Archivio | aprile 2019

Vivere con leggerezza pesantezza

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Il 2018 è stato l’anno della leggerezza.

Che poi, a parte il fatto che non mi sembra che in molti lo sapessero, mi dovrebbero spiegare che cosa significa e che cosa hanno fatto per diffondere questo senso di leggerezza, a parte mandare cartelle esattoriali e far crollare le aziende sotto il peso della crisi, lasciando centinaia se non migliaia di persone in mezzo alla strada.

E vorrei pure sapere dove dovremmo trovare questa leggerezza quando respiriamo zella e mangiamo zella, con tutte le conseguenti malattie che questo comporta, e tutto intorno a noi è tossico e fasullo.

Ma torniamo a bomba.

Sto frequentando un corso sulla comunicazione, in cui è stato fatto anche un accenno all’analisi transazionale (di cui, modestamente, sono abbastanza esperta) ed è intervenuto il Prof. Alfio Cascioli (v. video) a parlare proprio del vivere con leggerezza.

Palle.

Palle, ma non perché le cose che ha detto non siano giuste, piuttosto perché, come ben sappiamo, altro è parlar di morte altro è morire.

A un certo punto sono stata invitata sul palco, me nolente, per una simulazione con altri partecipanti. Ho fatto la mia “esibizione” con tanto di pistolotto su come vivere con leggerezza, e devo dire che ho ricevuto anche qualche apprezzamento, ma quando mi hanno chiesto come mi ero sentita durante la simulazione non ho potuto far altro che rispondere la verità, e cioè che mi sentivo un’impostora, perché la verità è che io sono una che vive con pesantezza, e l’impressione di un contributo lucido e strutturato è stata data dal fatto che la teoria la so tutta, è la pratica che mi crea problemi: si potrebbe cambiare un ben noto proverbio in “Fate quel che Diemme dice ma non quel che Diemme fa”, e con questo credo di aver reso l’idea.

Dunque, torniamo all’analisi transazionale. Per semplificare diremo che esistono dentro di noi tre sfere emotive, il cosiddetto genitore, normativo e giudicante, l’adulto, lucido e razionale, e il bambino, fragile e creativo. In realtà queste tre sfere sono inizialmente sei, perché ogni genitore ci trasmette il proprio modello, e noi introiettiamo il genitore di entrambi, l’adulto di entrambi, il bambino di entrambi, e già è una bella lotta trovare in questo bailamme il nostro io (questo spiega anche le crisi adolescenziali, con rapporto conflittuale riguardo alla propria identità).

Dunque, in un adulto strutturato dovrebbe prevalere per l’appunto la parte adulta, mentre il genitore dovrebbe giusto fare il suo come voce della coscienza “alla bisogna”, laddove l’adulto non basti ad adottare un comportamento civico e socialmente compatibile. Il bambino invece, la parte creativa ed entusiasta intendo, non quella fragile, è la chiave della felicità, o meglio, della leggerezza che porta alla felicità.

Ecco, io penso che il mio di bambino sia morto nella culla, mentre fa la parte del leone la presenza “genitoriale”, normativa e giudicante, che ha caricato sulle mie spalle un senso del dovere che va contro la mia stessa vita.

In tutto questo l’adulto fa la sua parte, razionalizza, spiega e contestualizza, ma manca l’anima, l’adulto è il cervello ma manca il cuore: non fraintendetemi, non intendo dire che io sia una persona senz’anima e senza cuore, ci mancherebbe, semplicemente che ho soffocato le emozioni per difendermi dalla sofferenza, ma oggi ne risento profondamente, perché una vita senza emozioni non è vita.

Mia figlia mi dice, ripetendo un detto inglese, “fake it till you make it“, fingi finché quello che stai simulando non diventa vero, e io ci provo, and I fake, and fake, and fake, ma ancora don’t make, e questo forse alimenta ancora di più la pesantezza (e nessuno mi toglie dalla testa che la pesantezza fisica sia una direttissima conseguenza di quella emotiva).

E voi, vivete con leggerezza? Pensate sia possibile farlo? Ma soprattutto “vivere con leggerezza”, dove la leggerezza non significa in alcun modo superficialità, che cosa significa?

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I diritti delle donne

Voi che mi conoscete da tempo sapete che non sono una gran femminista, tutt’altro, e le femministe – quelle scatenate intendo – non le vedo tanto di buon occhio: sono donne che secondo me screditano la figura della donna anziché giovarle, la riducono a un pezzo di bassa macelleria, e poi alla fine la rendono anche sola, senza un compagno perché “io sono mia”, senza figli o con figli trascurati perché loro “devono vivere”, sul lavoro spesso caricature di un maschio che tentano di scimmiottare, anziché concentrarsi sui propri punti di forza e sulle proprie peculiarità.

