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Il senso della Memoria

Si avvicina il Giorno della Memoria, e con esso tutte le polemiche che, a mio avviso anche giustamente, si porta dietro.

La ricorrenza fu stabilita nel 2005 dall’assemblea generale delle Nazioni Unite e la data fissata simbolicamente al 27 gennaio, giorno in cui l’Armata Rossa liberò il campo di concentramento di Auschwitz.

Per i primi anni tutto quanto organizzato per la ricorrenza fu tanto bello e tanto toccante, ma ben presto si arrivò a un “ancora?”, con altri apprezzamenti ben poco lusinghieri, più o meno omessi. La giornata della memoria si è rapidamente trasformata, da necessità di sensibilizzazione affinché l’orrore non si ripeta, in una di quelle mille giornate di commemorazione di qualcosa che nessuno sa quasi più, con gli ebrei che ricordano i propri morti e le ingiuste discriminazioni subìte – cose che ricordano 365 giorni l’anno senza bisogno di una giornata dedicata – e altra gente distratta o annoiata che non sa neanche di che cosa si stia parlando (una mia collega, di fronte a un unico racconto tra i mille orrori, ha avuto la faccia di commentare “Ma no, è una cosa disumana, i nazisti non possono averla fatta!”).

Addirittura, in alcuni – purtroppo anche frequenti – deprecabili casi, questo giorno dà persino la stura a commenti di chiara e disumana natura antisemita, o dà l’appiglio per dire (a proposito di aprire la bocca per darle fiato) che oggi in Israele gli ebrei stanno facendo la stessa cosa che i nazisti fecero a loro: roba che basterebbe che si facessero un viaggetto in Israele per constatare coi propri occhi che non c’è nulla di più falso di questa affermazione!

Tornando a bomba, alla domanda “A che serve?”, posta anche da molti correligionari, una persona ha risposto ricordando le varie iniziative, i percorsi formativi per insegnanti, i viaggi della memoria per toccare con mano l’orrore che è stato (vide e credette…), tutto teso a far conoscere e sensibilizzare, e su questo sono d’accordo, ma io sono pur sempre di parte, e allora giro la domanda ai miei lettori non correligionari: come vivete voi questa giornata? Cosa rappresenta per voi? Cosa vi trasmette? Che cosa cambiereste per far sì che diventi un monito, un invito al rispetto dell’essere umano, alla difesa di ogni minoranza, alla capacità di pensiero critico che non permetta più che popoli interi vengano aggiogati, soggiogati, sobillati contro i propri fratelli perdendo ogni briciolo di discernimento e umanità?

La Memoria ora è nei posteri

Pubblico perché mi sento in dovere, ma la mia posizione in merito oramai dovreste conoscerla. Solo che è una perdita per l’umanità che i testimoni diretti stiano scomparendo, e ora è a noi posteri ricordare al mondo cosa può succedere se si lascia che il germe maligno del razzismo attecchisca.

Ma l’essere umano è razzista, non riesce proprio a prescindere dalla logica della categoria, non riesce a liberarsene, forse è una sorta di economia mentale, e siccome io non credo nell’intelligenza della massa, il razzismo e la discriminazione tormenteranno sempre l’umanità, e siccome l’umanità è vile e debole, accanto ai carnefici ci saranno sempre i complici più o meno silenti, i collaborazionisti e gli spioni, i complessati e falliti che avranno nella delazione il loro momento di gloria, la loro rivalsa che non farà altro per finirli di qualificare per quelli che sono.

Però siccome anche il Bene ha le sue armi, i suoi testimoni, i suoi guerrieri e i suoi custodi, l’umanità continuerà a rialzarsi, a contrastare l’abominio, sconfiggerlo e lottare per evitare che si ripeta mai più.

La nostra lotta è la testimonianza. La nostra lotta è l’appoggio a tutti i diversi, a tutti coloro colpiti dalla sorte.

“Quando avrai aiutato il più piccolo dei miei fratelli avrai aiutato Me”.

Noi siamo stati i più piccoli dei vostri fratelli ma siamo cresciuti, e non possiamo non impegnarci ad aiutare, a prevenire, a impedire.

Mio nonno da Fossoli scriveva alla sua famiglia, a sua moglie e ai suoi figli: “Quando alle 10 suona la campana, io mi metto in un angolo e penso a voi. Vi chiedo di farlo anche voi, alle dieci fermatevi e pensate a me, così mi sembrerà di stare insieme”.

Non avrei dovuto virgolettare le parole, perché non ho il documento sotto mano e non sono le parole testuali. Vi assicuro però che questo era quanto espresso, e queste le parole che ho inciso nel cuore.

