La socializzazione: ma de che?

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Non ho modo, ora, di scrivere un post ad hoc sul problema, ma riporto il commento che ho testé lasciato da Monica relativamente al problema della “socializzazione”, ovvero quell’aspetto che in questo ultimo periodo è tanto in voga superconsiderare nelle scuole, e rispetto al quale ogni altra capacità e caratteristica del bambino sembra sbiadire.

Questo il commento (che forse ancora non è visibile perché in moderazione):

Cara Monica, ero restia sul rispondere o meno, perché io vado un po’ controcorrente e, siccome il discorso è lungo e complesso, rischio di essere fraintesa.

Da un po’ di tempo va di moda la “socializzazione”, una specie di imposizione, una superdivinità che mette a tacere tutte le altre. I ragazzi devono “socializzare” (che poi, che accidente significa? Il gioco di gruppo coatto?), sopra ogni altra cosa, e vedo tante maestre (e dico maestre perché forse asilo ed elementari sono le scuole in cui si fa più attenzione alla “socializzazione”), per lo più gran capre, che si cimentano nel tracciare improbabili “profili psicologi” dei bambini in base alla loro capacità o meno di “socializzare”.

Ora, io ritengo che il bambino vada rispettato anche nella sua poca voglia di socializzare. Ci sono bambini che vogliono stare per i fatti loro, e ne hanno tutto il diritto. Non devono nuocere agli altri, devono rispettare gli spazi degli altri, ma anche gli altri, insegnanti compresi, devono rispettare i loro. La storia ci offre un gran panorama di grandi personaggi per lo più solitari, e al contrario di trascinatori di folle, grandi comunicatori, della stazza, per esempio, di un Berlusconi: ma vogliamo scherzare?

Sono un bambino, me ne sto benissimo per i casi miei, per di più ho pure già i miei amici e non voglio la socializzazione coatta.

E me ne difendo.
E sono pure spocchioso con il bambino con cui non lo sarei se non avessi la netta impressione che me lo vogliano imporre come amico. Non lo voglio. Non voglio l’amicizia coatta. Voglio i miei spazi.

Che poi non significa che non m’importa di te, che non sarei disposto ad aiutarti, che un domani non diventeremo amici: ma deve essere una mia scelta, non della maestra, del genitore, del parroco o del vicino di casa.

Ecco, sicuramente gli educatori devono far passare dei messaggi di fratellanza e condivisione, di collaborazione, lavoro di squadra e interazione, ma il forzarli potrebbe essere controproducente. E guarda, io quella mamma che ha obbligato, dietro minaccia, suo figlio a regalare un giocattolo, non la condivido per niente, ma proprio per niente. Così si suscitano sentimenti ostili, altro che insegnargli a donare, potrebbe aver imparato da quell’esperienza esattamente il contrario!

Io credo che certi comportamenti si trasmettano con l’esempio, non con l’imposizione. Per esempio, in autobus, io non chiedevo mai a mia figlia di alzarsi per dare il posto a qualcuno: mi alzavo io. Vedevo una persona in difficoltà, un anziano, e mi alzavo.

Oggi mia figlia non solo cede il posto, perché ha imparato che così si fa, ma aiuta anche le persone per strada se le vede, per esempio, piene di pacchi, o in qualsiasi altra difficoltà

Io avevo una madre che mi obbligava ad alzarmi e cedere il posto, e da questo ho imparato solo a restare incollata alla sedia (tanto mamma non c’era…). E’ dalle persone gentili che ho appreso ad essere gentile, non da un eventuale sette in condotta per non esserlo stata.

Per ora vi lascio qui, il dovere mi chiama, ma ne avrei da dire in proposito, ho il dente avvelenato con la “socializzazione” a scuola!

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58 thoughts on “La socializzazione: ma de che?

    • Grazie cara! Comunque, considerando i “Mi piace” cliccati in pochi secondi dalla pubblicazione, credo che siano in parecchi a condividere, magari per aver subito, suppongo relativamente ai propri figli, queste “tesi” degli insegnanti sulla socializzazione.

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  1. ne avrei tante da dire anche io con la socializzazione forzata.Che poi, un bambino che torna a casa dopo le quattro del pomeriggio, ha solo voglia di stare per i cavoli suoi.

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    • @Pani: infatti. Ma anche a scuola può aver voglia di stare per i cavoli suoi. Oppure può aver voglia di stare con qualcuno ma non con qualcun altro. A me ‘sto fatto che gli adulti debbano decidere con chi un bambino debba diventare grande amico risulta insopportabile.

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  2. Obbligare qualcuno a fare qualcosa è sempre sbagliato, però aiutare davvero un ragazzo a socializzare sarebbe un bene. Lo dico da asociale. Gli spazi vanno rispettati e una madre che obbliga un bambino a regale un giocattolo va fermata, ma fare qualcosa in base al carattere alle inclinazioni di ognuno sì. Peccato che sia complicatissimo. E via ai disastri. 😦

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    • @Karina: no, non è complicato. A volte basta creare un gioco di squadra, o buttare un pallone in mezzo a un cortile. Quando ci fu qui a Roma un incontro con amici blogger, in tre vennero con i figli (quattro ragazzi in tutto). Tra loro una bambina timidissima, ma così timida che più timida non si può. Fu invitata a giocare con gli altri, che avevano facilmente socializzato, ma lei non volle andare: nessuno la obbligò.

      Dopo un po’, non abbiamo capito come sia successo, era a giocare con gi altri, sorridente, divertendosi, felice e beata.

      E a proposito del cortile, voglio riportare qua un altro mio commento che ho appena lasciato da Monica:

      Certo che se dobbiamo imporre la socializzazione c’è qualcosa che non va, e questo qualcosa è che gli adulti si arrogano il diritto di controllare pure i sentimenti del bambino, oltre che la sua vita. Certo, come è stato detto in un altro commento, oggi mancano gli spazi di socializzazione, e il bambino è iù solo. Non solo non c’è più il cortile, ma non ci sono neanche fratelli, se ci sono cugini spesso sono lontani, mentre prima era facile abitare nello stesso quartiere. Se si frequenta, si frequentano corsi, e quindi in ambiente supervisionato da adulti, e i ragazzi sono controllati, inquadrati e spesso messi in competizione.

      Ora, con queste premesse, il perché non socializzano mi pare chiaro, ma la risposta non può essere “devi” socializzare comunque. Hai ragione, interagire è un’altra cosa, ma è una cosa che s’impara, e non può essere violenta. Io sono stata messa in una stanza con una collega che detestavo, ed è scoppiata la miccia, perché io ero disposta ovviamente a interagire (siamo adulti e professionisti!), ma NON a socializzare. Non me la volevo accollata a colazione e a pranzo, non mi andava a tavola di chiacchierare con lei. Ora, credo che tu sappia che io sono una persona fin troppo socievole, che io prenda l’autobus o il treno o stia una giornata in spiaggia, quasi sicuramente farò amicizia con chi mi sta accanto. E ho detto quasi. E’ capitato rarissimamente che il compagno di sventura non mi tirasse, per un motivo qualsiasi, e se in quelle circostanze fossi stata obbligata a “socializzare” sarebbe stato un supplizio.

