Archivio tag | incomprensione

Io puzzo adesso

***

Vi chiederete il perché del titolo, che magari vi avrà fatto ridere, e più giù vi spiegherò l’origine di queste parole.

Il post è sulla richiesta e offerta d’aiuto, ma partiamo dall’offerta così ci sbrighiamo. Tanta gente ti offre aiuto confidando nel fatto che tu lo rifiuti, e nel malaugurato caso tu invece lo accetti ti tocca assistere a una patetica marcia indietro con indecoroso balbettamento di scuse.

Poi c’è la gente che si sbraccia per darti un aiuto non avendo minimamente capito di cosa hai bisogno, e appesantendo la tua ricerca di soluzioni con il rifiuto di quelle loro, generalmente improbabili.

Vi faccio un esempio. Diciamo che avete preso tre lauree, una in matematica, una in fisica nucleare e una in ingegneria e che stiate cercando lavoro. Alla vostra lagnanza sul fatto che non trovate lavoro il diligente aspirante “aiutatore” si mette in moto e smuove mari e monti, e alla fine vi porta tutto tronfio tre belle proposte, una di lavapiatti, una di pelapatate e uno di buttafuori in una discoteca, e voi fate pure la parte degli ingrati che non accettate e vi viene pure rinfacciato che gli avete fatto fare brutta figura con le persone con cui si è esposto per trovarvi un lavoro.

Non vi dico poi in campo sentimentale, quando siete soli e gli amici continuano a proporvi “candidati” da far rizzare i capelli in testa! A una persona risposi a brutto muso che, eventualmente fossi alla ricerca di qualcuno, cercherei l’anima gemella, cercherei una persona di grande valore e grande spessore, che se la mia aspirazione fosse stata aprire il cassonetto e prendermi il primo individuo intento a rovistarvi dentro che ne fosse saltato fuori non avrei avuto bisogno di nessun aiuto.

Ma torniamo all’ “Io puzzo adesso”, frase storica che a casa mia è diventata emblematica, e che mia figlia sostiene andrebbe scolpita nella pietra tanto è significativa (e nel video che ho linkato, le parole di Jannacci “Ma io sto male adesso” esprimono esattamente lo stesso concetto).

Questo era il contesto: voi sapete che ho cresciuto mia figlia da sola, e vi assicuro che non è stata una passeggiata. Oltretutto mia figlia è stata una bambina buonissima sì, ma decisamente vivace, irrequieta direi, e soprattutto non dormiva mai, quindi il consiglio di fare le cose mentre lei dormiva nel mio caso era inapplicabile.

Anche lavarmi era diventato un lusso, non conto i danni che ha fatto gettando la roba nell’acqua mentre io mi lavavo, né era pensabile, per la sua incolumità, lasciarla fuori dalla porta del bagno sia pure per cinque o dieci minuti.

Una volta mi raccomandai al padre di venirmi a tenere la bambina per un quarto d’ora, il tempo di farmi una doccia tranquilla. Il padre, flemmatico, comodamente sdraiato sul divano di casa sua, mi rispose che la situazione sarebbe migliorata, che la bambina a mano a mano che cresceva sarebbe stata più gestibile e io mi sarei potuta fare le mie docce tranquilla. Fu a quel punto che io gli urlai, fuori dalla grazia di Dio: “IO PUZZO ADESSO!”.,

Lui scoppiò a ridere (e comunque non venne ad aiutarmi), ma quella frase è diventata storica, lui la cita ridendo per la mia reazione e per l’espressione in sé ma mia figlia, che ne ha capito il significato reale, la cita spesso per dire “Io ho bisogno di aiuto ADESSO, non di filosofia su come in futuro si risolveranno le cose”.

Ecco, io generalmente non sono una che chiede aiuto, ho sempre fatto tutto da sola, sempre, anche quando ero piccola e in teoria avrei avuto dei genitori. Ho risolto con le mie sole forze dei problemi che voi non potete neanche immaginare, né potete immaginare quanto possa essermi costato.

