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Dimenticare non si può

Ieri ho sentito per la prima volta questa canzone, e mi sono ritrovata a piangere. Oggi la sono andata a ricercare e l’ho riascoltata, e ho pianto di nuovo. Chi conosce la mia storia – la sua storia – ascoltandola ne potrà facilmente capire il motivo.

Xavier mi chiedeva come avessi fatto a perdonarlo, e soprattutto mi chiedono perché ho potuto perdonare mio padre (perdonato sì, ma le ferite rimangono) e con mia madre invece non ce l’ho fatta..

La risposta è semplice: mio padre ci adorava, il suo amore era enorme e tangibile. Poi era un iracondo, lacerato dalla vita e disperato, che si lasciava andare a scatti d’ira feroce. Poi sicuramente ci sarà stato pure il fatto culturale, all’epoca i nostri genitori non erano psicologi, e per loro spesso “educare” era sinonimo di “domare”, “piegare”, a qualsiasi costo, senza capire che un individuo spezzato non sarebbe mai stato un adulto in pace con la vita.

Mia madre invece tutto querllo che faceva lo faceva a freddo, e fredda era nei suoi rapporti con noi. Nessuna manifestazione d’amore, nessuna cura che non fosse il lavare-stirare-pulire-cucinare, e una vessazione psicologica continua, un continuo insultare, ferire, rinfacciare, mortificare, e soprattutto sobillare mio padre, un padre già teso come una corda di violino e pronto a scattare.

E quando lui inferociva lei mi teneva ferme le mani, cosicché non mi potevo neanche coprire il viso. MI teneva ferme le mani.

Sono passati più di quarant’anni e non sono mai riuscita a dimenticare. Oggi cercano di farmi sentire in colpa perché non nutro trasporto nei confronti della povera vecchietta, ma che ne sanno loro, che ne sanno, se pure chi c’era fa lo gnorri!

I diritti delle donne

Voi che mi conoscete da tempo sapete che non sono una gran femminista, tutt’altro, e le femministe – quelle scatenate intendo – non le vedo tanto di buon occhio: sono donne che secondo me screditano la figura della donna anziché giovarle, la riducono a un pezzo di bassa macelleria, e poi alla fine la rendono anche sola, senza un compagno perché “io sono mia”, senza figli o con figli trascurati perché loro “devono vivere”, sul lavoro spesso caricature di un maschio che tentano di scimmiottare, anziché concentrarsi sui propri punti di forza e sulle proprie peculiarità.

Donne che a volte si fanno usare e che ho visto troppo spesso farsi trattare dagli uomini in modi che nessuna “non femminista” avrebbe mai permesso.

Non mi piacciono le loro battaglie becere, i loro slogan volgari (l’ultimo è stato che ai feti di gomma preferiscono i falli di gomma), me le ricordo ancora ai tempi del mio liceo questa scalmanate-scarmigliate-scatenate che urlavano “l’utero è mio e me lo gestisco io” e “col dito, col dito, l’orgasmo è garantito”, slogan quest’ultimo cui gli uomini rispondevano goliardicamente “col caxxo, col caxxo, è tutto un altro andazzo!”. Proprio parlando di questo, con dei miei amici abbiamo preso a inventarne altri per gioco, e mi ha fatto ridere uno che se n’è uscito con “alla bella militante piace il fallo del migrante” e ancora, visto che queste stesse femministe ora sembrano prone all’islam, cultura per cui la donna è meno di niente, “il burqa sulla testa e il tanga su quel che resta”, tanto per sottolinearne l’incoerenza.

Insomma, mi pare evidente che non le reggo, e mi secca sentire certi bestioni, maleducati a prescindere dal femminismo, giustificare la propria taccagneria quando si tratta di pagare un conto o lo sgomitamento sull’autobus per soffiare il posto a una donna magari incinta rinfacciando: “Avete voluto il femminismo?”, che avrei una gran voglia di gridare loro “Ma chi l’ha voluto, bestia! Il femminismo è una cosa che fa comodo solo a voi, che vi ha sollevato da ogni dovere moltiplicandovi i diritti, fesse che sono state quelle che l’hanno portato avanti e sbandierato!”.