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  3. Socializzare è forse sinonimo di uniformare, conformare, rendere adatto e incline a un controllo, a una suggestione… non per nulla la situazione mentale di chi si discosta dallo standard, può trovare una sua qualificazione patologica e possibilmente anche una terapia idonea a base di psicofarmaci.

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    • @Enrico: mi sa che hai ragione. Una persona che si basta è un grave malato da curare con elettrochoc. Dobbiamo aver bisogno del branco, le voci solitarie, oppure semplicemente le persone selettive, sono dissociate e socialmente pericolose.

      Inutile dirti che sono una che si basta, che se ne sta per i fatti suoi, che odia il – e soprattutto non crede assolutamente al – “ci vogliamo tutti tanto bene”.

      (Grazie per essere qui Enrico, non hai idea di quanto mi faccia piacere: con le persone come te divento persino socievole! 😉 ).

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  4. Sto pensando a me bambina. Durante la gita ero stata costretta a sedermi vicino a chi non avrei voluto. Dopo un lungo periodo di mutismo, perchè forse nemmeno lui era felice avermi a fianco, alla fine ci eravamo ritrovati a chiacchierare tranquillamente. In altre occasioni ho reagito come la bambina C., me ne vergogno ma è così. Secondo me non c’è una regola da seguire, a volte anche le forzature producono risultati, altre volte è solo sofferenza. Se avessi trovato insegnanti che si fossero curati della socializzazione fra compagnetti forse non avrei odiato meno la scuola. E a dirla tutta, mi fa male anche pensarci a tanti anni di distanza. I genitori ora portano i bimbi a fare attività varie, ai tempi miei, si giocava in cortile…sempre che nel cortile si trovassero altri bambini…e io faticavo a trovarli. Erano distanti, e quando li ho trovati non sapevo come interagire. Mi faccio pena da sola.

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    • Il fatto, cara @Luisa, è che ogni bambino ha il suo temperamento. Ora, non posso riferirmi a cose che ci siamo dette in privato, ma penso di poter dire che i tuoi genitori ti hanno inculcato un’educazione piuttosto severa, come pure i miei, come pure “ai” miei, e questo può rendere giocoforza più riservati e inclini ad isolarsi. E’ vero però che se con qualcuno che incontriamo siamo in sintonia, il ghiaccio prima o poi si rompe. Il problema è quando con quel qualcuno in sintonia non si siamo…

      Ho mai reagito come C.? Non saprei, forse no, o forse sì, tornare in aula e trovarmi il mio libro/quaderno segnato forse non mi avrebbe fatto piacere, ed è già tanto che C. si sia tenuta.

      E per il farsi pena da soli, credo che chi non si è sentito così di tanto in tanto possa alzare la mano e scagliare la prima pietra… 😉

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  5. Ma sai, io leggo, se pure a fatica, dei contenuti di alcuni siti americani e vedo che la diffidenza e la reazione verso un’avvertita tendenza governativa a uniformare i comportamenti dei cittadini, anche in tenera età e a tramutare in illecito o patologico quel che se ne discosta, esiste. Ovviamente io di qui non posso giudicare, ma ho l’impressione che ci sia del vero. La reazione verso il conformismo, l’omologazione, la colgo anche, ampliando il discorso, nella presenza, sempre negli States, di piccole comunità agricole o neo contadine, che hanno o aspirano ad avere un’autonomia alimentare, magari vedendo nel cibo industriale o nell’adesione acritica alla medicina tradizionale, un pericolo da cui sfuggire.

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  6. Sarà forse un caso, ma non ho mai sentito un genitore protestare perché facciamo le attività di socializzazione, anzi, ho avuto dei ringraziamenti per aver fatto qualcosa onde favorire la socializzazione dei più riservati. Nessuno mai mi ha detto “lasciate in pace mio figlio che vuole star da solo!”, ma molti mi hanno esternato la loro preoccupazione nei confronti dei figli che si sentono isolati, quasi rifiutati.

    Non ho esperienza di scuola primaria e pochissima per quanto riguarda la media, ma posso senz’altro dire che arrivano in prima liceo senza alcuna difficoltà a socializzare; fanno i timidi per una settimana e poi si scatenano. 😦

    P.S. Avviso che non riesco a stare dietro alle discussioni, quasi non leggo i post, perché sono sommersa di compiti e impegnata a scuola in un corso di aggiornamento obbligatorio che dovrebbe essere in orario di servizio ma non è. Mi scuso anche se non riesco a replicare tempestivamente ai commenti sui miei blog.

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    • @Marisa: io non mi sono espressa contro le attività di socializzazione, che sono la prima a promuovere ogniqualvolta ne ho l’opportunità, e ogni anno, quando li organizzano, seguo corsi per imparare attività e comportamenti volti a favorire l’integrazione multiculturale e multietnica tra i bambini. Quello a cui io sono contraria sono altri fattori, quali per l’appunto l’obbligo di socializzazione, la selettività visto come elemento negativo, il buonista e inapplicabile “siamo tutti tanto amici vogliamoci tutti tanto bene”.

      Per non riscrivere tutto daccapo (dovrei prepararmi per andare al lavoro…), copincollo il commento appena lasciato da Monica:

      Cara Monica, come forse saprai, poiché ne ho parlato spesso sul blog, io faccio volontariato da quando era ragazzetta, credo dai 14 anni.

      Andai per dare ma ben presto, come potranno testimoniare tutti quelli che svolgono questa attività, realizzai che erano loro a dare a me, e che non era un’esperienza che mi depauperava, ma che al contrario mi arricchiva.

      Che non so quanto loro avessero bisogno di me, ma sicuramente io avevo bisogno di loro.

      Personalmente, risponderò ora anche da me a Marisa, non ho nulla contro la socializzazione (e infatti ho anticipato che rischiavo di essere fraintesa), non ho nulla contro il favorirla, ci mancherebbe, ma semmai sono contro l’obbligo della socializzazione, sono contro certi metodi di “promozione” della socializzazione, non contro la socializzazione di per sé.

      Sono contro i giudizi che danno certi insegnanti sulle “capacità di socializzazione del bambino”, che sanno tanto di loro proiezioni, di ridicolo scimmiottamento di competenze psicoogiche che decisamente non hanno.

      Insomma, aiutare il bambino timido a inserirsi è un conto, togliermi dal banco la persona con cui lego perche DEVO diventare amica con un’altra è violento e controproducente, e invece di aiutare il bambino timido o in difficoltà (o rompiscatole), si rende più solo quell’altro.

      Ecco, poi un’altra cosa che non sopporto della scuola (mi riferisco sempre principalmente alla primaria), è che se due ragazzini vanno d’accordo vengono separati perché chiacchierano e ridono, se invece si detestano vengono messi vicini perché devono socializzare: a me sembra crudeltà mentale!

