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Dimenticare non si può

Ieri ho sentito per la prima volta questa canzone, e mi sono ritrovata a piangere. Oggi la sono andata a ricercare e l’ho riascoltata, e ho pianto di nuovo. Chi conosce la mia storia – la sua storia – ascoltandola ne potrà facilmente capire il motivo.

Xavier mi chiedeva come avessi fatto a perdonarlo, e soprattutto mi chiedono perché ho potuto perdonare mio padre (perdonato sì, ma le ferite rimangono) e con mia madre invece non ce l’ho fatta..

La risposta è semplice: mio padre ci adorava, il suo amore era enorme e tangibile. Poi era un iracondo, lacerato dalla vita e disperato, che si lasciava andare a scatti d’ira feroce. Poi sicuramente ci sarà stato pure il fatto culturale, all’epoca i nostri genitori non erano psicologi, e per loro spesso “educare” era sinonimo di “domare”, “piegare”, a qualsiasi costo, senza capire che un individuo spezzato non sarebbe mai stato un adulto in pace con la vita.

Mia madre invece tutto querllo che faceva lo faceva a freddo, e fredda era nei suoi rapporti con noi. Nessuna manifestazione d’amore, nessuna cura che non fosse il lavare-stirare-pulire-cucinare, e una vessazione psicologica continua, un continuo insultare, ferire, rinfacciare, mortificare, e soprattutto sobillare mio padre, un padre già teso come una corda di violino e pronto a scattare.

E quando lui inferociva lei mi teneva ferme le mani, cosicché non mi potevo neanche coprire il viso. MI teneva ferme le mani.

Sono passati più di quarant’anni e non sono mai riuscita a dimenticare. Oggi cercano di farmi sentire in colpa perché non nutro trasporto nei confronti della povera vecchietta, ma che ne sanno loro, che ne sanno, se pure chi c’era fa lo gnorri!

Stronzo (di vittime e di carnefici)

donna_violenta

Ieri, sempre sulla solita pagina fb su cui nacque una discussione di cui mi pare di avervi parlato, un tizio pubblica un suo sfogo (in italiano talmente orrido da farmi dubitare della veridicità del post) su tutto quello che aveva sopportato dalla moglie nel corso di tanti (troppi!) anni.

Anni di soprusi gravissimi (percosse, denunce calunniose, ruote bucate, casa spaccata, etc. etc. etc, neanche ricordo tutto l’elenco che, per la verità, a un certo punto ho pure smesso di leggere).

Ogni tanto intercalava un “Anche quella volta l’ho perdonata”, “Sono tornato con lei”, “Per amore dei figli ho sopportato”, etc. etc.

Qualcuno poi mi dovrebbe spiegare che razza di dimostrazione d’amore per i figli sia farli vivere in un tale inferno, con una madre totalmente disfunzionale (credo fosse alcolizzata, tra l’altro) e un padre succubo e totalmente incapace di proteggerli, ma questa sorta di “giustificazione” è all’ordine del giorno, presente in tutti i racconti delle vittime/complici di violenza.

Io ho scritto il primo intervento, sottolineando che era un classico caso di vittima complice del carnefice, e che meno male che ne era uscito. Aggiungevo il consiglio di prendere in considerazione un supporto psicologico, anche tenendo presente che aveva delle responsabilità, morali e materiali, nei confronti dei figli rimasti in quella situazione (ancora una prova di “amore per i figli”, andarsene lasciandoli lì!).

A un certo punto, rompendo tutte le regole della pagina (“non si insulta” etc.) e del politically correct, arriva una che, precisando di essere una figlia che ha vissuto lo stesso inferno, gli scrive senza mezzi termini “Sei uno stronzo”.

Insomma, io mi rivolgo a tutti quelli che vivono questi drammi (che in genere sono donne, ma l’esempio conferma che l’essere vittima di maltrattamenti non è appannaggio dell’universo femminile): se non avete il coraggio di uscire da una situazione di maltrattamenti e da un clima da incubo, abbiate il coraggio di ammettere la vostra debolezza e di non mascherarvi dietro “il bene dei figli” e “per amore dei figli”, che quelle situazioni ai figli non fanno bene affatto, anzi, rischiano di rovinarli per sempre, e che se veramente aveste amore per i vostri figli dovresti portarli via da quel clima di orrore e terrore e trovare per loro quella forza che non riuscite a trovare per voi stessi.

Se non lo fate, sicuramente i vostri sofferentissimi figli un giorno vi diranno che siete stati degli stronzi, e che aggiungere, avranno pure perfettamente ragione.

Sul femminicidio

Ho appena lasciato da Aida questo commento:

Secondo me più che agli uomini il rispetto delle donne più che agli uomini bisognerebbe insegnarlo alle donne stesse, perché senti, uno che ti dici, dice, pensa, pure solo una o due delle frasi che hai citato, è da non frequentare e basta, e invece certe donne ci muoiono dietro, e ritengono di dover dimostrare a quella bestia che non è vero, che loro sono amabili, degne, che se si metteranno con loro non se ne pentiranno…

Se le donne imparassero a considerare gli uomini che non le rispettano degni del cassonetto dell’indiferenziata, forse sarebbe la volta buona che cambiano.

