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Non sono sempre connessa (e me ne vanto)

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Una volta internet rappresentava una possibilità in più: chi aveva internet poteva fare tante cose da casa, senza spostarsi, poteva farle fuori dagli orari d’ufficio e insomma, poteva regalarsi una vita più comoda.

Se voleva.

Chi non voleva o non era così tecnologico, poteva seguire il percorso tradizionale e non abbandonare le proprie vecchie abitudini.

Per carità, non sono assolutamente una contraria al progresso e al cambiamento, ma deve essere un progresso reale, un cambiamento positivo, mentre oggi stiamo assistendo a un’esasperazione disumanizzante e alienante.

Ripeto, prima internet era una possibilità in più, un’occasione di vita più comoda: oggi è L’UNICA possibilità, per giovani e vecchi, ricchi e poveri, sia che tu viva in una città senza particolari problemi di connessione internet sia che invece viva sul cucuzzolo di una montagna, sia che tu abbia buona vista sia che non ce l’abbia, sia che abbia qualcuno che ti aiuti sia che non ce l’abbia.

Il “PUOI” fare questa cosa a qualsiasi ora del giorno e della notte è diventata un “DEVI”, il cervello non stacca mai, la gente non sta vivendo più.

C’è sempre una notifica che sfugge, un canale cui siamo registrati da cui non siamo stati raggiungibili, siamo sempre in affanno e sempre in difetto.

Cercando su internet un’immagine per questo articolo scopro che esiste una malattia, che si chiama “nomofobia ” (nome secondo me inappropriato visto che “nomos” in greco significa legge, ma pare che in questo caso “nomo” stia per “no-mobile”, orribile accozzaglia di prefissi e suffissi di origine diversa).

Comunque, io in questo articolo non volevo giudicare la vita di chi VUOLE essere sempre connesso, ma la disperazione, l’alienazione, il processo di disumanizzazione cui è costretto chi DEVE essere sempre connesso,  e ho l’impressione che oggigiorno questo riguardi praticamente TUTTI.

Ricordo quando dovevo pagare la tassa universitaria per la domanda di laurea di mia figlia: stampai il bollettino (ovviamente oggi si è praticamente obbligati ad avere la stampante a casa, il pc neanche lo metto in discussione) e poi andai alle Poste a pagare: niente da fare, il bollettino non era nel formato accettato dalle Poste. Allora andai in tabaccheria e il formato sì, andava bene, “ma il codice non era caricato e la procedura non lo riconosceva”.

Morale della favola, dovevo assolutamente pagare questo bollettino e non avevo idea di come fare. Mi venne in soccorso una persona “io ho la banca online, pago PA, passami i codici”: problema risolto, ma il fatto è che ora la banca online è un must, e pago PA lo devi avere, e come non hai ancora lo SPID, non hai la APP, non hai WhatsApp… senza contare poi quando ti serve assistenza e i call center ti fanno parlare con “l’assistente digitale”, praticamente un robot con inutili domande e risposte preregistrate: BAAAAAAAAAAAAAASTAAAAAAAAAAA!

E poi ci lamentiamo che la gente è esaurita, siamo diventate macchinette che devono funzionare, funzionare, funzionare… e ribellatevi sant’Iddio, come potete accettare questa profanazione della vostra vita? Come potete accettare che l’anziano senza figli, senza WiFi e senza App sia destinato a soccombere? Come potete permettere che il lavoro vi raggiunga pure sul cucuzzolo della montagna la notte del 31 dicembre o a ferragosto, come potete accettare di essere sempre in difetto, che ci sia sempre qualcosa che non avete fatto?

Che poi, sapete che succede? Che siccome uno è un essere umano, con limiti umani, e grazie al cielo anche dotato di un certo spirito di sopravvivenza, a un certo punto fa un urlo e stacca tutto.

Ne ho conosciute di persone – chi poteva – che sono andate in pensione perché non ne potevano più di questa “informatizzazione” (non che la pensione te la risparmi più di tanto), ma per molti una via d’uscita non c’è.

Ecco, nella mia casella di posta arrivano in continuazione petizioni per la cause più assurde, ma mai nessuno ne ha promossa una per un mondo in cui internet sia una possibilità in più e non l’unica.

