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Il trauma postaborto

monumento al bambino mai nato

Speravate che avessi finito con le mie tirate antiabortiste? Ma non ci penso proprio…

Mi fermo qui. Come al solito, comincio a scrivere un post, intanto lancio Google per la ricerca delle immagini e comincio a cercarne una adatta. Questa mi è saltata subito agli occhi, è lei, è lei, è l’immagine che racchiude tutto quello che voglio dire. Mi dà i brividi quella mamma in ginocchio, piena di dolore, e il bambino che non c’è più, trasparente, che posa la sua manina sulla fronte della sua mamma, la protegge e la perdona.

Queste le parole che accompagnano quest’immagine:

IL MONUMENTO DEL BAMBINO NON NATO

di Martin Hudáček
Il monumento non solo esprime il rammarico e il pentimento delle madri che hanno abortito, ma anche il perdono e l’amore del bambino non nato verso sua madre. L’idea di realizzare un monumento ai bambini non nati è stata di un gruppo di giovani donne (Movimento di Preghiera delle Mamme), madri che sono consapevoli del valore di ogni vita umana e dei danni che si infliggono, non solo nella perdita irreparabile dei bimbi non nati, ma per il declino permanente della salute mentale (e a volte fisica) di ogni donna che decide, spinta da diverse situazioni, ad abortire suo figlio.

Continua il mio corso di aggiornamento sulle problematiche della gravidanza, aborto e postaborto per volontari del CAV (Centro Aiuto alla Vita) e Movimento per la Vita. L’ultimo seminario è stato tenuto da una splendida ragazza che, a suo dire, secondo “la gente” non sarebbe dovuta nascere, in quanto terza figlia di una coppia che aveva già due bimbi, un maschio e una femmina, a che serviva il terzo? Notate, “a che serviva”, come se la nascita di un figlio fosse qualcosa di strumentale e utilitaristico, da scegliere e portare avanti solo “se serve”.

Queste parole si aggiungono a quelle lette su una testimonianza di Sara, la moglie del nostro blogamico Michele, che fu caldamente invitata ad abortire il terzo figlio, in quanto lei sembrava rischiare la vita (diagnosi poi rivelatasi, grazie al cielo, sbagliata).

Si rimane incinta, in un momento in cui non si voleva, con una persona forse che non si voleva, che forse non ci vuole, si ritiene di non essere in grado, cresce l’ansia, cresce il rifiuto per quello che sembra un mostro che ci possiede e che, nelle nostre angosce, ci distruggerà la vita. Si ha paura, paura forse della solitudine, forse del bisogno economico, forse della responsabilità, forse della vita…

Quando io ero incinta (e, ripeto per chi non lo sapesse, in seguito a una prepotenza di un uomo che avevo già da tempo lasciato), la paura era tanta, gli sconvolgimenti fisici li sentivo tutti, senza tregua.

Mi disse una mia amica “Guarda che ogni bambino viene col suo panierino” e un altro amico: “Dov’è il problema? Un bambino ha bisogno soprattutto d’amore, tutto il resto s’aggiusta.”. Parole che si sono rilevate verissime, ma andiamo con ordine.

Mi parlano dello sportello d’ascolto post-aborto, cui si rivolgono mamme (mancate) che non riescono a vivere con l’angoscia che provano, col rimorso più o meno elaborato di ciò che hanno fatto: ma quando si rendono conto di ciò che hanno fatto? Lo intuiscono già da prima, ma ritengono di non avere scelta? Lo percepiscono quando si svegliano dall’anestesia? Lo realizzano quando – e capita anche questo – lo vedono tra i grumi di sangue, lo riconoscono?

Si pentono quando in seguito tenteranno di avere un figlio e non riusciranno, e vorrebbero tornare indietro a riprendersi quel bimbo loro dalla spazzatura? Si pentono quando si ritrovano anziane e sole, e realizzano di non aver costruito niente? Oppure non si pentono?

E già, perché io a questa storia che “tutte” si pentono non è che ci creda tanto, le testimonianze sono di uno sportello post-aborto del Movimento per la Vita, dove si rivolge esclusivamente chi non ce la fa a portare questo fardello, altre testimonianze sono portate da un religioso, e è chiaro che la donna che si rivolge a lui già si è posta il problema, ma le altre? Esistono donne che si rialzano da quel lettino come se si fossero tolte un’appendice infiammata o curato una carie? Io questo, francamente, non ho gli elementi per dirlo.

Conosco certo donne che si dichiarano non pentite, e non sta certo a me dire che non è vero, che mentono anche a se stesse. Può anche essere che sia così anche se a una donna, che aveva abortito ben sette figli dichiarandosi felice e beata, io una volta chiesi “Ma non ci pensa mai a quei figli, che volto avrebbero avuto, come sarebbe stata la sua vita con loro?” e lei, abbassando gli occhi divenuti improvvisamente lucidi, annuì.

