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Telefonare è maleducazione?

Parlavamo con una persona relativamente al telefonare, e lei mi diceva che preferisce mandare messaggi perché telefonare è maleducazione. Ma come? Una volta telefonare era un modo per dimostrare attenzione, affetto, e proprio educazione! I genitori – ma non solo loro – rimproveravano “Non fai mai una telefonata!” e persino Baglioni cantava “E questi figli che non chiamano mai”. E dagli amici, non siete forse mai stati rimproverati perché non vi facevate sentire? Una mia conoscente mi diceva “Sei l’unica che chiama disinteressatamente, semplicemente per sapere come sto”.

Certo, prima non esistevano Messenger, Whatsapp e altre diavolerie, ma insomma, addirittura passare da segno di affetto e cortesia a forma di maleducazione ce ne corre!

Mia madre è sempre stata controcorrente, lei il telefono lo odia da sempre, lo ritiene “una persona maleducata che abita in casa con te e ti disturba nei momenti più inopportuni” (oddio, forse ora che è anziana e sola un po’ idea l’ha cambiata…), e bisogna pure dire che i call center (e a me pure Attila) ce l’hanno fatto odiare, perché un conto è interrompere quello che stai facendo (ammesso e non concesso che tu stia facendo qualcosa) per sentire una persona amica con cui fare due chiacchiere piacevoli – o comunque ricevere una qualche comunicazione d’interesse, un conto è essere bombardati da numeri sconosciuti, potenzialmente anche truffatori: che poi, quelli di questi call center, prima erano soprattutto insistenti, ora stanno via via diventando sempre più maleducati e sbattono il telefono in faccia non appena cominci a far presente che non sei interessato.

Tornando a bomba, questa persona – giovane – mi diceva che preferiva mandare un messaggio ma, come diceva giustamente il mio capo, i messaggi non valgono come comunicazioni, perché non puoi mai sapere se sono arrivati e se sono stati letti, e infatti io mi regolo che per messaggio mando solo le comunicazioni poco urgenti, per esempio gli auguri, e certo non farei come una mia amica che mi scrisse un sms chiedendomi di far scorrere l’acqua che arrivava assetata, sms letto circa due giorni dopo se non di più.

Ultimamente un amico, che mi avrebbe fatto molto piacere sentire, ha avuto la pessima idea (pessima per me, perché si dice che sia invece indice di buona educazione) di far precedere la telefonata da un sms, sms visto da me solo alcune ore dopo, quando oramai il momento magico per poter telefonare era passato.

Ancora, una vecchia blogamica mi inviò un messaggio per avvisarmi che sarebbe venuta a Roma, e lo mandò a un telefono dismesso che consulto ogni morte di Papa, per cui quando lo lessi lei era già venuta e andata senza aver ricevuti cenni di vita da parte mia: insomma, pensatela come volete, per me il messaggio è inaffidabile, e se avete urgenza di comunicare qualcosa, per quanto mi riguarda chiamatemi, e fatelo pure squillare tanto ‘sto telefono!

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Il giallo e il blu

Massimo Ballerini - Mare giallo e blu

Massimo Ballerini – Mare giallo e blu

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Quello dei colori mi è venuto in mente discutendo con mia figlia sulla questione dei cosiddetti diritti degli omosessuali.

Lei è quella liberale pseudoprogressista dagli slogan “dove c’è amore c’è famiglia”, frasi che secondo me lasciano il tempo che trovano, mentre io sono per tutti i diritti umani degli omosessuali, a essere rispettati, a non essere discriminati (nel senso di non essere giudicati persone di serie B), a vivere alla luce del sole, a vedere tutelata la propria posizione di coppia quando questa esiste, e che il sentimento che lega una coppia omosessuale venga considerato, com’è, lo stesso identico sentimento, nel bene e nel male, che lega una coppia etero.

Ma per il matrimonio no, mi dispiace, sapete come la penso, non ci sto. Ovviamente il mio pensiero è legato al fatto che per me l’unione matrimoniale è imprescindibilmente legata alla procreazione, così è nato (questo era il fulcro della discussione con mia figlia) e così ha ragion d’essere. Un tempo la moglie sterile veniva ripudiata (e la piccola obietta: “I tempi sono cambiati!”), e a una coppia che conosco personalmente è stato concesso l’annullamento dalla Sacra Rota perché – almeno così mi è stata raccontata – all’atto del matrimonio lui non aveva intenzione di avere figli, il che rendeva quel matrimonio nullo (nonostante poi il figlio ci fosse stato, e ben prima della richiesta di annullamento).

Lei replica che io mi sto riferendo alla religione cattolica, che non ha l’esclusiva del matrimonio, e io ribatto che anche nelle tribù il matrimonio, magari celebrato dallo stregone, ha sempre avuto come fine la procreazione, con tanto magari di dono di statuette della fertilità.

Quello delle antiche tribù non le è sembrato un grande esempio, assolutamente inadeguato alla civiltà e al progresso.

E’ stato in quel momento che mi è venuto l’esempio dei colori: la società si evolve, è vero, ma se si evolve al punto che le cose vengono completamente stravolte snaturandone il significato iniziale, è giusto pure prendere atto che sono “altro” dal progenitore. Insomma, l’automobile si chiama automobile, anche se è un’evoluzione della carrozza, sarebbe assolutamente improprio continuarla a chiamare carrozza, e infatti nessuno lo pretende.

