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Di dedizione

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Oggi sono stata a un funerale.

Il funerale si svolgeva in uno dei quartieri più popolari di Roma, la Magliana.

Sono arrivata in chiesa con un’ora d’anticipo: pensandoci, sarei potuta passare prima per la camera ardente, ma non sono pratica né dell’organizzazione di certi eventi né di quelle zone, per cui ho voluto prendermi tutto il tempo necessario per trovare il luogo esatto e parcheggiare la macchina.

Ho fatto una lunga passeggiata, alla (ri)scoperta di quel quartiere, in cui si respira allo stesso modo calore umano e degrado. Le panchine sconnesse, i muri imbrattati, lo spiazzo coi giochi per bambini in pessimo stato di manutenzione. E poi la gente, alla mano, cordiale, con una gran voglia di chiacchierare, al contrario del mio quartiere, che trabocca di ricchi, pseudoricchi e nuovi ricchi, con tanta puzza sotto il naso e una velleità di tirarsela peraltro del tutto ingiustificata.

In alcune di quelle vie hanno abitato miei vecchi amici, alcuni ci abitano ancora, forse tutti. Vedo un palazzo e lo riconosco, lì una volta andai a vedere un appartamento, ma mio padre ha sempre osteggiato un mio acquisto in quella zona. Certo non è il luogo migliore per crescere dei figli, dalla banda della Magliana alla diffusione di droga è un quartiere che fa (o faceva?) paura, ma i miei amici sono ragazzi a posto, sempre stati ragazzi solidi, responsabili, con la testa sulle spalle.

A un certo punto entro in chiesa, è ancora vuota. Dopo una decina di minuti arrivano gli addetti delle pompe funebri per preparare il supporto per la bara.

Entra la bara, entrano i miei amici.

Il parroco inizia la funzione, parole serene, con la forza e la serenità che dà la Fede, ma senza nessun valore aggiunto da parte del prete (forse non proprio noioso, ma certo non ha dato alcun apporto personale alla Messa preconfezionata).

Si leggono delle parole del Vangelo, si parla di vita, di morte e di resurrezione, come è normale che sia ma, quando già stiamo confidando nella conclusione della cerimonia, sale sul pulpito il figlio della donna defunta e annuncia: “Vi voglio raccontare chi era mia madre”.

Rotta dall’emozione la sua voce, e poi rotti dall’emozione i nostri cuori mentre, attraverso le parole del figlio, riprende vita quella donna che forse mai prima avevamo conosciuto così a fondo.

Figlia di una famiglia severa, laddove per severa intendo di quelle in cui si riteneva che i figli andassero “raddrizzati” e piovevano ogni due per tre botte da orbi, che non risparmiavano nessuno, lei si esponeva sempre per risparmiarle ai fratelli; poi giovane lavoratrice in tempo di guerra, chiamata a svolgere un lavoro pesante e ingrato: ridare vita alle divise dei soldati, riparare i buchi delle pallottole, lavarle dal sangue, prepararle per essere rimandate al fronte, destinate ad altri soldati e, sempre in tempo di guerra, era quella che rischiava la vita per andare a procurare il pane per la propria famiglia.

Si sposa con un uomo che, a quanto ricordo, era pure molto severo, e purtroppo malfermo in salute: questa donna, senza mai perdersi d’animo, dedica tutta la sua vita a crescere i suoi figli e ad assistere il marito, tributando a loro e a lui la più totale dedizione.

Oggi non si usa più. Più volte, tra le lacrime, il figlio ha sottolineato come oggi questa dedizione non si usi più, e troppo spesso un partner malato si rottami e se ne prenda in sostituzione uno più in forze.

Oggi troppo spesso le madri “vogliono vivere”, e dimenticano quanto i figli abbiano bisogno di loro. Compensano con generose elargizioni di denaro e deresponsabilizzanti interventi in loro difesa a scuola e fuori, ma non esiste più il donarsi alla famiglia e ai figli, per crescerli ed essere il loro sostegno.

Sottolinea il mio amico come, pur vivendo in quel quartiere, non si sia mai perso, e di come la solidità della mamma abbia tenuto lontani da cattive strade – e, direi, cattive compagnie – sia lui che sua sorella.

La voglia di applaudire era tanta, ma mi sembrava fuori luogo, totalmente fuori contesto: e come fare allora a comunicargli come gli eravamo vicini, quale grande regalo fosse stato per noi tutti la sua testimonianza? Meno male che gli altri, o almeno un altro, si sono fatti meno scrupoli di me, e qualcuno ha dato il via a quell’applauso che è stato scrosciante, e venuto dal cuore di noi tutti.

Riposi in pace, e spero davvero sia già sorridente accanto al Signore, in tutto lo splendore della bella persona che era.

Io da parte mia la ringrazio, non solo per come mi ha coccolato in passato, ma per avermi dato due amici meravigliosi come entrambi i suoi figli.  ❤

Il bisogno di dire grazie

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Come sapete, tre mesi fa caddi piuttosto malamente.

