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Un uomo

Tanti anni di solitudine, tanti.

Più che di solitudine dovrei dire di singletudine, perché la solitudine non l’ho sofferta, tutt’altro, ho sofferto di più la mancanza di spazi privati, di tempo per me, del mio giardino segreto.

Non ho sofferto la solitudine perché comunque ho mia figlia che mi riempie la vita, perché ho mille impegni, ho tanti amici, e in più sono una lettrice accanita e i libri non ti lasciano mai solo.

E poi, diciamocelo, forse in fondo sono anche una solitaria, una che per i fatti suoi non solo ci sta benissimo, ma ha proprio il bisogno fisico di starci ma…

ma…

il troppo storpia.

In questi anni, di fronte ai quali la gente, morbosa, si poneva una sola domanda, solo una mia amica ha posto la domanda più sensata, quella azzeccata, che è andata dritta al punto: “Ma tu non hai nessuno che ti supporti? Nessuno che condivida con te una responsabilità, un problema, che ti dica: ‘Non ti preoccupare, ci sono io!’ ?”.

No, non ce l’ho. Probabilmente non ce l’ho mai avuto, neanche da bambina, salvo rarissime eccezioni in periodi tragicamente circoscritti.

Non l’ho avuto e mi manca, mi manca tanto. Ecco, così ve l’ho detto.

Fino a qualche mese fa, anche se ne soffrivo, la presenza stalkerante ed energivora di Attila mi svuotava anche del tempo per pensare e comunque di ogni energia vitale per pensare pure di fare un giro di palazzo, ma ora che finalmente non lo incrocio più e sono tornata alla normalità devo dire che questa normalità ha riportato alla luce la mancanza di una condivisione, di una progettualità comune, di qualcuno con cui poter dire “Perché non facciamo questo?”, che sia l’organizzare una vacanza o la ristrutturazione di un ambiente, l’acquisto di un mobiletto o anche semplicemente la spesa per decidere cosa fare per cena.

Sento come un buco nel cuore, che neanche fa male per la verità ma, come dire, non ci dovrebbe stare, è come se ci passasse il vento, una vita non protetta dagli spifferi, non protetta da nulla a dirla tutta.

Ho passato quest’ultima battaglia, del lavoro, e pare che le cose stiano andando per il verso giusto, ma certamente me la sono smazzata tutta da sola.

Mi ricordo una mia amica, nella stessa situazione, cui il marito diceva “Non ti preoccupare, in qualche modo faremo, mi prenderò un secondo lavoro, un terzo, magari smetterò di fumare e mi muoverò coi mezzi pubblici, vedrai che ce la faremo”.

A me non l’ha detto nessuno.

Probabilmente ce l’ho fatta, probabilmente. E mi sono buttata su una poltrona, con gli occhi gonfi di lacrime, per allentare la tensione.

Sono giorni che chiedo a mia figlia di andare a mangiare fuori, ma lei ha altri orari e altre esigenze.

E non mi va di andarci con gli amici, non è il momento, non è lo stato d’animo adatto.

Vorrei andarci con le persone coinvolte in questa storia, quelle con cui l’ho vissuta e sofferta.

E allora mi guardo allo specchio, mi asciugo un’ultima lacrima, e poi vado a dormire.

Di famiglia e di errori

Non so neanche io quello che voglio dirvi, solo che sto a casa e ho un sacco di tempo per pensare, il che non va bene.

Parlavo dell’apprezzamento della salute proprio poco tempo prima, quando una persona mi chiedeva come stavo e rispondevo che oramai sono diventata zen, che quando mi alzo la mattina e cammino con le mie gambe, vedo coi miei occhi e parlo con la mia bocca già so di essere fortunata. Parlavo – genericamente – della perdita della salute con una persona che mi diceva come, davanti alla malattia, una riveda le proprie priorità, e gli rispondevo che io la salute l’ho sempre apprezzata, e non avevo bisogno di prove per capirne l’importanza.

Poi un attimo, parcheggio la macchina, vado a prendere l’autobus per andare al lavoro, inciampo e finisco a terra, e per un po’ camminare con le proprie gambe non è stato più possibile..