Se chiedo aiuto, generalmente, lo chiedo solo a chi può darmelo, ma non solo, chiedo unicamente se può darmelo senza eccessivo sforzo (tipo il tenermi la bambina mentre io faccio la doccia, chiesto al padre che forse qualche dovere l’avrebbe pure avuto), e un “no” lo prendo male.

Quando mi sento rispondere con dimostrazione di come quella cosa non mi serva o di come possa risolverla da sola (segue lista di soluzioni improbabili) mi cadono le braccia, e “ricolloco” la persona in un altro spazio nella mia mente (tag #thosgamatomascherina).

A queste persone vorrei rispondere in un altro modo. E’ vero, ed è un principio che io ho sempre seguito, che se dai un pesce a una persona l’avrai sfamata oggi, ma se le insegni a pescare l’avrai sfamata per tutta la vita, ma anche questo va contestualizzato: se io sono un provetto pescatore che ha sempre pescato il suo pesce da solo, però oggi sto a casa con la febbre a 40°, bisogna che tu mi porti un pesce perché ho fame, il tuo insegnarmi a pescare è assolutamente fuori luogo.

Se io sono un provetto pescatore e mi sono rotta tutte e due le braccia, ho bisogno che tu mi porti un pesce, non che mentre muoio di fame mi spieghi come, con inenarrabili contorsioni, potrei pescare con le gambe.

Ecco, diciamo che di certi aiuti faccio volentieri a meno.

Perché siamo single (e non solo)

Vi è mai capitato che qualcuno lamentasse la sua sorte sfortunata, voi l’avete compatito, salvo capire, dopo avere conosciuto meglio la persona, il motivo di tante vicissitudini?

Diciamocelo sinceramente, è vero che a volte fortuna e sfiga ci mettono del loro, ma è pure vero che più spesso ancora siamo noi artefici della nostra sorte, e quello che viviamo è perlopiù frutto dei nostri comportamenti e delle nostre scelte.

Non vi parlerò di Attila per non essere monotona, ma chi l’ha definito “inaiutabile” sapeva quello che diceva.

Vi ricorderò semmai di Filippa che, durante il viaggio di andata, mi raccontò di come il marito l’avesse picchiata e lesionato permanentemente un arto, suscitandomi grande solidarietà e compassione, ma che al ritorno avrei picchiato volentieri a mia volta e scaricato dalla macchina in corsa.

Ma torniamo a noi single.

Ovviamente ognuno ha la propria storia, ma ho riscontrato nei single cronici delle tipologie e comportamenti ricorrenti, ad esempio:

1) L’intolleranza o permalosità che dir si voglia. Sono quelli che ogni due per tre si offendono, chiudono baracca e burattini e se ne vanno. A furia di andarsene, ovvio che esauriscano ogni possibilità e rimangano soli.

2) L’essere rompicoglioni. La convivenza non mette insieme dei cloni, ma delle persone diverse, quindi è chiaro che si debba essere un minimo accomodanti, altrimenti sono piatti che volano (o lacrime che scendono) fino allo sfinimento. Mi diceva una tizia, appena conosciuta e sola praticamente da una vita: “Quando ero moglie e mio marito aveva l’amante, posto davanti all’aut-aut ‘O me o l’amante‘ ha scelto l’amante. Quando l’amante ero io, posto il lui in questione davanti all’aut-aut ‘O me o tua moglie‘ ha scelto la moglie: insomma, qualunque ruolo io ricopra, perché non sono mai quella che viene scelta?”. Mi fece molta pena e tenerezza fino a che, pochi giorni dopo, non la estromisi dalla mia vita a poderosi calci in culo. Chiaramente senza alcun titolo (ripeto, eravamo appena conoscenti) mi aveva portato all’esasperazione più totale, e posso capire come chiunque, tra lei e una qualsiasi seconda opzione, scelga la seconda, persino se la seconda opzione dovesse essere buttarsi da un ponte.