      Per quanto riguarda lo star dietro a post e discussioni, sfondi una porta aperta: io tra un po’ non riuscirò più ad aprire le e-mail personali! E pensa che ho un lavoro che mi lascia parecchi intervalli, anche se brevissimi, tra un’attività e l’altra, e in questi non faccio che aprire e-mail, aprire e-mail, aprire e-mail… 😯

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  7. Se penso quanto, a quell’età io ero asociale e chiuso, tanto da dover essere catturato al mattino per andare alla scuola materna, dalla quale ho poi potuto cogliere il pretesto di aver avuto la testa rotta da una sassata per starmene a casa, non posso che convenire con le considerazione tue, carissima @Diemme!
    Però so anche con quanta delicatezza e competenza, affronta questi temi la cara @Monica, da ritenere che lei stessa non avrebbe nulla da eccepire sulle tue valutazioni, in particolare quella che cita l’esempio come caposaldo educativo.
    E’ soprattutto su questo che pure io sottolineo, non solo per esperienza diretta, tutta la mia approvazione e l’invito a metterlo sempre in pratica.
    Ti abbraccio forte carissima amica, buon mercoledì!

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    • Caro @Sergio, io credo che certi atteggiamenti degli insegnanti, anziché favorire l’integrazione, scoraggino l’amicizia. Proprio mentre rispondevo a Marisa e a Monica mi è ritornata in mente questa pessima, deleteria abitudine di separare i bambini che hanno spontaneamente simpatizzato per mischiare le carte in tavola, al fine meramente teorico di favorire la socializzazione si tutti, ma di fatto separando ciò che si era con estrema naturalezza unito.

      A questo punto, l’atteggiamento del bambino separato dal suo amichetto potrebbe essere “Per colpa tua io non posso stare vicino al mio amico, ma tu la sconti, figurati se mi ti filo!”.

      Non è questo il modo, non è questo. Si possono promuovere attività, lavori, giochi di squadra in cui il bambino da inserire venga coinvolto, abbia la possibilità di sciogliersi, ma non violentare un bambino timido obbligandolo a “socializzare” e violentare un bambino che non ha problemi costringendolo a separarsi dall’amico che si è scelto per accollarsi l’ultima ruota del carro.

      Si possono anche far passare messaggi di valorizzazione del bambino più indietro, o più isolato per qualsiasi motivo; classico è, con il bambino straniero, fargli raccontare qualche gioco del suo paese, e magari a ricreazione farglielo insegnare agli altri, (lo farà diventare immediatamente popolare!), oppure fargli parlare di usi, costumi, leggende della sua terra, e magari anche della cucina, se possibile, accompagnato da un dolce fatto dai suoi genitori (in questi casi, assicurarsi prima che la cosa sia fattibile, e di non fare gaffe come per esempio con un bambino straniero adottato, che non ha alle spalle nessuna mamma straniera che cucini il piatto tipico e che gli insegni usi e costumi del suo paese!!!).

      Sì, credo che Monica sia un’insegnante eccellente, e credo anche che quello che lei ha voluto sottolineare sia una cosa diversa da quella di cui stiamo parlando qui (per esempio, il riconoscimento dell’aver ricevuto una gentilezza), ma per me è stato il “la” per affrontare questo problema che ho davvero molto a cuore.

      Rincaro la dose: sono profondamente convinta che maldestri tentativi di far socializzare i ragazzi finiscano per creare degli asociali esattamente come le scuole religiose sono una fabbrica di atei.

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  8. Non solo hai espresso un concetto giustissimo, mia cara amica, mi hai anche dato un consiglio eccezionale per quella che sarà l’educazione della mia piccolina. E’ infatti verissimo (lo abbiamo provato anche noi sulla nostra pelle) che il nostro “lavoro” da educatrici sortisce effetti migliori quando l’educazione la mostriamo ai nostri piccoli piuttosto che quando tentiamo di impartirgliela in tutti i modi possibili.
    Da mamma a mamma, buona giornata 😉

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    • @Eleonora: io quando vedo una persona in difficoltà cerco sempre di aiutarla e di coinvolgerla, e mia figlia è da sempre che riceve questi messaggi. Quando nel campo estivo in cui la mandavo arrivò una bambina down, tutti la evitavano, mentre lei se l’adottò e ci si dedicava anima e corpo (un’insegnante mi raccontò col groppo in gola di commozione di quando l’accompagnava in piscina e giocavano nell’acqua), ma lei non è mai, mai e poi mai stata obbligata – da me – a frequentare chi non gradisse.

      Lei ce l’aveva con un bambino, aveva tutte le sue ragioni ma quel povero disgraziato era a sua volta vittima di una situazione, e io cercavo di farle capire in che posizione quello si trovasse e come dovesse sentirsi, ma niente! Beh, lo sai che dopo anni anni e anni, ci è arrivata da sola, e si sente persino in colpa per avercela avuta con lui per tanto tempo? Probabilmente, se le fosse stato imposto, lo detesterebbe ancora.

      Anzi, diciamo che finora l’ha detestato proprio perché l’altro ramo della famiglia insisteva prepotentemente con “gli DEVI volere bene…”.

      Da amica ad amica, buona giornata a te 😉

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  9. Non facciamola più lunga e più tragica di quel che sia in realtà, in fondo non si tratta di restare chiusi a chiave 15 giorni in una stanza vuota con una persona che detesto!! Forse noi adulti abbiamo la tendenza a drammatizzare un po’ troppo… Io stessa sono di indole solitaria, ma non ho mai avuto e non ho tutt’ora problemi a socializzare, perchè questo non mi limita e non mi deruba di nulla! A scuola, inoltre, ci sono altri momenti in cui possono scegliere con chi stare, oltre al fatto che, almeno per quanto mi riguarda, mi capita spesso di traslocarli in altre aule (computer, laboratori, aula della LIM o addirittura in giardino) e in questi casi certo non impongo di mantenere i posti dei banchi in classe.
    Infine, allargare l’orizzonte ogni tanto non può che fare bene.

    @Sergio: felice di sentirti, come stai?

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    • @Monica, io non ti sto esprimendo solo la mia opinione di adulta, ma anche di madre la cui figlia, brava alunna e blablabla blablabla ha dovuto continuamente subire di essere separata dall’amica che si era scelta e vedersi mollare la persona con cui non aveva niente a spartire (e che niente a che spartire ha continuato ad avere). Non solo, fuori dalla scuola, mentre magari aspettavamo l’uscita dei figli e se ne parlava, tante altre madri hanno denunciato lo stesso fenomeno, e parlo anche di altre classi, quindi nulla di imputabile a un insegnante specifico.

      Anche i bambini più in difficoltà, che si tentava di far socializzare in questo modo, non erano contenti, anzi, si sentivano ancora più rifiutati (e lo erano) e le famiglie ancora più umiliate.

