono sopravvissuti nel ricordo e questa credo che sia la più grande vittoria.
    Se vuoi possiamo ricordare il tuo bisnonno nella testimonianza di chi lo conobbe: ricordarlo e trasmettere memoria della sua esistenza credo che sia il modo migliore per onorarlo.
    Un abbraccio

    Mi chiamo=========== e sono nato a ======= il 24 agosto del 1928.
    Ho abitato in Piazzetta della Trinità fino al 1967.
    La bottega di […] si trovava dopo la Piazzetta sulla strada che arrivava in Via Borgia.
    Negli anni ’30 sorgeva lì il palazzo Borgia e al piano terra si entrava in un portone dal quale si accedeva ad in lungo corridoio sul quale si affacciavano delle grandi stanze, in una di queste […] aveva la sua bottega e la sua abitazione. […] comprava ferro e piombo, in tutte le famiglie che abitavano nella zona quando c’erano degli oggetti ed utensili che ormai non potevano essere più utilizzati si diceva “Portiamoli da […]”
    Io lo ricordo alto, grosso, sempre serio e solenne con una lunga barba “ Un vero e proprio patriarca!”
    Allora eravamo ragazzi e ne avevamo grande rispetto e non ci permettevamo di scherzare davanti a lui, mi ricordo che era il punto di riferimento per le altre famiglie ebree che vivevano nella zona.
    Poi scoppiò la guerra, io e la mia famiglia ci rifugiammo prima in una grotta in campagna poi ci trasferimmo a Roma quando tornò finalmente la pace di […] e della sua bottega non c’erano più tracce, ci dissero che era “ morto bruciato”.

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  4. “Perdono” ma di che stiamo parlando?

    Devi sapere che, nel marzo del 1943, mio nonno, del quale con orgoglio porto il suo nome, dopo essere stato buttato fuori dalle “ferrovie dello stato”, fu costretto a rifugiarsi per 18 mesi presso parenti, in tutt’Italia, solo a causa del suo cognome. E con la nonna, la zia di appena 15 anni e papà che all’epoca ne aveva 13, iniziò questo “viaggio”, come l’ha sempre definito, prima a Torino, poi a Reggio Emilia e alla fine, solo con papà, in Calabria, al suo paese nativo.
    Quando la famiglia si ricongiunse definitivamente, non so se la gioia fu più forte del dolore.
    La nonna mori dopo qualche anno con una crisi cardiaca.
    Quante volte ho chiesto a mio padre, in questi anni, di raccontarmi la storia di quel periodo, lui, scuotendo la testa e con un accenno di sorriso, mi ha sempre risposto, “vedi figlio mio i viaggi sono tutti uguali per i bambini e non riesco, anche sforzandomi, a ricordare nulla di negativo”.
    Papà sei un bugiardo, tu non vuoi ricordare.
    Solo i tuoi occhi dicono la verità!

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  5. Quando fai riferimento all’AMPUTAZIONE FAMILIARE mi viene facile associare quest’immagine alla c.d. SINDROME DELL’ARTO FANTASMA. questa sindrome è studiata in neurologia ed esiste davvero. in pratica soggeti con un arto amputato, anche a distanza di anni, continuano a sentire dolore come proveniente dall’arto,riferito a quell’arto anche se l’arto non c’è più (probabilmente per sofferenza dei nervi che hanno perso continuità al momento dell’intervento di amputazione).

    Questa associazione di pensieri, questo confronto con la medicina (che poi è ciò che mastico quotidianamente) mi permette di capire bene, credo, il senso delle parole che letto.

    Per quanto riguarda il fatto che nessuno voglia ricordare o che ricordare costi molto sacrificio ai testimoni rimasti, credo sia una cosa normale… chi è rimasto, chi si è salvato, ha salvato il corpo…il corpo, credo, che ormai non era che un guscio vuoto a cui avevano rubato l’identità, la dignità. Capisco tua zia, alla quale hanno “rubato” il padre, con violenza, e che da quella violenza non le è stato restituito e lei è costretta a tornare a quel momento per rivederlo.