Il problema non è stata neanche tanto la caduta in cui sì, mi ero rotta senza rendermene conto un osso, il problema è stato non chiamare soccorso. Qualsiasi essere con un minimo di rispetto per se stesso avrebbe chiamato l’ambulanza, ma io no, solitudine e dovere, tra il pensare a chi potesse soccorrermi e non venirmi in niente nessuno e la pressione del dovere, dei tempi che scadevano, della cosa che stavo per fare che sarebbe dovuta concludersi entro l’indomani mi sono rimessa in piedi, rischiano la catastrofe, la menomazione permanente.

Fare tutto da soli, non essere abituati a chiedere aiuto, può essere un’arma a doppio taglio.

Vi risparmio tutto lo strazio successivo, e il confronto con un’amica che, per motivi diversi, è anch’ella temporaneamente inabile.

Il discorso è subito andato a finire sulla famiglia, la necessità di averne una, grande supporto per ogni membro e spina dorsale della società.

Secondo me nessuno dovrebbe vivere solo, mi è sempre piaciuta quell’immagine delle grandi famiglie, quelle in cui gli anziani vivevano con figli e nipoti, e i figli a casa non erano mai soli, e seppure la mamma lavorava c’erano sempre fratelli, nonni e a volte pure i bisnonni. Il posto a tavola, aggiunge mia madre, non si vuotava ma, c’era sempre il nuovo arrivato a prendere il posto di chi aveva concluso il suo viaggio.

Oggi siamo soli, di una solitudine straziante. Siamo soli perché abbiamo un concetto distorto di rapporto usa e getta, in cui non si costruisce nulla se non un effimero piacere temporaneo. Non facciamo figli, se lo facciamo è figlio unico, e se la crisi economica non farà emigrare noi farà comunque emigrare lui.

Si abita dove capita, spesso lontano da dove si è nati e cresciuti, lontano dalla famiglia d’origine, che si assottiglia e sparpaglia sempre più.

Io, pur essendo una persona “assennata”, mi rendo conto che di errori nella vita ne ho fatti davvero tanti, e forse proprio l’assennatezza mi ha reso più impreparata alla vita.

Il primo errore (si fa per dire) è stato il matrimonio. Io non credo ai matrimoni d’amore, semmai credo ai matrimoni “con” amore, ma il matrimonio consiste nel legare la nostra vita a quella di un’altra persona, che si presuppone possa essere adeguato compagno di viaggio, e quindi condividere con noi ideali e progetti: non ci si sposa perché “ci si ama”, ci si sposa perché s’intende realizzare un progetto famiglia.

Con mio marito non condividevo né ideali né progetti, o forse gli ideali sì, ma evidentemente non erano sufficienti. Dicono di lui che sia stata la persona più vicina a me e quella che mi abbia più capita e amata, ma la verità è che, per il solo fatto che io avrei voluto una marea di figli e lui neanche uno, sarei dovuta scappare mille miglia lontana prima di subito. La verità è che per me il matrimonio era condivisione, per lui era continuare a fare la vita di prima, senza porsi il problema di rendere felice la persona che aveva accanto e costruire con lei qualcosa.

L’espressione “famiglia mononucleare”, che oramai è una triste e oggettiva realtà sociale, è per me un pugno allo stomaco, ma andiamo avanti.

Il secondo grande errore della mia vita è stato non mettermi mai al primo posto: in Israele c’è un detto che recita “Se non ho me stesso, chi ho?”. Io per prima dissi a una mia amica, a proposito del suo comportamento nei confronti degli uomini, “se tu ti proponi come zerbino, mi dici un motivo per cui non dovrebbero pulircisi i piedi?”.

Lei mi disse che questa mia osservazione fu per lei illuminante, e che cambiò registro riuscendo effettivamente a costruire una relazione felice e appagante, ma perché non adotto per me stessa i consigli che do agli altri?