      Le amicizie, Monica, non s’impongono: io non devo per forza legare con una persona per il semplice fatto che fisicamente occupa una posizione prossima alla mia, come non mi sognerei mai di stare con un uomo perché quello è ciò che ho a tiro!

      Ecco, invece il fatto dei trasbordi occasionali può essere un’occasione per smuovere un po’ delle situazioni statiche, questo sì, e certo che allargare gli orizzonti non può fare che bene, ma allargare panorama non necessariamente significa cambiare orizzonte!

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    • Oops, ho corretto un paio di errori (a parte un’acca che era saltata, l’ultima frase voleva per l’appunto essere ‘allargare il panorama non significa cambiare orizzonte’ e non “cambiare il panorama non significa cambiare orizzonte’, che suona quasi indecifrabile 😉 ).

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    • Su tanti punti mi trovi d’accordo, infatti ho la sensazione che stiamo parlando della stessa cosa guardandola da diversi punti di vista.
      Quello che sostengo io è che non si sta parlando di amicizia, che evidentemente non può essere imposta, ma di semplice collaborazione e invito a conoscere chi fa la strada con te, poi è certo che non te lo devi sposare e che non devi rimanerci incollata anche fuori da scuola.
      Ho assistito a casi in cui questa fatica di accettare il compagno/a di banco si è poi trasformata nella scoperta di una persona con cui era invece possibile andare d’accordo.
      Non sono certa che fermarsi a “il mio amico, la mia amica” sia la strategia vincente e tante volte sorrido amaramente di questo discorso fatto da persone che piangono per i bambini africani, ma non sopportano i vicini di casa, sono solidali con gli stranieri e poi parlano male dei meridionali.

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    • Sì, anch’io penso che siamo d’accordo su tanti punti, e che continuando a confrontarci scopriremmo che stiamo dicendo la stessa cosa (almeno al 90%!), ma da prospettive diverse.

      Vorrei intanto precisare che, quando parliamo di compagno di banco, questo compagno è UNO, e quindi non si tratta di “aggiungere un posto a tavola”, ma di sostituire un convitato, ergo togliere al bambino una presenza gradita per imporgliene una sgradita. Insisto, pertanto, che le attività di “socializzazione” siano un’altra cosa.

      In secondo luogo contesto la capacità di tanti insegnanti di giudicare la “capacità sociale” del bambino (molti insegnanti, in quanto a incapacità sociale, farebbero bene a consultare lo specchio!): io già ce l’ho con gli psicologi, figuriamoci con chi ci si atteggia senza nessuna reale competenza (in molti casi senza neanche una normale attitudine umana!).

      D’accordo invece nel cercare di scoraggiare o reindirizzare la tendenza alla fossilizzazione, ma questo criterio dovremmo applicarlo, e insegnare ai nostri figli/alunni/studenti ad applicarlo in tutti i campi della vita umana (e a non confondere la disponibilità al cambiamento con l’inaffidabilità e l’incostanza…).

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  10. Pensa che da noi c’è addirittura il voto in pagella, in socializzazione! E fa media per il voto finale e per il voto di ammissione agli esami, come inglese storia o matematica.
    Quanto alla questione, mi sembra uno dei tanti ambiti in cui gli adulti pretendono di modellare la vita dei bambini sullo schema di ciò che loro ritengono giusto, che comprendono il “devi mangiare di tutto, se non ti piace te lo farò tutti i giorni fino a che non ti abitui”. Salvo magari poi scoprire che non si trattava di scarso gradimento bensì di autentica intolleranza, provocando così, con la propria insistenza, danni irreversibili. O il “devi abituarti a tutto”. Come la volta che – ero molto piccola – mia madre e mia zia mi hanno portata a vedere i fuochi d’artificio. Loro volevano avvicinarsi e io no. Pensavano che avessi paura e allora per insegnarmi a non averne mi hanno strettamente afferrato un polso per ciascuna e hanno cominciato ad avvicinarsi, passo dopo passo, spietate, implacabili, con una determinazione e una ferocia da SS, insensibili alle mie urla disperate, fino ad arrivare a pochissimi metri da dove venivano sparati. Non era paura: era un insopportabile dolore alle orecchie, delicate per natura, e coi polsi serrati nelle loro mani non me le potevo neppure riparare. I danni irreversibili provocati da quel rumore infernale li sto pagando ancora oggi. Quando, decenni dopo, gliene ho parlato, ha alzato le spalle con indifferenza e ha detto “Eh, io lo facevo per il tuo bene”. Tornando alla questione del socializzare, se un bambino proprio non vuole saperne di socializzare con nessuno, prima di provvedere ad aiutarlo a socializzare, a insegnargli a socializzare, cercherei di capire che cosa ci sia dietro a quel rifiuto. Se quando alzo la mano per accarezzare un gatto il gatto scappa, non è perché è timido, o perché non ha capito quanto sia bello farsi accarezzare.

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    • Già (hai letto questa) a proposito di danni irreversibili? Tu pensa che oggi l’avversione per i broccoli, che mia figlia al contrario adora, mi costringono ad alzarmi da tavola e lasciarla a mangiare da sola.

      Voto in socializzazione? Un invito alla doppia faccia, alla finzione e all’ipocrisia, perché l’unico modo che hai per “prendere un bel voto in socializzazione” è far vedere che vai d’accordo con tutti, anche con quelli che in cuor tuo volentieri impiccheresti: bell’insegnamento, degno del Bel Paese, di quell’Italietta buonista, spaghetti e mandolino (e ha proposito, completamente off topic, che ne pensi dei due marò che non ritorneranno in India? Ah, Attilio Regolo, che ritornò a Cartagine pur sapendo che lo aspettava la morte, per tener fede alla parola data, si starà rivoltando nella tomba? Ma, d’altra parte, che c’entriamo noi con l’onore della parola data che un tempo andava tanto di moda?

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    • @gmdb: è una cosa incredibile come sia forte il messaggio che passa con l’esempio, al contrario delle parole che scivolano via come acqua fresca!

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  11. Cito dal sito della Treccani:
    “Amicizia
    Nelle moderne società occidentali il termine ‘amicizia’ indica una relazione sociale i cui soggetti: 1) avvertono una personale predisposizione l’uno verso l’altro; 2) si scambiano affetto; 3) stabiliscono tacitamente e autonomamente i valori, le norme e le linee di condotta del loro rapporto. L’amicizia, inoltre, è 4) una relazione intima che 5) può iniziare e concludersi liberamente.
    Vivo e scambievole affetto fra due o più persone, ispirato in genere da affinità di sentimenti e da reciproca stima

    Socializzazione
    Il complesso processo attraverso il quale l’individuo diventa un essere sociale, integrandosi in un gruppo sociale o in una comunità.
    In pedagogia, realizzazione di un giusto equilibrio tra ogni singolo soggetto e il gruppo cui appartiene, come acquisizione (non imposta in base a modelli ritenuti validi, ma libera e cosciente) da parte di ciascun individuo della consapevolezza dei diritti e dei doveri di convivenza all’interno del gruppo stesso

