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I primi e gli ultimi

Mi è rimasta impressa una frase di mia figlia in risposta a qualcuno in una discussione, in cui sottolineava l’amoralità del fatto che, se i primi sgomitavano per essere sempre più primi, gli ultimi di conseguenza sarebbero diventati sempre più ultimi, più esclusi e più reietti.

Il problema non è così facile come potrebbe pensare, perché sarebbe tanto facile dire che nessuno deve rimanere indietro, ma poiché non siamo tutti uguali, e poché oggettivamente non tutti abbiamo le stesse capacità nei vari campi, questa millantata uguaglianza che vorrebbe tutti uguali non è possibile raggiungerla se non tarpando le ali ai migliori affinché tutti razzolino a terra e nessuno sia più su di un altro.

Ecco, la mia domanda è: cui prodest? A chi giova? Quando non avremo più un abile chiururgo, un letterato eccellente, un architetto capace, ma anche un cuoco, un sarto o un muratore, perché nessuno deve rimanere indietro e quindi tutti devono assestarsi al livello dei più incompetenti, incapaci e mediocri, come avremo ridotto la società? Come avremo ridotto la nostra vita, la nostra salute, la nostra quotidianità, la nostra possibilità di miglioramento e di progresso?

Una politica illuminata (che i partiti che in nome dell’uguaglianza promuovono la massificazione e la perdita di identità decisamente non hanno) dovrebbe tendere a facilitare la crescita e il progresso di chi ha le capacità di andare avanti, e del cui talento tutta la società usufruirà, e nel contempo promuovere delle politiche di inclusione per far modo che chi resta indietro possa comunque in qualche modo trovare una propria strada e procedere.

Credo che sia capitato a tutti di vedere persone riuscire davvero male in qualche campo, tanto da sembrare con seri problemi intellettivi, e poi averli visti sufficientemente realizzati o addirittura sfondare in altri campi: io personalmente credo che ognuno abbia un proprio talento, una missione nella vita che è capace di portare avanti più di altri, ma se anche così non fosse, vi pare che affossare i talenti sia la soluzione?

Io credo che si debba cambiare totalmente prospettiva: mettiamo caso che una persona scopra una cura contro il cancro, non sarà forse l’umanità intera a beneficiarne? Ecco la chiave di lettura, noi siamo parte di un’umanità, siamo una squadra, e l’importante è che qualcuno ce la faccia, l’importante è che certe scoperte vengano fatte, certe invenzioni realizzate, ed è nel nostro interesse supportare chi può farcela, perché alla fine il traguardo sarà un traguardo raggiunto da tutta l’umanità.

Sempre nella stessa ottica di “se io stessi al governo”, i più bravi, i più sgobboni, quelli con più talento, che più si rimboccano le maniche, che più hanno acume, quelli li individuerei e sponsorizzerei (non li farei fuggire all’estero…). Per gli altri, ogni sostegno, ogni aiuto possibile, ogni apertura di possibilità alternativa che, badate bene, probabilmente sarà pure pagato/reso possibile dai bravi di cui sopra, non dimentichiamocelo!

E poi, consideriamo anche che, spesso e volentieri, non sono le capacità che mancano, ma la voglia, e voi sapete quanto io abbia diciamo in antipatia, tanto per usare un eufemismo, i parassiti di ogni tipo. Tanto per usare un esempio fatto giusto a mia figlia in questa occasione, un conto è che l’autobus si fermi per aspettare che l’anziano col bastone lo raggiunga (e che il mondo impari a non lasciare iindietro chi ha il passo più lento, che il mondo impari il rispetto per l’anziano e a rimodulare le proprie priorità), un conto è che si fermi per aspettare il tizio/la tizia che passeggiano più o meno sculettando mentre parlano amenamente al telefonino: cocco/a, il mondo non sta al tuo servizio e non si ferma per aspettare i tuoi comodi!

Noi non amiamo i circoli esclusivi, ci piacciono quelli inclusivi, ci piace la solidarietà, la fratellanza, etc. etc. etc., ma non ci piacciono neanche i carrozzoni di gente che vive a bilancino, che intende vivere a carico del prossimo perché lavorare stanca e vai avanti tu che mi vien da ridere.