“Ce la faccio da sola” è stato sempre il mio modus vivendi: quando il figlio di una mia amica, per me praticamente uno sconosciuto, si ruppe entrambe le braccia, io passai le giornate in ospedale ad accudirlo (la madre era anziana e comunque non guidava), ma ora che è servito a me, chi ho avuto?

Quando si fece male mia madre io abitavo in un’altra città, e prendevo una corriera e due autobus ogni volta per andarla ad aiutare, ma ora che seve a me, chi ho?

E’ perché mi mostro indipendente e la gente – a cominciare dalla pargola – non si rende conto che anch’io ho bisogno?

D’altra parte non sono il tipo di donna che cade in deliquio chiedendo “Svengo, aiutatemi, me misera me tapina, come farò?”: si può cambiare alla mia età? Voglio cambiare? E’ quella l’unica direzione in cui si può cambiare?

E continuo a sognarmi in una casa grande, con un compagno e tanti figli, genitori, etc. etc. etc., con una mia stanza in cui poter godere di un po’ di tranquillità, ma dove basti aprire la porta della stanza per ritrovare tutto il calore e il supporto della famiglia.

Quando facevo servizio in una casa famiglia, in cui ogni mamma con il proprio figlio stava in una stanzetta anche piuttosto piccola e aveva il bagno all’esterno condiviso con un altro nucleo, vedevo questi bambini uscire dalla propria stanza e ritrovarsi immediatamente nel salone insieme agli altri bimbi, e ho subito riflettuto su come questi bambini, pur nella loro condizione difficile, non fossero mai soli, mentre mia figlia ha sofferto una solitudine indicibile.

Ecco, mi fermo qui, vi lascio questi miei pensieri in libertà.

Essere soli e stare soli

“Mamma, sono tornati i vicini?”.

“Non ancora”.

“Che peccato, quanto mi dispiace!”

“E perché mai? Neanche stai qua, che ti cambia?”.

“Almeno tu avresti avuto un po’ di compagnia, potevi fare due chiacchiere con la vicina…”.

***

A volte mi chiedo come faccia chi mi sta intorno e mi conosce da una vita a non capire un accidente di me: se c’è una cosa di cui non sento nessun bisogno è la compagnia appiccicaticcia, il vuoto riempito con chiunque, l’invasione dei propri spazi senza che sull’altro piatto della bilancia ci sia un riempimento vero di contenuti, di empatia, di reale comprensione e sostegno.

Io non soffro la solitudine, io soffro il fatto di essere sola, e non è assolutamente una contraddizione.

Quando io sto sola mi riprendo il mio spazio, il mio tempo, incomincio a smaltire tutto l’arretrato (sempre troppo!), magari mi avanza pure il tempo di dedicarmi a qualcosa che m interessa, che sia un gioco o una lettura o un’altra cosa qualsiasi.

Lo stesso discorso mi fanno per gli uomini: “ma prenditi qualcuno, pure solo per compagnia!”. E certo, abbiamo l’animale domestico da compagnia! Io non ho bisogno di qualcuno che mi riempia il vuoto, vuoto che peraltro non c’è, io vorrei qualcuno che mi sostenesse, qualcuno capace, con cui condividere impegni e progetti, quello che mi manca è qualcuno che abbia a cuore la mia felicità, e che per quella s’impegni, qualcuno con cui sognare e progettare. Se devo avere un peso morto giusto perché riempie il vuoto, grazie tanto ma mi leggo un libro, che ha pure il vantaggio di non darti il sovraccarico di lavoro domestico.

Sto sola da un punto di vista “fiscale” da vent’anni, in realtà da trenta, a pensarci meglio da tutta la vita. “Datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo” e io questo punto d’appoggio non l’ho mai avuto, anzi, sembra che attiri come una calamita persone che vorrebbero fare di me il proprio appoggio, prendere e risucchiarmi senza neanche una minima intenzione di reciprocità.

E a fronte di tutto questo mia figlia, che potrebbe e dovrebbe essere un sostegno, visto che ormai adulta ce l’ho fatta, invece di lavarsi una tazza, invece di prendersi a cuore un problema domestico qualsiasi, invece di prendersi carico, che so io, di inviare la lettura di un contatore o andare a pagare una bolletta, che cosa auspica per me? Che la nuova vicina, completamente estranea, mi dia chiacchiera.

