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Lo scopriremo solo morendo

Ieri io ed altri siamo andati a scegliere la lapide per un nostro congiunto. Non ricordo come sia venuto il discorso, ma parlando con il rivenditore qualcuno ha sollevato delle obiezioni, scrupoli, superstizioni, mentre io sono decisamente più pragmatica.

“Mi sento in pace con tutti, per me o di qua o di là è la stessa cosa.” dico, poi mi correggo: “Cioè, non lo so se di là è la stessa cosa, lo vedremo quando sarà”. Uno commenta: “Lo scopriremo solo vivendo”, ma io prontamente replico: “Veramente lo scopriremo solo morendo!”.  😯

Continuiamo la panoramica delle lapidi esposte: “Bella questa!”, “Guarda pure questa” fino a che io non me ne esco con un “Questa la voglio per me!”.

Gelo.

Ci riprendiamo e andiamo al cimitero a portare due fiori ai nostri cari e con l’occasione renderci un po’ conto di come si sono regolati gli altri e cercare un’ispirazione che ci aiuti a prendere una decisione. Camminiamo guardando le lapidi con attenzione e ricominciamo il balletto di “Bella questa!”, “Pure questa, guarda qui!”, “Bella!”, “Meravigliosa!”, “Vieni, vieni qui, guarda questa!”.

A un certo punto ho come un’epifania: “Oddio, ma che stiamo facendo?”. Prendo il mio accompagnatore per il braccio e dico “Andiamocene va’, che stiamo prendendo una brutta piega: una volta queste esclamazioni erano riservate alle vetrine delle vie dello shopping, non alle lapidi del cimitero!”.

Scoppiamo a ridere, e anche questa ci esce proprio male: il cimitero non è proprio il luogo più adatto a scoppiare in sonore risate!

 

Dormendo morendo

Foto dal web

Mia madre, che era solita parlare per proverbi, spesso citava questo: “Bambini dormendo guarendo, anziani dormendo morendo”.

Vado da lei, spesso crollo io dal sonno e mi accascio, e così lei dorme a sua volta. La guardo, lei che era sempre così , come dire, composta, ora è scomposta, il corpo abbandonato, il respiro affannoso. Il seno, un tempo prosperoso, non esiste più, e ha lasciato il suo posto a un torace scarno che faticosamente si alza, e faticosamente si abbassa, e faticosamente si rialza, e faticosamente si riabbassa.

“Mamma ha sempre dormito dormito così” mi dicono i miei fratelli. “Nonna ha sempre dormito così” mi dice mia figlia.

Io a volte mi chiedo se ho vissuto un’altra vita, in un altro mondo, con altre persone, perché io me la ricordo mia madre, dormire sempre su un fianco, silenziosamente, con la bocca rigorosamente chiusa, le gambe accostate appena piegate, a volte le mani giunte sotto la guancia, a mo’ di cuscino.

Ora le braccia sono abbandonate a se stesse, le gambe sono abbandonate a se stesse, la bocca è abbandonata a se stessa, mentre il torace sembra opporre resistenza a ogni respiro.

La guardo, e ripenso alla sua vita faticosa, tanto faticosa. La guardo e penso a quando, sempre su un fianco e con noi alle sue spalle, ci leggeva qualcosa, generalmente sempre quello strazio inenarrabile del Libro Cuore, per cui regolarmente si commuoveva, oppure la cavallina storna, un’altra insopportabile palla, e ricordo quel suo indice che si alzava ogni volta quando pronunciava con voce solenne “Si alzò alto un nitrito”. Credo che mia madre avesse una visione un po’ mistica della vita, quella che mia figlia attribuisce anche a me, che vedo la mano divina dappertutto, e penso ai suoi sogni, e a come sono stati infranti, a come sia stata dura la sua vita, a quanto abbia lavorato, sempre, troppo, non si è mai risparmiata (come, d’altra parte, non mi risparmio io).

La guardo, abbandonata così, in quel sonno sofferente laddove da giovane è stata la veglia ad essere sofferente, e mi chiedo se poi sia questa la vita, difficile da vivere, difficile da lasciare.

Dorme, e già sappiamo che un giorno non si sveglierà più da quel sonno.

