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Don’t overthink: I’m trying!

Ed eccomi qua, prossima ai 40 giorni di immobilità, ma oserei dire anche guarita e prossima alla libertà.

L’ozio non fa per me, ed è difficile quando si è in queste condizioni non pensare, pensare, pensare… ma a che cosa? Ma alle solite cose ovviamente! La casa ingestibile, la crisi economica che ha colpito l’italia e che sta cadendo anche addosso a me come una tegola che ti arriva dritta in verticale, e le questioni di salute, mie e di mia figlia, e gli amici che ci sono, inossidabili, e quelli che se ne sono andati, indimenticabili, e cosa fare della mia vita, tra le due parti che lottano, quella abulica e quella che vuole assolutamente vivere, e urla e lotta per venire fuori e prendere in mano la sua – mia – vita e la sua – mia – libertà.

Avete presente la storia dei due lupi, quello brutto e cattivo e quello bello e buono? Alla domanda “Chi vince?” il narratore risponde “Quello cui dai da mangiare”.

E come fare allora ad alimentare solo la parte viva di me, quella combattiva, quella che si spezza ma non si piega, e non quella che si è già spezzata? Come togliere la briglia a tutta quell’energia, tutta quella voglia di vivere, come cercare quella dimensione in cui il senso del dovere sia uno stile di vita e non una prigione?

Lotto, e intanto un amico, uno dei fari della mia vita, lotta contro un mostro di male e di nuovo dentro di me è tutto scombussolato, mentre dappertutto, come in una benefica congiura, leggo messaggi di speranza, della forza e capacità di rinascere quando meno uno se l’aspetta, e voglio mordere la vita, voglio vivere, perché chiunque io sia, comunque io sia, qualunque cosa sia stata e qualunque cosa sarà, la vita è adesso, ora e qui, e l’unico momento in cui possiamo essere vivi non è altro che questo e noi no, non ci arrenderemo, noi no, io no.

 

 

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Tienilo, e non avere paura

Stirare il camice di mia figlia mi provoca sempre una certa emozione.

Entrare nella sua stanza e vedere la confezione del fonendoscopio abbandonata là, insieme agli altri duemila impicci, mi dà una strana sensazione del tempo che passa.

Quando rimasi incinta una sola domanda martellava nella mia testa, “E ora come faccio?”. Non era una gravidanza programmata, ma il frutto di una prepotenza di un uomo che non accettava di essere lasciato, o che semplicemente voleva avere l’ultima parola.

La casa ipotecata, con il mutuo alle stelle, l’azienda in crisi, il compagno assente, cioè, presente come stalker ma assente in quando a sostegno di qualsiasi tipo, e la paura tanta, tanta, il pensiero di come farcela era attanagliante, paralizzante, stordente.

Ringrazio il cielo di essere sempre stata contro l’aborto, perché le grandi scelte ideologiche della vita vanno fatte a bocce ferme, quando non siamo coinvolti, perché quando ci siamo dentro poi non ragioniamo più, tutto ci sembra difficile e nero, assolutamente inaffrontabile.

Sono contro l’aborto, ma confesso che in quei momenti ho pensato che una soluzione “spontanea” avrebbe risolto quello che mi sembrava un problema insormontabile. Mi sono pentita subito di quel pensiero, e quando la gravidanza ha iniziato ad essere a rischio l’ho passata su un fianco, imbottita di buscopan, a pregare per quel frugoletto.

Il parto non c’è stato, è rimasto chiuso, sigillato, chiara conseguenza di una volontà di trattenere il bimbo dentro di me, perché dentro di me potevo gestirlo, portarlo dappertutto insieme a me, ma dopo? Come avrei potuto fare?

“Ogni bambino viene col suo panierino”, mi diceva una mia amica, che poi davanti a un bambino la gente si smuove, e questo è vero, ho avuto veramente degli aiuti inaspettati.

In qualche modo sono riuscita a darle tutto, per nido e asilo sono dovuta ricorrere al privato, la fatica è stata tanta, ma continuavano anche a presentarsi soluzioni che nascevano dal nulla:  in qualche modo la scuola è stata sempre pagata, e sempre c’è stato qualcuno all’uscita a prenderla. Abbiamo sempre avuto le scarpe ai piedi e il cibo in tavola (o nel biberon).

Vedo ragazze e donne che si ritengono costrette ad abortire perché ritengono la loro situazione non favorevole, ma quasi sempre sono solo paure, non dico infondate, ma che certo non tengono in considerazione le grandi risorse e le possibilità che la vita mette a disposizione, oltre alla nuova forza che ci è data dalla maternità.

Credo che dovremmo essere tutti un po’ più fatalisti, e avere più fiducia nella vita: il bisogno di avere tutto sotto controllo, di dirigere la vita prevenendo un futuro che nella nostra mente è già fissato e predetto, negativo e ineluttabile, ci toglie grandi possibilità di una felicità che non possiamo tracciare e stabilire a tavolino, ma che la vita ci riversa addosso solo se siamo capaci di uscire dal nostro guscio e andarle incontro.

