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Genitori separati: le vacanze con papà

Raccolgo in giro la tristezza infinita di quei padri (e, diciamocelo, spesso pure di quei nonni paterni) che, dopo aver trascorso l’estate con i figli, devono riconsegnarli al genitore assegnatario, e lì finisce il sogno e ricomincia la malinconia.

Non parlo ovviamente di quei padri che dei figli se ne infischiano, e neanche tanto di quelli che, abitando nella stessa città e magari con orari compatibili, li vedono almeno due volte la settimana, un week end sì e uno no, e magari hanno con la madre buoni rapporti per cui non mancano compleanni e feste comandate tutti insieme. No, non parlo di loro.

Io parlo di quei genitori che sono lontani, o che sono in pessimi rapporti con l’altro genitore, che magari usa il figlio come arma (mettendolo in mezzo inopportunamente, caricandolo di problemi non suoi e, di fatto, traumatizzandolo). Parlo di quei genitori per cui poter riabbracciare i propri figli è un lusso raro e che d’estate, convivendoci per due o tre settimane ritrovano quell’affetto, quegli abbracci da dare e ricevere, toccano con mano quel bisogno che i figli hanno di loro e quell’orgoglio, quella gioia infinita di avere un papà.

Parlo di loro, perché li ha portati altrove il lavoro, il bisogno, un genitore malato in un’altra città, o anche un nuovo amore che abita altrove, e con cui ha costruito una nuova vita in un nuovo luogo.

Parlo di quelle lacrime silenziose dei padri, meno silenziose dei figli, al momento del distacco, di quella nostalgia che inizierà a bruciare e a fare male, e meno male che oggi c’è internet con le sue videochiamate, che ti possono mantenere in contatto con tuo figlio, vederlo crescere, vederne le espressioni sul volto di gioia o di dolore.

Ma spesso intempestivamente.

E senza abbracci.

La sindrome dell’arto fantasma

arto_fantasma

Come quei genitori che continuano ad andare a prendere a scuola i figli che non ci sono più, come la moglie che mette a tavola il piatto di minestra per il marito in guerra, così continua nella mia mente il dialogo solitario con te.

Non che ci siano stati chissà che cambiamenti, né ti farò ora quella domanda che mi è ferma qui nella strozza, ma ecco, pensavo che di alcune cose mi sarebbe piaciuto discutere con te.

Il ritorno di *********, quello inaspettatissimo di *****(***********************), *****, la vicinanza ad **** nei momenti del terremoto e ora… ora **************** che, […OMISSIS…].

Tre di queste persone mi hanno pure chi detto e chi scritto in maniera esplicita, assolutamente a sorpresa: “Sei una persona meravigliosa”. Parlo di persone con cui ci si era lasciati a brutto, bruttissimo muso, tra male parole e persino minacce di denuncia, eppure…

Inutile dirti che questo lascia aperta la porta alla speranza, e alla domanda che mi ero rassegnata ad abbandonare, “Perché se n’è andata?”, ora se ne va sostituendo un’altra, “Perché è tornata? E da dove scaturiscono quelle parole, dopo avermi forse odiato, senz’altro abbandonato, da dove nasce quel “sei meravigliosa”?”. Non che mi dispiaccia, tutt’altro, ma ci sono delle dinamiche che mi sfuggono totalmente.

Ecco, di questo avrei parlato con te.

E il dolore della nostalgia, che da una parte aumenta lo smisurato disprezzo per la pdf, dall’altro addolcisce lo sguardo critico con cui mi guardavo attorno prima, trovando in quello che mi circonda quel positivo che tu chiedevi, e che io non è che non vedessi, ma davo per scontato, senza dunque goderne.

Roma è diversa ora, non so se ti è più capitato di venire. C’è nell’aria un nuovo entusiasmo e una nuova pulizia. Quest’anno non ho vissuto come blu, agognando il letargo, il periodo dell’inverno, rigido ma chiaro.

Ho preso con filosofia persino la bomba d’acqua che mi si è squarciata addosso, in una lontana domenica di novembre, inondandomi come un fiume in piena liberato da una diga che avesse improvvisamente ceduto. Non riuscire a ritrovarci, io e mia figlia, mi ha tolto il respiro, ma poi più forte è stata la gioia di vederci, abbracciarci, e poi il divertimento nel tentare di seminare il suo “salvatore”, che si era lanciato in un serrato corteggiamento vecchio stampo, poi la bellezza della mostra (videomostra di Van Gogh), la dolcezza del tepore del viaggio in auto, col riscaldamento acceso, che pian piano ci asciugava quell’umidità che ci era penetrata nelle ossa.

Non mi è pesato l’inverno.

Quando vedo le immagini della neve e penso al freddo mi ricordo sempre di te, che ti dichiari montanaro e a cui il freddo non fa paura.

La chiamano la sindrome dell’arto fantasma, quando chi ha perso un arto continua a percepirlo sempre presente. Non so se hanno chiaro da che dipenda, se il fatto è fisico o psicologico, ma tant’è.

Tant’è.

Dm,

lì, 10 Gennaio 2017

Come Valjean

***

Cari tutti,

ora che ho compiuto il mio dovere di brava blogger diversificando gli argomenti e non battendo sempre sulla stessa nota, posso ributtare là con nonchalance un nuovo post sull’eterno argomento: ebbene sì, Xavier.

Come forse ricorderete stavo leggendo “I miserabili”, l’intramontabile capolavoro di Victor Hugo di cui mia figlia è irrecuperabilmente innamorata, tanto da averlo letto non so quante volte, compreso in inglese e nella versione originale francese, ed essersi preparata con le sue mani l’abbigliamento da barricata, con tanto di coccarda, che usa in occasione di tutte le mascherate.