Mi piace non tanto il ruolo predefinito, quanto il gioco dei ruoli, quel gioco amoroso uomo/donna che ha generato e nutrito tante passioni e tanta letteratura, che tanti cuori ha fatto battere e che ora è venuto meno in nome di un’ammucchiata gender in cui non si capisce chi è chi e chi fa che (quest’ultimo paragrafo prendetelo con le molle, il discorso è lungo e so benissimo che questa mia semplificazione è riduttiva e fuorviante) ma…

ma…

… lasciare al maschio il suo vecchio ruolo “dominante” non significa solo che lui ci riempie di fiori e ci cambia la ruota dell’auto, con la persona sbagliata può essere pure che lui invece che di fiori ci riempia di botte, senza contare quelle psicologiche di violenze, che pure fanno un male boia e sono più infide e subdole.

Commentando di un uomo violento oggi una donna ha scritto:

In un attimo ho capito l’importanza di istituti come
– divorzio
– allontanamento dalla casa familiare
– divieto di avvicinamento
– misure custodiali per il coniuge/convivente violento
– case di accoglienza per le vittime
– ascolto dei minori.

e sono completamente d’accordo, perché ricordiamo che il gioco dei ruoli deve essere per l’appunto un gioco, al massimo una comoda tradizione culturale, non una condanna all’inferno.

Siamo in un’epoca in cui i diritti delle donne sono già acquisiti e sembra non esserci mai stato un tempo diverso, diritti forse pure frutto di quelle lotte femministe (forse… ma Moravia sosteneva che le donne erano state liberate dalla lavatrice e dalla pillola e non dalle urla in piazza), un’epoca in cui non riusciamo a immaginare, salvo casi purtroppo non sporadici, una donna sottomessa che non sa cosa fare, che non sa dove andare, che trema quando sente il rumore dei passi dell’uomo che torna a casa e infila la chiave nella toppa, e che non ha una tutela né familiare, né sociale, né legale.

Peccato che per questa donna che ha acquisito tanti diritti sia una conquista uccidere il figlio che cresce nel suo grembo, peccato che in quella sguaiata ribellione a una cultura inaccettabile non ci sia quel rispetto per se stessa e per la magia che lei sola è capace di compiere, quel senso di protezione e accoglienza che dovrebbero essere un suo privilegio di nascita.

A volte mi chiedo se esista, tra uomo e donna, una terza via, quella della felicità, del rispetto, dell’amore, della parità nel rispetto di una naturale inclinazione a essere uomo e ad essere donna, complementari e complici, che vivono la loro differenza nella più completa armonia e nel più totale appagamento.

L’inaccettabile cultura dello stupro

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Vi ho detto eoni fa che stavo leggendo “I magnifici 7 capolavori della letteratura erotica“.

Beh, sono passati sette mesi e ancora non l’ho finito. Nel frattempo ho portato avanti altre letture, della Fallaci soprattutto, romanzi come quello di Diana Gabaldon “La straniera” e successivi (da cui è tratta la magnifica serie televisiva Outlander), saggi su carceri e manicomi, persino una grammatica italiana, ma questo proprio non mi va giù, ne leggo una pagina e la noia mi assale.

Credo di essere arrivata al penultimo racconto, che alla noia ha aggiunto un’enorme e insopprimibile irritazione, perché rende chiaro come si è creata e ancora persista l’inaccettabile ma quantomai radicata cultura di quella che è una delle più grandi piaghe dell’umanità e credo il più grande incubo in assoluto di qualsiasi donna: lo stupro.

Questo ennesimo “capolavoro”, nella fattispecie, parla delle avventure erotiche di un tale di cui neanche ricordo il nome, il quale racconta di centinaia di ragazze da lui violate, a suo dire sempre con grande soddisfazione delle suddette, nonostante l’ostentazione sicuramente simulata di opposizione e i dinieghi, e questa è purtroppo la mentalità, ancora oggi, di tanti uomini.

Oltre a questo l’autore insiste su un altro concetto, e cioè il pagamento: quando non basta per far capitolare una donna la mostra dei propri irresistibili attributi, quando non basta il forzare la situazione fisicamente, quando non basta usare un linguaggio sconcio che, sempre a detta dell’autore, risulta oltremodo eccitante per la donna, basta farle brillare gli occhi alla con qualche mancetta o un vestitino o una spilletta e il gioco è fatto.