Aveva ragione il Papa a dire “Non abbiate paura”. Le donne che abortiscono sono quasi sempre donne che hanno paura, semplicemente paura, che sono disperate proprio nel senso stretto di mancanza di speranza, di fiducia in tutto quello che la vita, fuori dal loro controllo, offrirà loro per essere realizzate e felici.

Dobbiamo lasciarlo perdere questo controllo, questa psicopatologia ossessiva del controllo, che ci rende così fragili e pieni di paura. Non ce l’abbiamo il controllo del futuro, tanto vale la pena prenderci tutte le possibilità che la vita ci offre, e un figlio è una possibilità enorme di continuare a vivere in pienezza, gioia, progettualità, e continuare in qualche modo a vivere anche quando, in questo mondo, le nostre uniche tracce saranno nella memoria di chi ci ha amato.

Lo spazzolino e il dottore

 

Mi aveva detto che gli avevano consigliato uno spazzolino morbido, non ricordo il motivo, e si era lamentato che non era facile trovarlo, e che fino ad allora non c’era riuscito.

Da allora, ovunque mi capiti, ho continuato a cercare questo spazzolino, l’ho sempre fatto di cercargli le cose che gli piacciono o che penso possano servirgli, poi quando viene se le prende tutte insieme.

Oggi sono passata in una farmacia molto ben fornita per prendere una cosa per me, e anche qui ho chiesto lo spazzolino. Ce l’avevano, e pure carinissimo (a me gli spazzolini piacciono sfiziosi).

“Quanto costa?”. “Cinque euro e dieci”.

Guardo lo spazzolino e scoppio a ridere, mentre il farmacista mi guarda perplesso. Gli dico che potevo spiegargli il motivo della mia risata apparentemente inopportuna, che lo spazzolino lo stavo cercando per un mio amico che non riusciva a trovarlo, solo che nel frattempo con questo amico avevo litigato, di quelle liti da “non ci parleremo mai più”, e che allora ero indecisa se comprarlo o no, perché avrebbe rischiato di rimanere in un cassetto un tot di anni, prima di finire buttato via. Poi l’ho guardato sorridendo (il dottore, non lo spazzolino) e gli ho detto “Ma sì, lo prendo, per cinque euro, apriamo la porta alla speranza!”

Il dottore sorride a sua volta, e accidenti quanto è carino! Stavolta neanche a dire, come la canzone che vi ho linkato, “magari mi avessi incontrato un poco più pettinato”, perché ero praticamente appena uscita dal parrucchiere.

Pago e me ne vado tutta contenta, hai visto mai il destino… mi sa che da domani aumenterà il mio consumo di integratori e prodotti farmaceutici vari 😉

Una storia – vera – che dà un senso a ciò che annuncia il Natale!

Da fb:

In un periodo di crescenti attacchi terroristici, una storia ottimista: Ofer da Mevasseret Zion e Faiz da Ramallah sono nati con lo stesso difetto cardiaco e sono stati ricoverati nella stessa stanza all’ Hadassah Ein Kerem di Geruselemme. Col tempo hanno imparato a conoscersi e sono diventati buoni amici.

Bambini israeliano e palestinese ospedale

Che le pace sia con noi. Con loro. Con tutti gli uomini di buona volontà.

Il confessionale: ottava storia

Cari amici,

oggi è il due agosto.

Il due agosto, se non erro, è il compleanno di una mia amica. Ex amica.

E’ strano come proprio oggi arrivi, sia pure per altre vie, la “confessione”, o meglio dire, la testimonianza di uno stato d’animo, di pensieri intensi, di dubbi antichi e di nuove certezze, di rabbie giuste, e ancora più giusti ritrovamenti di serenità e pace con se stessi.

Da un po’ di tempo, su questo blog, in qualche modo c’è qualcosa nell’aria che ci ricorda che “la vita è un attimo, e non dovremmo rinunciare mai a tenerci stretti”, ma questo qualcosa finora ha dato tutt’altro che i frutti auspicati.

E’ il due agosto. Quando eravamo in rapporti grandiosi non mi sono mai ricordata del suo compleanno, e invece proprio quest’anno sì, ma proprio non ce la faccio ad alzare la cornetta del telefono, né mi pare opportuno rompere un anno di silenzio con un sms. Non si riprende una comunicazione interrotta con un sms. Beh, neanche si interrompe con un sms, ma c’è chi ci interrompe persino una relazione (pensiero off topic).

La testimonianza di oggi è ripresa da un blog, che a sua volta ha preso origine da un mio post, “Che cosa è giusto?”, ma si può decidere cosa sia giusto di fronte alla sentenza di un medico che mette un paletto al nostro futuro?

Non farò gli auguri alla mia amica, l’impressione in questo momento è di non avere nulla, mai più nulla da dirle però… però…

…però leggete la nostra ottava storia, e pensiamoci tutti una volta in più prima di decidere se veramente non abbiamo nulla da dire, o non abbiamo nulla che vorremmo sentire, prima di…