3) L’essere stati troppo feriti. Forse apparterrò pure a una delle due precedenti categorie, sicuramente, almeno di tanto in tanto, alla seconda, ma la terza è certo quella in cui mi rispecchio di più. Siamo noi, quelli che ci hanno messo il cuore, quelli che hanno dato tutto, quelli che si sono fatti fagocitare ogni sogno ed energia (qualcuno anche bei soldi) e ora, scottati dall’acqua calda, hanno paura anche di quella fredda. “Quando uno rimane scottato” dice un proverbio straniero “soffia pure sul gelato” e noi, delusi e feriti, ripiegati su noi stessi nel nostro angoletto, soffiamo, soffiamo, soffiamo (vale a dire, scappiamo, scappiamo, scappiamo). Una mia carissima amica, con alle spalle un matrimonio con un uomo cui ha cercato di dare tutto e un’altra lunghissima relazione con uno per il quale non vi dico quanto si è prodigata, mi ha detto “Io non sono sola perché ho il cuore ferito, io sono sola perché gli uomini mi fanno schifo”. Ora, “schifo” è una parola grossa, ma sapete come si dice, “Bocca rotta sangue sputa”. Ovviamente questo discorso, come i due precedenti, è anche applicabile all’altra metà del cielo, ci mancherebbe, ne ho conosciuti di uomini cui era stata risucchiata ogni energia, ogni dignità e anche ogni centesimo!

Insomma, credo che con un po’ più di rispetto per i sentimenti e la vita altrui, nonché un po’ più d’intelligenza (primo ingrediente di ogni relazione, altro che l’amore!), si ridurrebbe drasticamente il numero dei single.

L’insopportabile buonismo

Francamente mi spiace parlare per slogan e frasi fatte, ma devo riconoscere che le cosiddette “anime belle”, o “buonisti” che dir si voglia, non si possono definire in altro modo.

Potete ben immaginare come le discussioni sui migranti sui social si sprechino, in un incalzare di botta e risposta che, purtroppo, porta alla luce sia la belva umana sia la sua immensa stupidità.

Per carità, i razzisti esistono, hai voglia, anzi, credo sia veramente tanta la gente che ragiona per categoria, che ha bisogno di un capro espiatorio, di un agnello sacrificale che tolga i peccati dal mondo. Il razzismo è figlio della stupidità e la madre dei cretini è sempre incinta, la gente difficilmente è capace di ragionare in termini di “persone” e “responsabilità personale” per carità, non ho nessuna intenzione di negare questo, però…

Però, i due estremi si toccano, come gli estremi opposti di un ferro di cavallo, e all’altra estremità rispetto ai razzisti ci sono i “buonisti”, altrettanto fuori dal mondo e privi di qualsiasi senso della realtà.

Se discuti con loro, è un continuo (e inutile) rettificare “ho detto questo e NON QUEST’ALTRO”, perché se parli di quegli extracomunitari che delinquono loro ti risponderanno a dir poco due cose, una più scontata dell’altra:

1) che ci sono tanti italiani delinquenti (ma va?)

2) che ci sono tanti extracomunitari brava gente (ma va?)

Adesso, mi dite che ci azzecca, ai fini della gestione dei flussi migratori, sapere, sottolineare, ricordare, comunicare, che Andrea Ghira, Angelo Izzo e un terzo che non ricordo hanno massacrato due ragazze al Circeo e che Mohammed Nonsocosa si è buttato in acqua senza pensarci due volte per salvare la vita a un bambino? Che cosa dimostrerebbe questo? Che contributo darebbe alla gestione dell’ingestito e forse ingestibile problema migratorio? Che ci azzecca che pure noi siamo stati emigranti? Tra l’altro, comunico a lorsignori che lo siamo ancora, visto che i nostri giovani sono quasi tutti rassegnati ad emigrare per costruirsi un futuro.

Leggo una frase, peraltro scritta da una persona che reputo molto intelligente e di grande buon senso, ma ahimé, anche lei galoppante il buonismo con tutto il pacchetto di processo alle intenzioni, che suona più o meno così; “quando non sarà rimasto neanche un extracomunitario né uno zingaro e continueremo a stare nella melma, allora mi voglio fare quattro risate”: ma qualcuno pensa davvero che noi diversamente buonisti riteniamo extracomunitari e zingari il male del mondo e che una volta “estirpato” questo male la terra diventerà il paradiso dell’Eden?