Mia nonna era solita dire “Nun se pòzza mai fini’ “, perché è solo uno il caso in cui uno finisce i suoi impegni di vita con tutte le sue tribolazioni, e cioè quando finisce il suo impegno di vita.

Bambini, dormendo guarendo, anziani, dormendo morendo, e mia madre non è una bambina, anche se forse il suo animo lo è rimasto sempre.

Tu, che sei da qualche parte.

Da qualche parte (di Giuseppe Valerio, 10-1-2014)

Non sono più intero.

Sono un pezzo di me stesso.

Devo aver lasciato

da qualche parte

altri pezzi di me.

Qua e là.

Non ricordo più dove.

Certamente dove ho lasciato gli amori.

Oppure le cose.

E perfino i ricordi.

.

Non sono più intero.

Ma a volte ricordo,

perché nei meandri della mia mente,

di tanto in tanto,

quando sono solo con me stesso,

si affacciano rimorsi e rimpianti

per ciò che sarebbe potuto essere

se solo avessi avuto la forza

e la determinazione giusta.

.

Non sono più intero.

Pezzi di me sono

da qualche parte.

Ieri i tuoi pezzi, forse, si sono riuniti. Forse hai ritrovato tutto ciò che hai perduto, ma noi che abbiamo perso te, abbiamo lasciato un pezzo ancora, da qualche parte, che un giorno pure ritroveremo.

Riposa in pace Giuseppe.

Nota: Giuseppe ha lasciato nel suo blog, abbandonato da un po’, una piccola parte dei suoi pensieri: https://giuseppevalerio.wordpress.com/

Quella morte che non riunisce

Ieri mi ha chiamato la figlia di una mia carissima amica, per comunicarmi che, purtroppo, la sua mamma non c’era più.

Me l’aspettavo, ci frequentavamo ancora quando iniziò a stare male, un male contro cui ha combattuto fino alla fine, vincendo grandi battaglie (pare abbia vissuto una vita normale fino alla fine, guidando la macchina e andando in vacanza), ma perdendo inevitabilmente la guerra.

Non avevamo mai discusso io e la mia amica, anzi, sì, una volta che mi aveva accollato una “spiata” fatta invece da un’altra sua amica. Anni perché la verità benisse a galla, poi quando fui “riabilitata” l’altra sua amica fu perdonata mentre con me, per quello stesso motivo – nel mio caso infondato – non aveva parlato per anni.

Lei era sposata con un uomo meraviglioso che l’adorava, e aveva tre figli stupendi: avete presente la famiglia del Mulino Bianco? Ma quella vera, in cui l’affetto, il rispetto e il sostegno reciproco erano veri, non di facciata.

Il fatto è che le persone, quando non hanno problemi, evidentemente se li vanno a cercare e, quando hanno tutto, sopraggiunge spesso un innato istinto a distruggere, forse per avere qualcosa da ricostruire.

Insomma, lei s’innamorò di un altro. Fermo restando l’affetto profondissimo e la stima incondizionata per il marito, si innamorò di un uomo a mio avviso orribile (credo che lo conoscessi da prima di lei), che aveva tutta la mia disistima.

Tutto questo mio disprezzo e questa mia disistima si dimostrarono ben presto meritatissimi ma ahimé, l’amore è cieco. Inoltre lui, saputi i miei sentimenti e i miei tentativi di convincerla di non fare colpi di testa e restare con il marito, le proibì di frequentarmi, e così nonostante l’affetto e l’amicizia, che probabilmente continuarono, il rapporto s’interruppe.

Ora lei non c’è più, e nessuno ci ridarà gli anni perduti. Così come la Lobot, dopo aver litigato con me (rigorosamente per i casini combinati da Attila), impedì di fatto la frequentazione con gli altri membri della famiglia: io adoravo mio suocero (o presunto tale), e mi fu impedito persino di andarlo a trovare quando era ricoverato in ospedale e poi di andare al funerale dopo che si era tolto la vita, e anche in quel caso nessuno ci ridarà quegli anni, circa 14 in questo caso, passati con questo divieto di rivolgerci la parola.

Io credo che questi siano peccati gravi, gravissimi. Lo stesso peccato di cui si sta macchiando la Pdf che, sia chiaro, non perdonerò mai.

