Archivio | gennaio 2026

Ma quale Memoria?

Buongiorno a tutti.

Mi è stato chiesto se volevo intervenire a una celebrazione per il 27 Gennaio quando io, nella mia mente, il 27 gennaio l’avevo già accantonato.

Io sono immensamente grata a tutti coloro che si impegnano, con sforzo e dedizione, a portare questa testimonianza per mantenere viva la memoria di quanto accaduto, al fine di evitare che gli errori del passato possano ripetersi, ma alla luce di quanto sta accadendo, e cioè che sembra siamo sul punto di ripeterli quegli errori, mi chiedo se non dovremmo fare qualcosa di più o di diverso.

Ci dicono che è nostro dovere ricordare, testimoniare, già hanno iniziato a negare con i testimoni, sopravvissuti ai campi di sterminio, ancora in vita, figuriamoci come negheranno quando non ci saranno più neanche i testimoni diretti e poi? Non lo so poi, ma quanto il 27 gennaio ha insegnato a fare attenzione ai segnali, quelli che a poco a poco portano verso il baratro della disumanità e dell’infamia?

Chi ci è passato e i loro discendenti, al netto del dovere di testimonianza, vorrebbero solo dimenticare, e gli altri? Gli altri continuano a ignorare, o peggio ancora, a dire che “in fondo lo meritavano”, come se qualcuno al mondo meritasse ciò che è stata la Shoà.

Soprattutto in questi ultimi anni ne abbiamo visti altri ancora, poiché al peggio non c’è mai fine, tempestare i social di “aveva ragione baffetto” e augurarsi il ritorno dei treni piombati.

Inutile nascondersi dietro un dito, da qualche tempo è ricominciata la caccia all’ebreo. Da un po’ di tempo, essere ebrei non è più sicuro, meglio nascondere i simboli religiosi, per paura di essere insultati e aggrediti. Meglio non manifestarsi, per paura di essere cacciati da ristoranti e strutture ricettive.

“No”, rispondono, “non siamo antisemiti, siamo antisionisti”. A parte che questo viene detto da chi non ha la minima idea di cosa sia il sionismo, ovvero la legittima aspirazione a una patria, e non è assolutamente sinonimo di colonialismo e prevaricazione, ma perché l’ebreo francese, italiano o altro deve essere aggredito per la politica di uno stato estero, giusta o sbagliata che sia? Per gli scandali della Chiesa, sono forse stati aggrediti i cattolici di tutto il mondo? Sono forse stati obbligati ad esprimere la loro disapprovazione prima di entrare in un ristorante o in un albergo?

Il problema è sempre lo stesso, quando si tratta di noi ebrei è sempre una colpa collettiva, di categoria.

Sui social, in seguito alla strage di Sidney, molti commenti sono stati “Se la sono cercata” e nessuna risposta alla mia domanda “in che modo quei cittadini australiani se la sono cercata?” è stata data. Hanno commentato “Chi semina vento raccoglie tempesta” e nessuna risposta alla mia domanda “che cosa quei cittadini australiani avrebbero seminato?” è stata data.

Anzi sì, è stata data, mi è stato risposto “non fare la finta tonta”, “non far finta di non capire” e sì, stavo facendo la finta tonta e stavo facendo finta di non capire, perché volevo che loro arrivassero a gettare la maschera, perché quelle persone secondo loro se l’erano andata cercando “perché Netanyahu”, e quindi chiaramente il nesso è: “perché sono ebrei”.

E’ inutile, viviamo in un mondo idiota. Idiota e cattivo, ma prima di tutto idiota.

Viviamo in un mondo ignorante, e il 27 gennaio dovrebbe servire proprio a rimuovere un po’ d’ignoranza, a far capire dinamiche e contesti. Eppure non pare che sia servito, visto che ancora nei tempi attuali è giustificata la caccia all’ebreo, ed è giustificata da chi si ritiene un’anima bella, ispirata da nobili principi umanitari: un’ipocrisia da paura.

Io credo che, nelle celebrazioni del 27 gennaio, più che l’elenco delle torture subite e dei crimini feroci cui furono esposti soprattutto gli ebrei, ma anche zingari, oppositori politici e omosessuali, il mondo si dovrebbe fermare un momento a riflettere sul “come” sia potuto succedere, come un mondo di persone apparentemente “normali” (e “normali” lo metto tra virgolette) abbia potuto addirittura ritenere giusto, ma che dico, auspicabile, che degli esseri innocenti subissero un simile orrore.

Io ritengo che la normalità delle persone perseguitate l’abbia espressa efficacemente Benigni nel suo film “La vita è bella”, film che peraltro apprezzo poco per il suo aver banalizzato la durezza e la crudeltà della permanenza nei campi, ma ha comunque avuto il merito di aver mostrato al mondo le vittime predestinate nella loro umana quotidianità.

Come si è giunti a demonizzare gli ebrei? Sicuramente un retaggio culturale, azioni della Chiesa nei secoli passati che quelli successivi non sono riusciti a sradicare del tutto, e tanta, tanta ignoranza, e tanto, tanto pregiudizio,

Scusatemi questo sproloquio, il fatto è che sono arrabbiata, tanto, ma ancora di più amareggiata. Non che io abbia mai pensato che la discriminazione razziale fosse un capitolo chiuso, l’essere umano il razzismo ce l’ha nel Dna, ora tocca a questo ora a quello. Purtroppo, da quando esiste l’uomo, c’è sempre stata una qualche categoria immolata sull’altare del capro espiatorio.

