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Vivere con leggerezza pesantezza

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Il 2018 è stato l’anno della leggerezza.

Che poi, a parte il fatto che non mi sembra che in molti lo sapessero, mi dovrebbero spiegare che cosa significa e che cosa hanno fatto per diffondere questo senso di leggerezza, a parte mandare cartelle esattoriali e far crollare le aziende sotto il peso della crisi, lasciando centinaia se non migliaia di persone in mezzo alla strada.

E vorrei pure sapere dove dovremmo trovare questa leggerezza quando respiriamo zella e mangiamo zella, con tutte le conseguenti malattie che questo comporta, e tutto intorno a noi è tossico e fasullo.

Ma torniamo a bomba.

Sto frequentando un corso sulla comunicazione, in cui è stato fatto anche un accenno all’analisi transazionale (di cui, modestamente, sono abbastanza esperta) ed è intervenuto il Prof. Alfio Cascioli (v. video) a parlare proprio del vivere con leggerezza.

Palle.

Palle, ma non perché le cose che ha detto non siano giuste, piuttosto perché, come ben sappiamo, altro è parlar di morte altro è morire.

A un certo punto sono stata invitata sul palco, me nolente, per una simulazione con altri partecipanti. Ho fatto la mia “esibizione” con tanto di pistolotto su come vivere con leggerezza, e devo dire che ho ricevuto anche qualche apprezzamento, ma quando mi hanno chiesto come mi ero sentita durante la simulazione non ho potuto far altro che rispondere la verità, e cioè che mi sentivo un’impostora, perché la verità è che io sono una che vive con pesantezza, e l’impressione di un contributo lucido e strutturato è stata data dal fatto che la teoria la so tutta, è la pratica che mi crea problemi: si potrebbe cambiare un ben noto proverbio in “Fate quel che Diemme dice ma non quel che Diemme fa”, e con questo credo di aver reso l’idea.

Dunque, torniamo all’analisi transazionale. Per semplificare diremo che esistono dentro di noi tre sfere emotive, il cosiddetto genitore, normativo e giudicante, l’adulto, lucido e razionale, e il bambino, fragile e creativo. In realtà queste tre sfere sono inizialmente sei, perché ogni genitore ci trasmette il proprio modello, e noi introiettiamo il genitore di entrambi, l’adulto di entrambi, il bambino di entrambi, e già è una bella lotta trovare in questo bailamme il nostro io (questo spiega anche le crisi adolescenziali, con rapporto conflittuale riguardo alla propria identità).

Dunque, in un adulto strutturato dovrebbe prevalere per l’appunto la parte adulta, mentre il genitore dovrebbe giusto fare il suo come voce della coscienza “alla bisogna”, laddove l’adulto non basti ad adottare un comportamento civico e socialmente compatibile. Il bambino invece, la parte creativa ed entusiasta intendo, non quella fragile, è la chiave della felicità, o meglio, della leggerezza che porta alla felicità.

Ecco, io penso che il mio di bambino sia morto nella culla, mentre fa la parte del leone la presenza “genitoriale”, normativa e giudicante, che ha caricato sulle mie spalle un senso del dovere che va contro la mia stessa vita.

In tutto questo l’adulto fa la sua parte, razionalizza, spiega e contestualizza, ma manca l’anima, l’adulto è il cervello ma manca il cuore: non fraintendetemi, non intendo dire che io sia una persona senz’anima e senza cuore, ci mancherebbe, semplicemente che ho soffocato le emozioni per difendermi dalla sofferenza, ma oggi ne risento profondamente, perché una vita senza emozioni non è vita.

Mia figlia mi dice, ripetendo un detto inglese, “fake it till you make it“, fingi finché quello che stai simulando non diventa vero, e io ci provo, and I fake, and fake, and fake, ma ancora don’t make, e questo forse alimenta ancora di più la pesantezza (e nessuno mi toglie dalla testa che la pesantezza fisica sia una direttissima conseguenza di quella emotiva).

E voi, vivete con leggerezza? Pensate sia possibile farlo? Ma soprattutto “vivere con leggerezza”, dove la leggerezza non significa in alcun modo superficialità, che cosa significa?

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Farò coccodè (e le incoerenze vegane)

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Sempre arrabbiata con con mia figlia, che non dà il minimo aiuto e a casa è assolutamente disastrante, scrivo sullo stato fb qualcosa sul fatto che è più preoccupata per il benessere della gallina che per quello della madre, che bere latte vegetale è facile, ma rilavarsi la tazza, o almeno toglierla dalla tavola, è un’impresa più difficile e così, mentre lei continua la sua lotta (forse autolesionista) per il benessere della gallina che deve vivere libera e felice, la madre sta morendo schiava, imbottigliata in una routine che non le permette di occuparsi neanche della propria salute (lasciamo stare lo svago), e i danni fisici si cominciano a vedere, con mio grande avvilimento, senza parlare di quelli psicologici, con totale perdita di motivazione.