Sono stata una prima della classe che non ha mai fatto copiare? Ebbene sì, lo sono stata, e vi confesso che, tornando indietro, farei esattamente la stessa cosa. Sono stata una persona preparata che ha sempre aiutato gli altri a superare le proprie lacune e che ha messo a disposizione il proprio tempo e il proprio impegno per aiutare gli altri ad andare avanti? Sì, lo sono stata, e ho sempre continuato a esserlo.

Tutti conosciamo la massima “Se dai un pesce a un uomo lo sfami oggi, se gli insegni a pescare (*) l’avrai sfamato tutta la vita” e io ho sempre insegnato a pescare, ma il mio pesce, pescato con fatica mentre tu te ne stavi in panciolle dondolandoti al sole, se permetti non te lo do: ripeto, gli scanzafatiche/parassiti/lavativi/fancazzisti io proprio non li mando giù!

(*) magari un primo pesce sì, si dovrà pure rimettere in forze per poter iniziare a pescare!  😉

Essere soli e stare soli

“Mamma, sono tornati i vicini?”.

“Non ancora”.

“Che peccato, quanto mi dispiace!”

“E perché mai? Neanche stai qua, che ti cambia?”.

“Almeno tu avresti avuto un po’ di compagnia, potevi fare due chiacchiere con la vicina…”.

***

A volte mi chiedo come faccia chi mi sta intorno e mi conosce da una vita a non capire un accidente di me: se c’è una cosa di cui non sento nessun bisogno è la compagnia appiccicaticcia, il vuoto riempito con chiunque, l’invasione dei propri spazi senza che sull’altro piatto della bilancia ci sia un riempimento vero di contenuti, di empatia, di reale comprensione e sostegno.

Io non soffro la solitudine, io soffro il fatto di essere sola, e non è assolutamente una contraddizione.

Quando io sto sola mi riprendo il mio spazio, il mio tempo, incomincio a smaltire tutto l’arretrato (sempre troppo!), magari mi avanza pure il tempo di dedicarmi a qualcosa che m interessa, che sia un gioco o una lettura o un’altra cosa qualsiasi.

Lo stesso discorso mi fanno per gli uomini: “ma prenditi qualcuno, pure solo per compagnia!”. E certo, abbiamo l’animale domestico da compagnia! Io non ho bisogno di qualcuno che mi riempia il vuoto, vuoto che peraltro non c’è, io vorrei qualcuno che mi sostenesse, qualcuno capace, con cui condividere impegni e progetti, quello che mi manca è qualcuno che abbia a cuore la mia felicità, e che per quella s’impegni, qualcuno con cui sognare e progettare. Se devo avere un peso morto giusto perché riempie il vuoto, grazie tanto ma mi leggo un libro, che ha pure il vantaggio di non darti il sovraccarico di lavoro domestico.

Sto sola da un punto di vista “fiscale” da vent’anni, in realtà da trenta, a pensarci meglio da tutta la vita. “Datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo” e io questo punto d’appoggio non l’ho mai avuto, anzi, sembra che attiri come una calamita persone che vorrebbero fare di me il proprio appoggio, prendere e risucchiarmi senza neanche una minima intenzione di reciprocità.

E a fronte di tutto questo mia figlia, che potrebbe e dovrebbe essere un sostegno, visto che ormai adulta ce l’ho fatta, invece di lavarsi una tazza, invece di prendersi a cuore un problema domestico qualsiasi, invece di prendersi carico, che so io, di inviare la lettura di un contatore o andare a pagare una bolletta, che cosa auspica per me? Che la nuova vicina, completamente estranea, mi dia chiacchiera.

E’ proprio vero, meglio essere cornuti che non capiti!

Grazie

Io, l’ho guardato fino in fondo. Perché se è giusto dire “O è Natale sempre o non è Natale mai”, o l’amore per il prossimo, la fratellanza, si testimonia quotidianamente, o il Natale non ha senso, a maggior ragione è giusto per la Memoria, perché la testimonianza di quale abbrutimento possa raggiungere l’essere umano non si può fermare al 27 gennaio, perché ogni giorno dobbiamo ricordarci come si debba e ci si possa opporre alla disumanità, come si possa essere diversi anche nelle situazioni può ostili e più drammatiche, ma di come sia opportuno vigilare affinché, alle situazioni ostili e drammatiche, non ci si arrivi.