    Il dramma è di proporzioni tali che non sembra reale. Ma è stato e il dolore resterà.

    Ma io sogno (“I Dream” diceva qualcuno più importante di me) che gli ultimi testimoni trovino la forza di raccontare ancora e ancora, che i giovani aprano le orecchie per ascoltare e la mente per non avere barriere.
    Io sogno che chiunque tratterà l’argomento non lo renda come uno di quei romanzetti da fiction televisiva, che non lo minimizzi, che non ce lo faccia accettare “perché visto in tv mille volte”. Io sogno che un dramma del genere non si accetti mai!

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  6. Conosco la sindrome dell’arto fantasma…

    I testimoni di quella tragedia a mano a mano stanno scomparendo, trovando finalmente quella pace che è stata loro rubata. Ma secondo me non è così importante ricordare, quanto impedire che ciò possa accadere di nuovo. Purtroppo vediamo focolai di odio razziale accendersi dappertutto, e la diffusione della stupidità umana è impressionante: il livello culturale e morale di chi è al potere troppo spesso non è quello auspicato, e nulla impedisce che il “malcontento” popolare diventi nuovamente legge.
    Io non dormo sonni tranquilli, e non per me, perché probabilmente a questo giro le vittime della xenofobia sarebbero altre, ma perché certo non resterei a guardare, e non vorrei che si verificasse mai più l’orrore di un mondo intero che sta immobile di fronte a un genocidio.

    *** O forse già ci sta? ***

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  7. Prima di tutti vennero a prendere gli zingari e fui
    contento perché rubacchiavano.

    Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto
    perché mi stavano antipatici.

    Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi
    niente perché non ero comunista.

    Un giorno vennero a prendermi e non c’era rimasto
    nessuno a protestare.

    (Bertold Brecht)

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  8. Cara Anto2, da tanti sento queste parole attribuite a Brecht, ma sono di Niemoller:

    https://donnaemadre.wordpress.com/2007/06/10/contro-il-pericolo-dellapatia-contro-la-gente-che-lascia-che-sia/

    a meno che Brecht non le abbia rivisitate in qualche modo, perché non sei la sola ad attribuirle a lui (e in effetti, come le hai scritte tu, sono diverse da quelle di Niemoller, per il quale il non dire nulla era dovuto solo al fatto di non essere coinvolto).

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  9. purtroppo l’olocausto, dal dopoguerra ad oggi, si è riproposto più volte. Basta pensare alla Cambogia e al regime di Pol Pot. Alle guerre nella nera Africa, che neanche le ricordiamo, le minimizziamo come guerre fra tribù.
    Ma con la guerra in Bosnia ci siamo andati molto vicini, anzi, gli stessi crimini si sono ripetuti. Questo ci dice che la storia e gli errori insegnano poco. Ci dice anche che la memoria storica va sempre tenuta viva, ad alta voce.

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  10. Sì, caro Pani, quei crimini si sono ripetuti e, purtroppo, si ripeteranno, perché questa è la natura umana. Io dico sempre di non essere razzista, di non avere pregiudizi, ma in realtà divido l’umanità in due grandi gruppi, gli esseri umani, e gli esseri disumani, intendendo per essere disumani quelli che non hanno rispetto per la vita e la dignità del prossimo.
    Poi, certo, c’è il problema della gente “che lascia che sia”: per debolezza, per stupidità.

    Non credo che finirà mai.