Gli ebrei però sembrano essere l’obiettivo prediletto, e non c’è bene che possano fare per rimuovere questo pregiudizio. Si mischiano le carte in tavole, vengono accusati di azioni di cui sono vittime, di compiere atti disumani che invece subiscono, e tanti anni di 27 gennaio non hanno smosso le coscienze e soprattutto i cervelli di una virgola.

È anche per questo che oggi non sono qui. Il 7 ottobre ci ha insegnato che siamo soli, che il nostro dolore, la vita e le minacce che siamo costretti a vivere li capiamo noi soli – o quasi. La vergogna delle femministe mute davanti allo scempio delle donne israeliane stuprate con una ferocia inaudita (non stupri e basta, ma con vilipendio delle vittime, cui sono stati trovati chiodi e schegge di vetro nella vagina, i cui seni sono stati tagliati e con cui i carnefici hanno giocato a palla). Non una parola, semmai un qualche “però Israele…”, “però Netanyahu…”, come se ci fosse qualcosa al mondo che possa giustificare uno scempio simile. Donne incinte sventrate, bambini infilati nei forni sotto gli occhi dei genitori, e anime pie occidentali che osano commentare con un qualche “però”.

No, non commemorerò il 27 gennaio, lo porterò nel cuore come il giorno della liberazione, il giorno in cui i cancelli dei campi di sterminio si sono finalmente aperti e il mondo non ha più potuto chiudere gli occhi, ma anni di commemorazione non sono serviti a far capire al civile mondo occidentale che gli ebrei sono esseri umani, che come tali devono essere considerati e rispettati, superando ogni ignobile pregiudizio, ogni infondata condanna, ogni collettivizzazione di colpe vere o presunte.

Dire che gli ebrei (badate bene, non “Israele” ma “gli ebrei”) stanno facendo ai palestinesi ciò che i nazisti fecero loro, significa non conoscere il nazismo, non conoscere Israele, e non conoscere gli ebrei.

Significa non conoscere le minacce cui Israele è sottoposto ogni giorno dalla sua nascita, significa non sapere dei tentativi di pace, sempre pagati a caro prezzo e tanto cari quanto inutili, e significa anche ignorare il supporto che Israele dà a tutto il mondo, non solo in termini di progresso medico e scientifico, ma anche di aiuto umanitario ovunque ci sia bisogno.

Significa non conoscere la vita che gli israeliani sono costretti a condurre, sia in termini economici sia di perdita di vite umane e d’integrità fisica e mentale.

Significa non conoscere che nell’esercito israeliano militano anche cittadini di fede musulmana, orgogliosi di difendere la propria nazione, in cui vivono liberi e rispettati.

Oggi mi chiedono di parlare del mio bisnonno, che conosco solo attraverso i racconti di mia nonna. Il mio bisnonno, che aveva non so quanti figli, 11 o 12 credo, e mi viene descritto come un padre affettuoso, dedito alla famiglia, che amava i suoi figli. Mi raccontava che aveva insegnato a ognuno dei figli a suonare un qualche strumento – mio nonna suonava chitarra e mandolino -, e la sera si radunava intorno al fuoco tutta la famiglia, padre, madre e la nidiata di figli, e suonavano e cantavano tutti insieme. Questa era la famiglia il cui padre hanno deportato.

Ad Auschwitz arrivò insieme a mio nonno, suo genero. Mi hanno raccontato che mio nonno fu ucciso perché non aveva voluto lasciare il suocero. Il vecchio suocero era stato destinato subito alle camere a gas, forse il giovane genero sarebbe andato nei campi di lavoro, ma si rifiutò di lasciarlo, e alla sua frase “dove va lui vado io” fu risposto destinandolo alla stessa fine.

Ma che senso ha parlarne oggi in Italia a chi è sceso in piazza a urlare “Dal fiume al mare”, cioè a reclamare a gran voce la cancellazione di Israele dalla carta geografica? Mio nonno e il mio bisnonno sono morti quando Israele non esisteva, e quindi non sono stati uccisi “perché Netanyahu”, “perché i coloni” o “perché la Cisgiordania”.

Mio nonno e il mio bisnonno sono stati uccisi perché ebrei e oggi, oggi 27 gennaio 2026, sembra a volte respirarsi la stessa aria mefitica del 1938, lo stesso pregiudizio e lo stesso odio.

Il mio invito oggi è solo di accorgervi che siamo come tutti gli altri, e di applicare anche a noi il principio di fratellanza, condivisione, rispetto umano ed empatia.

Il mio invito oggi è a documentarvi davvero, non seguendo un solo canale, e capire cosa ha sempre vissuto il popolo ebraico e come ha reagito – o non reagito – e come vive oggi Israele, e si vive in Israele.

Il mio invito oggi, dopo aver fatto tutto questo, è chiudere gli occhi un attimo e immedesimarvi in noi, e poi dirci, in coscienza, cos’altro avreste fatto, cos’altro fareste.

Grazie.