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Non c’è notte che impedisca al sole di risorgere

Penna per felicità o gomma per tristezza

Oggi ero abbastanza sottoterra, ma era pur sempre una giornata di sole.

Ho telefonato a un mio carissimo amico “Posso passare a trovarti?”, e alla sua risposta affermativa mi sono messa in macchina, con musica di sottofondo, a godermi viaggio, canzoni e sole che splendeva.

Mi dico “Devo farmene una ragione”, ma non è facile.

Il mio amico mi ascolta, inquadra, capisce, lo scambio di idee è fitto fitto, alla conversazione alla fine si associa un’altra persona, finiamo per ridere, rimonto in macchina e sì, domani è un altro giorno, domani DEVE essere un altro giorno.

Già mi sono mossa per il cambio del numero di telefono, dalla rubrica spariranno alcuni numeri.

Dal pc spariranno delle fotografie.

Dalla giornata spariranno delle abitudini.

Dalle ferie spariranno alcuni giorni.

E ti dici che far sparire il passato è un modo per far posto al futuro.

E ancora ti dici:

“Domani è un altro giorno”.

“Domani è un altro giorno”.

“Domani è un altro giorno”.

“Domani è un altro giorno”.

“Domani è un altro giorno”.

“Domani è un altro giorno”.

e continui, continui fino a che non ci credi, perché DEVI crederci.

*** Nutri la follia, lei si nutre di te  (cit.) ***

Andrò avanti così, fino a che questo nuovo giorno non mi verrà incontro col suo sorriso.

Nutri la follia lei si nutre di te

Nutri la follia lei si nutre di te

 

 

25 aprile: chi ci libererà

Vi sembrerà che stia saltando di palo in frasca, ma vi assicuro che non è così anzi, ho individuato un collegamento tra la storia, i popoli e le nazioni.

Voi sapete bene che, pur non avendo alcun pregiudizio di tipo razziale, di quelli culturali invece ne ho eccome, perché ovviamente siamo tutti figli di un contesto, per quanto le nostre scelte ce ne possano differenziare: l’essere umano è frutto del suo patrimonio genetico, ma anche dell’ambiente in cui si forma ed agisce, e di come i due abbiano interagito e abbiano influenzato l’individuo stesso.

Quando io tuono contro l’Italia, mi rendo ben conto di essere italiana e di esserci dentro, non dico fino al collo, ma non posso neanche dire, in coscienza, di essere andata al mulino senza infarinarmi.

Poco meno di un mese fa mi sono ritrovata a scrivere da Aquila, con molto imbarazzo:

Mi sono resa conto di essere tra quelle che alimentano questo sistema.

Mi è venuto l’idraulico a cambiare il termosifone, 180 euro, di cui 75 per il materiale e il resto per un’ora di mano d’opera. Il giorno dopo, lo stesso mi chiedeva 120 euro per la pulizia della caldaia, altra ora di lavoro.

Non ho chiesto la ricevuta e me ne vergogno profondamente, ma non ci ho neanche pensato, non mi sono proprio resa conto che l’avrebbe dovuta fare. Mi sono informata sui prezzi, mi dicono che sono assolutamente quelli di mercato.

Siccome sono recidiva, non l’ho chiesta neanche a quello che mi è venuto a riparare la finestra, anche lì 180 euro, 100 di materiale e 80 per un’ora di mano d’opera.

Mi vergogno profondamente, senza contare che, per un lavoratore dipendente come sono io, si tratta pure di autogol. Non è che non l’abbia chiesta per paura che mi chiedesse un prezzo diverso, non ci ho proprio pensato, mi è mancata la presenza di spirito: siamo abituati a questo, non l’ho mai vista fare nessuno, non mi sono resa conto neanche che, in quei casi, esistesse il dovere. Io non faccio discriminazioni razziali, ma culturali sì, e mi rendo conto che, in questa italica cultura ci sto dentro fin sopra ai capelli, vittima volontaria che alimenta il sistema.

Confermo, non è che io non abbia chiesto la ricevuta per timore che mi maggiorassero il prezzo, non ci ho pensato per niente e sono sicura che non l’avrebbero fatto.

Il primo problema è che non ho pensato proprio all’esistenza della ricevuta: vieni da me, mi fai un lavoro, ti chiedo “Quant’è?”, ti do i soldi, fine del palo.

Il secondo problema è stato che, quando ci ho pensato, li ho immaginati a spalancare gli occhioni belli pensando “Perché mi fai questo? Io ti sono venuto di corsa, ti ho fatto un lavoro coi fiocchi, e tu per tutta ricompensa mi fai un dispetto?”.

Ho immaginato questo pensiero, e poi l’irrigidimento e l’arroccamento di chi si sente tradito, di chi si sente di aver di fronte a sé un infame ingrato.

D’altra parte, quando io penso a tasse versate, non penso a scuole, a ospedali, attrezzature, servizi, ma penso a un nuovo vestitino Prada per qualche escort, a un prezioso collier per qualche “figlioccia”, a una laurea comprata a un somarone analfabeta, a un’auto blu con autista a disposizione per lo shopping di una più o meno annoiata consorte di politico.

A queste cose cose penso, e  ad altre non penso, troppo lontane dalla mia mentalità, ma anche dalla mia quotidianità: sappiamo per sommi capi di essere in un porcaio, di essere gestiti per lo più con disonestà e incompetenza (nel migliore dei casi  solo l’una o l’altra delle due, ma più frequentemente entrambe), ma non ne conosciamo tutti i risvolti, e ogni volta che “si fa l’onda”, l’olezzo del putridume smosso ci stupisce (ma non scuote più di tanto).

E qui torniamo al Pesach. Si parlava dei quarant’anni trascorsi nel deserto, che non furono una punizione divina, non un castigo, ma il tempo necessario a ritrovarsi, come popolo e come identità, a liberarsi di tutti i condizionamenti e le pastoie della vita precedente, portandosi dietro le quali non sarebbero stati mai uomini liberi.

Ecco, ora mi chiedo quali potrebbero essere i quarant’anni di deserto dell’Italia, quelli che la porterebbero a essere una nazione dura e pura, che si fosse scrollata di dosso il peso della prepotenza da una parte e della soccombenza dall’altra, della superficialità e del lassismo, della rassegnazione a non chiedere e non pretendere, dell’attitudine ad abusare del popolo e a farne scempio, fino a ridurlo, senz’ombra di rimorso, persino al suicidio.

Povero Massimo d’Azeglio, col suo “L’Italia è fatta, bisogna fare gli Italiani”! Neanche lui forse si sarebbe mai aspettato che, a distanza di decenni (tanti decenni!) i suoi italiani, lungi dall’assumere una nuova fisionomia, sarebbero diventati più grigi, succubi e informi, quasi schiavi di un nuovo padrone, cittadini B di un’Europa che li considera un mal tollerato fanalino di coda.

Oggi, 25 aprile, vorrei un’Italia di cui essere fiera.

(Per completare il quadro, vi rimando a un bell’articolo di Gabry )

Un altro articolo sulla nostra “Italietta” che vi invito a leggere è: “L’operazione è andata bene ma il paziente è morto“, di Quarchedundepegi.

Ancora: come e da chi vengono educati i nostri figli, di Marisa Moles.