Un signore distinto (più qualche questione esoterica)


E’ morto.

Inutile dire che me l’aspettavo, e che per lui in fondo è stata una liberazione, non ce la faceva più a vivere come viveva. Era impazzito di solitudine, si era lasciato andare, un uomo come lui, che tanto teneva alle sue nobili origini e al salvare sempre la forma e l’apparenza!

A tal proposito mi ricordo una sera di qualche anno fa, che ero a cena con un amico che mi chiedeva notizie su questo marito del tempo che fu. “Com’era?” mi chiese. E io “Beh, un signore distinto…” e, prima che aggiungessi una parola, lui cominciò a ridere e a tirarmi palline di carta apostrofandomi “Un signore distinto? E’ la descrizione di un marito? Di un uomo che hai amato e sposato? Un signore distinto??? E quando vi lasciavate che vi dicevate, distinti saluti?”.

Mi misi a ridere anch’io, ma in quel momento realizzati come oramai fossi distante da lui, uno stato d’animo completamente asettico nei suoi confronti.

O forse no.

Quando eravamo sposati avevamo constatato tra di noi una sorta di telepatia, al punto una volta di addormentarsi e fare lo stesso sogno, o altre volte formarsi nella nostra mente la stessa immagine, a fronte degli stimoli più disparati, ma non finisce qui.

Molti anni fa – eravamo già separati ed abitavamo a circa 80 km di distanza -, una notte mi sentii tirare il lenzuolo. Una strattonata al lenzuolo, un’altra, e mi svegliai. Un’altra strattonata, un’altra, come qualcuno che tentasse di richiamare la mia attenzione.

Fui presa dal panico (ero sola in casa) ma tentai di razionalizzare. A un certo punto come un’illuminazione: certo, io la sera a letto studiavo, consultavo, il letto era pieno di dizionari e volumi d’enciclopedia, sicuramente sarà stato un tomo caduto a terra che teneva bloccato il lenzuolo, per cui al minimo movimento avevo questa sensazione che qualcuno tirasse il lenzuolo. Rassicurata dalla spiegazione, volli fare la prova del nove, e tirai io il lenzuolo: libero.

Mi affacciai dalla sponda del letto, nessun volume a terra.

Guardai l’orologio, non ricordo l’ora esatta, ma dovevano essere circa le 3, 3 e mezzo di notte.

Mi rigirai e cercai di riprendere a dormire, ma le strattonate al lenzuolo ricominciarono.

Terrorizzata cominciai a pregare, pregare, pregare fino a che, vinta dal sonno, mi addormentai.

La mattina dopo era tutto tranquillo, devo dire che mi alzai ricordandomi a malapena quanto successo ma, non appena mi rivenne in mente, cominciai a telefonare a tutto il parentame, a cominciare da mio nonno, per assicurarmi che tutti stessero bene.

Al mio ex marito, francamente, non pensai affatto.

Tempo dopo, un giorno che capitai a trovarlo (ai tempi ancora ogni tanto ci andavo), mi raccontò che una notte era stato malissimo e mi aveva chiamato, chiamato con tutte le sue forze, seppur conscio che, ovviamente, non l’avrei potuto sentire.

Ricostruendo i tempi e l’ora, si doveva trattare proprio di QUELLA notte e di QUELL’ora. Ammetto che ne rimasi impressionata, anche se non sono nuova a, come dire, coincidenze inquietanti.

Beh, a volercela vedere, la coincidenza c’è anche stavolta. Ricordate, recentemente, che avevo scritto di sentirmi male, essere con il morale sottoterra, e di sentirmi totalmente affranta, senza apparente perché, e di essere addirittura arrabbiata con me per questa immotivata quanto inconsolabile malinconia? E avete notato che a un certo punto, altrettanto improvvisamente mi sono ripresa, riacquistando una gioia di vivere che è sembrata altrettanto immotivata?

Beh, a volerci vedere del mistico, anche qui i tempi coinciderebbero: il mio grande malessere col suo dolore e la sua agonia, e la resurrezione con l’avere lui, alla fine, finalmente trovato pace.

Impossibile pensare a un’autosuggestione, ho saputo della sua morte all’incirca un mese dopo.