    Collaborazione
    Il fatto di collaborare, cioè di partecipare insieme con altri a un lavoro, a una produzione; l’opera di chi collabora, e il risultato di tale opera.”
    (fine della citazione)

    A scuola si insegna: non si impone nulla. A scuola si insegna la socializzazione perché apprendere non è un processo solo individuale. Si apprende anche attraverso gli altri. A scuola si insegna la collaborazione perché non siamo né sassi né isole deserte. Aiutarsi reciprocamente non significa necessariamente di diventare amici: le amicizie si scelgono, giustamente, perché la scelta è alla base stessa della situazione di amicizia. Se un estraneo al supermercato o un collega a scuola mi raccolgono il libro che mi è caduto a terra o mi fanno un favore, io ringrazio sempre, non faccio facce schifate anche se spesso dopo il grazie non chiedo l’amicizia.
    Un abbraccio,
    Monica
    (ho lasciato questo commento anche sul blog di Monique, dove la discussione è iniziata)

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    • Cara @Monica, intanto grazie per il tuo intervento, interessante e puntuale.

      Posso risponderti però che quello che si intende comunemente a scuola per “socializzazione” non ha nulla a che vedere con la definizione della Treccani: lì si impone l’amicizia, non il rispetto, e non s’insegna la collaborazione, ma a subire prepotenze (come minimo il libro di quello che si carica ogni giorno di tutto il necessario spaccandosi la schiena, messo in comune con quello che se ne frega e viene al massimo con l’astuccio e il diario).

      Collaborazione è che si portano un po’ di libri ciascuno. E’ prestare un libro che uno non ha portato perché non ce l’aveva o perché non ce la faceva, non perché se ne frega e il docente avalla il suo comportamento parassitario.

      Socializzare non viene inteso come assumere un comportamento “sociale” (altro argomento su cui volevo scrivere qualcosa, perché essere spiriti liberi non significa essere dei disadattati, e se uno vuole vivere, per quanto in solitaria, in un contesto sociale, un comportamento sociale – e socialmente accettabile – lo deve avere, sennò se ne vada su un eremo e non rompa l’anima al prossimo), ma come “scoprirsi tanto simpatici e diventare tanto amici”.

      Ora, se così non fosse, mi dici che c’entra col comportamento sociale il fatto che il rompicoglioni debba sedere al mio banco, accanto a me, al posto del mio amico o della mia amica? Che c’entra questo con il “giusto equilibrio tra ogni singolo soggetto e il gruppo cui appartiene, come acquisizione (non imposta in base a modelli ritenuti validi, ma libera e cosciente) da parte di ciascun individuo della consapevolezza dei diritti e dei doveri di convivenza all’interno del gruppo stesso”, e che ci sarebbe in questa imposizione di libero e cosciente e non imposto (da adulti) in base a modelli ritenuti validi?

      Io nel mio condominio ho un comportamento sociale. Pago regolarmente il condominio, non imbratto gli spazi comuni, non tengo occupato l’ascensore in attesa della sacra famiglia, non produco rumori molesti, faccio la raccolta differenziata, tollero di buon grado, sapendo di stare in un condominio, tutti quelli che possono essere i rumori del condominio, compresi neonati ululanti tutta la notte.

      Quando incontro i condomini negli spazi comuni saluto. Buongiorno e buonasera, non una parola di più. Non voglio “simpatizzare” (perché questo a scuola s’intende per socializzare) con loro, non voglio avere nulla a che spartire con loro, ma proprio niente. Non m’interessa sapere se sono buoni o cattivi e il mondo che scoprirei conoscendoli: non voglio scoprire nessun mondo, mi basta quello che ho. Mi voglio chiudere in casa mia e starci in santa pace e tranquillità, punto. Non ho tempo, né voglia, di fare salotto con nessuno di loro, non ho la benché minima voglia di parlare neanche vagamente, neanche solo positivamente, di nessuno degli altri condomini.

      E’ una mia scelta, e intendo che sia rispettata. V’immaginate se, che so io, l’amministratore, un giorno facesse qualcosa per costringerci a “socializzare”? Ma perché devo vivere questa imposizione? Non voglio socializzare, loro a casa loro e io a casa mia, punto.

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    • @Monica: scusa, sono partita per la tangente e non ho completato la mia risposta. sono d’accordo con quello che dici, che apprendere non è un processo individuale, che non siamo sassi né isole deserte, che aiutarsi reciprocamente non significa diventare amici, etc. etc. etc.: la penso esattamente così, tale e quale, punto per punto.

      Ma non sono d’accordo quando sostieni che a scuola s’insegna e non s’impone. Magari da qualche parte è così, ma certo non ovunque: a scuola il bambino è obbligato a socializzare, pena un giudizio negativo (v. il voto in socializzaizone di cui parlava Barbara!). Non è un insegnamento, è un assurdo.

      Si mette il bambino in difficoltà vicino a quello più bravo perché ci si aspetta che agiscano come due vasi comunicanti, ma un bambino non è un vaso, è un bambino. Un ragazzo non è un vaso, è un ragazzo. E’ compito dell’educatore “recuperare” il bambino in difficoltà, non di un altro bambino che a suo giudizio dovrebbe compiere il “miracolo” (che poi i messaggi negativi passano prima di quelli positivi, quindi si potrebbe avere esattamente il risultato opposto, e vi perdonerà mai il genitore del ragazzo “traviato” di averlo costretto a una cattiva compagnia?).

      Meglio che mi fermi va, per dente avvelenato contro la “socializzazione” come si intende spesso a scuola oggi intendevo proprio “dente avvelenato”.

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  12. Beh, non lo so se la vicenda dei marò abbia qualche punto di contatto con Attilio Regolo: in tutta la vicenda – e anche in alcune altre – l’India ha giocato fin dall’inizio molto sporco, quindi qui non si tratta di presentarsi a pagare un conto dovuto, bensì di sottostare a un ricatto. Che come tutti i ricatti, se funziona apre la via a una infinita serie di altri ricatti. Non so se si possa dire che hanno fatto bene, ma sicuramente non me la sento di condannare la cosa.
    PS: però, sinceramente, non so se la condanna a provare avversione per una minestra buonissima possa del tutto paragonarsi ad attraversare la vita con le orecchie costantemente doloranti e con problemi di udito…

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    • @Barbara: certo che il provare avversione per una minestra non può paragonarsi al problema che tu hai denunciato, il mio era solo un esempio di comportamento dei genitori controproducente (anche in quel caso volevano insegnarmi a mangiare tutto). Comunque, ora non me la sento di raccontare qua più di tanto, ma ti assicuro che la minestra è un’episodio infinitesimale di tutto quello che io ho subito, e che non è che non abbia avuto conseguenze!