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  11. Questa storia fortunatamente non è entrata nel vissuto della mia famiglia, di olocausto ho sempre e solo sentito parlare, l’ho solo studiato sui libri di scuola, l’ho letto da ragazzina sul Diario di Anna Frank, l’ho visto al cinema con Shindler’s List…
    Concordo su quanto ha detto Pan circa i corsi e ricorsi storici, certe barbarie continuano a perpetrarsi nelle strade del mondo e nessuno (di quelli che contano) sembra accorgersene.
    Ma continuare a parlarne è già un modo per non dimenticare che “…life is beautiful that way”

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  12. O forse parlarne è un modo per farlo entrare nella normalità e banalizzarlo? Per renderlo quasi ineluttabile, impedendoci di inorridire? Io non credo nel valore delle chiacchiere, non in questo caso.

    Ogni persona che soffre, ogni persona che nel mondo viene privata della libertà, torturata, uccisa, è una persona che ha bisogno di intervento immediato.

    Secondo me anche nelle scuole il tema non viene affrontato né abbastanza, né nella giusta prospettiva. Sembra sempre che quello che è scritto nei libri di scuola sia altro da noi.

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  13. Mia figlia mi riferisce che il suo insegnante in classe (quello che difendeva le due bulle, hai seguito tutta la storia?) ha fatto l’apoteosi di Hitler, grande uomo politico e grande condottiero. Ha detto che gli ebrei un po’ se l’erano voluta.

    Lo stesso è quello che fa il buonista con serial killer, pedofili, and so on.

    *** Contro l’idiozia umana, mi sento le armi spuntate ***

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  14. Hai perfettamente ragione “il seme del razzismo non è mai morto”..cambiano le circostanze, cambiano le vittime, ma l’aggressività verso le minoranze, verso il “diverso” e, soprattutto, la ricerca di un “capro espiatorio” cui imputare i problemi non risolti e verso cui catalizzare la rabbia della gente..sono meccanismi che abbiamo ancora sotto gli occhi, tutti i giorni.
    E’ la fabbrica dell’odio. Magari non arriverà mai più all’atrocità dei campi di concentramento. Ma certo non porta bene, a nessuno.

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  15. Ho trovato l’articolo che qui vi riporto a questo link: http://www.romacivica.net/anpiroma/Resistenza/resistenza2c6.html

    Ve lo riporto solo per comodità… no, non solo… a volte certi articoli spariscono dalla rete, e io questa testimonianza invece voglio conservarla:

    16 ottobre 1943
    La deportazione degli ebrei di Roma

    La “soluzione finale” per gli ebrei romani arriva il 24 settembre 1943 con
    l’ordine da Berlino di “trasferire in Germania” e “liquidare” tutti gli ebrei “mediante un’azione di sorpresa”. Il telegramma riservatissimo è indirizzato al tenente colonnello Herbert Kappler, comandante delle SS a Roma. Nonostante il colpo delle leggi razziali, gli ebrei a Roma non si aspettano quello che sta per accadere: Roma è “città aperta”, e poi c’è il Papa, sotto l’ombra della cupola di San Pietro i tedeschi non oserebbero ricorrere alla violenza. Le notizie sul destino degli ebrei in Germania e nell’Europa dell’Est sono ancora scarse e imprecise. Inoltre, la richiesta fatta il 26 settembre da Kappler alla comunità ebraica di consegnare 50 chili d’oro, pena la deportazione di 200 persone, illude gli ebrei romani che tutto quello che i tedeschi vogliono sia un riscatto in oro. Oro che con enormi difficoltà la comunità riesce a mettere insieme e consegnare due giorni dopo in Via Tasso, nella certezza che i tedeschi saranno di parola e che nessun atto di violenza verrà compiuto. Nelle stesse ore le SS, con l’ausilio degli elenchi dei nominativi degli ebrei forniti dall’Ufficio Demografia e Razza del Ministero dell’Interno, stanno già organizzando il blitz del 16 ottobre.