Le frasi citate sono:

“Sei femmina e non parlare perchè quando parli dici solo stronzate”

“Non puoi avere amiche, se ti ci vedo insieme con me hai chiuso”

“Pensa a imparare a cucinare che ai soldi ci penso io” (vabbè, questa non mi sembra così grave, bisognerebbe vedere il contesto, ndr)

“Sei cicciona , non vedi di metterti a dieta che sembri un arancino sui tacchi?”

“Sei brutta, inutile che mi corri dietro.”

Il bambino umiliato

bimbo-sdraiato

Riporto una parte della tesi di un’operatrice sociale per l’infanzia, Patrizia Ruggeri, della provincia di Messina.

“Uno degli aspetti che accompagna gran parte dei bambini da me seguiti in questi anni è la bassa considerazione di sé stessi, il sentimento di vergogna e di colpa che contraddistinugue quasi sempre i minori deprivati e maltrattati.

Un fardello pesante da scrollarsi di dosso e che è la principale causa di una percezione deformata dell’immagine di sé. In particolare il sentimento di vergogna provoca una svalutazione del sé invasiva e globale: il bambino si ritira, si fa piccolo e, attribuendosi scarso valore, vive una sensazione di totale impotenza. Cerca di nascondersi, di scappare, di vendicarsi… Sul piano sociale sviluppa una forte preoccupazione per come può essere valutato dagli altri.

Un bambino maltrattato, abusato, abbandonato e non amato non può sviluppare sentimenti positivi nei confronti della vita che non gli appare, come sarebbe invece naturale nell’infanzia, magica e buona, in grado di affascinarlo, incuriosirlo ed entusiasmarlo. Diventa rinunciatario, incapace di affrontare e superare qualsiasi ostacolo, nello studio come nello sport, nelle amicizie come nelle relazioni affettive. Bambini con queste caratteristiche, possono sviluppare  forti depressioni. Significativo al proposito il caso di un ragazzino che si sentiva talmente privo di valore da raccontare in giro che il suo nome era “merdina” come spesso lo chiamava il patrigno.

Nelle fotografie di gruppo bruciava la propria immagine con la sigaretta perché temeva che il suo volto potesse rovinare la fotografia.

Alla domanda cosa vorresti fare da grande rispondeva, molto seriamente, che avrebbe voluto lavorare in una fogna. A 16 anni tentò il suicidio.

Sono bambini feriti nel profondo e per sempre. Quando interveniamo come adulti e operatori possiamo solo cercare di cicatrizzare le loro ferite nel miglior modo possibile, cercando di fare in modo che non si riaprano mai più.

Ciò che chiedono è anzitutto di essere amati. Una domanda che i bambini spesso mi rivolgono è: “Mi vuoi bene? E quanto mi vuoi bene?”. Io li abbraccio, li coccolo e rispondo: “Prova a contare quante volte ti ho detto no”.

A volte qualcuno mi chiede cosa penso di lui. In questi casi uso la prudenza e il tatto e non utilizzo mai frasi fatte come sei bello e buono e non c’è niente che non vada in te. Suonerebbe falsa…

Se è necessario rilevare un aspetto negativo prendo come esempio qualche mio difetto e il modo in cui ho cercato di smussarlo o superarlo. Ciò che è importante è l’autenticità dell’ascolto e dello sguardo: nei miei occhi e nelle mie parole voglio che si riconoscano per quello che sono e per quello che valgono.

Significativa questa testimonianza, e per me agghiacciante. Non posso pensare a un bambino chiamato “merdina”.

Per quanto io possa essere sconvolta dai bambini vittime di conflitti, ancora di più mi sconvolge la violenza, fisica e psicologica, che un bambino subisce in famiglia. Bambini venduti dagli stessi genitori, violentati, percossi fino alla morte, terrorizzati.  Bambini uccisi per il traffico di organi: è di stamattina la notizia che, su circa 1300 bambini sbarcati a Lampedusa, 400 sono scomparsi nel nulla. 400 bambini di molti dei quali si sospetta siano stati uccisi, per essere venduti a pezzi al mercato della carne umana, o “interi” (costretti a prostituirsi), o chissà dove sfruttati da qualche racket. Questo il dubbio espresso nel servizio di stamattina .

Anni fa, vidi in un servizio un padre che portava il figlio al mercato per venderlo: è un’immagine che non dimenticherò mai. Il bambino era ben curato, ben coperto, ma non per affetto, solo come merce da proteggere per esporre nel suo stato migliore. Il bambino porgeva fiducioso la mano a suo padre….

Nel mio intervento sono uscita fuori dal seminato rispetto a quanto espresso nella parte di tesi riportato, ma il comune denominatore sono i genitori primi aguzzini dei figli. Chi più, chi meno.

Chi gli uccide e violenta il corpo, chi l’anima, chi entrambi.