Grazie dunque a quelli che, durante la guerra, si opposero al progetto di sterminio, rischiando, e spesso dando, la propria vita in difesa di ogni essere umano. Grazie non solo ai grandi uomini passati alla storia, ma a ogni famiglia, ogni cittadino che ha coperto, nascosto, sfamato i propri fratelli perseguitati.

Grazie a chi anche oggi, quotidianamente, si oppone al pregiudizio, a chi non permette che qualcuno venga discriminato, straniero, omosessuale, povero  o diverso per un qualsiasi altro motivo. Sarà pure compito dello Stato, come recita la nostra mai applicata Costituzione, rimuovere gli ostacoli etc. etc., ma è anche compito di ognuno di noi vigilare acciocché nessuno rimanga solo o isolato, discriminato, additato sulla base di una qualsivoglia diversità o un qualsivoglia pregiudizio.

Grazie alle menti pensanti che, in tutte le epoche della storia, hanno sempre contribuito a riscattare le popolazioni dall’oscurantismo in cui, ciclicamente e regolarmente, ricadono.

Il racconto di Natale

racconto_natale

Uffa. Era ancora lì, a tentare di scrivere quel racconto di Natale che il suo editore continuava a chiederle: e che, si scrive a comando? E poi era nervosa, cominciava a far parte della categoria di quelli che il Natale lo cancellerebbero dal calendario.

Suo marito se n’era andato. No, non era un mascalzone, non aveva trovato un’altra. Piuttosto, era lei ad aver trovato un’altra.

Da tempo, troppo tempo, era tiepida con suo marito, non sapeva neanche lei a cosa attribuirlo. Poi, all’improvviso, aveva capito. All’improvviso le era diventato chiaro che quell’ammirazione che nutriva nei confronti di qualche amica, di qualche donna, per stile, eleganza, charme, cultura, carisma, modalità di movimento e ammiccamento, e chi più ne ha più ne metta, non era ammirazione: era attrazione.

Aveva tentato allora di soffocare questi suoi sentimenti, ci aveva provato con tutte le sue forze, aveva tentato di cambiare suo marito affinché diventasse più attraente, lo aveva fatto dimagrire, smettere di fumare, gli aveva fatto crescere la barba, poi tagliarla, poi i baffi, e poi no… e il pover’uomo si era rassegnato a tutto, per vederla felice, per riaccendere in lei un desiderio, per risentirsi uomo…

Eh sì, perché lui non era di quelli che risolveva altrove il problema, lui amava sua moglie, i suoi figli, credeva nella famiglia, era fedele.

Stavano preparando insieme l’albero di Natale, quell’8 dicembre. Lei era sulla scala, e mentre lui le passava il puntale lei lo aveva guardato e gli aveva detto: “Non dipende da te”.

“Che cosa?”.

“Che… che… insomma, dai, che non stiamo più insieme”.

Lui aveva abbassato gli occhi, mortificato, con un senso di inadeguatezza che a lei era passato per la schiena come un brivido gelido.

“Non sei tu, sono io. Penso di essere… di essere…”

abbassò gli occhi e sussurrò: “di essere gay”.

Le lucine dell’albero, quelle rosse, si accesero quasi per stupore. E poi le gialle, verdi, bianche… il Natale era alle porte.

Il Natale era alle porte, e lui l’avrebbe trascorso da solo. Certo, da solo, non era da lui essere fuori posto, essere dove lui non era gradito, essere di troppo, e troppo era il tempo da cui provava questa sensazione di incredulo disagio, da cui sperava però di uscire, che si aprisse uno spiraglio di luce, che le loro braccia si riallargassero all’antica intimità e all’antico calore.

Era stato lacerante per lei vedergli preparare le sue cose e accatastarle accanto alla porta. Avrebbe voluto abbracciarlo, stringerlo forte, piangere sulla sua spalla, asciugare le sue lagrime e dirgli “Resta! Resta, questa è casa tua. Resta come padre, come figlio, come fratello, non più come marito ma che importa, non è necessario che tu vada!”.

