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Ai ferri corti

 

Da qualche giorno – oramai parecchi – io e mia figlia siamo ai ferri corti. La cosa mi fa soffrire terribilmente e, insomma, a ridosso della morte di mia madre e del calvario dell’ultimo periodo della sua vita è la ciliegina sulla torta che proprio non ci voleva.

I motivi sono sempre gli stessi, ma stavolta mi è scattato qualcosa che sembra – giustamente – irreversibile.

Come oramai anche i sassi sanno, padre e figlia si sono buttati totalmente sulle mie spalle: lui economicamente, mettendo al mondo una figlia e non provvedendo al suo mantenimento, lei fisicamente non facendo in casa assolutamente nulla, neanche le cose minime come buttare nel secchio la carta della merendina che mangia o la busta del latte finito.

Io subisco una sorta di riduzione in schiavitù, lavorando senza sosta fuori casa (va beh, ora in smart working) per guadagnare il pane e senza sosta a casa per cercare di sopravvivere al LORO caos.

Lui, per tenersi la coscienza a posto, siccome non capisce una mazza di che cosa significhi mantenere un figlio, “fa la spesa”, il che sarebbe comunque riduttivo, visto che un figlio oltre a mangiare si veste calza scarpe, paga tasse universitarie, compra libri di testo, ogni tanto fa qualche visita medica, mette benzina alla macchina di cui vanno pagati bollo e assicurazione, senza contare che ogni tanto si rompe e va riparata… e poi, anche se ridotta nel mio caso, un figlio ha in genere anche una vita sociale, quindi esce, fa un regalo a un amico/a per il compleanno, paga una pizza, ricarica il telefonino… niente, da quell’orecchio non gli entra, lui “fa la spesa”, ma non pensate che questo sia comunque uno sgravio, non pensate che mi riempia la dispensa di olio, conserve, che compri frutta e verdura e blablabla: no, lui compra patatine fritte, arachidi più o meno caramellate, pizza e brioche rigorosamente vegane. Ne compra in quantità industriale, decisamente superiore alla possibilità di consumo umano anche di una persona in forma come me, figuriamoci mia figlia che mangia come un uccellino. Insomma, in aggiunta al suo sostegno inesistente, mi ritrovo pure la cucina invasa da roba inutile per cui non c’è posto in dispensa e spesso pure il sacco della spazzatura è pieno: a me ripugna gettare il cibo, ma quando la muffa imperversa, o comunque i pacchi sono aperti da troppo tempo, non è che ci sia molto altro da fare, ed è a me che tocca gettare il cibo ed è a me che tocca portare fuori la spazzatura: insomma, oltre il danno la beffa.

Gli ultimi ventisei anni li ho trascorsi così, a guadagnarmi il pane fuori casa senza tregua (lui si butta malato non vi dico quanto, io non manco praticamente mai) e a raccogliere roba da terra per poter pulire casa: che faccio nel weekend? Raccolgo roba da terra e pulisco. E l’estate? Raccolgo roba da terra e pulisco. Lei non lava un piatto, non fa un bucato, non ritira i panni, non passa uno straccio, ma questo è nulla: non si toglie una tazza dal tavolo, non butta la roba da lavare nella cesta dei panni sporchi, niente, niente, NIENTE, è tutta la vita che litighiamo, le ho provate tutte, con le buone e con le cattive, siamo anche state da una psicologa, ma niente, lei non fa NIENTE.

Giorni fa, mentre c’era il padre a casa mia e io al solito sfacchinavo (e non vi dico come mi fanno sudare lo smart working, quello che fatico a poter avere un angolo in cui lavorare e un minimo di spazio di manovra per poter agire), sentivo loro che si lamentavano di me, e di tutto quello che dovevano sopportare, lei accorata e lui, il papà buono e comprensivo, che la capiva di tutto quello che doveva sopportare con questo mostro di madre e la consolava: ah, papino suo sì che la capisce, e poi è tanto buono, le compra sempre un sacco di dolcetti!

