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Lealista o realista?

Una volta che pronunciai la frase “più realista del re” mio marito, mio marito mi corresse e mi disse che la locuzione esatta è: “più lealista del re”, perché il movimento che sostenne il re fu il lealismo, e la storpiatura del modo di dire era di origine popolare, per assonanza a re (un po’ come la gente che dice erroneamente “pietire” anziché il corretto “piatire”, ritenendo la prima la versione corretta in quanto derivato di pietà o scrive, sempre erroneamente, leGGittimo con due g, per analogia con  “legge” che per l’appunto si scrive con due g).

Tornando a bomba, ritenendo di aver imparato la lezione, ho continuato per oltre trent’anni a dire “più lealista del re”, sentendomi tanto dotta, anche se alla fine mi è sorto il dubbio e sono andata a verificare: beh, dicevo bene prima, si dice “più realista del re”, in quanto il lealismo è un generico movimento di lealtà al governo in carica in caso di sommosse, rivolte, guerra civile, ma in particolare, quando il governo sostenuto è la monarchia, si parla specificamente di realismo.

L’espressione oggetto del contendere pare che sia stata pronunciata da Adolphe Thiers, storico, avvocato e politico francese, nonché primo presidente della terza repubblica francese, per definire la nobiltà francese più reazionaria che, in seguito al congresso di Vienna, reclamava il ritorno alla monarchia più assoluta e richiedeva con sfrontatezza il ripristino dei propri indegni privilegi, contrariamente al re che qualche concessione, volente o nolente, l’aveva fatta.

Insomma, come dire, buona la prima!

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Tim

Gestori telefonici

Detesto la Tim (ex Telecom).

La detesto da innamorata delusa e tradita.

La detesto perché io sono una tradizionalista, un’aficionada, una che non cambierebbe mai se non costretta, e Telecom mi ha praticamente costretta.

Mi ricordo la prima volta che cambiai gestore, che prima di compiere il grande passo chiamai il 187 e dissi chiaramente: “Io vorrei restare con voi, ma le offerte dall’altra parte sono troppo allettanti: datemi un motivo, un appiglio qualsiasi per restare con voi e io resto”. La risposta sapete quale fu? “Perché la Telecom è sempre la Telecom!”.

Cambiai, poi ritornai da loro perché la connessione internet mi dava dei problemi, e a dire di molti Telecom era più affidabile, invece non cambiò molto, a parte il fatto che mi trovai dei servizi in meno (visualizzazione del numero chiamante, avviso di chiamata, conversazione a tre), che con l’altro gestore erano compresi nel prezzo e invece con Telecom avrei dovuto (e ho dovuto) pagare a parte.

La goccia che fece traboccare il vaso fu quando cambiai il modem e chiesi aiuto all’assistenza Telecom per la configurazione: mi risposero che il servizio non era compreso, che avrei potuto averlo a pagamento, e anche nell’attesa che l’assistenza rispondesse c’era un disco che offriva altri servizi a pagamento: inutile dirvi che l’altro gestore mi aveva dato tutta l’assistenza necessaria senza problemi, mentre con Telecom/Tim la parola “a pagamento” è di una ricorrenza per me irritante.

Insomma, per carità, la Telecom ha tutto il diritto di gestire la propria impresa come vuole, ma permettete che io come utente ho a mia volta diritto di rivolgermi al libero mercato e trovare l’offerta più conveniente?

Ora ho due cellulari Tim, completamente abbandonati, perché il gestore non riesce ad offrirmi uno straccio di tariffa conveniente: avevo comprato una scheda dell’altro gestore, quello del fisso, per poter chiamare l’assistenza in modo gratuito, e inizialmente l’avevo utilizzata unicamente a quello scopo: inutile dirvi che ora è diventato il numero principale. Attila è stato il primo a passare ad altro, io ho resistito forse un altro anno, mia figlia pure non voleva proprio lasciare la Tim (lei, al contrario di me, era stata pure graziata di una tariffa favorevole) ma, quando ha avuto lo smartphone e il collegamento a internet si è reso necessario, ha ceduto anche lei (prima di cedere, e io stessa prima di cambiare scheda, abbiamo cercato e aspettato per mesi tariffe che ci risultassero più convenienti).