Davvero questa gente pensa di stupirti tirando fuori dal cappello il rom con due lauree che insegna filosofia o l’extracomunitario onesto fino al midollo che ha trovato un portafogli pieno di denaro e l’ha restituito al proprietario? A me, francamente, non aggiungono nulla di nuovo.

Mi dà fastidio di questa gente il fatto che dia per scontato che si ragioni per categorie, ciecamente, senza capacità di vedere il bene dove ritengono che noi vediamo solo male e il male dove loro ritengono che vediamo solo bene. Le accuse che fanno sono loro proiezioni (almeno nella maggior parte dei casi, nel mio sicuro), e semplicemente perché tu non vuoi che si lasci un fenomeno incontrollato e che si mantengano isole di illegalità decidono che odi l’uomo nero (a meno che non ti capiti un negrone superdotato o una stupenda etiope dalla vulva color ebano perché, sempre a loro insindacabile giudizio, sei pure ipocrita). Sono accuse di cecità, di limitatezza mentale, spesso anche di malafede, che troncano ogni possibilità di discussione e che io, personalmente, respingo al mittente.

Ora, io ho delle idee anche impopolari, e di quelle mi prendo la responsabilità, ma di quelle, non di altre. Se io dico bianco e tu non sei d’accordo col bianco, possiamo discutere, ma se tu sostieni che io abbia detto rosso, giallo o verde, questo mi manda fuori di testa.

Per dirla tutta, non si limitano ad attribuirti parole, loro vanno oltre, ti attribuiscono pensieri e intenzioni, senza possibilità di replica (in teoria a volte la possibilità di replica te la danno pure, ma sono parole al vento, per quanto tu ti possa spiegare questo non sposta di un centimetro le loro proiezioni e attribuzioni).

Ecco, non li sopporto proprio più, ma proprio proprio più. Non è che io non sopporti le loro idee, che pure non condivido, non sopporto che loro me ne attribuiscano di totalmente fuori dal mio essere, dal mio spirito, dal mio animo e dalla mia realtà. Non ne sopporto l’ovvietà, la banalità, e anche la superficialità, perché poi il loro intervento si riduce al non intervento, al lassismo, al pietismo lontano: vivono nel loro regno incantato, totalmente avulso da qualsiasi oggettiva realtà.

Insomma, se tu dici che un cieco non può guidare (a parte che con la tecnologia prima o poi si potrà arrivare anche a questo), ti accusano di essere una persona disumana, che butterebbe i disabili dalla rupe Tarpea, e che se avessi un figlio disabile e blablabla, e che tal musicista era sordo, e che tal scienziato ero para o tetraplegico, e che tal poeta era deforme, e inutile spiegare che tu non ritieni certo un non vedente una persona di serie B, ma semplicemente una persona che, oggettivamente, non vede. Sembra facile il concetto? Vi assicuro, coi buonisti non lo è.

Mi sento sola

VIETNAM_Traffico_bambini

Lo dicevo qualche giorno fa non ricordo neanche a chi, ma ricordo la risposta: che ho tanti amici, e che di qua e che di là.

A me non manca la compagnia, certo che ho un sacco di amici, che amo profondamente ma, se pure fossi sola, starei bene lo stesso.

Quello che mi pesa è essere completamente sola con le responsabilità della vita, è il non avere nessuno con cui condividere il tiro della carretta, e non parlo necessariamente di un compagno.

Quando la mattina per esempio, esco carica di sacchi dei rifiuti (mia figlia non ne butta mai uno), e la sera tornando a casa trovo tutte le cose da gettare sulla credenza “perché nel secchio non c’era il sacchetto” mi viene da piangere. Inutili spiegazioni, richieste, brutti musi, scenate, preghiere. Il massimo che ho ottenuto è che non buttassero più i rifiuti nel secchio senza sacchetto, come facevano prima.

Oggi sto a casa, domani parto e dovrei prepararmi la valigia. Durante la settimana vado via la mattina e torno la sera, non posso permettermi di guardare niente, e il fine settimana quantomeno posso rimboccarmi le maniche e sfacchinare, ma in una giornata come questa, di preparazione bagagli, pranzo veloce, mi rendo conto ancora una volta della matta bestialità che governa questa casa.