Per chi non conoscesse la storia (mi si perdonino errori ed omissioni, ma tanto lo sapete che la memoria non m’aiuta), il romanzo tratta la storia di Jean Valjean, un uomo che finisce in galera per avere rubato un tozzo di pane per i suoi nipoti affamati e, con la pena inasprita a causa di vari tentativi d’evasione, trascorre in catene vent’anni.

Una volta liberato si rende conto però che il suo passato rappresenta un marchio a fuoco, per il quale sarebbe sempre stato scacciato da tutti. Uscito di prigione pieno di rabbia per il mondo intero, incontra un religioso che, salvandolo da un nuovo arresto, riesce a illuminarlo della sua luce e a fare di lui un uomo onesto (oserei dire in odore di santità).

Personaggio che dimostra in ogni frangente grandi capacità, oltre a una notevole forza fisica, e dotato di mille risorse, Valjean riesce a costruirsi una nuova identità e a diventare addirittura sindaco di un paese che, grazie  alle sue iniziative e intuizioni in campo industriale, conoscerà un benessere mai vissuto prima, ed egli stesso accumulerà una ricchezza non indifferente.

Si intreccia alla sua storia quella di una ragazza madre che, a causa dell’intervento di “anime pie” che la mettono al bando, nonché della riprovevole disonestà e rapacità della coppia cui aveva affidato la propria bimba, conoscerà ogni vergogna e dolore.

Presa sotto l’ala protettiva di Valjean, che non riuscirà però a salvarle la vita a causa della di lei salute ormai irrimediabilmente compromessa, gli raccomanda la sua bambina, Cosette, che lui riuscirà a portar via alla dannata coppia criminale cui era stata affidata e a darle una vita felice e piena d’affetto.

Giunge il momento però in cui i figli spiccano il volo e il rapporto, anche se perfetto o addirittura simbiotico che c’è col genitore – vero o di fatto – si spezza, e Cosette non sfugge a questa regola.

Sposa un giovane cui, per onestà, Valjean confida il suo passato, ignoto alla stessa Cosette, ma male gliene incoglie giacché, in seguito a questa rivelazione, lo stolto giovane gli impedirà di continuare a vedere l’amata figlia, gettandolo nella più cupa disperazione.

Ora, ho letto il libro con interesse, a volte con brama e curiosità, pur conoscendone la trama, a volte con noia, date le lunghe digressioni di Hugo, e la lettura mi ha preso molto tempo, visto che non potevo dedicarle troppo spazio (solo i viaggi in autobus); a un certo punto non vedevo l’ora di portarla a termine, vuoi perché mi ero appassionata, vuoi perché ero pure ansiosa di passare ad altro.

Quello che non mi aspettavo era che, trovandomi a leggere, nella parte finale, del dolore di Valjean, della nostalgia struggente per Cosette, di quell’anno lontani pesato su di lui come fossero trenta, ritrovassi il mio stesso dolore e la mia stessa nostalgia, cosicché la lettura di quest’ultima parte mi è stata particolarmente difficoltosa, affannosa, straziante, penosa.

Con Marius la Pdf condivide la gelosia, la cecità, forse pure una sorta di soggezione per un personaggio che ha sempre percepito con un impercettibile imbarazzo, per cui non gli è parso vero di potergli trovare un’onta e liberarsi del disagio di quel sotteso – anche se mai dichiarato – confronto.

Cosette, da parte sua, pur se salvata da Jean Valjean da un miserevole destino e ricoperta di cure, pare, di fronte all’amore di Marius, superare bene quel distacco e riuscirsene a fare facilmente una ragione.

Ah, l’amour! Che altro dire, c’est la vie, e, come sempre, “cherchez la femme!” (o cherchez l’homme, a seconda dei casi  😉  ).

Canzone delle domande consuete

Ecco, questa canzone mi spezza il cuore (e non è la sola tra quelle di Guccini).

Mi sembra che ci sia dentro tutta le mia vita, o almeno un pezzo, come in ognuna delle sue stupende liriche.

Le domande consuete, quelle che tutti nella vita ci facciamo, i sentimenti contrastanti, gli incontri voluti e schivati, il rimpianto, la rabbia, la nostalgia, ogni sentimento di quelli che posso aver provato nel corso della vita, sono tutti struggentemente presenti in una o più canzoni di Guccini.

Sono sempre stata rimproverata per ascoltare questa musica così noiosa, da familiari e amici prima, da mia figlia ora, e allora rimane la coccola di quando sto sola, una play list e via, la vita mi ripassa davanti agli occhi, con gioie e dolori, amori, entusiasmo, slancio e disincanto, l’impegno sociale e i tradimenti di chi sembrava lottare con noi.

Guccini e Guccini, e chi se ne frega se la musica non somiglia a quella di Chopin, l’effetto che mi fa è spesso lo stesso…

Ode a PelodiCapra

capra
O caprettina dal pelo scompigliato,
e variamente tinto,
che per le feste e i ponti
t’appresti alle carezze ignote un tempo
– e lucidi quel pelo ormai invecchiato,

godi di questo stato assai precario,
perché la vita è un soffio e anche l’inverno,
e presto giunge il tempo del raccolto,
quando veder potrai ciò che hai sepolto!

O capra capra, cieca del destino,
che credi manovrar con le tue balle
la vita altrui, ma invero poi trascuri
saper che il mondo gira e non hai scampo!

Presto tornerai capra solitaria,
brucando poca erbetta ormai bruciata,
e forse una tua lacrima nascosta
la bagnerà nell’ombra della vita.