Ricevo ora continuamente telefonate dei call center che mi propongono il rientro, e oramai rispondo veramente a brutto muso: ovviamente so che l’operatore telefonico è un povero disgraziato innocente, ma spero sempre che possano fare almeno da portavoce, e le mia risposte variano dal “Ma che strategia è mettere in fuga i clienti e poi ricorrergli dietro per farli rientrare?” al più acido “Ma neanche se mi pagano loro!”.

L’ultima è di oggi, ricevo un sms in cui mi dice che per conoscere il credito telefonico posso chiamare il 40916 (grazie al piffero, sono cent’anni che ho la scheda tim, volete che non sappia chi devo chiamare per sapere il credito residuo?). Siccome conosco i miei polli, immagino che ci sia sotto una proposta: chiamo e, infatti, mi risponde l’operatore anziché il disco: mi presenta l’offerta Tim, che trovo assolutamente non conveniente e che gentilmente declino, dopodiché l’operatrice stava per riattacare rapidamente e, per farmi dare il saldo, ho dovuto ripetere la richiesta tre volte (e, sarà stata una mia impressione, il tono con cui mi ha risposto mi è sembrato piuttosto seccato e sbrigativo).

Io credo che abbiano mantenuto l’arroganza di quando avevano il monopolio, ma oramai sono anni che non ce l’hanno più, quando si svegliano?

Donna al volante, pericolo costante

La novità, bella, è che ho comprato un’automobile a mia figlia, tanto che quasi quasi volevo intitolare il post “Tienilo e non avere paura #2”, visto che è proprio buon segno quanto sono cambiati i tempi da quando, in difficoltà economiche, di fronte alla gravidanza non sapevo dove sbattermi la testa.

Insomma, le ho fatto questo regalino piccino picciò, ma la pratica alla guida non gliela posso certo regalare, quella bisogna che se la conquisti da sola.

Siamo al secondo giro in macchina (posso dedicarmi a questo solo sporadicamente, dati i miei orari), e l’espressione che vedete nella donna della foto non è tanto quella di mia figlia alla guida, quanto la mia sul sedile accanto. Mia figlia, dal canto suo, è tesa come una corda di violino e io faccio fatica a ricordare che, agli esordi, ero ancora più imbranata di lei: magari io avevo anche le mie buone ragioni visto che, dato che nessuno mi ha regalato mai niente, la mia prima macchina la ebbi sette anni dopo aver preso la patente, e fu drammatico.

Mi aiutò molto il mio compagno di allora, ma io tremavo al punto che non riuscivo neanche a infilare la chiave nella portiera per aprirla: mi ricordo che me la metteva in moto, poi guidavo io, piano piano dietro a lui che mi faceva da apripista, e oltre la seconda non ingranavo.

Altre due mie amiche, che pure ebbero la disponibilità di un’auto svariati anni dopo aver preso la patente, denunciano la stessa drammaticità nel riprendere la mano, e una in particolare mi ha detto che, per il proprio figlio, si è regolata tanto diversamente da non aver voluto che prendesse la patente fino a che non avesse avuto una macchina per fare pratica a disposizione: non voleva che il figlio patisse quello che aveva patito lei!

Insomma, ora mia figlia la macchina per fare pratica ce l’ha, e io mi chiedo quanto tempo ci vorrà prima che possa ritenersi indipendente; questo a parte il fatto che, secondo me, avere me e il padre in macchina non l’aiuta: la prima volta infatti era solo con me ed è andata benino ma la seconda, con me e il padre che non si stava zitto un minuto e dava disposizioni in totale contraddizione con le mie, è stata dura, oserei dire che il contesto è risultato per lei paralizzante.

Ma voi, che mi dite delle vostre prime guide? Avete qualche episodio da raccontare che ci consoli e faccia capire che tanta imbranataggine iniziale è normale?

Aspetto con ansia i vostri aneddoti!  ❤

PS: io all’inizio contavo con quante parolacce arrivavo in ufficio (non me ne hanno risparmiata una! 😯 )… a mano a mano che diminuivano capivo che ce la stavo facendo e che i progressi erano evidenti!

Successi e sfide

E’ stato un lungo parto, ma ce l’abbiamo fatta (e, diciamocelo, pure al primo colpo).