Abbiamo parlato del matrimonio civile che è altro dal matrimonio religioso (e questo non è vero, è nato con delle lievissime varianti rispetto al matrimonio religioso, ma sempre di matrimonio si trattava, almeno fino a un certo punto).

Secondo me, non con il divorzio, che per gravi e giustificati motivi esiste anche in molte o in tutte le religioni, ma col divorzio “perché sì” c’è già stato un notevole snaturamento del matrimonio (che secondo me ha portato pure allo smantellamento della famiglia cosiddetta tradizionale, colonna portante della società che al momento, dobbiamo ammetterlo, un po’ allo sbaraglio è).

“Mamma, il mondo va avanti, le cose cambiano!”.

Certo che cambiano, ed è pure cosa buona e giusta che sia così ma, se io ho un colore che si chiama giallo e ci aggiungo una goccia di blu, questo produrrà una nuova sfumatura di giallo, un colore diverso, ma pur sempre giallo. Se io ne aggiungo un’altra goccia, probabilmente si otterrà lo stesso risultato, ancora un giallo ma di un tono diverso.

E’ solo che, aggiungi e aggiungi, a un certo punto bisognerà prendere atto che il nuovo colore si chiama verde, e che chiamarlo ancora giallo è improprio e privo di qualsiasi senso, e se questa volete chiamarla omofobia, direi proprio che allora non è solo il termine “matrimonio” a essere usato in maniera impropria!

Caro governo, voglio (volere) pagare le tasse

pagare-le-tasse

Beh, io la mia nazione me la immagino civile. Noi siamo figli dell’impero romano, e c’inglobammo pure la Grecia, con tutta la sua arte e la sua filosofia, e con tutta la sua coscienza civica: insomma, le carte in regola per essere una nazione civile le abbiamo tutte.

Abbiamo tutte le carte in regola per essere la nazione della “mens sana in corpore sano”, una nazione che metta istruzione e sanità al primo posto. Una nazione che si riconosca nello spiegamento di forze per l’educazione dei suoi cittadini e per la loro salute.

Uno stato che assista i deboli, e dia ai forti la possibilità di essere sempre più forti, per poter contribuire di più alla loro nazione, ed essere sostegno di chi forte non è.

Voglio pagare le tasse. Voglio essere felice di pagarle, perché so che con queste e grazie a queste la mia nazione diventerà un luogo migliore. Perché le scuole saranno più attrezzate e moderne, e soprattutto più sicure. Perché gli ospedali saranno più attrezzati ed efficienti, e distribuiti in maniera più capillare. Perché i più deboli verranno assistiti. Perché gli ammortizzatori sociali non permetteranno più che un uomo disperato si tolga la vita.

Io, come cittadina sana, in grado di produrre reddito, in grado di contribuire a rendere questa nazione migliore, voglio farlo.

Ma voi, che siete chiamati ad amministrare i nostri soldi, questo è l’uso che ne dovete fare. E invece voi, sedicenti amministratori, che vi buttate a capofitto nei nostri soldi come maiali in un trogolo, e li risucchiate disonestamente, voi che ne fate man bassa per i vostri porci festini, per i vostri porci comodi, per le vostre porcate di ogni tipo, unite alla vostra inefficienza che causano sprechi di ogni sorta, con quale spirito pretendete che ci facciamo spolpare?

Scuole sovrappopolate e prive di attrezzatura (persino i bagni senza carta igienica, quanta inciviltà!), scuole senza insegnanti e senza aule, scuole che crollano, ospedali che chiudono, e quelli che rimangono sempre più fatiscenti e sempre più privi di mezzi. Fabbriche che chiudono. Negozi che chiudono.

Io voglio pagare le tasse. Io voglio pagare le strade, le scuole, gli ospedali. Voglio pagare le cure ai malati e l’assistenza agli invalidi. Guarda, voglio pure pagare le spese per la difesa. Pure quelle di rappresentanza, per carità, nessuno pretende che vi presentiate ai consessi europei con le pezze al sedere, che arriviate là con l’autostop e le scatole di cartone. Nessuno pretende questo.

E’ che non voglio pagare i vostri sprechi. Non voglio pagare la vostra incompetenza. Non voglio pagare i vostri portaborse, i vostri leccaculo e le vostre troie. Non voglio pagare consiglieri che non saprebbero consigliare neanche dove buttare la spazzatura. Non voglio pagare forze dell’ordine per fare da gorilla e da autisti alle vostre mogli, amanti, puttane. Non voglio pagare pensioni a chi non ha mai lavorato, né quelle d’invalidità a persone sane e in grado di produrre (e che, in effetti, producono eccome…).

Finché questo sarà l’uso che farete dei nostri soldi, il non versarveli potrebbe essere ravvisato come legittima difesa. Non parlo per me: io sono un lavoratore dipendente, non potrei evadere neanche volendo. Io sono un cittadino senza agganci, e quindi continuo a pagare tutte le svalutazioni, i vostri furti e i vostri disastri. La vostra incompetenza e la vostra inadempienza.

Ma voi, voi governo, voi parlamentari, voi politici, che ci avete portato a questo punto, dovreste guardarvi dall’ira dei miti.