Donne che a volte si fanno usare e che ho visto troppo spesso farsi trattare dagli uomini in modi che nessuna “non femminista” avrebbe mai permesso.

Non mi piacciono le loro battaglie becere, i loro slogan volgari (l’ultimo è stato che ai feti di gomma preferiscono i falli di gomma), me le ricordo ancora ai tempi del mio liceo questa scalmanate-scarmigliate-scatenate che urlavano “l’utero è mio e me lo gestisco io” e “col dito, col dito, l’orgasmo è garantito”, slogan quest’ultimo cui gli uomini rispondevano goliardicamente “col caxxo, col caxxo, è tutto un altro andazzo!”. Proprio parlando di questo, con dei miei amici abbiamo preso a inventarne altri per gioco, e mi ha fatto ridere uno che se n’è uscito con “alla bella militante piace il fallo del migrante” e ancora, visto che queste stesse femministe ora sembrano prone all’islam, cultura per cui la donna è meno di niente, “il burqa sulla testa e il tanga su quel che resta”, tanto per sottolinearne l’incoerenza.

Insomma, mi pare evidente che non le reggo, e mi secca sentire certi bestioni, maleducati a prescindere dal femminismo, giustificare la propria taccagneria quando si tratta di pagare un conto o lo sgomitamento sull’autobus per soffiare il posto a una donna magari incinta rinfacciando: “Avete voluto il femminismo?”, che avrei una gran voglia di gridare loro “Ma chi l’ha voluto, bestia! Il femminismo è una cosa che fa comodo solo a voi, che vi ha sollevato da ogni dovere moltiplicandovi i diritti, fesse che sono state quelle che l’hanno portato avanti e sbandierato!”.

Mi piace non tanto il ruolo predefinito, quanto il gioco dei ruoli, quel gioco amoroso uomo/donna che ha generato e nutrito tante passioni e tanta letteratura, che tanti cuori ha fatto battere e che ora è venuto meno in nome di un’ammucchiata gender in cui non si capisce chi è chi e chi fa che (quest’ultimo paragrafo prendetelo con le molle, il discorso è lungo e so benissimo che questa mia semplificazione è riduttiva e fuorviante) ma…

ma…

… lasciare al maschio il suo vecchio ruolo “dominante” non significa solo che lui ci riempie di fiori e ci cambia la ruota dell’auto, con la persona sbagliata può essere pure che lui invece che di fiori ci riempia di botte, senza contare quelle psicologiche di violenze, che pure fanno un male boia e sono più infide e subdole.

Commentando di un uomo violento oggi una donna ha scritto:

In un attimo ho capito l’importanza di istituti come
– divorzio
– allontanamento dalla casa familiare
– divieto di avvicinamento
– misure custodiali per il coniuge/convivente violento
– case di accoglienza per le vittime
– ascolto dei minori.

e sono completamente d’accordo, perché ricordiamo che il gioco dei ruoli deve essere per l’appunto un gioco, al massimo una comoda tradizione culturale, non una condanna all’inferno.

Siamo in un’epoca in cui i diritti delle donne sono già acquisiti e sembra non esserci mai stato un tempo diverso, diritti forse pure frutto di quelle lotte femministe (forse… ma Moravia sosteneva che le donne erano state liberate dalla lavatrice e dalla pillola e non dalle urla in piazza), un’epoca in cui non riusciamo a immaginare, salvo casi purtroppo non sporadici, una donna sottomessa che non sa cosa fare, che non sa dove andare, che trema quando sente il rumore dei passi dell’uomo che torna a casa e infila la chiave nella toppa, e che non ha una tutela né familiare, né sociale, né legale.

Peccato che per questa donna che ha acquisito tanti diritti sia una conquista uccidere il figlio che cresce nel suo grembo, peccato che in quella sguaiata ribellione a una cultura inaccettabile non ci sia quel rispetto per se stessa e per la magia che lei sola è capace di compiere, quel senso di protezione e accoglienza che dovrebbero essere un suo privilegio di nascita.

A volte mi chiedo se esista, tra uomo e donna, una terza via, quella della felicità, del rispetto, dell’amore, della parità nel rispetto di una naturale inclinazione a essere uomo e ad essere donna, complementari e complici, che vivono la loro differenza nella più completa armonia e nel più totale appagamento.