Settimana difficile, un esame all’università di quelli supertosti, quelli che si ripetono non meno di tre volte per poi magari accontentarsi di un 20, e invece è andata benissimo. Poi la patente, che come sappiamo la pratica va anche a fortuna, basta un niente per essere bocciati, e stamattina prima che andasse a sostenere l’esame mi sono raccomandata: “Le regoleeeeeee! Non importa tanto come fai un parcheggio, ma allaccia la cintura, metti le frecce, guarda bene prima di partire, prima di aprire la portiera per scendere, soprattutto questo, guarda, guarda, guaaaardaaaaa!”.

Insomma, è andata.

Nel frattempo io ho temporaneamente cambiato mansioni al lavoro e sto imparando una cosa nuova, rognosa e che non mi servirà a un tubo, se non a tenere la mente sempre in tiro e uffa, oltre un certo limite non è più neanche divertente, sempre a mettersi alla prova, sempre a cimentarsi con il nuovo, sempre al primo giorno di una nuova vita.

Mi ricordo quando tenevo i corsi di aggiornamento, che fatica con quelli che avevano magari cinquant’anni, avevano sempre fatto una cosa e volevano continuare a fare quella, tanto, a un passo dalla pensione, perché mai avrebbero dovuto fare lo sforzo di imparare una cosa nuova? E invece no, noi no, noi fino a ottant’anni dovremmo imparare una cosa nuova, fossero pure le nuove procedure telematiche del Comune, Inps e Agenzia delle Entrate, non ci potremo permettere d’invecchiare noi, potremo avere le rughe, i capelli bianchi, questo sì, magari ce lo consentiranno, ma dovremo sempre bastare a noi stessi, perché siamo in uno Stato che non è in grado di occuparsi né dei suoi giovani né dei suoi vecchi, uno Stato che non ci fa fare figli e non ci cura se ci ammaliamo, e se lo fa lo fa in ospedali dove ballano gli scarafaggi, campeggiano le formiche, le valvole cardiache che impiantano sono difettose e muori nel sonno perché si sono scaricate, etc. etc. etc.

Ho ingaggiato una battaglia personale contro lo ius soli, mi ha stufato il buonismo d’accatto di questo stato, mi ha stufato la mancanza di amor patrio, di orgoglio e difesa della nostra terra e della nostra cultura, la mancanza di senso di appartenenza, tutte cose che voi contesterete per un mondo senza confini e barriere, che mica ho detto di no, ma che l’identificazione si abbia solo con la squadra di calcio mi sembra un po’ riduttivo, che si accetti di tornare indietro di centinaia di anni gettando alle ortiche rinascimento, illuminismo, risorgimento, lotte partigiane e anche quello che ci appartiene un po’ meno come la rivoluzione francese, che è stato pur sempre un grande passo per tutta l’Europa, non lo mando proprio giù. Butteremo alle ortiche il ’68 (che quello ci può pure stare 😆 ), le lotte femministe e le battaglie sociali, le tutele dei lavoratori etc. etc.? Ci siamo accorti che lo stanno già facendo?

Catastrofista? Ma vi siete guardati intorno? Avete visto quei paesi arabi che sono passati da una civiltà come la nostra al burqa e alla sharia, le cui donne una volta in bikini sono state imbacuccate, anzi, imbaburqate?

Voi vi sentite al sicuro perché siete nati in un periodo di pace e siete abituati a dare per scontato quello che scontato non è: vi dice niente quel povero ragazzo condannato a 15 anni di lavori forzati per aver strappato un manifesto da un albergo e morto a 22 anni senza uscire dallo stato di coma in cui l’avevano ridotto? O davvero pensate che l’unica civiltà esistente sia la nostra, forte e indistruttibile anche senza nessun impegno da parte nostra?

Non confondiamo l’umanità con lo sbraco, il giusto obbligo morale di accoglienza e assistenza con la rinuncia alla nostra storia e alle nostre conquiste.

Ok, in questo post ho mischiato di tutto, ma era tanto che non scrivevo, siate benevoli 😉

 

Storia di una formica produttiva

Storia di una formica produttiva (dal web).