Che vi devo dire, mi è scattata una molla, la pazienza è finita e basta, non li sopporto più, la scena di me a testa bassa che sfacchinavo senza nessun aiuto su nessun fronte con quei due che sputavano nel piatto in cui abbondantemente mangiavano è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Con lui non parlo più e ho chiuso i rubinetti degli aiuti (non economici, ma lui era comunque uno sfruttamento continuo), idem con lei.

Se è vero che la vittima è quasi sempre complice del carnefice, io voglio smettere di essere loro complice e di permetter loro questo comportamento. Intanto le ho detto che se avesse messo il piede fuori casa senza mettere a posto a fondo la sua stanza avrebbe potuto pure fare meno di rientrare (e lei sa bene che sono capacissima di farle trovare il catenaccio). Ha imprecato tanto sul fatto che io sia una ricattatrice, e io le ho risposto che si doveva solo vergognare che a ventisei anni, per rimettere  a posto la sua stanza, avesse bisogno di essere ricattata.

L’ultimo episodio, che a me è pesato moltissimo, è stato una sua richiesta di soldi per un corso. Fino a pochi giorni fa non avrei avuto problemi, glieli avrei dati anche per un viaggio o un divertimento, figuriamoci per lo studio, ma ora mi è scattata la fase “Non sono un Bancomat, non ti è tutto dovuto”, e così glieli ho negati, dicendole di farseli dare dal padre, o di vedere se poteva pagarlo con le patatine fritte e le noccioline che paparino suo le porta.

Insomma, siamo ai ferri corti, cortissimi, abbiamo alzato ognuna il proprio muro, dialogo zero – anche perché sono ventisei anni che esprimo gli stessi concetti, oltre a quello che ho detto finora non so proprio più che dire.

Sono molto scorata.

Impicciarsi in nome del “per il tuo bene”

Su un gruppo fb si sta scatenando la guerriglia a proposito di una soap (sempre la stessa) in cui uno dei personaggi va a frugare nelle carte private di un altro, carte che aveva ben visto gli volevano essere nascoste, per un segreto che più volte aveva provato a farsi confidare ma senza successo.

Si sono formate due fazioni, quella dell’ “Impicciona, ha commesso un atto deprecabile, non doveva” e quella del “Ma l’ha fatto per amore, ha fatto benissimo, chiunque l’avrebbe fatto!”: che poi, quel “chiunque l’avrebbe fatto” e quel “tutte sante!” rivolto sarcasticamente a chi invece afferma che non l’avrebbe mai fatto mi mandano il sangue alla testa.

Io ho un grande rispetto per gli spazi altrui, rispetto che do e che pretendo: non perdono chi mette il naso nelle mie cose, qualunque ne siano il motivo e le intenzioni. Ho una figlia nelle cui cose non ho mai frugato, una figlia che mi ha dato le sue psw di tutto e che io non ho mai utilizzato, e francamente non so neanche se nel frattempo le  avrà cambiate.

Per contro, sono figlia di due genitori profanatori, che se avessero potuto ci avrebbero messo pure una sonda nella vagina per esaminare anche gli organi interni momento per momento. Genitori che non mi lasciavano padrona di un angolo, di un foglietto, di una borsetta, di una telefonata, di nulla. Quale sia/sia stato il rapporto coi miei genitori dovreste saperlo, pessimo, e nessuno nella vita mi ha mai danneggiato più di loro, quindi si risparmino la pantomima del “per il tuo bene”, “per affetto”, “perché noi siamo preoccupati per te”.

Voi che pensate di tutto questo? Leggereste mai una lettera di una persona lasciata chiusa (e sottolineo chiusa) sulla scrivania, leggereste mai il diario di vostra figlia/figlio, approfittereste mai dell’assenza di qualcuno per mettere il naso in affari che non sono i vostri?

