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Don’t overthink: I’m trying!

Ed eccomi qua, prossima ai 40 giorni di immobilità, ma oserei dire anche guarita e prossima alla libertà.

L’ozio non fa per me, ed è difficile quando si è in queste condizioni non pensare, pensare, pensare… ma a che cosa? Ma alle solite cose ovviamente! La casa ingestibile, la crisi economica che ha colpito l’italia e che sta cadendo anche addosso a me come una tegola che ti arriva dritta in verticale, e le questioni di salute, mie e di mia figlia, e gli amici che ci sono, inossidabili, e quelli che se ne sono andati, indimenticabili, e cosa fare della mia vita, tra le due parti che lottano, quella abulica e quella che vuole assolutamente vivere, e urla e lotta per venire fuori e prendere in mano la sua – mia – vita e la sua – mia – libertà.

Avete presente la storia dei due lupi, quello brutto e cattivo e quello bello e buono? Alla domanda “Chi vince?” il narratore risponde “Quello cui dai da mangiare”.

E come fare allora ad alimentare solo la parte viva di me, quella combattiva, quella che si spezza ma non si piega, e non quella che si è già spezzata? Come togliere la briglia a tutta quell’energia, tutta quella voglia di vivere, come cercare quella dimensione in cui il senso del dovere sia uno stile di vita e non una prigione?

Lotto, e intanto un amico, uno dei fari della mia vita, lotta contro un mostro di male e di nuovo dentro di me è tutto scombussolato, mentre dappertutto, come in una benefica congiura, leggo messaggi di speranza, della forza e capacità di rinascere quando meno uno se l’aspetta, e voglio mordere la vita, voglio vivere, perché chiunque io sia, comunque io sia, qualunque cosa sia stata e qualunque cosa sarà, la vita è adesso, ora e qui, e l’unico momento in cui possiamo essere vivi non è altro che questo e noi no, non ci arrenderemo, noi no, io no.

 

 

Le cose belle accadono per caso

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Cercavo qualcosa da vedere, giusto per ammazzare il tempo (non è che mi avanzi, ma insomma, diciamo che ero in una condizione particolare in cui ero bloccata). Vado su youtube, cerco “film completi in italiano”, tutto sommato mi attira quello il primo che mi si presenta “Come diventare grande nonostante i genitori”, dovrebbe essere una cosetta leggera, adatta alla situazione, e l’avvio.

Dopo un po’ mi prende e, indipendentemente dalla trama del film che in fondo è una favoletta, mi tocca una corda speciale, quella della giovinezza, quella che sento sempre di più di avere perso (“alla bon’ora”, direte voi “vai pe’ i sessanta!”), ma che ora, chissà come mai, mi rigira per la testa come un mulinello.

Vedo questi giovani che ci credono, questi genitori che li opprimono, che tentano di tarpare loro le ali “per il loro bene”, e il tuffo nel passato è immediato. Chi si riesce a ribellare, chi no, chi crede di non avere scelta e si prepara a una vita di rimpianto e no, i figli non capiscono quasi mai che non sono solo i genitori a dover educare loro, sono anche loro a dover educare i proprio genitori e aiutarli a crescere.

Ecco, forse questo è stato il mio grande errore, avere considerato i miei genitori così, un pacchetto preconfezionato, prendere o lasciare, anzi, prendere o prenderle, li ho presi come immutabili, come un dogma, ne ho sofferto incommensurabilmente l’incomprensione, ma forse avrei dovuto impuntarmi di più, o forse di meno e non prendere le cose di punta provocandone l’irrigidimento, o forse la loro rigidità sarebbe stata comunque immutabile. Però ero giovane. Ero giovane come quelli del film, un filmetto di Walt Disney, che pure è stato capace di farmi male, di mettermi di fronte alla me stessa di un tempo, e di fronte a me stessa e al tempo: perché essere giovani non significa avere la pelle liscia, i denti bianchi e il metabolismo veloce, essere giovani significa crederci, essere giovani significa non aver fatto, non ancora almeno, una di quelle terribili scelte che fanno gli adulti, vendersi l’anima o vendersi i sogni, corrompersi o arrendersi, rinunciando a realizzare se stessi e adattandosi a non vivere o a sopravvivere; eh sì, da adulti troppo spesso si rinuncia a pretendere di essere se stessi, perché se Venditti cantava “ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu”, se De André cantava “anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio, entrambi puntano il dito contro una resa (che forse, chissà, è stata anche loro) che spesso è più la perdita di determinazione e tono del nostro spirito che corruzione vera e propria.

Oggi ho realizzato, o forse ho semplicemente ricordato, che essere giovani significa soprattuttomessere convinti di poter fare la cosa giusta, e lottare per farla, e ritenere che ne valga la pena. Essere giovani è un impegno cui da adulti si rinuncia per stanchezza, o perché chi amavamo, le persone in cui credevamo, ci hanno tradito tutte, e da soli non si vince niente anche se poi non è proprio così, da soli siamo comunque in grado di vincere noi stessi, cioè il primo pieno.

E allora voglio ancora crederci, voglio ancora pensare di poter fare la cosa giusta, anche se di pezzi per strada ne ho persi tanti, ma da qualche parte, dentro di me, ci sono i pezzi che mi hanno lasciato e soprattutto, da qualche parte, dentro di me, ci sono ancora io.

Non c’è notte che impedisca al sole di risorgere

Penna per felicità o gomma per tristezza

Oggi ero abbastanza sottoterra, ma era pur sempre una giornata di sole.

Ho telefonato a un mio carissimo amico “Posso passare a trovarti?”, e alla sua risposta affermativa mi sono messa in macchina, con musica di sottofondo, a godermi viaggio, canzoni e sole che splendeva.

Mi dico “Devo farmene una ragione”, ma non è facile.

Il mio amico mi ascolta, inquadra, capisce, lo scambio di idee è fitto fitto, alla conversazione alla fine si associa un’altra persona, finiamo per ridere, rimonto in macchina e sì, domani è un altro giorno, domani DEVE essere un altro giorno.

Già mi sono mossa per il cambio del numero di telefono, dalla rubrica spariranno alcuni numeri.

Dal pc spariranno delle fotografie.

Dalla giornata spariranno delle abitudini.

Dalle ferie spariranno alcuni giorni.

E ti dici che far sparire il passato è un modo per far posto al futuro.

E ancora ti dici:

“Domani è un altro giorno”.

“Domani è un altro giorno”.

“Domani è un altro giorno”.

“Domani è un altro giorno”.

“Domani è un altro giorno”.

“Domani è un altro giorno”.

e continui, continui fino a che non ci credi, perché DEVI crederci.

*** Nutri la follia, lei si nutre di te  (cit.) ***

Andrò avanti così, fino a che questo nuovo giorno non mi verrà incontro col suo sorriso.

Nutri la follia lei si nutre di te

Nutri la follia lei si nutre di te