Per esempio, ieri sono uscita un po’ prima e pensavo di occupare il pomeriggio a preparare le verdure, comprate fresche da una contadina. Aveva già accumulato una pila infinita di piatti da lavare e, in seguito all’intimazione “Non ti azzardare a farmi ritrovare la cucina in queste condizioni!”, ha reagito facendosi trovare a letto moooooooolto malata, che proprio non era in grado di fare nulla, sarebbe stata cattiveria pretendere.

Naturalmente non potevo preparare le verdure in quelle condizioni, così sgombero la cucina (erano talmente tanti i piatti che li ho fatti in tre fasi, ogni volta sgombrando tutto per fare posto alla fase successiva): per fortuna che ero invitata a cena fuori, almeno mi sarei svagata!

Finito di rigovernare la cucina cerco di rimettere un po’ in sesto le mani, crema, manicure, smalto per fortuna trasparente. Dico per fortuna perché, andata in bagno per truccarmi, mi si rizzano i capelli, prendo la spugnetta e inizio a pulire il bagno (oh, certo, voi avreste fatto i duri, ma si dà il caso che debba usarlo anch’io!).

Le riferisco arrabbiata il commento di una mia collega, che mi ha detto che il giorno che vorrò essere trattata umanamente mi converrà mettermi a fare coccodè, e lei pronta risponde, facendola ovviamente passare per una battuta e non per mancanza di rispetto: “Tanto non sarebbe molto diverso da quello che fai di solito!”

 

Còre de mamma….  👿

27 gennaio: tenetevi la vostra lagrimuccia, tanto siamo soli

Bambina sfregiata in Francia all’uscita della scuola perché ebrea. Liberté, égalité, fraternité, limortaccivostré

Quando a scuola studiavo la seconda guerra mondiale, quando i miei familiari mi raccontavano delle leggi razziali, delle persecuzioni e delle deportazioni, io vivevo tutto questo come un qualcosa appartenente al passato remoto, qualcosa che nel mondo civile in cui vivevamo non si sarebbe potuto ripetere.

Purtroppo mi sono ben presto dovuta accorgere che così non era, che esistevano ancora rigurgiti razzisti, bieche manifestazioni d’intolleranza, ma pure quelle, abbenché inaccettabili, le attribuivo a frange estremiste, a teste calde che non rappresentavano in alcun modo lo Stato e la popolazione.

Anche su questo mi sono dovuta ricredere.

Dalla vicina di casa che attribuisce gli attentati – di conclamata matrice islamica – agli ebrei di tutto il mondo “Perché Rothschild ha i soldi” (mai spiegato il nesso!) alla compagna di scuola delle elementari di mia figlia, che esortava gli altri bambini a non frequentarla e a non fare amicizia con lei in quanto ebrea, il fenomeno dell’antisemitismo appare da sempre tanto inspiegabile e assurdo quanto gramigna inestirpabile.

Per rivestire poi di razionalità questo atteggiamento di menti annebbiate dalla stupidità più ancora che dall’odio, oggi è di moda parlare di “antisionismo”, che vuole passare per posizione politica e ripulirsi la coscienza, ma che posizione politica non è per vari semplicissimi fatti:

1) essere “antisionisti” non significa essere “contro l’attuale politica israeliana”: se l’italiano non è un’opionione, essere antisionista significa essere contro il sionismo, e il sionismo non è altro che l’enunciazione del diritto degli ebrei a una loro terra, anzi, alla propria terra, dove sia loro possibile la propria autodeterminazione come popolo, praticamente ciò che non si nega a nessuna delle altre popolazioni sulla terra.

2) il popolo ebraico è esposto da sempre, e dicasi da sempre, a discriminazioni e persecuzioni, che esplodono all’improvviso dopo periodi più o meno lunghi di pace, remissione e pacifica convivenza. Questo significa che, purtroppo, un ebreo non è mai al sicuro in nessun luogo del mondo, in nessuna epoca, e negare loro la propria terra significa condannarli a quello che abbiamo già vissuto e che, ve ne accorgiate o meno, continuiamo a vivere continuamente. Essere “antisionisti” dunque significa condannare bambine come quella della foto ad essere aggredite all’uscita dalla scuola, e a rimanere sfigurate per sempre: la chiamate questa una posizione politica?

3) forse non ricordate Stefano Gaj Tachè, due anni, ucciso da un attentato terroristico a Roma nel 1982. Non nel 1945, ma nel 1982. Non in un paese in guerra del Medio Oriente, ma a Roma. In sinagoga, dove si era recato con la famiglia. E vogliamo parlare di quanti attentati ci sono stati nelle sinagoghe di tutto il mondo? Vogliamo ricordare (oppure non avete mai visto?), il sangue a terra di religiosi colti di sorpresa durante la preghiera? Voi, col vostro “antisionismo”, volete che questo popolo viva per sempre così, bersaglio della follia e dell’odio, continuamente e senza un perché.

A chi non è addetto ai lavori, a chi non è coinvolto in questa problematica, forse sfuggono le centinaia di risoluzioni dell’ONU contro Israele, contro quelle praticamente nulle nei confronti di nazioni, magari sotto dittatura e nelle quali davvero si compiono crimini di ogni genere.