Tutti i giorni, molto presto, arrivava in ufficio la Formica produttiva e felice. Lì trascorreva i suoi giorni, lavorando e canticchiando una vecchia canzone d’amore. Era produttiva e felice ma, ahimé, non era supervisionata. Il Calabrone, gestore generale, considerò la cosa impossibile e creò il posto di supervisore, per il quale assunsero uno Scarafaggio con molta esperienza. La prima preoccupazione dello Scarafaggio fu standardizzare l’ora di entrata e di uscita e preparò pure dei bellissimi report. Ben presto fu necessaria una segretaria per aiutare a preparare i report, e quindi assunsero una Ragnetta, che organizzò gli archivi e si occupò del telefono. E intanto la formica produttiva e felice lavorava e lavorava. Il Calabrone, gestore generale, era incantato dai report dello Scarafaggio supervisore, e così finì col chiedere anche quadri comparativi e grafici, indicatori di gestione ed analisi delle tendenze. Fu quindi necessario assumere una Mosca aiutante del supervisore e fu necessario un nuovo computer con stampante a colori. Ben presto la Formica produttiva e felice smise di canticchiare le sue melodie e cominciò a lamentarsi di tutto il movimento di carte che c’era da fare. Il Calabrone, gestore generale, pertanto, concluse che era il momento di adottare delle misure: crearono la posizione di gestore dell’area dove lavorava la Formica produttiva e felice. L’incarico fu dato ad una Cicala, che mise la moquette nel suo ufficio e fece comprare una poltrona speciale. Il nuovo gestore di area – è chiaro ebbe bisogno di un nuovo computer e quando si ha più di un computer e necessaria una Intranet. Il nuovo gestore ben presto ebbe bisogno di un assistente (Remora, già suo aiutante nell’impresa precedente), che l’aiutasse a preparare il piano strategico e il budget per l’area dove lavorava la Formica produttiva e felice. La Formica non canticchiava più ed ogni giorno si faceva più irascibile. “Dovremo commissionare uno studio sull’ambiente lavorativo, un giorno di questi”, disse la Cicala. Ma un giorno il gestore generale, al rivedere le cifre, si rese conto che l’unità, nella quale lavorava la Formica produttiva e felice, non rendeva più tanto. E così contattò il Gufo, prestigioso consulente, perché facesse una diagnosi della situazione. Il Gufo rimase tre mesi negli uffici ed emise un cervellotico report di vari volumi e di vari milioni di euro, che concludeva: “C’è troppa gente in questo ufficio.” E cosi il gestore generale seguì il consiglio del consulente e licenziò la Formica incazzata, che prima era felice.

MORALE:
Non ti venga mai in mente di essere una Formica produttiva e felice. E’ preferibile essere inutile e incompetente. Gli incompetenti non hanno bisogno di supervisori, tutti lo sanno. Se, nonostante tutto, sei produttivo, non dimostrare mai che sei felice. Non te lo perdoneranno. Inventati ogni tanto qualche disgrazia, cosa che genera compassione. Però, se nonostante tutto, ti impegni ad essere una Formica produttiva e felice, mettiti in proprio, almeno non vivranno sulle tue spalle calabroni, scarafaggi, ragnetti, mosche, cicale, remore e gufi.

I vantaggi del sapere

Alcune volte è sbagliato giudicare un’attività semplicemente per il tempo che occorre realizzarla, anche perché più si sa meno tempo occorre a risolvere i problemi, ma lo studio e l’esperienza per arrivare a quel sapere in qualche modo devono essere compensate!

Un buon esempio è il caso del sistemista chiamato per aggiustare un computer molto grande ed estremamente complesso, un computer che valeva 12 milioni di euro che altri professionisti erano stati chiamati per riparare, ma avevano tentato invano.

Seduto di fronte allo schermo, il sistemista preme un paio di tasti, annuisce con la testa, mormora qualcosa a se stesso e spegne il computer. A quel punto estrae un piccolo cacciavite dalla tasca e dà un giro e mezzo ad una minuscola vite.
A questo punto, accende il computer e verifica che funziona perfettamente.
Il presidente dell’azienda è felicissimo e si offre di pagare il conto immediatamente.

“Quanto le devo?” chiede.
“Sono mille Euro, per cortesia” risponde il sistemista.
“Mille Euro? Mille euro per pochi minuti di lavoro? Mille euro per stringere una semplicissima vitina? Mi rendo conto che il computer vale 12 milioni di euro, ma mille euro mi sembra una cifra veramente esagerata. Pagherò solamente se mi manderà una fattura dettagliata che giustifichi una cifra del genere.”

IL Sistemista acconsente con un cenno e se ne va. Il mattino dopo il presidente riceve la fattura, la legge attentamente, asserisce con la testa e la paga immediatamente, senza una lamentela.

La fattura diceva:

Servizi effettuati:
– Avvitamento di una vitina: EURO 1
– Sapere quale vitina avvitare: EURO 999