    C’è una lapide sulla facciata della Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte a Via del Portico d’Ottavia, quasi di fronte alla Sinagoga. Ricorda che “qui ebbe inizio la spietata caccia agli ebrei”. Qui, in un’alba di 56 anni fa, si radunarono i camion e i soldati addetti alla “Judenoperation” nell’area del ghetto, dove ancora abitavano molti ebrei romani. Il centro della storia e della cultura ebraiche a Roma stava per vivere il suo giorno più atroce. «Era sabato mattina, festa del Succot, il cielo era di piombo. I nazisti bussarono alle porte, portavano un bigliettino dattiloscritto. Un ordine per tutti gli ebrei del Ghetto: dovete essere pronti in 20 minuti, portare cibo per 8 giorni, soldi e preziosi, via anche i malati, nel campo dove vi porteranno c’è un’infermeriao», così Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, ha ricordato quella mattina del 16 ottobre 1943.

    Alle 5,30 del mattino di sabato 16 ottobre, provvisti degli elenchi con i nomi e gli indirizzi delle famiglie ebree, 300 soldati tedeschi iniziano in contemporanea la caccia per i quartieri di Roma. L’azione è capillare: nessun ebreo deve sfuggire alla deportazione. Uomini, donne, bambini, anziani ammalati, perfino neonati: tutti vengono caricati a forza sui camion, verso una destinazione sconosciuta. Alla fine di quel sabato le SS registrano la cattura di 1024 ebrei romani.

    “Quel 16 ottobre -racconta uno degli scampati alla deportazione- era un sabato, giorno di riposo per gli ebrei osservanti. E nel Ghetto i più lo erano. Inoltre era il terzo giorno della festa delle Capanne. Un sabato speciale, quasi una festa doppia… La grande razzia cominciò attorno alle 5.30. Vi presero parte un centinaio di quei 365 uomini che erano il totale delle forze impiegate per la “Judenoperation”. Oltre duecento SS contemporaneamente si irradiavano nelle 26 zone in cui la città era stata divisa per catturare casa per casa gli ebrei che abitavano fuori del vecchio Ghetto. L’antico quartiere ebraico fu l’epicentro di tutta l’operazione… Le SS entrarono di casa in casa arrestando intere famiglie in gran parte sorprese ancora nel sonno… Tutte le persone prelevate vennero raccolte provvisoriamente in uno spiazzo che si trova poco più in là del Portico d’Ottavia attorno ai resti del Teatro di Marcello. La maggior parte degli arrestati erano adulti, spesso anziani e assai più spesso vecchi. Molte le donne, i ragazzi, i fanciulli. Non venne fatta nessuna eccezione, né per persone malate o impedite, né per le donne in stato interessante, né per quelle che avevano ancora i bambini al seno…”.

    “I tedeschi bussarono, poi non avendo ricevuto risposta sfondarono le porte. Dietro le quali, impietriti come se posassero per il più spaventosamente surreale dei gruppi di famiglia, stavano in esterrefatta attesa gli abitatori, con gli occhi da ipnotizzati e il cuore fermo in gola”, ricorda Giacomo Debenedetti.

    “Fummo ammassati davanti a S. Angelo in Pescheria: I camion grigi arrivavano, i tedeschi caricavano a spintoni o col calcio del fucile uomini, donne, bambini … e anche vecchi e malati, e ripartivano. Quando toccò a noi mi accorsi che il camion imboccava il Lungotevere in direzione di Regina Coeli… Ma il camion andò avanti fino al Collegio Militare. Ci portarono in una grande aula: restammo lì per molte ore. Che cosa mi passava per la testa in quei momenti non riesco a ricordarlo con precisione; che cosa pensassero i miei compagni di sventura emergeva dalle loro confuse domande, spiegazioni, preghiere. Ci avrebbero portato a lavorare? E dove? Ci avrebbero internato in un campo di concentramento? “Campo di concentramento” allora non aveva il significato terribile che ha oggi. Era un posto dove ti portavano ad aspettare la fine della guerra; dove probabilmente avremmo sofferto freddo e fame, ma niente ci preparava a quello che sarebbe stato il Lager”, ha scritto Settimia Spizzichino nel suolibro “Gli anni rubati”.

