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Felicità in questo mondo

Sempre della serie “A che mi servono i social quando esistono gli autobus?” continuo con le mie avventure e i miei incontri illuminanti.

Ieri mattina rincontro una signora (mi verrebbe da dire una ragazza, per il suo aspetto snello, giovane e sorridente, i grandi e bellissimi occhi chiari), che prende solitamente l’autobus alla mia stessa fermata e con cui avevo già avuto modo di interagire in passato, senza eccessivi approfondimenti.

Ieri invece capita che incontra un’altra signora con cui probabilmente frequenta un qualche gruppo, inziano a parlare mentre io tento, inutilmente, di immergermi nella mia lettura.

Non ci riesco, parlano a voce piuttosto alta, anche un po’ concitata, la ragazza ha un libro di cui legge ogni tanto qualche stralcio all’altra signora, per dimostrare la non casualità di alcuni fatti. I discorsi, che nel mio tentativo d’estraniarmi mi sono sfuggiti quasi tutti, sembrano però di un certo interesse, i passi citati pure, tanto che finisco per chiederle il titolo del libro. Me lo dà, me lo spiega, e mi dice che semmai il libro me lo compra lei e me lo regala (commento dei miei colleghi: “ma tutti tu li incontri? ma che autobus prendi?). Voi non ci crederete, ma stamattina l’ho rincontrata e aveva davvero comprato un libro per me (quello nella foto, che non è quello di ieri).

Ieri sera invece ho incontrato un’altra persona e non ricordo come si è andato a parlare di dieta e nutrizione. Mi ha parlato del figlio, che è dimagrito dieci chili, e mi ha detto che è andato da una nutrizionista che gli ha dato dei consigli spiccioli che gli hanno permesso di perdere peso praticamente senza dieta e senza sacrifici, e me ne ha riferito qualcuno al volo (l’eliminazione totale dell’olio cotto, per esempio).

Poi sono stata a una conferenza magnifica sull’identità di genere (qualcuno di voi ha letto “Dalla parte delle bambine” di Elena Gianini Belotti?), di cui magari vi parlerò in un post a parte.

E’ seguita cena (morigerata) con un’amica, e insomma, la vita è bella! ❤

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La favola di Bali

Casualmente (ma oramai lo dico senza crederci), cercando dell’altro, m’imbatto in una vecchia lettera di Bali, in cui mi raccontava una fiaba.

La rileggo, è dolcissima, e in fondo un po’ mi ricorda noi: un rapporto stretto, magico, che dura oramai nonostante noi (e questo c’è da dirlo 😉 ), diversi sì, ma forse affini nelle cose importanti, come il rispetto del pensiero altrui.

Oggi è il suo compleanno, e voglio regalargli la sua fiaba. Al mio amico più caro, dalla sua stella cometa (modestamente 😀 ).

