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Ciao, Bruno, nobile e tormentato cavaliere errante

Questo brutto scherzo ci hai fatto.

Così, all’improvviso, senza averci mai detto che stavi male. Cioè, che stavi male nell’animo lo sapevamo, la morte di tua figlia ti aveva segnato, non sei mai più stato lo stesso.

Non ci avevi detto però che stavi male anche nel fisico. Non ti lamentavi, non ti curavi, ma poi alla fine tutto è diventato troppo per poter passare sotto silenzio.

Quello che mi ha colpito però, e che oggi mi consola, è che tu, ateo dichiarato, quasi rammaricato di non essere tra coloro che possono trovare conforto e ristoro nella fede, questa fede verso la fine dei tuoi giorni l’avevi trovata.

Eri sicuro che un giorno in quel felice mondo che è l’aldilà, avresti ritrovato tua figlia, l’avresti riabbracciata, e siamo tutti convinti che questo pensiero ti abbia fatto in fondo desiderare la morte ogni giorno di più.

Sei morto il giorno del mio compleanno, un giorno dopo aver festeggiato il tuo: un modo forse per non farti dimenticare, ma non ti avrei dimenticato lo stesso.

Addio, amico caro, che hai voluto riabbracciare quanto prima la tua piccola anche se la tua grande, ancora qui, aveva pure lei bisogno di te. L’hai lasciata affidata alla madre, che senza di te dovrà avere forza per due.

Che l’abbraccio di tua figlia ti compensi per questo abbandono che i tuoi cari non avrebbero mai voluto vivere.

Mi chiamava mamma

L’ho saputo solo oggi.

L’ho saputo solo oggi, casualmente, mentre salutavo qualche amico su fb.

Il figlio di Otello non c’è più, stroncato nel sonno da un infarto.

In questo momento non ce la faccio a scrivere nulla, mentre nella mente mi ripassano per la mente tanti episodi, momenti, parole… Gli ho voluto un gran bene, e un gran bene lui ha voluto a me.

Poi ci siamo persi di vista, perché la vita così funziona, e funziona che quando perdi di vista qualcuno continui a immaginarlo nel punto in cui l’hai lasciato, a fare la solita vita.

Lo immagini a percorrere la strada che già stava percorrendo, ma già non era più così.

Ora mi devo riprendere. A mia figlia ancora non l’ho detto.

Spalla d’uomo

Sono arrivata trafelata, digiuna, con qualche minuto di ritardo. La chiesa era gremita, di tanti funerali cui ho assistito, mai prima avevo visto una tale partecipazione.

Cerco con lo sguardo la mia amica, non riesco a vederla, ci sono troppe persone. Cerco i ragazzi, non li vedo.

Il prete comincia il suo discorso. “Ci chiediamo perché è morto”. O forse non ce lo chiediamo più, perché sappiamo di non saper rispondere.

Perché è morto? Giovane, in perfetta salute. Due figli un po’ discoli, ma dal cuore d’oro. Una moglie, bella, innamorata di lui. Amica mia, ma che rinunciava a ogni uscita con noi perché per lei esisteva solo suo marito. Li incontravi al parco che passeggiavano, mano nella mano, con quel sorriso stampato sul viso, beati come due adolescenti.

Io conosco meglio il figlio più grande, che è stato compagno di classe di mia figlia, di quelli simpaticoni, della serie “ribelli buoni”, pieni di energia ma dal cuore tenero.

Mi ricordo di quando feci un’oretta di supplenza nella sua classe, che cominciò a scherzare sulla Roma…

L’ho saputo ieri mattina, e subito ho telefonato a casa. La mia amica non era in condizioni di poter rispondere, incredula, completamente sotto choc.

Oggi, finita la messa, sono andata a salutarla; l’ho seguita fuori, poi ho aspettato per vedere i ragazzi, per abbracciarli, in silenzio. Non sarebbe stato certo da me dire cose come “Pensate a vostra madre”, o dire a lei “Sei una donna forte”: non mi sento a mio agio con certe frasi fatte, che tolgono al dolore, al dramma, il loro diritto a esistere.

Non ho visto i ragazzi. Piano piano sono usciti dalla chiesa, gli addetti hanno caricato i fiori sul carro, e infine esce la bara, portata a spalla da enne tizi. Riconosco, all’ultimo posto, il figlio, e non riesco più a tenermi.

Mi chiedo che cosa significhi per un ragazzo di 15 anni portare sulle proprie spalle la bara del proprio padre. Quelle stesse spalle che da oggi porteranno ben altri pesi.

L’adolescenza a volte finisce così, all’improvviso.