A chi non è addetto ai lavori, forse sfugge che Israele è tra i pochissimi luoghi al mondo in cui gli arabi vivono in pace e prosperità.

A chi non è addetto ai lavori, forse sfugge l’aiuto che dà Israele a tutto il mondo, sia per quanto riguarda scoperte all’avanguardia, soprattutto in campo medico e tecnologico, sia con i tempestivi ed efficienti interventi umanitari ovunque ci sia bisogno.

A chi non è addetto ai lavori, forse sfugge che l'”antisionismo” è il pollice verso nella scelta della nostra condanna o salvezza.

L’italia celebra il 27 gennaio.

Poi all’ONU vota contro il riconoscimento di ogni legame tra gli ebrei e la propria terra, e vota contro Gerusalemme capitale d’Israele, e vota contro, e vota contro, e mentre Gentiloni vota contro, Renzi al governo si scusa, ma il voto rimane,  e poi al governo ci va Gentiloni, e quindi possiamo immaginare la musica che suona.

Il 27 gennaio sta arrivando, e le più alte cariche dello stato si preparano a far atto di presenza e a versare la loro lacrimuccia fasulla, mentre dietro le quinte predispongono azioni che di lacrime vere ce ne faranno versare tante.

Se la tengano la loro presenza e la loro lacrimuccia, non ne abbiamo bisogno. Anzi sì, ne avremmo bisogno, se fossero un minimo sincere!

Vi risparmio tutti gli altri commenti che il popolo del web vomita sui social in queste circostanze, quelli che mi fanno parteggiare per i sani razzisti che almeno non fanno finta di essere qualcos’altro e non si nascondono dietro un dito, dietro la maschera fasulla di lotta per non si sa quale distorta idea di democrazia e libertà.

 

“Tu non ti vuoi bene” e altre cazzate zen

lidiota-zen-tutto-e-vanita

Io le chiamavo “le cazzate zen” e Xavier si arrabbiava, perché lui ci credeva. Il fatto è che, a parte lui, un sacco di gente, poco dotata di spessore e ancor meno di coerenza, si attacca a una spiritualità di facciata, fatta di frasi preconfezionate che suonano tanto bene e che, se veramente interiorizzate e vissute, avrebbero pure un loro perché: peccato che ne venga fatto un uso altamente improprio, o nessun uso del tutto.

Non ne posso più di gente che si riempie la bocca di certe frasi (su fb quasi non pubblicano altro) e poi, al di là del problema di un’inesistente coerenza, a volte non sanno neanche quello che dicono.

Per esempio, l’abusata frase “Tu non ti vuoi bene” o “Non ti vuoi abbastanza bene”, che cosa significa? Devi avere più cura di te stesso/a? Devi trovare spazio per te, perché se non ti ricarichi poi crolli? E non sarebbe meglio dirla così?

E invece dicono, con quell’aria di superiore (e idiota) bonarietà, “Tu non ti vuoi abbastanza bene”, che fa tanto mistico orientale.

Mi ricordo una di queste zen, che a un certo punto era rimasta incinta non sapeva bene di chi, e aveva deciso di abortire. Alla mia domanda su dove fosse tutta la sua spiritualità mi rispose: “Se il Signore permette che il bambino muoia si vede che questo era il suo percorso su questa Terra”. Al che, ve lo confesso, le risposi “Ma vaffanculo, ipocrita!”.

Un’altra, sempre molto zen, che si occupava di una specie di pranoterapia alternativa et similia, sempre con la bocca piena di “Tu non ti vuoi abbastanza bene” e “Ti devi volere più bene”, una volta se ne uscì con me con l’implacabile giudizio “Tu sicuramente sbagli. Non so in cosa, ma sbagli”: non so in cosa! Condannata senza neanche il capo d’imputazione, alla faccia dell’astenersi dal giudizio, tendere la mano senza condannare, far arrivare la persona a capire il suo problema (“la verità non si rivela, si mostra”) etc. etc. etc. Insomma, oserei dire una persona inutile, ma oggi devo dire dannosa, visto che ruppe i rapporti con me dopo aver ricevuto una lettera anonima di cui mi attribuì la paternità (e ovviamente io non ne sapevo nulla, e ancora oggi continuo ad ignorarne pure il contenuto, che non ha mai voluto mostrarmi in quanto, in qualità di autrice, riteneva la conoscessi già).

E poi Xavier, Xavier, che mi parlava delle costellazioni familiari, e s’arrabbiava della mia definizione di “cazzate zen”: e qui, inutile che ve lo dica, lo sapete come è andata a finire, un pelo di ciuccia, e addio agli alti valori dell’amicizia, addio al legame spirituale di gemellini astrali e compagnia cantante.

Vi assicuro che su fb la voglia di depennare chi non pubblica altro che certe frasi a effetto è tanta, specie quando loro conoscenti più stretti mi garantiscono che la persona è tutt’altro, e altro è parlar di morte altro è morire.

Ah, quasi dimenticavo quell’altra zen che mi voltò la faccia perché non odiavo gli uomini. E poi, non ero neanche comunista.