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  13. Mi sono immediatamente sintonizzata sul tuo punto di vista, che capisco bene essendo anch’io un’ex prima-della-classe, cioè una che non si trovava di solito gran che con il resto del gruppo, che diceva sempre la cosa dissonante (anche dalla maestra, con sue reazioni spesso scocciate…), e che oggi è arrivata ad accettare (ed anzi in qualche modo a rivendicare) il diritto di non stare con chi non mi dice niente.
    Però: OGGI. In realtà allora ero molto sola, lo sono meno oggi ma non perché abbia intorno folle oceaniche, tutt’altro, solo perché ho 5-6 persone con cui sto bene. Ma sempre minoranza, sulla massa resterei un’incompresa.
    Ai tempi di scuola, per la verità, se qualcuno mi avesse aiutato a socializzare sarei stata miolto meglio; e, anche, se avesse aiutato GLI ALTRI a socializzare con me, perché molto erano anche loro che si sentivano in difficoltà, io facevo tutto il possibile per rendermi simpatica, anche se – specie al liceo – non avevo alcuna intenzione di lasciarmi imporre punti di vista correnti che non condividevo. Questa difficoltà di socializzazione per la verità ha segnato la mia vita, sempre; ma penso pure che se è così, è così, e qualcosa significa, ci sono delle ragioni.
    Però un’insegnante intelligente, che ovviamente non pretenda stupidamente di trasformare tutti in soldatini socializzanti, ma guardi in faccia ogni alunno e cerchi di capire e aiutare lui, può fare parecchio.
    E, per giunta, anche con un po’ di obbligo, sì: i bambini di oggi sono spesso figli unici, con una difficoltà che un tempo sarebbe stata patologica a condividere i propri spazi; si vede, quando crescono, come si comportano politicamente e verso i problemi della collettività. Inoltre molte volte sono lasciati crescere come reucci viziati, e non mi sembra il caso che la scuola “rispetti” nello stesso modo totale (e asociale) qualsiasi loro inclinazione, conformandosi alle proiezioni egoistiche che spesso già mettono in atto i genitori.
    Basta con la paura che chissà che succede se li forzano a fare quello che NON GLI VA: poi diventano fragilissimi di fronte alla vita. Imparare a SFORZARSI, anche di comunicare con un compagno non particolarmente simpatico, è un’insostituibile scuola di vita, senza di che a vivere non si impara, e neppure ad essere felici e padroni di sé (e giù le crisi costanti, i problemi psicologici senza fine, magari droga ecc….). Inoltre questo vuol dire dare una chance a quel compagno, che forse poi riesce a tirar fuori qualcosa di meglio di come sembrava. E sì, mi sta bene anche un po’ di spinta al “volemose bene”; certo, se è generica, formale e fondata sui luoghi comuni può fare anche danni, ma comunque l’invito al bene se è sincero qualcosa lascia sempre. E sarebbe bene che si insegnasse fin da piccoli a (sforzarsi di) dare all’altro anche un po’ più di credito di quello che sembra meritare, e aver fiducia negli esiti che questo spesso porta: e a mantenere, intanto, anche il senso critico per capire se si ha di fronte un possibile amico solo un po’ timido o con qualche difficoltà, o un furbo che si approfitterà di tutto quello che gli si offre.
    E se non si comincia da piccoli, poi è più difficile imparare, visto che ogni apprendimento richiede una fatica, un’educazione degli impulsi, in pratica una guidata, intelligente, affettuosa, consapevole, rispettosa, ecc. COSTRIZIONE, che può portare anche a OPPORSI a ciò che il bambino ha VOGLIA di fare per insegnargli qualcosa di più, il che sempre meno genitori hanno voglia di fare perché li costringe alla fatica di discutere continuamente coi figli, a cui è tanto più rasserenante e facile dire “sì, caro, fai come vuoi, caro, nessuno ti deve obbligare a socializzare, caro, è colpa della maestra, la maestra ha torto…”; salvo fargli mancare, così, i “paletti” che danno sicurezza, fanno sentire amati e alla fine delineano una personalità.

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    • Letto tutto d’un fiato il tuo intervento appassionato, che mi ricorda i bei vecchi tempi in cui avevi modo stare con noi (e i tuoi duelli con Artù: ah, quanto ci manchi Cytind, quanto ci manchi!).

      Credo che tu abbia colto esattamente tutti i punti, tutti (a parte una piccola precisazione che vorrei fare). Ho premesso, nel commento a Monica che ho riportato qui, che rischiavo di essere fraintesa. Io non sono certo contro la socializzazione, tutt’altro, non sono contro il fatto che la scuola la promuova, tutt’altro, e non sono assolutamente contraria, tutt’altro, all’educazione alla collaborazione e al sostegno reciproco, o fosse anche unilaterale.

      Ciò a cui sono contraria è la psicologia improvvisata di certi docenti. Sono contraria ai loro giudizi e ai loro metodi superficiali, raffazzonati e incongruenti.

      Sono contraria, e qui riutilizzo le tue espressioni, al docente che pretenda stupidamente di trasformare tutti in soldatini socializzanti, non certo a quello che guardi in faccia ogni alunno e cerchi di capire e aiutare lui.

      La prossima volta che andrò al corso per l’integrazione mi farebbe davvero piacere portarti con me; potresti vedere coi tuoi occhi cosa significhi promuovere la socializzazione, che è ben altro che piazzare una persona accanto a un’altra e pretendere il miracolo. Tra le altre cose conosceresti anche della gran bella gente e, ti assicuro, socializzeresti 😉

      Il bambino va guidato, condotto per mano nel percorso di crescita, quello che dovrà poi essere in grado di continuare a fare, e con le proprie gambe. Aiutare il ragazzo a scoprire il tesoro che è in ognuno (se c’è), insegnargli a non fermarsi all’apparenza, ad apprezzare ciò che ognuno è, può dare e può fare, questo certo che è un apporto prezioso, e magari la scuola se ne fa(cesse?) carico!

      Mi sta bene inoltre un nuovo aspetto che ci hai indicato, quello della necessità di far fare al bambino/ragazzo anche qualcosa che non vuole fare, perché anche questa è scuola di vita, che formerà il ragazzo e lo abituerà al senso del dovere, allo smussare gli angoli, ad essere più elastico di fronte a quanto richiesto dalla civile convivenza, e lo formerà, tutto bene ma…

      … ma solo una cosa volevo aggiungere: tu mi dici “i ragazzi oggi sono così”, e io posso dirti che magari sono generalmente così, sono tendenzialmente così ma che, come dici tu, c’è bisogno che l’insegnante capisca chi ha davanti. Non tutti i ragazzi, anche quelli di oggi intendo, hanno a casa genitori che li viziano e non pongono paletti: è una tendenza culturale nostrana, di questi tempi moderni, questo è vero, ma non è una realtà apodittica.

      Ci sono ragazzi per cui la vita è dura, e a casa è tutto un paletto. La scuola potrebbe essere – come per esempio è stata per me – il momento di riscatto dalla propria vita, l’unica oasi di pace, e tu me la vieni a rovinare imponendomi la redenzione del bullo? Non ce la faccio.