Io ricordo che lavoravo come segretaria da una nobildonna, e la sua domestica le andava a controllare le matrici degli assegni per vedere quanto avesse pagato le varie cose che comprava: per l’appunto lei faceva la serva (l’appellativo spregiativo è per il suo comportamento, non per il suo mestiere), io no.

Vi dirò di più. Xavier una volta usò il mio pc e e non fece la disconnessione dalla posta, una connessione di quelle che non vanno in timeout, e se ne ritornò a casa sua, a centinaia di chilometri di distanza: avrei avuto tutta l’occasione di farmi un pacchetto di affari suoi, e invece non toccai assolutamente nulla. Forse l’errore fu, quando tornò, di fargli presente che era rimasto connesso al servizio e per cortesia di disconnettersi, chissà. magari non mi credette che non avevo minimamente toccato nulla.

Insomma, per me è talmente inconcepibile il rispetto delle cose altrui che continuo a dimenticarmi che per gli altri non è così, e che in genere l’occasione fa l’uomo.

Ma insomma, tornando a bomba, voi pensate che sia in qualche modo giustificabile mettere il naso nelle cose altrui, sia pure per un motivo cosiddetto nobile? Io vi dico la verità, anche quando ho trovato qualcosa (borsa, cartellina, etc.) dimenticata da qualcuno e ho dovuto per forza aprirla per cercare di rintracciare il legittimo proprietario ne sono stata molto infastidita e disturbata, e se non ero da sola l’ho sempre fatto fare all’altra persona: sarà stato per via del mio trauma infantile/adolescenziale con i miei vecchi?

Farò coccodè (e le incoerenze vegane)

***

Sempre arrabbiata con con mia figlia, che non dà il minimo aiuto e a casa è assolutamente disastrante, scrivo sullo stato fb qualcosa sul fatto che è più preoccupata per il benessere della gallina che per quello della madre, che bere latte vegetale è facile, ma rilavarsi la tazza, o almeno toglierla dalla tavola, è un’impresa più difficile e così, mentre lei continua la sua lotta (forse autolesionista) per il benessere della gallina che deve vivere libera e felice, la madre sta morendo schiava, imbottigliata in una routine che non le permette di occuparsi neanche della propria salute (lasciamo stare lo svago), e i danni fisici si cominciano a vedere, con mio grande avvilimento, senza parlare di quelli psicologici, con totale perdita di motivazione.

Per esempio, ieri sono uscita un po’ prima e pensavo di occupare il pomeriggio a preparare le verdure, comprate fresche da una contadina. Aveva già accumulato una pila infinita di piatti da lavare e, in seguito all’intimazione “Non ti azzardare a farmi ritrovare la cucina in queste condizioni!”, ha reagito facendosi trovare a letto moooooooolto malata, che proprio non era in grado di fare nulla, sarebbe stata cattiveria pretendere.

Naturalmente non potevo preparare le verdure in quelle condizioni, così sgombero la cucina (erano talmente tanti i piatti che li ho fatti in tre fasi, ogni volta sgombrando tutto per fare posto alla fase successiva): per fortuna che ero invitata a cena fuori, almeno mi sarei svagata!

Finito di rigovernare la cucina cerco di rimettere un po’ in sesto le mani, crema, manicure, smalto per fortuna trasparente. Dico per fortuna perché, andata in bagno per truccarmi, mi si rizzano i capelli, prendo la spugnetta e inizio a pulire il bagno (oh, certo, voi avreste fatto i duri, ma si dà il caso che debba usarlo anch’io!).

Le riferisco arrabbiata il commento di una mia collega, che mi ha detto che il giorno che vorrò essere trattata umanamente mi converrà mettermi a fare coccodè, e lei pronta risponde, facendola ovviamente passare per una battuta e non per mancanza di rispetto: “Tanto non sarebbe molto diverso da quello che fai di solito!”