Io ti penso nonno, e non solo alle dieci del mattino.

Il Giorno della Memoria non nega spazio alla gioia

 

Di articolo, per il giorno della memoria, da tempo ne avevo preparato un altro, ma ben volentieri lo procrastino (uscirà domani) perché quest’anno, per me, il Giorno della Memoria ha il profumo della felicità.

Per spiegarvi quanto successo, vi riporto il commento che ho lasciato qualche giorno fa su un altro blog (il bellissimo blog di Gheula Canerutto Nemni):

Il nove gennaio Parigi. L’11 gennaio, tra la commozione generale, la comunità ebraica di Roma ha festeggiato l’anniversario di nozze tra Selma e Sami Modiano, sopravvissuti alla Shoà. Hanno perduto la loro famiglia, la loro comunità, noi oggi siamo la loro famiglia, la loro comunità. Canti, balli, lacrime di profonda gioia, i bambini intorno a loro a cantare, ballare e gioire per loro e con loro.

Noi ci siamo. Da sempre facciamo vincere la vita.

Noi non ci riempiamo la bocca di “restiamo umani”, non abbiamo mai smesso di esserlo. Non l’abbiamo capita la persecuzione, continuiamo a non capirla (“Sempre colpa delle biciclette e degli ebrei”. “E perché delle biciclette?”. “E PERCHE’ DEGLI EBREI???”), ci limitiamo a sopravvivere, a vivere, a creare il nostro stato e a difendere la nostra terra, a fare e distribuire ogni tipo di scoperta medica, scientifica, a offrire aiuti umanitari, in denaro e interventi, in tutto il mondo.

Noi ci siamo. Continueremo a non capire, ma continueremo pure a non soccombere.

E’ stata una giornata di commozione indescrivibile, e di indescrivibile e incontenibile felicità. E’ stato il trionfo della vita sulla morte, della voglia di ricostruzione sul dolore, dell’amore universale sulle comunque incolmabili e laceranti perdite degli affetti personali.

Ecco, è stata una di quelle volte in cui riempie il cuore di gioia poter dire “Io c’ero” (e io c’ero, mi si vede anche nel filmato! 😉 ).

 

NB: Le foto scattate per l’evento sono state tante, ma sono state pubblicate in un sito riservato all’evento e, francamente, non sapevo quanto fosse lecito portarle fuori di lì. Ho optato per il filmato, già pubblico e comunque profondamente significativo e rappresentativo dell’evento. ❤

 

Una zuppa per non dimenticare

Quest’anno, in occasione della giornata della Memoria, voglio proporre questa testimonianza, presa dal blog civuoleunfiore della nostra cara Nives:

Una zuppa per non dimenticare

di  Annalisa Pasqualetto

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“Natale! Anche quest’anno è arrivato. Le strade e le vetrine sono una festa per gli occhi, e tutto è un brillìo. Le sere sono talmente lunghe che mi portano a pensare: ai regali da fare, agli auguri da spedire, e a preparare tante leccornie….ma sopratutto mi ritornano in mente uno alla volta i Natali passati, quelli di una volta, quando ero bambina. Tutti mi hanno donato emozioni e ricordi, ma tra i tanti ha lasciato di più il segno quello che ho passato in casa di un fratello di mio papà: lo zio Bepi. Bepi era il terzo figlio, dopo lo zio Armido e mio papà Piero, lo ricordo come la persona più ingegnosa che abbia conosciuto; sapeva fare di tutto, e sbrogliare qualsiasi situazione o problema. Io gli volevo tanto bene, ma gliene ho voluto ancora di più dopo esser stata con lui un Natale. Quell’anno aveva compiuto 50 anni e così aveva pensato di festeggiare il compleanno e Natale in compagnia di chi gli stava più a cuore; aveva però spiegato che sarebbe stata una cena di vigilia “special”. Non si era in tanti, solo i parenti più stretti, e io mi sono subito seduta in tavola vicino ai miei cugini, come loro piena di allegria e contentezza.

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“Prima di cenare vi voglio raccontare una storia” disse lo zio Bepi, e tutti siamo stati zitti ad ascoltare. “Stasera voglio ricordare il Natale del ’44, un Natale di guerra. Mi trovavo in Campo di Concentramento in Germania.