A nulla valgono storie drammatiche di donne che hanno avuto la vita rovinata in seguito a uno stupro, che si sono suicidate o lasciate morire, che sono state anni in terapia spesso senza trarne giovamento… macché, per l’uomo è tutta una farsa, il loro fallo è irresistibile, e le donne fanno la parte di essere schive ma in realtà non vogliono altro e uno stupro le fa felici come nient’altro al mondo (e questo, purtroppo, emerge pure da tante sentenze sull’argomento che, nel corso del tempo, hanno lasciato il popolo interdetto).

Un altro argomento portato avanti è quello della “finzione d’innocenza”, per cui queste donne, dopo essersela spassata a destra e a manca in tutte le posizioni del kamasutra, devono trovare il modo d’ingannare qualcuno che se le porterà all’altare fingendo la più grande ingenuità, mentre hanno di fatto magari anche praticato l’antica arte della prostituzione magno cum gaudio.

A leggere queste cose mi ribolle il sangue, e penso a quante vite rovinate, non solo di donne stuprate, ma anche di donne non credute nella loro innocenza reale (che poi è ancora da capire perché dovrebbero dare spiegazioni della loro vita sessuale, ma lasciamo perdere questo piccolo e insignificante particolare).

Lo finirò ‘sto libro prima o poi…

Poi.

Speriamo senza strascichi d’ulcera.

Update: per constatare come questa cultura sia radicata, leggete, tra le altre cose, qui: https://www.lamescolanza.com/20180717/ricorda-sei-sempre-responsabile-dello-stupro-che-subisci/ , e in particolare riflettiamo sulle parole di Tina Lagostena Bassi, citate nell’articolo:

“Vi diranno gli imputati, svolgeranno quella che è la difesa che a grandi linee già abbiamo capito. Io mi auguro di riuscire ad avere la forza di sentirli – non sempre ce l’ho, lo confesso – di avere la forza di sentirli, e di non dovermi vergognare, come donna e come avvocato, per la toga che tutti insieme portiamo. Perché la difesa è sacra, ed inviolabile, è vero. Ma nessuno di noi avvocati – e qui parlo come avvocato – si sognerebbe d’impostare una difesa per rapina così come s’imposta un processo per violenza carnale. Nessuno degli avvocati direbbe nel caso di quattro rapinatori che con la violenza entrano in una gioielleria e portano via le gioie, i beni patrimoniali sicuri da difendere, ebbene, nessun avvocato si sognerebbe di cominciare la difesa, che comincia attraverso i primi suggerimenti dati agli imputati, di dire ai rapinatori Vabbè, dite che però il gioielliere ha un passato poco chiaro, dite che il gioielliere in fondo ha ricettato, ha commesso reati di ricettazione, dite che il gioielliere un po’ è un usuraio, che specula, che guadagna, che evade le tasse! Ecco, nessuno si sognerebbe di fare una difesa di questo genere, infangando la parte lesa soltanto. E nessuno lo farebbe nemmeno nel caso degli espropri proletari – ma questi sono avvocati che certamente non difendono nessuno che fa esproprio proletario. Ed allora io mi chiedo, perché se invece che quattro oggetti d’oro, l’oggetto del reato è una donna in carne ed ossa, perché ci si permette di fare un processo alla ragazza? E questa è una prassi costante: il processo alla donna, la vera imputata è la donna. E scusatemi la franchezza, se si fa così, è solidarietà maschilista, perché solo se la donna viene trasformata in un’imputata, solo così si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale“.

 

Stupri e violenza: i fatti e la filosofia

Batto ancora sullo stesso tasto perché sono allibita dalle posizioni soprattutto di alcune donne che dicono che sì, quello subito da Asia Argento è stato uno stupro.

Leggo e rileggo di donne che denunciano “molestie” di vario genere ricevute nella vita, e me ne rendo conto che, se quello è il metro di misura, io ne avrei da denunciare a centinaia, a partire dalle varie mani morte sull’autobus al capo che allunga le mani sulla camicetta o arriva il bacio sulla schiena mentre sei seduta ad attendere al tuo lavoro.