 

Còre de mamma….  👿

Del SI, del NO, del bianco e del nero.

una-nazione-di-pecore-governata-dai-lupi

C’era un gioco che facevamo tanto da ragazzini, e che tanto ho fatto pure con mia figlia: è il cosiddetto gioco del sì, del no, del bianco e del nero: praticamente, uno ti fa domande, di qualsiasi tipo, anche incalzanti, e se tu sbagli a pronunciare le parole sì o no, bianco o nero, hai perso.

E se fosse così anche ora? Se fosse che a dire sì o no abbiamo comunque perso?

Io, lo sapete, ho sempre sostenuto che il male dell’Italia fossero gli italiani (intendo la maggioranza degli italiani, certamente non tutti): questi italiani con la mentalità del furbetto, del CID per arrotondare, della raccomandazione da trovare, della verità da ribaltare tramite “conoscenze”. Quegli italiani (avevo scritto “questi” ma ho corretto), finti malati e finti invalidi, sempre pronti ad aggirare l’ostacolo, a scaricare responsabilità, a guardare il proprio orticello.

Mi disse una volta una negoziante cinese ridendo che loro, degli italiani, dicono “amano il denaro ma non il lavoro” e, vedendo quanto e come lavorano indefessamente loro, non mi stupisco che si stiano impossessando di tutto. Ok, qui c’è una parentesi da aprire, c’è pure un fatto culturale che magari non ci vede dalla parte del torto, che non mette il lavoro al primo posto perché si lavora per vivere e non si vive per lavorare, perché è giusto riposarsi, dedicare tempo alla famiglia, è giusto non far crescere i figli nel retrobottega di un negozio ma portarli pure la domenica al mare, ma possibile che non ci sia una via di mezzo?

Anche se ammetto che da un po’ di tempo le cose sembrano cambiate, quanti impiegati scoglionati, quanti commessi svogliati, quanti imprenditori arroganti e privi di qualsiasi rispetto per il cliente, senza nessuna coscienza che è lui il loro pane ho visto nella mia vita!

Oggi vado a votare, e quello che voterò – calcando bene la matita – credo che lo sappiate, ma non m’illudo di cambiare nulla e, data la riforma, secondo me c’è quasi da aver paura che le cose cambino (al peggio non c’è mai fine!).

Voterò, ma più che vedere alle urne la fila di elettori appassionati, vorrei vedere fuori dei seggi dei cittadini appassionati, che si rimboccano le maniche per vedere la loro nazione, a partire dal proprio condominio per passare al proprio quartiere, alla propria città, etc. etc., diventare virtuosa, grazie a cittadini virtuosi che collaborano a una gestione virtuosa.

Basta la mentalità del furbetto, della cura del proprio orticello gettando diserbante nell’orto altrui, della raccomandazione, e basta pure la mentalità del buonismo, dell’indifferenza, della testa voltata dall’altra parte, dell’accettazione passiva, della difesa accanita dei propri privilegi per quanto ingiusti possano essere!

Votate sì, votate no, ma rimbocchiamoci le maniche altrimenti, come nel gioco di bambini, col sì o col no avremo comunque perso.

Che poi, come ci ricordava la nostra Fulvialuna:

se-votare-facesse-qualche-differenza

Burkini: di buon senso, pudore, pagliuzze e travi

burkini nero

Ve lo dico subito, sono favorevole al burkini in spiaggia. Sono favorevole al diritto di indossare il velo islamico. Perché poi mi dovrebbero spiegare perché due donne o due uomini si possono sposare ma si grida allo scandalo se una donna porta un fazzoletto in testa o va in spiaggia con quella che è praticamente una muta da sub. Che poi ci sarebbe sempre il fatto che due donne o due uomini possono sposarsi ma non essere votati insieme sulla stessa scheda elettorale, ma questo punto per ora lo tralascio altrimenti allunghiamo troppo il brodo.