Oltretutto, per essere sempre connessi, riempiamo la nostra casa di webcam e microfoni, e quanto spesso è successo che venissero inavvertitamente ripresi e registrati momenti “personali”? C’è gente che non si vaccina perché ritiene che le vengano inoculate nanospie (per registrare che, i borborigmi, la peristalsi intestinale o fotografare le placche nelle arterie?) e poi sono pieni di dispositivi elettronici, Alexa compresa, che tutto registrano e tutto riprendono.

Tra le altre cose, mi dicono che Alexa sia stata chiamata a testimoniare in tribunale (e ho detto tutto), devo cercarmi l’articolo.

Ecco, io ho alzato il mio grido di protesta, forse fonderò un partito, “Movimento per la riappropriazione degli spazi personali e contro l’obbligo della tecnologia avanzata”. Vi chiedo aiuto per cercare un nome più breve.

Sempre connessi

Traduzione: “Dove sei stata? Nessuna e-mail, non un messaggio, non un cenno sul tuo blog, nessun aggiornamento di stato su fb, è come se tu fossi sparita dalla faccia della terra!”. “Non hai controllato Twitter?” “Oops, scusa… “Sto sopra, sto andando al bagno, sarò di ritorno in 5 minuti” “.

 

Io lo vivo come un nuovo tormentone. Ai tradizionali “Sei fidanzata?”, “Quando ti sposi?”, “A quando l’erede?”, “Ma un fratellino non glielo fate?” dei vecchi tempi si è aggiunto, quando all’immancabile “ti mando un whatsapp” rispondi che whatsapp non ce l’hai, “Ma cooooooome? Non hai whatsaaaaaaaaaapppppp?” (della serie “E come fai a vivere senza!?!?”).

Non ho whatsapp, non lo voglio avere, mi fa schifo. Per la verità non mi fa schifo whatsapp, è che rifiuto l’idea di essere “sempre connessa”.

La tecnologia avrebbe dovuto in teoria semplificarci la vita, in realtà ci sta rendendo schiavi. Prima, per avere notizia da qualcuno, dovevi scrivere, ricevere lettere, telefonare, ricevere una telefonata. Va bene l’immediatezza dell’email, per carità, bene i costi azzerati, bene pure il cellulare per cui in teoria sei più tutelato quando sei in giro, con la possibilità di chiamare aiuto in caso di bisogno, avvisare di un ritardo, essere rintracciato dai propri cari in pena.

Non vanno bene le duecento caselle di posta, una da battaglia a rischio junk mail, una aziendale, una privata, e poi, non vuoi avere la pec? E così la raccomandata te la possono notificare in cassetta, affiggere alla casa comunale, oppure arrivarti via pec. E poi ci sono messanger, whatsup, e tutta l’altra miriade di social, per cui non sai mai chi ti ha cercato dove, senza contare che un cambio di numero di cellulare, per qualsiasi motivo (io ultimamente ne avrò cambiati quattro), comporta che la gente ti manda magari un sms a un vecchio numero e lo dà per ricevuto, e poi si offende pure per la mancata risposta, mentre tu invece non sai niente.

Vogliamo parlare del lavoro? Anche lì, la tecnologia prometteva di lavorare al posto nostro, e invece ci sta rendendo schiavi. Il “Puoi farlo in qualsiasi momento” si  trasformato in un “Devi farlo in qualsiasi momento”, devi essere attivo e connesso 24 ore al giorno, 7 giorno alla settimana, 365 giorni l’anno.

E’ così che mentre prima, dopo una certa ora, potevi pure riposarti (e magari eri costretto ad organizzarti per adeguarti agli orari), ora devi essere sempre attivo, sempre con le antenne ritte, e così poi alla fine dimentichi il figlio in macchina e lo trovi morto e no, non sei disumano, sei solo uno che conduce una vita disumana e alienante, che ha come conseguenza esperienze disumane e alienanti.

Vogliamo aggiungerci anche gli incidenti stradali, dovuti al fatto che si pretende di essere sempre connessi anche alla guida, parlando al cellulare e magari scrivendo anche messaggi?

Sempre connesso? No grazie.