Io credo che, se davvero una prova rimorso, se davvero una donna arriva a realizzare ciò che ha fatto, andare avanti diventa davvero difficile, perché una cosa è certa: quel figlio c’è stato. La donna, con l’aborto, ritiene di tornare “come prima”, ma come prima non ci tornerà mai, quel suo corpo che si era predisposto ad accogliere quel figlio manterrà sempre il ricordo di questo mutamento, e quel suo cuore, deciso o indeciso a rifiutarlo, sarà stato comunque toccato da quel bambino, quel figlio che è stato suo, che poteva avere, che poteva essere, e per cui ha deciso no.

Per approfondire l’argomento, potete anche leggere qui, che è il blog da cui ho tratto l’immagine.

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La donna ingannata (e quelle che lo vogliono)

Vita - batterio su marte e feto umano

Un altro round del corso di formazione per i volontari del Movimento per la Vita e CAV – Centri di aiuto alla vita.

Un altro week end intenso, per incontri e per contenuti, un modo per far pace col mondo, per recuperare la parte più umana di noi, e restituirle – conservarle – la dignità.

Abbiamo parlato di controllo delle nascite, o meglio, di metodi naturali di controllo della fertilità e di contraccezione in senso più stretto, di fertilità e infertilità maschile, femminile e di coppia, e infine dell’assistenza alle coppie che non riescono a procreare e di fecondazione artificiale.

E già, perché finora abbiamo parlato di quelle che un bambino non lo vogliono ma, accanto a queste donne che ricevono questo dono infinito e lo rifiutano, ci sono quelle che darebbero qualsiasi cosa per avere quel figlio che invece la natura non si decide a concedere.

Avete idea di quanti guadagnano lucrando sulla disperazione della gente? Wanna Marchi ha mille facce…

Ecco, alle donne ingannate da una società che le abbandona con un figlio che vorrebbero, ma non hanno la forza, i mezzi, il coraggio e il sostegno per tenerlo, alle donne che non lo vogliono, e che la società inganna facendo credere che hanno potere di vita o di morte su qualcosa che in fondo non esiste, da prendere o lasciare quando si vuole, come si vuole, ogni volta che si vuole, c’è la donna ingannata da un’industria dei sogni, che gioca col suo dolore per esperimenti che, alla fine, danno gli stessi risultati che la natura darebbe di suo, e inferiori a quelli che si avrebbero con la volontà – e la capacità – di cercare la vera causa dell’infertilità, un dramma assai più grande di un figlio non programmato, figlio che spesso invece diventa uno scopo di vita, una fonte di gratificazione e affetto e, non ultimo, il bastone della nostra vecchiaia.

Movimento per la Vita, andiamo avanti

Sirena con feto esterno

Continuano gli incontri per entrare a far parte del Movimento della Vita, o meglio, del Centro di Aiuto alla Vita.

Parlo con una mia amica, psicologa, che anni addietro, nella sua Sicilia, provò a farne parte. Credo non si sia trovata d’accordo con i metodi, forse psicologicamente coercitivi, più basati sul senso del peccato che su un approccio alla vita più gioioso, fiducioso, rispettoso della vita, confidente in essa, e quindi per questo anche grintoso.

Credo – spero – che dall’epoca i tempi e le mentalità siano cambiate. Oggi l’approccio è diverso, non mi sembra che sia la “colpa” della donna, ma la sua difficile situazione, e forse lo smascheramento dell’inganno sociale da cui tutti siamo permeati, da cui tutti siamo inquinati: far passare per diritto un delitto, con una sostanziale banalizzazione della vita, anche di quella della donna.

Ora, ci sono cose con cui posso essere d’accordo: il figlio che una donna ha in grembo è un figlio, un bambino, una persona. Altre cose mi sembrano “ricami” che si vogliono far passare per scientificamente dimostrati, cosa che non è: il naturale istinto materno della donna, per esempio. Io non ho nessuna difficoltà a credere che ci siano donne che questo istinto non ce l’hanno, e nessuno può obbligarle d’ufficio ad averlo.

Non credo neanche che “tutte” si pentano dell’aborto: molte sì, forse persino “quasi” tutte, ma “tutte” è una parola grossa. Vero è che nessuna fra quelle che conosco che ha deciso diversamente, e il figlio l’ha messo al mondo, si è pentita di averlo fatto.

A questo proposito ci è stata raccontata una storia dolcissima, del ripensamento in extremis di una donna che si è alzata dal lettino dove era già pronta per l’intervento e se ne è scappata così com’era, col camice verde addosso. Oggi ha una bambina di sei anni, e afferma che l’unico suo rammarico è di non aver trascinato le altre donne con sé.

Questi miei sono appunti un po’ confusi, impressioni buttate giù in fretta, non un resoconto preciso e dettagliato. Nell’ultimo incontro comunque abbiamo esaminato il testo della 194 e davvero, è una legge colabrodo, che alla fine non afferma niente e, mascherata da tutela della maternità, è l’espressione lampante di uno stato Ponzio Pilato che non previene, non sostiene, lascia la donna abbandonata a se stessa, al massimo con un certificato in mano e l’onere di andare a cercare un ospedale in cui il “percorso” possa essere portato avanti.

Nessuna reale opera di prevenzione dell’aborto, sostegno per una decisione diversa e, preventivamente, educazione sessuale e alla contraccezione: solo un’autostrada verso il baratro dell’aborto.

Alla prossima!