Era una strada buia e inspiegabilmente, dopo la caduta, sentivo di perdere i sensi. Ero al telefono con Luisa che, grazie al cielo, è rimasta in linea. Appena mi riprendo le chiedo di chiamare a casa mia, dove c’è Attila, e gli do come indirizzo un incrocio là vicino, visto che dove ero non mi avrebbe mai vista e non avrei saputo come indicare il punto preciso.

Mi trascino all’angolo più dolorante che mai, quando a un certo punto vedo una ragazza uscire da un locale per le operazioni di chiusura serale. La chiamo, e lei si precipita a soccorrermi: mi porta una sedia, mi porta un bicchiere d’acqua, e poi si mette là vicino, tranquillizzandomi sul fatto che non m’avrebbe lasciato.

Le spiego che mi dovrebbero venire a prendere in macchina, di lì a breve, e aspetto, aspetto, aspetto…

A un certo punto arriva Attila e, pur essendo io seduta all’angolo della strada con questa ragazza accanto, non mi vede e va oltre (please, non fate battutacce). Lei allora lo rincorre, a perdifiato, ragazza batte macchina uno a zero, Attila torna indietro, salgo in macchina, lei riprende la sedia e finisce là.

Ecco, sono rimasta con una voglia di ringraziarla, ma una voglia, ma una voglia che non vi dico: diciamocelo, che mi abbia soccorso può sembrare il minimo richiesto a un essere umano, ma la realtà è che in pochi avrebbero fatto quello che ha fatto lei.

L’altro ieri (meglio tardi che mai, ma d’altra parte tra l’essere dolorante e l’essere inguaiata pure la mia vita non è facile) ho comprato un pacchetto di dolci e sono passata per ringraziarla. Ovviamente io non avrei mai riconosciuto lei e lei non avrebbe mai riconosciuto me, per cui le ho fatto qualche domanda per sapere se c’era solo lei a lavorare là, da quanto tempo. Questa, poveretta, credo che a un certo punto si sia domandata dove volessi andare a parare ed era sempre più allibita. Poi le ho chiesto se ricordava l’episodio.

Le ho detto che ero la persona che lei aveva soccorso, e che ero passata a ringraziarla: beh, non ci crederete, si è commossa, ma prima di tutto, e questo ci dovrebbe far riflettere, si è stupita.

Eppure, ringraziare dovrebbe essere la regola, non l’eccezione.

Ci reputiamo tanto civili, progrediti, magari ci preoccupiamo dell’effetto che facciamo sugli altri in base a un vestito, l’automobile o l’I-phone, e poi non ci preoccupiamo di una regola base dell’educazione, dire grazie a chi ci ha aiutato.

La gratitudine

Il fiore della riconoscenza

Ok, ne abbiamo parlato e riparlato, e mantengo la promessa di scrivere un post sulla gratitudine.

Ripartirò da quella bella frase di un mio amico che si schermiva sempre dalle esternazioni di riconoscenza dicendo: “Mai grazie agli amici!”, che non voleva essere un invito all’ingratitudine, ma un dire che un amico ti aiuta disinteressatamente, e non gli devi niente.

Esiste il “do ut des”, ti do affinché tu mi dia, ma è un’altra cosa, non è amicizia, è un normale patto: io accompagno a scuola anche tuo figlio, tu vai a riprendere anche il mio, ci spartiamo i compiti, tanto per dirne una.

Prestarsi per l’altro per amicizia o solidarietà umana invece deve essere un atto liberale e gratuito, che non richiede alcun contraccambio.

Però.

Però.

Io ritengo che si debba conservare memoria del bene ricevuto, e che la persona che ci ha beneficato debba avere una considerazione speciale, quantomeno essere ritenuta una persona amica, o semplicemente una persona che ci ha voluto aiutare. Non capisco come la gratitudine possa essere considerata un fatto negativo (con l’amico con cui discuto su questo termine, credo che ci sia una divergenza non sul concetto, ma sul significato che gli attribuiamo). D’altro canto, mi infastidisce anche il fatto che le persone pensino di “doversi sdebitare”, è un po’ come dire “Non voglio doverti niente”, “Non voglio sospesi con te”, ma ricevere un favore non dovrebbe significare mai contrarre un debito, quantomeno non un debito che si possa pagare con una scatola di cioccolatini, una penna o un orologio. Avere a che fare con un buon amico, con una persona altruista, dovrebbe solo farci avere questa coscienza, punto.

Come ho avuto modo di dire più volte, io sono stata aiutata moltissimo nella mia vita, e quello che ho avuto nei confronti di queste persone è stata sempre la gratitudine e la memoria, mai il pensiero di “dover” ricambiare. Certo, se hanno avuto bisogno di qualcosa, sono stata ben felice di prestarmi, ci mancherebbe! Sono stata felice di avere l’occasione per ricambiare, ma non mi sarei mai sentita in obbligo di andarmelo a cercare questo mezzo per sdebitarmi.

Insomma, io la penso così (e spero di essermi spiegata in maniera sufficientemente chiara), e voi?