Le parole le morivano in gola. Sapeva che lui non avrebbe mai accettato, e non tanto per orgoglio, quanto per l’amore che le portava, che non gli avrebbe permesso un ruolo diverso: era il suo uomo.

Se ne andò, gli fece gioco avere a disposizione la casa di sua madre, vuota ormai da tempo, che a causa della crisi economica non era riuscito ancora a vendere: o forse in cuor suo prevedeva che gli sarebbe servita?

Si trasferì lì, nella sua vecchia stanza da bambino prima, ragazzo poi, nonostante l’abitazione fosse molto ampia e gli avrebbe permesso soluzioni ben più confortevoli.

Aprì l’armadio per cercare le lenzuola con cui rifarsi il letto, e una coperta o due, che faceva freddo.

A un angolo dell’armadio, a sorpresa, ritrovò il suo vecchio orsacchiotto, dalla pezza ormai consunta, quell’orsacchiotto che gli era stato così vicino quando lui, era appena all’asilo, aveva perso il suo amico più caro, riversatosi così, sul banco di scuola, senza avere mai saputo il perché.

Rupert, così aveva chiamato il suo orsacchiotto, era diventato per lui all’improvviso un essere animato, che a lungo aveva preso il posto dell’amico perduto.

Sorrise mestamente pensando: “Ah, ma una moglie perduta non la puoi sostituire, e poi alla mia età non si sostituisce più nessuno con la fantasia!”.

Poi lo riguardò, gli balenò nella mente in un momento tutta la sua vita, la loro vita, e le ultime parole che la moglie gli aveva detto, e realizzò che no, non l’aveva perduta, che ora più che mai lei aveva bisogno di lui. Lei aveva avuto il coraggio di dirlo a se stessa, e poi a lui, ma c’erano ancora i figli, la famiglia, il mondo intero! Non l’avrebbe lasciata sola in quel frangente, lui era il suo uomo, si era impegnato davanti a Dio ad amarla, onorarla e proteggerla: quello aveva sempre fatto e quello, certo, avrebbe continuato a fare! L’avrebbe aiutata a ritrovare la sua vita e poi… e poi la vita, in qualche modo, l’avrebbe aiutato a ritrovare se stesso.

Montò in macchina e si precipitò da lei, che era fissa a guardare quel foglio con gli occhi umidi, doveva scrivere quel maledetto racconto, macché Natale, quello sarebbe stato il peggior Natale della sua vita, aveva spezzato il cuore a lui, all’ultima persona che lo meritava, lo avrebbe spezzato al resto della sua famiglia e poi? Poi per che cosa? Che cosa, che cosa avrebbe potuto portarle ormai quel maledetto Natale, qualle maledetta vita, quel maledetto amore che mai avrebbe potuto vivere alla luce del sole?

Lui suonò il campanello, e aspettò un po’. Poi udì un passo trascinato che stentò a riconoscere: era cambiato tutto, ma cambiato non significa finito.

Lei aprì la porta, e se lo trovò davanti, con una piccola valigia. “Ho fatto un lungo viaggio” le disse, “mi ospiteresti, sorella, compagna dei momenti più belli della mia vita,  e splendida madre dei miei figli?”.

Lei scoppiò a piangere, e lo abbracciò, si abbracciarono così a lungo che sembravano essere diventati, essere tornati ad essere, una cosa sola. Poi lui le sollevò il viso, la guardò negli occhi e le disse: “Ti aiuterò, finché ne avrai bisogno. Diciamo che questo è il mio regalo di Natale”.

Lei si asciugò gli occhi, sorrise, e poi si diresse alla scrivania a riprendere il suo lavoro. Iniziò a scrivere il suo racconto di Natale a partire dalla dedica pensando, con il cuore nuovamente aperto alla gioia, “e questo sarà il mio”.

(Diemme, 1/12/2014)

Ecco, questo è il mio racconto. Nella dedica che lei farà al marito, col cuore gonfio d’amore (in senso universale), posso immaginare parole come queste, splendide, di questi versi del nostro Enrico.

Tempo Prezioso

Scende la sabbia lenta nella mia clessidra
grano dopo grano il tempo andato osservo.

Tra i granelli anche qualche scaglia d’oro:
quelli i giorni che insieme a te trascorsi.

(Enrico Rebora)