    Per la prima volta Roma era testimone di un’operazione di massa così violenta. Tra coloro che assistettero sgomenti ci fu una donna che piangendo si mise a pregare e ripeteva sommessamente: “povera carne innocente”. Nessun quartiere della città fu risparmiato: il maggior numero di arresti si ebbe a Trastevere, Testaccio e Monteverde. Alcuni si salvarono per caso, molti scamparono alla razzia nascondendosi nelle case di vicini, di amici o trovando rifugio in case religiose, come gli ambienti attigui a S. Bartolomeo all’Isola Tiberina. Alle 14 la grande razzia era terminata. Tutti erano stati rinchiusi nel collegio Militare di via della Lungara, a pochi passi da qui. Le oltre 30 ore trascorse al Collegio Militare prima del trasferimento alla Stazione Tiburtina furono di grande sofferenza, anche perché gli arrestati non avevano ricevuto cibo. Tra di loro c’erano 207 bambini.

    Due giorni dopo, lunedì 18 ottobre, i prigionieri vengono caricati su un convoglio composto da 18 carri bestiame in partenza dalla Stazione Tiburtina. Il 22 ottobre il treno arriva ad Auschwitz.

    Dei 1024 ebrei catturati il 16 ottobre ne sono tornati solo 16, di cui una sola donna (Settimia Spizzichino). Nessuno degli oltre 200 bambini è sopravvissuto.

    Dopo il 16 ottobre 1943, la polizia tedesca catturò altri ebrei: alla fine scomparvero da Roma 2091 ebrei. Uno dei momenti più tragici fu il massacro delle Fosse Ardeatine; in queste cave di tufo abbandonate, fuori dalle porte della città e contigue alle vecchie catacombe, il 24 marzo 1944 furono trucidati 335 uomini di cui 75 ebrei.

    Roma fu liberata il 4 giugno 1944 e la capitolazione finale di tedeschi e fascisti si ebbe il 2 maggio 1945. Nel 1946, le vittime accertate per deportazioni da tutta Italia furono settemilacinquecento e quelle per massacri mille; gli abbandoni per emigrazione, cinquemila. Dalla comunità di Roma, oltre ai 2091 deportati e morti, mancavano alla fine della guerra anche molti emigrati. Nel biennio 1943-1945 le perdite della popolazione ebraica in tutta Italia furono all’incirca 7750, pari al 22% del totale della popolazione ebraica nel nostro Paese.

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  16. Sono appena stato in un campo o meglio dire “mattatòio”; Mauthausen. Ho fatto una domanda alla guida, gli ho chiesto cosa quegli uomini andavano a raccontare alle proprie famiglie, con quale coraggio guardavano negli occhi i propri figli, festeggiare i Natali, andare a messa dopo tutte le atrocità commesse. E poi in questi campi esistevano anche i cappellani militari, e questi cosa dicevano, distribuivano il Pane di Cristo, assolvevano le coscienze come se tutto fosse normale? Ma Dio dove era? Come ha potuto permettere tutto questo? Sono anni che mi tormento, che mi faccio domande e non riesco ad avere risposte. Un conto è combattere una guerra tra soldati di eserciti diversi, e un conto è sopprimere degli esseri umani indifesi. E poi in una comunità possono esserci dei criminali, ma non tutti, non è possibile che una intera nazione la pensasse allo stesso modo.Rimango con i miei interrogativi, e scusate lo sfogo.
    Salvatore Orlando

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    • Caro Salvatore, intanto ti ringrazio del tuo intervento e della tua solidarietà. Dov’era Dio? Beh, se non sappiamo dove era Dio, sappiamo dov’erano alcuni dei suoi rappresentanti: hai detto tu, erano nei campi ad assolvere i carnefici.