E’ proprio vero, meglio essere cornuti che non capiti!

E m’accompagno da me

***

Chi mi segue da tempo sa che ci sono stati nella mia vita momenti – diciamo piuttosto periodi – duri, e alcuni mi hanno davvero segnato. “Datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo”: forse questo punto d’appoggio m’è mancato sempre, per questo certe volte crollo, la mancanza di terra sotto i piedi è uno degli stati d’animo con cui ho più dimestichezza.

Scoramento, mancanza di motivazione e di forze, la sensazione di essere risucchiata in un vortice e l’appello alle ultime forze per evitare questo risucchio.

Un urlo strozzato nel cuore, e spesso ricorro alla musica: in passato, sdraiata in penombra sul divano, solo musica classica mentre ora, con l’avvento della nuova tecnologia di youtube, cerco anche musiche sedicenti armonizzanti, sedicenti energizzanti, sedicenti zen, sedicenti liberatrici dei chakra. Poi, se il meteo m’assiste, cerco di stare al sole, di camminare, di fare.

Il mio ex marito diceva che non si può curare un tumore con un’aspirina, ma io continuo a prendere aspirine (metaforicamente parlando), cerco di non indulgere in pensieri tristi, di alzare la testa – nonostante il suo peso – e andare avanti.

E m’accompagno da me.

Il 56° San Valentino aspettando il primo amore

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E così è trascorso il mio 56° San Valentino senza un Valentino accanto (o Marco, Franco, Alessio, etc).

Io ci ho scherzato ieri, che ero anche in ferie, sul fatto che mi stavo godendo i miei amori più grandi: la libertà e la sua più grande antagonista, mia figlia (per ora continuo a tradire la prima a vantaggio della seconda, còre de mamma ❤ ).

Davvero il problema è che io sia troppo esigente? Non credo proprio. Piuttosto il problema è un altro: quando sono stata corteggiata da personaggi di ceto sociale piuttosto elevato mi sono venuti i complessi, quando lo sono stata dai coetanei mi scattava l’istinto materno e poi, alla fine, temo che quello che ha avuto sempre la meglio sia stato lo spirito della crocerossina.

La mia amica Lucia notava che gli uomini che ho avuto accanto sono stati sempre tutti di bella presenza, Attila compreso (beh, almeno quello!), ma certo è un dato di fatto che ha avuto il sopravvento sempre l’essere attratta da qualcuno che avesse bisogno di me, praticamente, qualcuno da aiutare (e la forte propensione alle relazioni d’aiuto è sempre stata evidente sia nel lavoro sia nell’attività di volontariato, e l’amore non ha fatto eccezione).

Inutile dire che il tempo non lavora a mio favore: 30 kg di troppo e una vita monastica non offrono troppe occasioni alla vita, anche se zen people e astrologi vari continuano a sostenere che tutto è destino, tutto è scritto nelle stelle, e il partner destinato piove dal cielo, qualunque sia la vita che conduciamo: beh, che dire, per la Pdf è stato così, con la sottoscritta nel ruolo di strumento della Provvidenza, come nelle migliori tradizioni.

“Ma” mi rimprovera sempre Lucia “come fai a sapere che una persona non può andare se prima non provi?”. Può pure avere ragione, ma l’idea di “provare” una persona da cui non sia attratta, che non mi intrighi e, diciamolo pure, che io non stimi, non mi attira affatto.

E poi c’è anche il fatto che sono rimasta tanto ma tanto scottata, e si sa che chi è rimasto scottato dall’acqua calda ha paura anche di quella fredda (o, come si dice altrove, chi si è bruciato soffia pure sul ghiaccio).

Insomma, eccomi qui, col rimpianto della solitudine e in continua fuga da chiunque si accosti pure solo per offrirmi un caffè.

Comunque oggi è san Faustino, festa dei single, e quindi festeggio!

***

La mia idea di amore:

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