Sull’autobus mi sono il più delle volte limitata a scansarmi, e solo una volta mi è stato necessario andare a chiedere all’autista di chiamare i carabinieri e un’altra, essendo il mio compagno presente, mi sono rivolta direttamente a lui invitandolo a liberarmi dal molestatore: insomma, nessun trauma riportato. Nel caso dei capi lo schiaffone partì prima ancora che io capissi cosa stavo facendo, e nel secondo caso ero pure in prova: non ci fu alcuna conseguenza, anche se devo ammettere che tremai.

Sono molestie, per carità, e la molestia è indubbiamente violenza: non stupro, assolutamente non stupro, ma è certamente una violenza che una donna subisce.

Una mia amica però proprio oggi diceva che anche la proposta verbale è una violenza, e qui secondo me siamo nel campo della filosofia. Certo, spesso la proposta verbale è spesso molesta, quando hai qualcuno -per esempio un collega – che ogni volta che passa ti chiede “mi fai un pompino” (e a nulla valgono l’ostentata indifferenza nei suoi confronti e le segnalazioni ai superiori), certo che è una forma di violenza, certo che c’è una rabbia che una reprime, e nel caso di cui stiamo parlando in questi giorni, e cioè il ricatto lavorativo, pensate alla violenza che subisce proprio chi dice no, che si vede magari troncata la carriera per non essere disposta ad accettare l’inaccettabile.

Se però vogliamo catalogare – anche giustamente – nella violenza, tutta quella prepotenza dall’altro che genera una rabbia impotente, quante volte ne riceviamo anche in ambiti che di sessuale non hanno nulla?

Ma il 6 che ci hanno tolto direttamente dal conto in banca, non è una violenza/prepotenza che ha generato rabbia e impotente senso d’ingiustizia?

L’essere costretti a lavorare quasi dieci anni di più per accedere a una pensione da fame perché qualcuno, lontano da noi, si è mangiato tutto il mangiabile non è una violenza che il popolo italiano subisce che genera una rabbia impotente?

Le cartelle esattoriali impazzite non sono una violenza che i cittadini subiscono e che genera una rabbia impotente?

Ci posso pure stare che il dover subire un qualcosa di ingiusto senza poter reagire sia violenza, certo che ci sto, e allora lo sapete che cosa ho realizzato in tutta questa discussione?

Che siamo un popolo stuprato.

Le molestie

Non so se esistano donne che non sono state molestate.

No, non commettete l’errore di pensare a quelle vecchie, a quelle brutte, grasse, irsute, no, neanche loro sono al sicuro, le molestie non conoscono età, né aspetto, né cultura, né ceto sociale: sei donna, ci provo, punto.

Resta il fatto che le molestie sono una cosa, lo stupro un’altra, ed è l’abuso di questo termine quello che lo banalizza e lo fa diventare meno credibile, più difficilmente individuabile e punibile.

Gli uomini il no non lo capiscono, per loro è sempre una melina.

Metteteci sull’altro fronte una come me, che è ingenua fino al midollo, e si dà il via alla fiera degli equivoci.

Perché io sapete, se un uomo mi chiede se può passare da me a prendersi un caffè, io accetto tutta gioiosa e metto su la Moka, mica il baby doll.

Perché se un uomo m’invita a cena io penso che voglia cenare, e se la cena me l’offre penso che sia galante, mica che ha pagato per lo streap tease.

C’è da dire, per contro, che quando realizzo in maniera troppo brutale che l’uomo che è con me non mi ha invitato al cinema per vedere il film, non mi ha invitato a cena per il piacere della mia conversazione, non si è autoinvitato a prendere un caffè perché gli piace un forte e corroborante espresso, il no lo so dire ben decisa, forte e chiaro.

Sono stata molestata? Non so cosa vogliamo intendere per molestie, di avances ne ho ricevute svalangate, molestie anche, le prime da persone che conoscevo, le seconde per lo più da sconosciuti.

Il no l’ho detto in maniera decisa, spesso caustica, e all’occorrenza le ho anche date, che un mio amico ancora ci ride al racconto.

Ai rifiuti sono spesso seguiti insulti da parte del rifiutato, ma poi tanto sono un disco rotto, ti danno dell’ipocrita bigotta, e a me che dicessero più di questo non è mai capitato.

Lo stupro è un’altra cosa, ve lo assicuro.

Ve lo assicuro.

Lo stupro è quando “no” non lo puoi dire.