Hamed era un ragazzo sveglio e molto laborioso. Tutto il giorno di tutti i giorni lo potevi incontrare nel villaggio, ora a scaricare ceste di frutta, ora a trasportare gli otri nelle case ove ci fosse bisogno d’acqua, in altri momenti a riparare tetti, finestre o pareti consumate dai venti lontani.
In qualche modo avresti detto che era ovunque. I ragazzini lo seguivano perché non era di molte parole ma ispirava simpatia. Lui si tirava dietro tutta quella ciurmaglia con una falsa indifferenza.
A bassa voce, come se parlasse fra sé e sé, spiegava a tutti quello che stava facendo, e quelli imparavano come si fa la malta, come si tagliano gli arbusti, di cosa hanno fame gli animali e di cosa si nutrono le piante, che a dire il vero lì ce n’erano poche, di piante.
Quando ridipingeva il muro esterno di una casa, prima di dare la mano finale disegnava strani paesaggi: arcobaleni, fiumi, foreste ed animali grandi che non avevano gobbe sulla schiena ma strane protuberanze in altre parti del corpo.
Ché lì, nel villaggio, quelle cose mica c’erano, e nessuno si era mai allontanato così tanto da sapere cosa ci fosse oltre il fiume.
Così potevi vedere quelle facce piccole immobili, con bocche aperte e occhi sognanti.
Anche gli anziani rimanevano stupiti, però non dicevano niente. Non pensavano “ma va, ma guarda cosa s’inventa”; in cuor loro sapevano che c’era del vero in quei disegni.
Si potrebbe pensare che Hamed fosse un mago o che Dio gli avesse mandato delle visioni.
Noi ce lo chiediamo, al villaggio si fidavano, e basta.
In effetti Hamed, che come vi ho detto era sveglio, andava a trovare spesso il vecchio maestro del paese e, dalla sua bocca ascoltava racconti, poteva vedere un mondo che nessuno lì aveva mai visto.
Poi aveva, grazie al maestro, imparato a leggere e non esisteva libro in quella casa che non avesse visto e stravisto. Il maestro era così vecchio che nessuno si ricordava qual era stato il suo mestiere e, smesso lui, nessuno aveva preso il suo posto nella scuola, che ormai non esisteva più.
Hamed lo aiutava, come aiutava tutti, quanto poteva e come poteva.
Questa era la sua vita, fino al tramonto. Sì perché, quando il sole cominciava a calare, il ragazzo andava lungo il fiume, sotto la grande palma, ed aspettava la notte.
Piano piano tutti i rumori cessavano, l’aria si faceva pulita, così delicatamente piena di odori che avresti detto dopo due respiri che ti girava la testa.
Su quando fosse il momento di ritirarsi in quel posto Hamed era precisissimo. Lo sapevano tutti, tanto che se qualcuno aveva ancora bisogno di lui e lo cercava e chiedeva, l’interpellato misurava l’altezza del sole sull’orizzonte e poi rispondeva “aspetta che il sole sfiori quella pianta là, e lui sarà sotto la grande palma”. Ma nessuno ci sarebbe mai andato a chiamarlo, per rispetto.
Quella della sera era più di un’abitudine, era una cosa, un sentimento che senza non avrebbe vissuto.
Andava ed aspettava. Ma cosa aspettava? Aspettava la luna ed aspettava le stelle.
La luna, ai suoi occhi era un po’ esagerata. Evvia, così grande,poi ora tonda, ora metà, ora uno spicchio. La regina del Cielo di notte. Lui la lasciava volentieri al sole, la luna.
Ma le stelle? Più piccole sì, ma graziose, ferme ma pulsanti. Beh proprio ferme no, perché si muovevano anche loro, ma con più grazia, più lentamente, tanto che lui le poteva conoscere e seguire. Ci si poteva fidare, insomma.
Ma c’era una stella particolare che lui attendeva, una di cui gli aveva parlato il maestro, una che..che..neanche la luna. Era grande, luminosa, con una immensa coda lucente. “Se tu potessi acchiappargli la coda”, diceva l’anziano,” lei ti porterebbe via, in tutti quei luoghi di cui ti ho raccontato. Ora, noi sappiamo che Hamed era generoso, però quanta sofferenza vedeva tutti i giorni,quanta ne aveva patita e il futuro non sembrava migliore.
“Quando passerà”pensava il ragazzo”io la prenderò ed andrò via. Qualcuno sarà dispiaciuto, ma alla fine saranno contenti per me”.
Così pensava e si lambiccava il cervello per inventare un modo che gli avrebbe permesso di afferrare quella coda, perché la cometa (così si chiama quel tipo di stella) non avrebbe fermato la sua corsa per lui.
Il problema era serio e la soluzione una sola: imparare a saltare così in alto, quel tanto che gli sarebbe bastato ad allungare una mano per acchiapparla.
La sera, Hamed andava sotto la grande palma e saltava, saltava, saltava in continuazione e più in alto che poteva.
Il maestro gli aveva confidato la data di quando, più o meno, si sarebbe verificato quell’evento e, cribbio, non mancava molto.
La luna, noncurante, continuava a passare, ed il giovane non guardava più le sue stelle ma osservava la profondità del cielo in attesa di qualche bagliore, anzi, di quel bagliore.