Dicevo, sono favorevole perché ho il culto della libertà, che è una cosa ben diversa dal fare quello che accidente ci pare. Perché la mia libertà finisce dove inzia la tua, e la tua finisce dove inizia la mia, e non prima.

Perché il burkini non è un burqa, non copre il volto, non viola le norme di sicurezza, idem il velo. Perché noi pretendiamo di “liberare” le donne islamiche IMPONENDO la nostra cultura, e l’imposizione di una cultura non è mai liberazione.

Perché la liberazione passa attraverso la testa, e allora semmai dobbiamo diffondere la cultura, non i divieti. Dobbiamo mandare messaggi di consapevolezza e diritto all’autodeterminazione, non entrare in merito dei vestiti che “altri” ritengono conveniente o meno che terzi indossino secondo il loro opinabile punto di vista.

Ho letto degli interventi di un tizio a favore della proibizione di indossare simboli religiosi che mi hanno fatto accapponare la pelle, in quanto mi sono resa conto che c’è anche un integralismo laico, non meno radicale di quello religioso.

E poi volevo scrivere tante altre cose, quando mi sono imbattuta su fb in un articolo, di tale Matteo Bussola, che è un capolavoro di realismo e di ironia, e che dice le cose così, come stanno, papale papale.

Ve lo riporto, ma andatevelo pure a cercare su fb, è pubblico (altrimenti non l’avrei riportato senza autorizzazione):

Io vieterei direttamente il mare, così in una botta sola preserviamo il pudore e le libertà di tutti, e risolviamo pure il problema degli sbarchi.
Poi vieterei di fare la spesa col cappotto, così scongiuriamo i furti nei supermercati.
Poi vieterei il Carnevale, perché con tutta quella gente col volto coperto non si può mica stare tranquilli. Anche il Capodanno, perché ci sono troppi botti e hai visto mai.
Poi vieterei i cappelli in macchina, perché la scienza ha dimostrato che i cappelli in auto riducono la visibilità e ti fanno viaggiare a trenta all’ora anche in autostrada, rendendoti matematicamente causa di incidenti, soprattutto se sei portatore di prostata.
Poi vieterei le offese al corpo e alla dignità delle donne, giusto. Quindi impedirei prima di tutto a certi politici di dire che la Boldrini è come una bambola gonfiabile, ad altri di sostenere ridacchiando che la Kyenge somiglia a un orango, di sottintendere che se una donna occupa il posto che occupa è solo perché ha passato un sacco di tempo sotto alle scrivanie, denuncerei tutti i casi in cui a parità di bravura le donne guadagnano meno degli uomini, i licenziamenti a causa delle maternità, mi indignerei tutte le volte che nella pubblicità di un’auto, o di una pistola al silicone, o di una brugola, vedessi una procace signorina a gambe aperte, mi vergognerei leggendo articoli di giornale corredati da foto di atlete riprese apposta da inquadrature ginecologiche, multerei tutti quelli che di fronte al cadavere di una donna uccisa dal compagno che le ha dato fuoco si mettono a disquisire se “femminicidio” sia un sostantivo opportuno da usare, oppure no.
Solo in ultimo, forse ma forse, mi verrebbe in mente il burkini.
Prima però mi ricorderei di mia nonna quando andava in spiaggia avvolta da un lunghissimo costume nero, il pareo sulle spalle, sotto le calze contenitive a 40 den per le vene varicose, in testa il cappello di paglia calato sugli occhi che pareva un palombaro. Di quando criticava aspramente quelle che andavano in giro “troppo nude”, perché Don Giulio diceva che il Signore ha fatto il corpo delle donne solo per gli occhi dei mariti. Me la ricorderei, anche, mentre andava in chiesa o girava a piedi per il paese, portando sempre un largo foulard annodato sui capelli. Di come, molte signore di qui, lo facciano ancora.
Poi cercherei di scoprire le differenze.
Poi penserei a quella vecchia storia della pagliuzza e della trave.

(Matteo Bussola)

 costume da mare 1890