      Far socializzare un ragazzo non significa piazzargli vicino uno che non l’aggrada, uno tanto diverso da lui, e pretendere che diventino pappa e ciccia. Giudicare la socialità di un ragazzo non significa stare a guardare se a ricreazione chiacchiera coi compagni – o peggio, coi compagni che abbiamo deciso noi – oppure legge un giornaletto (ché magari quello a casa ha 15 fratelli e la ricreazione a scuola è l’unico momento suo).

      Ce l’ho con il modo in cui questo aspetto della persona viene considerato e valutato nella nostra scuola, e ce l’ho con l’incapacità di analisi e di gestione di chi la valuta.

      E poi, anche se nel ragazzo che noi rifiuteremmo c’è del buono che potremmo scoprire e apprezzare, la verità non si rivela, ma si fa trovare.

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  14. C’è una cosa. A proposito della “psicologia improvvisata”: non è che ci sia sempre molta scelta. Io mi sono trovata a dover gestire tentativi di strangolamento, pozze di sangue per terra, un collega di sostegno un anno si è dovuto fare un corso intensivo e accelerato di arti marziali per poter contenere il suo alunno… Le incombenze aumentano, e non sempre si ha la competenza, la preparazione per gestirle, e tocca improvvisare. Mi ricordo ancora una frase del mio preside alla seduta di apertura d’anno: “Non chiedetevi perché proprio io mi sono beccato degli scolari così: toccano a tutti, ci sono in tutte le classi”. Cioè siamo arrivati a dare per scontato di avere in tutte le classi scolari che a un rimprovero rispondono insultando, se non con vere e proprie aggressioni fisiche (una collega incinta presa a calci, per esempio), scolari che non hanno ricevuto in casa la minima educazione, il minimo senso di rispetto, persone aggressive e violente, persone asociali. E per gestire situazioni del genere occorrerebbero competenze specifiche , che noi non abbiamo. E allora improvvisare diventa una necessità. Se poi si impongono cose non gradite tocca fare i conti coi genitori, perché chi non è stato disponibile a educare un figlio, sicuramente non lo è a vedersi messo in discussione; quindi se il figlio va a casa a lamentarsi, immediatamente parte la rappresaglia nei confronti dell’insegnante che ha osato imporre al pargolo un divieto, una frustrazione, un dovere. Poi a sedici anni arriva la ragazzina che non gliela dà, e quello tira fuori il coltello, perché a gestire un rifiuto, una frustrazione, non glielo ha mai insegnato nessuno.

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    • @Barbara: e pensare che non aver fatto l’insegnante è stato a lungo il mio più frande rimpianto… mi state facendo rivalutare la mia vita!

      Però io non parlo di queste emergenze, non parlo del fronte di guerra, parlo di maestre elementari davvero talmente ignoranti da non essere in grado neanche di capire quanto fossero ignoranti, che davvero giocavano a fare le psicologhe mentre invece non facevano che danni (dalla primina di mia figlia, su 17 alunni a quanto mi è dato di sapere se ne scapparono in 14 e mia figlia, 5 anni, fu la prima.

      La cosa divertente è che la mamma di una delle altre bambine era una psicologa vera, docente universitaria di psicologia, che una buona volta l’affrontò e la fece nera (e costrinse la scuola a far venire uno psicologo vero per affrontare i vari problemi).

      Quello che mi dici però mi ha davvero scorato: povera Italia, se abbiamo generato e cresciuto questi figli, se questa nostra patria domani sarà in mano a loro, peggiori ancora di coloro a cui è in mano adesso, chi si salverà?

      Nessuno si salva da solo ma, a questo punto, neanche in compagnia 😯

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  15. Ringraziando per l’ospitalità la padrona di casa, intervengo per un’ultima volta nella discussione. @diemme Non so bene a quali esperienze scolastiche tu ti riferisca: io insegno nella scuola media (pubblica) da oltre 16 anni e posso dire che non ho mai visto imporre amicizie, né insegnare a subire prepotenze. Condividere non riguarda solo prestare il libro e non mira ad avvallare comportamenti come quelli di chi “se ne frega e viene al massimo con l’astuccio e il diario”. Collaborazione è, nelle mie classi, lavorare insieme a progetti comuni: primo fra tutti lo stare bene insieme. Tutti, a prescindere dalle amicizie. Socializzare vuol dire integrarsi “in un gruppo sociale o in una comunità”. Il che non ha mai significato “redimere il bullo”, ma proprio realizzare il “giusto equilibrio tra ogni singolo soggetto e il gruppo cui appartiene, come acquisizione (non imposta in base a modelli ritenuti validi, ma libera e cosciente) da parte di ciascun individuo della consapevolezza dei diritti e dei doveri di convivenza all’interno del gruppo stesso”.
    Essere “spiriti liberi” si può, ma non significa (a scuola, per lo meno) poter fare a meno degli altri fino a provare fastidio per la sola loro vicinanza e diventare compagni di banco serve spesso anche a “scoprirsi tanto simpatici e diventare tanto amici”. La scuola crea anche opportunità.
    Anch’io abito in un condominio e non ho amici (nel senso profondo della parola) tra i condomini, ma mi sono trovata a dover collaborare con loro per il bene comune (che non era tollerare i rumori o pagare le spese condominiali: quello è l’ambito del buon senso e del rispetto della legge). Non li ho invitati alla mia festa di compleanno, ma mi sono rimboccata le maniche e insieme a loro sono andata oltre alle mie (e loro) schematizzazioni e abbiamo cercato soluzioni comuni al benessere di tutti.
    In merito al “voto di socializzazione” io in tutta la mia carriera non l’ho mai visto (ripeto: scuola secondaria di primo grado pubblica). Il voto di condotta non valuta quanto amiconi sono tra loro i miei studenti, ma valuta la loro capacità di stare insieme agli altri per il benessere comune.
    Sono d’accordo sul fatto che i miei alunni non siano vasi, che sono io, l’educatore, ad avere il compito di recuperare l’alunno in difficoltà, ma ho visto meraviglie nel percorso formativo, grazie all’affiancamento del peer tutoring a quello della didattica più tradizionale. Con grande soddisfazione degli alunni protagonisti (il bravo e quello in difficoltà). A scuola si offre anche la possibilità di cambiare i propri punti di vista.
    Ho trovato tanto buon senso nelle parole di cytind.
    Vedere il mondo della scuola dal di fuori e dall’alto di un piedistallo dal quale si sentenzia col dente avvelenato non aiuta nessuno a vivere la scuola in modo sereno: non gli insegnanti, non gli alunni e ancor meno i genitori degli alunni.
    Monica

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    • @Monica: a parte il fatto che io sono d’accordo con tutto quello che hai detto in questo commento e nel precedente, quindi non capisco perché prendi posizione come se io fossi su un fronte opposto, ti contesto solo la chiusa finale: io non parlo né dal di fuori, né dall’alto di un piedistallo. Sono stata studente (ma per fortuna ai miei tempi certi sistemi psicopedagogici non esistevano), madre di una figlia che ha cambiato più scuole e più insegnanti, e sono stata spesso rappresentante di classe (lo sono tuttora), per cui ho avuto modo di raccogliere le testimonianze di decine di genitori e di alunni/studenti, e quelle dei loro insegnanti.