Mi avevano preso i tedeschi dopo l’8 settembre assieme ad altri soldati, io ero di marina. Senza ordini e sbandati, senza sapere cosa fare o dove andare, ci siamo trovati su un treno merci che ci ha condotti al nostro Calvario. Morsi dalla fame e pieni di spavento, ci si trascinava come fantasmi dove ci comandavano di andare, il lavoro ci massacrava e di sera ci si accasciava su materassi bisunti, sfiniti dentro e fuori. Il Campo non era solo una casermona fatta di pietre e filo spinato, era un altro mondo, fatto di gelo e di desolazione, ci si sentiva privati dell’anima e della voglia di vivere.

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Era così giunta la vigilia di Natale, stavamo tutti zitti, parlavamo solo con le nostre memorie, non c’era bisogno di dirsi alcuna cosa, ci si specchiava negli occhi dei compagni, uniti dallo stesso destino, dalle stesse sopraffazioni. Ci sembrava di essere tornati bambini, piccoli, indifesi; ci veniva in continuazione la voglia di piangere. Quella sera di vigilia era peggiore delle altre, la neve aveva imbiancato tutto, nella mia baracca non c’era Presepio, non c’era albero, non c’era una pentola che borbottava sul camino, solo un freddo cane e avevo tanta, tanta fame.

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Non ce la facevo più a stare là dentro e anche se non si poteva, sono uscito a camminare attorno al campo; sentivo il chiasso dei guardiani che facevano festa nella loro dimora e ho visto là per terra sulla neve un mucchietto di bucce di patate. Le ho raccolte, in mezzo c’erano pure due o tre rape, mezze marce: avremmo festeggiato il Natale anche nella nostra baracca! Con quel tesoro in mano sono tornato dentro, abbiamo pulito quel ben di Dio sulla neve e preparato una zuppa. L’abbiamo mangiata piano, piano, quasi con devozione, domandandoci se quello sarebbe stato l’ultimo nostro Natale. Io ho pensato a mia mamma che aveva tutti e tre i figli in guerra e non sapeva quasi nulla di alcuno, ho pensato alla mia casa, alla mia chiesa, al buon odore dell’incenso che si sperdeva nell’aria durante la Santa Messa di mezzanotte e sentivo un groppo in gola che mi soffocava….

la neve

Sono trascorsi i mesi e nella primavera del ’45, sono arrivati gli americani a liberarci. Ricordo solamente che ci raccomandarono di mangiar poco, perché non eravamo più abituati e avremmo potuto star male. Io pesavo 37 chili, ma non mi interessava nemmeno più di mangiare, sapevo solo che avrei potuto tornare a casa, lasciare quel posto, regno di patimenti, lacrime e disperazione. Volevo dimenticare, dimenticare tutto…ma non ne sono stato capace. Ogni anno mi ritorna in mente quel Natale di prigionia e la zuppa di bucce di patate e rape marce.”

Tutti eravamo zitti e ci era passata la voglia di far festa, intanto arrivò la zia e poggiò sulla tavola una zuppiera con la minestra di tortellini, ma prima di versarla versò sul piatto dello zio una zuppa di bucce di patate e di rape fatta a parte, che lui guardò con occhi lustri e cominciò a mangiare dopo essersi fatto il Segno della Croce. La zia spiegò che ogni anno alla vigilia, era quella la sua cena. Non ricordo a chi venne l’idea, ma abbiamo detto tutti di no alla minestra di tortellini, avremmo fatto compagnia allo zio mangiando tutti la zuppa di bucce di patate e rape, in silenzio. I tortellini sarebbero stati mangiati il giorno dopo, ma non avremmo più dimenticato la “cena speciale” dello zio Bepi.”

Ok, Memoria sia!

Ok, basta fuggire. Ti richiamano all’ordine, si aspettano che tu ne parli, il giorno della Memoria e bla bla bla.

Ho sentito i negazionisti, ma ho sentito anche gente comune dire “Uffa, dopo quasi settant’anni ancora a piangere!”.

Ma che ne sanno. Che ne sanno. E se non lo sanno ancora, dopo quasi settant’anni, serve spiegare? Serve ricordare? Davvero una domanda cui non so dare risposta.

Credo che a chi non è coinvolto l’olocausto suoni più o meno lontano nel tempo e nello spazio come i cristiani dati in pasto ai leoni, e in effetti, al di là delle proporzioni, il concetto è lo stesso: uomini su cui incrudelire, considerati cose solo per appartenenza a una categoria piuttosto che a un’altra.

Centinaia di anni e di storia, di cosiddetto progresso, e l’uomo non è cambiato.

Siccome però da sempre succede che a un grande Male si contrapponga un grande Bene, io la memoria preferisco averla per quelli che si sono prodigati per opporsi all’orrore.

Un pensiero a tutti i Giusti, sperando che mai più ci sarà bisogno di eroi ma che, nel caso, non rimarremo inermi.