      Ciò sconvolge le nostre coscienze forse ancora più dei fatti criminali, ma la storia ha visto cose anche peggiori: questi crimini erano commessi in nome di un delirio di presunta superiorità e presunta inferiorità etnica, ma quanti crimini si sono commessi a nome diretto del Signore? Abbiamo dimenticato l’Inquisizione? Le lotte all’eresia e, se vogliamo andare ancora più indietro, le Crociate?

      E’ inconcepibile che l’essere umano possa concepire crimini come quelli perpetrati dal nazismo contro altri esseri umani: ma chi commette tali crimini, può essere definito “umano”? La paura di rappresaglie, la viltà, fino a che punto possono giustificare il chiudere gli occhi e non intervenire?

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  17. Non possiamo incolpare Dio delle colpe degli uomini; l’essere umano può essere colpevole di orribili nefandezze, lo ha dimostrato troppe volte, e l’unica responsabilità del Signore è di averci dato il libero arbitrio.

    Detto questo, quando sento della persecuzione degli Ebrei di Roma, mi viene in mente quella considerazione per cui, alla faccia dei razzisti di ieri e di oggi, i più romani di tutti i romani sono proprio gli appartenenti alla comunità ebraica, che esiste da più di 2mila anni, mentre si sa che la gran parte degli attuali romani viene dall’immigrazione interna, anche molto recente.

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    • E infatti in Dio continuiamo a credere, negli uomini meno.

      E certo, gli ebrei sono i più romani di tutti, ma poi che c’entra? Se così non fosse, dove sarebbe comunque il problema?

      Le persone sono persone.

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  18. A me non importa nulla, per andare al paese dov’è nata mia nonna devo passare il confine, e dov’è nata mia trisnonna ne devo passare ben due.

    Importa invece per tutti quelli che pensano che essere nati in un determinato posto ti dia più diritti di chi c’è arrivato dopo, e che si dimenticano che praticamente tutti gli Italiani, dai Longobardi in poi, sono discendenti di immigrati.

    Ecco perché secondo me è bene ricordare, in faccia a certi personaggi innamorati della romanità imperiale, che i più romani di tutti sono proprio i componenti della comunità ebraica

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  19. Pingback: Sogno « Diemme

  20. ….ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh eccola quella con gli occhiali…alla fine ci sono arrivata………..solo perchè al mattino forse sono un pò più sveglia…ora però più o meno so 😉

    baciiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii

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    • E infatti ho scritto non a caso anche indiretti. Quelli che sono stati a guardare, peggio ancora quelli che hanno fatto la spia, per denaro o per “dispetto” (far torturare una persona, farci fare esperimenti, mandarla ai forni crematori perché stava antipatica, ma ci rendiamo conto??? 😯 ). Ma anche quelli che hanno lasciato che il seme della discriminazione attecchisse, come quelli che oggi lasciano che vengano attribuiti agli immigrati tutti i mali e tutte le nefandezze della nazione.

      Gli italiani devono stare bene attenti quando parlano contro gli extracomunitari, perché non possiamo più ignorare quale seme si sta seminando!

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  24. Ha fatto bene a negarle il perdono, lo avrei fatto anch’io!!! Troppo facile chiedere perdono in punto di morte, bisogna pensarci prima di farle le cose. Poi, secondo me, questi avvenimenti così terribili sono impossibili da perdonare!

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    • Infatti, davanti a una cosa del genere, che senso ha il perdono?

      E perché dovrei perdonare?
      «”Ma perché il saggio non perdonerà a nessuno?”. Stabiliamo ora anche che cos’è il perdono, e ci renderemo conto che non può essere concesso dal saggio. Il perdono è la remissione di una pena meritata. Perché il saggio non debba concederla, lo spiegano più estesamente coloro che trattano questo argomento specificatamente: io, per essere breve, come conviene in un processo che riguarda altri, dirò: “Si perdona a colui che doveva essere punito; ma il saggio non fa nulla di ciò che non deve fare e non tralascia mai nulla di ciò che deve fare: perciò, non condona la pena che deve infliggere. » (Lucius Annaeus SENECA)

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