      Certo che nelle parole di Cytind hai trovato molto buon senso, Cytind è una persona eccezionale, e annoverata tra le mie amiche più care, ovviamente anche per sintonia e concordanza di idee; se ci hai fatto caso, lei ha esordito con un “Mi sono immediatamente sintonizzata sul tuo punto di vista”: siamo due selettive noi, e non ci piacciono i furbetti né in classe né nella vita, non ci piace legare con chi non è nelle nostre corde (salvo che poi possa invece rivelarsi di esserlo, chi dice di no), cioè siamo aperte, accoglienti, prive di pregiudizi ma non per questo di bocca buona.

      Però ora mi corico, magari riprendiamo il discorso domani.

      ‘notte Monica, e nessun grazie per l’ospitalità, sei la benvenuta.

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  16. Naturalmente non è che abbia passato 36 anni a bloccare strangolamenti, però ci sono anche queste cose qui, e non è questa la cosa tragica: il tragico che questo venga considerato fisiologico. Per quanto riguarda l’ignoranza, sì, non faccio fatica a crederci. Mi ricordo ancora la collega che, appreso che non giocavo a carte e non lavoravo a maglia, fissandomi incredula ha detto: “Ma… allora cosa fai tutto il giorno?”

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    • @Barbara: a una prima lettura mi era sfuggita la parola “collega”, e pensavo a “una”, una massaia qualsiasi, la casalinga di Voghera. E invece parliamo di un’insegnante, e di scuola secondaria, quindi laureata.

      Ma che ti devo dire, a me le 24 ore della giornata decisamente non bastano, e probabilmente, tra dovere e piacere, non basterebbero neanche 48. Taglio, taglio, taglio pure le cose importanti, ottimizzo, vado in multitasking, ma non arrivo mai: ma coma campa la gente? E, da un certo punto di vista, beata! Un po’ di sana noia, non dico tanto, un paio di giorni, è una di quelle emozioni che prima di spirare vorrei provare: lo sai che mi sono trovata a invidiare la gente rapita???

      Mi sa proprio che sono un po’ stanca… decisamente un bel po’!

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    • @Lilla. Il discorso è piuttosto lungo (premesso, sono come te). Chi vuole vivere in società, un comportamento sociale lo deve avere, punto. Uno può essere solitario quanto vuole, e ha tutto il diritto di esserlo, ma se vuole stare in società deve avere un comportamento sociale, altrimenti se ne vada in eremitaggio e non scassi l’anima alla società: il temperamento solitario e riservato è un conto, l’asocialità e la maleducazione sono un’altra cosa, e quindi ben venga la scuola che insegna un comportamento socialmente adeguato.

      A questo punto io, anche se bambina, mi riservo il diritto di scegliere chi, come e quando. Poi, l’insegnante può anche indicarmi un’altra strada, può valorizzare il ragazzo, promuovere attività d’integrazione che lo vedano coinvolto, ma non accetto che me lo imponga, perché sennò io sono capace di portarlo all’esasperazione e che sia lui a chiedere in ginocchio all’insegnante di cambiare posto! 😈

      Vorrei però tornarne a parlarne di questo problema, perché non esiste solo la solutidine del ragazzo timido o disagiato, non esiste solo la solitudine dei numeri primi, ma anche quella semplicemente dei primi.

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  17. @Diemme: obbligare qualcuno a respirare la stessa aria di un altro non è socializzare: non è proprio possibile. Socializzare è una bella parola che ho sempre ritenuto significasse a fatti “entrare in contatto profondo, vero e sereno con gli altri” e lo ritengo difficile perché per farti un esempio Karina a otto anni tra bambini sconosciuti, con una palla lanciata in mezzo al cortile avrebbe fatto così: o avrebbe giocato con gli altri (male, ma tant’è) o molto più probilmente qualcosa (qualunque cosa) sarebbe andato storto e si sarebbe chiusa a riccio in un angolo. Dipende tanto dalla volontà del singolo e dei singoli. Per questo è difficile. E non si può forzare no, proprio no.

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    • @Karina: ecco, è esattamente così: socializzare non è obbligare qualcuno a respirare la stessa aria di un altro.

      Comunque, non so se sul “simpatizzare” nel senso di diventare amici oppure proprio sul socializzare nel senso di diventare membri armoniosamente inseriti nella società, oppure su entrambi gli argomenti, di certo su almeno uno ritorneremo.

      Per quanto riguarda la Karina bambina… quanti di noi hanno sofferto l’incapacità d’inserirsi! Magari sono stati pure forzati a farlo ma, come stiamo dicendo dal post in poi, non è quello il sistema.

      PS: forse non c’entra moltissimo, ma mi è rivenuto in mente parlando di noi bambine: l’hai letto questo?

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    • @Diemme: ho letto il post di quando eri bambina. Non so cosa dire. La verità è che le mie difficoltà me le sono creata da sola. Io, sono fin troppo fortunata e più mi guardo intorno, più mi sento davvero la principessa sul pisello (gli sporcaccioni stiano alla larga: è argomento serissimo!). L’ho ripetuto tante volte ma non è autocommiserazione o inutile mea culpa, no: la bambina di cui parli tu sbatteva senza volerlo contro un muro di pietra che non voleva incontrare, da quello che ho letto ma lo sai tu e non voglio addentrarmene. certo è che quella bambina meritava di più e l’ho pensato per tutto il tempo della lettura. La bambina di cui parlo io se lo costruiva il muro di mattoni per proteggersi dal mondo e poi andarci a sbattere semi volontariamente. Poi, la colpa era degli altri. Ma aveva anche troppo: perfino parenti che nella loro insensatezza l’amavano davvero e senza riserve dandole mille volte il mondo.
      Be’, sì forse è solo un inutile mea culpa, ma purtroppo è la verità. E’ per questo che ti dico che non è facile: esistono le teste da ministro. E io modestamente lo nacqui -.-
      Eri carina da bambina, però! ^^

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    • @Karina: se c’è una cosa che ho capito, è che a un certo punto bisogna abbandonare i mea culpa e i sua culpa, e semplicemente andare avanti. Se non abbiamo preso dalla vita il bene che era disposto a darci, non è un buon motivo per continuarlo a rifiutare e non goderne in futuro 😉

      Grazie del complimento, e sì, ogni tanto nella vita m’è capitato pure di essere carina 😀

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  18. Pingback: La solitudine dei (non numeri) primi. | Diemme

    • @paperi: già, eppure hai notato? Si non formati due fronti, quelle dei docenti, che dicono che no, va benissimo così, e quello degli altri, che concordano e sottoscrivono quuanto ho esposto, portandosi dietro, da adulti, ancora i danni di quell’esperienza negativa (e forse vedendola nei figli).

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