Quanto cibo ho buttato oggi non ne avete un’idea: generalmente obbligo lei a pulire il frigo, per cui io alla fine vedo solo i (tanti) sacchi da buttare, ma ignoro cosa ci sia dentro: uno schiaffo alla miseria vergognoso, uno sputo in faccia a chi ha fame.

Come si mette la roba in frigorifero glielo avrò detto cinquecento volte, le cose aperte a mano, le cose che hanno una scadenza a breve davanti, le altre dietro, ma a fine settimana rapida pulizia dei piani con breve ricognizione.

Io sono stufa, stufa stufa, non esco mai se non per andare a lavorare, sono completamente schiavizzata da quello che lei combina a casa durante la settimana, le cose lavate e stirate – chiaramente da me – vengono rimesse a lavare, le mie fatiche continuamente buttate al vento, credo che l’unica soluzione sia andarsene, cosa non facile, che visto l’azienda sempre in crisi mica mi posso mettere a comprare un’altra casa, ma non ce la faccio più, non ce la faccio davvero più.

Non fa una commissione, non perché uno non gliela chieda, ma lei “si dimentica”, per portare un paio di scarpe a fare un tacco l’ho dovuta pregare due settimane, e poi ci è andata solo perché se ne erano rotte anche un paio sue.

Lei dice di essere una brava figlia, io le ribatto che è solo una brava persona, una brava amica, una brava studentessa, ma come figlia non ha pietà, si butta su di me a corpo morto, esattamente come avrebbe voluto fare (e ancora tenta di fare) suo padre.

Devo trovare una vita d’uscita. L’ho anche mandata ad abitare dal padre, ma dopo tre giorni è tornata, il padre abita con la nonna e la nonna non la vuole, e lei non sottostà a nessuna regola.

Ho parlato con un’altra madre, che mi ha confermato l’andazzo anche a casa sua e che ha ripetuto la stessa frase: “Non hanno pietà”.

Ma già, io sono quella forte: che vadano tutti a beeeeeeeeeeeep!

Sfinita

Mulino Bianco

Periodo senza tregua, con intorno gente senza pietà.

Lasciamo stare le situazioni di lavoro, che in questo momento vanno in secondo piano, ma Attila è venuto a litigare pure in ospedale, nella stanza in cui la vita di mia madre era lì, appesa a un filo.

E poi c’è mia figlia che, con tutte le sue virtù, innumerevoli virtù, ha un grande difetto che quasi le oscura tutte: è una rompicojoni.

Lei bracca, pretende, critica, “consiglia” come se trattasse sempre coi cerebrolesi, polemizza, si lagna, giudica, invade, colonizza…

Stasera si doveva uscire, il giorno siamo state con mia madre. Mi chiede se possiamo andare via da lì un po’ prima, visto che dobbiamo ripassare per casa e vorrebbe avere un po’ di tempo prima di uscire. Le dico che va bene ma è comunque presto, mi cattura l’attenzione un programma in tv (considerate che sono una ventina d’anni che non guardo tv, sono completamente fuori dal mondo su quel fronte).

Mi si mette vicino a fare la lagna, e per lagna non intendo tono lagnoso, parole lagnose, no, intendo proprio un verso di sottofondo lagnoso direttamente nell’orecchio, tanto per rompere l’anima perché aveva deciso che io la tv non la dovevo vedere.

Le faccio cenno di stare zitta, lei continua. Mi sta venendo il mal di testa, glielo dico a brutto muso, oltretutto il servizio è breve, se perdo il filo non riesco a riprenderlo.

Niente.

Mia figlia, suo padre, mia madre, hanno un sistema nella vita: portare all’esasperazione, tirare la corda per vedere fin dove possono arrivare, non rendendosi conto che poi, quando si è spezzata, non si riaggiusta.

E’ andata a finire a lite furibonda, sono uscita che tremavo come una foglia e per far manovra ho rotto lo specchietto laterale. Le ho fatto una scena che quando è arrivata a casa il mal di testa ce l’aveva, finalmente, pure lei (così impara a rompere l’anima) e, chiaramente, non ne ho voluto sapere di uscire con loro: oggi non era proprio aria da famiglia del Mulino Bianco…