Non avrebbe saputo più neanche dire se le stelle ci fossero tutte, o se ne mancasse qualcuna.
Le scimmie invece si divertivano moltissimo. Vedere quel buffo ragazzo che saltava, le riempiva d’ilarità. Facevano capriole in aria e poi si ruzzolavano per terra. “Ridete, ridete” gli diceva “fra un po’ vedremo chi rimarrà a bocca aperta”.
Era talmente impegnato che non si era accorto che una ragazzina, suppergiù della sua età, da qualche giorno lo osservava da dietro la grande palma.
Aveva la pelle ambrata, capelli folti e ribelli che la facevano sembrare un po’ selvaggia, che quando si riempivano di sabbia portata dal vento, hai voglia poi a farla andar via. Vestiva con delle tunichette colorate che mostravano due gambe forti ma belle; se Hamed avesse dovuto farci una gara di corsa insieme, non sono sicuro di chi avrebbe vinto.
Finché un giorno, fermatosi per il grosso affanno, la vide.
“E tu chi sei?” le chiese , in modo, a dire il vero, un po’ brusco “da dove vieni, cosa fai, mi spii?”
“ Mi chiamo Maisha” rispose non riuscendo a trattenere un sorriso “Mi hai fatto così tante domande in una volta sola che mi hai confuso”. “Sono nuova del villaggio e no, non ti spiavo, però mi sembri buffo e curioso. Cosa stai facendo?”. “Eh, sapessi” le disse con aria di sufficienza e strascicando le parole,“ è una lunga storia. Mica tanto allegra. Storia di dolori, sofferenze che scontiamo qui” aggiunse, sentendosi molto grande. “Raccontami la tua” lo invitò lei “Perché anche da dove vengo io non si vive d’allegria”.
Fu così così che Hamed incontrò Maisha e si raccontarono e si raccontarono, e prima piangevano, poi ridevano, poi si prendevano in giro. Insomma passò la notte e, al sorgere del sole, si salutarono perché la ragazzina disse che doveva proprio andare ed il nostro anche. Si diedero comunque appuntamento per la sera dopo.
Hamed si rese conto di non aver dormito, e un po’ confuso, in effetti, si sentiva. C’era però in lui un’energia nuova, che non aveva mai provato.
Trascorsero i giorni ed anche le notti ed il ritrovarsi, per quei due, era diventato un momento di grandi confidenze. Certo, dormivano anche, cribbio. E, immancabilmente, all’alba lei se ne andava.
Finì che passò anche un altro giorno ed il nostro si recò, come sempre, sotto la grande palma. Fece al solito i suoi esercizi di salto perché sentiva che il grande momento stava per arrivare e voleva essere pronto.
Quando la notte fu proprio buia, arrivò anche Maisha, e si sedettero vicini.
A Hamed era simpatica quella nuova amica, tanto simpatica che decise di confidarle il suo grande segreto. “Capisci” le disse “ è la mia grande occasione per andar via, per correre verso nuove oasi, e troverò la felicità” “Ti inviterei volentieri, sai” continuò “ ma tu sei una ragazza. Non so se ce la faresti” “e non so neanche se sulla coda c’è posto per due” si affrettò ad aggiungere.
Maisha sorrideva, ma non era un sorriso allegro, come la prima volta che si erano incontrati.
Era calata la notte, ma era calato anche il silenzio. Hamed guardava la volta celeste e si ricordò delle stelle, sue vecchie compagne. Forse erano un po’ imbronciate perché lui le aveva trascurate, ma loro lo avrebbero capito, forse. Le guardava e le continuava a guardare, le contava pure e c’era qualcosa che non lo convinceva: magari si sbagliava, ma ne doveva mancare senz’altro una. Certo, ma dov’era quella lì? Ed additava il cielo, ma alla fine del suo dito c’era solo del blu. Oh no, non lei, che era la sua preferita.
Cominciò a piovere, uno di quei violenti scrosci d’acqua che durano poco, e che in quel paese accadevano poco prima dell’alba. Ancora un attimo e avrebbe smesso di piovere ed il buio si sarebbe fatto meno intenso.
“Hamed. Guarda Hamed” senti Maisha che lo chiamava. Volse lo sguardo verso ovest e vide un bagliore lontano che si avvicinava piuttosto velocemente. Si alzò in piedi e tornò a guardare il cielo, là dove mancava la sua stella ( perché senz’altro quella era sua). Poi si voltò e guardò Maisha, ma non la vide, vide i suoi occhi, o meglio, vide la luce brillante dei suoi occhi. Tornò a lanciare uno sguardo là dove un buco si era riempito di blu e di nuovo osservò gli occhi di lei.
In quel momento una maestosa stella cometa passò, così vicina che non sarebbe stato necessario saltare per toccarla. Smesso di piovere, lungo l’orizzonte una striscia luminosa si faceva strada contro il buio della notte. Hamed disse “Non andare” e le porse la mano. Maisha vi mise dentro la sua e Hamed vide l’arcobaleno, e le montagne e gli animali buffi e non voleva smettere più.

Buon compleanno, Bali!  😀