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Successi e sfide

E’ stato un lungo parto, ma ce l’abbiamo fatta (e, diciamocelo, pure al primo colpo).

Settimana difficile, un esame all’università di quelli supertosti, quelli che si ripetono non meno di tre volte per poi magari accontentarsi di un 20, e invece è andata benissimo. Poi la patente, che come sappiamo la pratica va anche a fortuna, basta un niente per essere bocciati, e stamattina prima che andasse a sostenere l’esame mi sono raccomandata: “Le regoleeeeeee! Non importa tanto come fai un parcheggio, ma allaccia la cintura, metti le frecce, guarda bene prima di partire, prima di aprire la portiera per scendere, soprattutto questo, guarda, guarda, guaaaardaaaaa!”.

Insomma, è andata.

Nel frattempo io ho temporaneamente cambiato mansioni al lavoro e sto imparando una cosa nuova, rognosa e che non mi servirà a un tubo, se non a tenere la mente sempre in tiro e uffa, oltre un certo limite non è più neanche divertente, sempre a mettersi alla prova, sempre a cimentarsi con il nuovo, sempre al primo giorno di una nuova vita.

Mi ricordo quando tenevo i corsi di aggiornamento, che fatica con quelli che avevano magari cinquant’anni, avevano sempre fatto una cosa e volevano continuare a fare quella, tanto, a un passo dalla pensione, perché mai avrebbero dovuto fare lo sforzo di imparare una cosa nuova? E invece no, noi no, noi fino a ottant’anni dovremmo imparare una cosa nuova, fossero pure le nuove procedure telematiche del Comune, Inps e Agenzia delle Entrate, non ci potremo permettere d’invecchiare noi, potremo avere le rughe, i capelli bianchi, questo sì, magari ce lo consentiranno, ma dovremo sempre bastare a noi stessi, perché siamo in uno Stato che non è in grado di occuparsi né dei suoi giovani né dei suoi vecchi, uno Stato che non ci fa fare figli e non ci cura se ci ammaliamo, e se lo fa lo fa in ospedali dove ballano gli scarafaggi, campeggiano le formiche, le valvole cardiache che impiantano sono difettose e muori nel sonno perché si sono scaricate, etc. etc. etc.

Ho ingaggiato una battaglia personale contro lo ius soli, mi ha stufato il buonismo d’accatto di questo stato, mi ha stufato la mancanza di amor patrio, di orgoglio e difesa della nostra terra e della nostra cultura, la mancanza di senso di appartenenza, tutte cose che voi contesterete per un mondo senza confini e barriere, che mica ho detto di no, ma che l’identificazione si abbia solo con la squadra di calcio mi sembra un po’ riduttivo, che si accetti di tornare indietro di centinaia di anni gettando alle ortiche rinascimento, illuminismo, risorgimento, lotte partigiane e anche quello che ci appartiene un po’ meno come la rivoluzione francese, che è stato pur sempre un grande passo per tutta l’Europa, non lo mando proprio giù. Butteremo alle ortiche il ’68 (che quello ci può pure stare 😆 ), le lotte femministe e le battaglie sociali, le tutele dei lavoratori etc. etc.? Ci siamo accorti che lo stanno già facendo?

Catastrofista? Ma vi siete guardati intorno? Avete visto quei paesi arabi che sono passati da una civiltà come la nostra al burqa e alla sharia, le cui donne una volta in bikini sono state imbacuccate, anzi, imbaburqate?

Voi vi sentite al sicuro perché siete nati in un periodo di pace e siete abituati a dare per scontato quello che scontato non è: vi dice niente quel povero ragazzo condannato a 15 anni di lavori forzati per aver strappato un manifesto da un albergo e morto a 22 anni senza uscire dallo stato di coma in cui l’avevano ridotto? O davvero pensate che l’unica civiltà esistente sia la nostra, forte e indistruttibile anche senza nessun impegno da parte nostra?

Non confondiamo l’umanità con lo sbraco, il giusto obbligo morale di accoglienza e assistenza con la rinuncia alla nostra storia e alle nostre conquiste.

Ok, in questo post ho mischiato di tutto, ma era tanto che non scrivevo, siate benevoli 😉

 

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Alzati e cammina!

E vediamo se i boicottatori boicotteranno anche questo (o pensano davvero di cavarsela rinunciando a due pompelmi?)

Da fb:

Sedia a rotella verticalizzabile - UPnRIDE

Voi credevate che Amit Goffer, dopo la sua geniale invenzione di RE-WALK, l’esoscheletro che permette ai paraplegici di camminare, si sarebbe riposato sugli allori. INVECE NO.
Eccolo che adesso ha messo a punto un’invenzione “complementare” della quale sentirete lungamente parlare e che noi vi diamo in anteprima. Si tratta di una sedia a rotelle RIVOLUZIONARIA, la UPnRIDE.
La sedia permetterà, grazie a una serie di speciali dispositivi, di starvene normalmente seduto davanti a PC o tavola, poi di andare al lavello, ribaltare il sedile e mettervi in piedi per fare i piatti o pettinarvi o lavarvi di denti… Ma non solo. Grazie ad un dispositivo che rimette continuamente la sedia in equilibrio e un sistema preso sui 4X4, la sedia permetterà di andare in escursione su terreni accidentati, salire e scendere scale, e fare manovre fino ad ora impensabili, soprattutto per i tetraplegigici, per i quali l’esoscheletro RE-WALK purtroppo non funziona.
Hamsa Israel


http://www.israeltrade.org.au/get-upnride-a-wheelchair-revolution/

L’ospedale dove si curano soldati e bimbi della Striscia (di Fiamma Nirenstein)

Safra_Children_Hospital,_Tel_Hashomer

(Ndr: So che questo blog sta diventando monotematico, ma in questo momento è così. Vi riporto questo articolo di Fiamma perché è un pezzo che ci porta un po’ là, non in un luogo di guerra, ma di cura, di convivenza e di speranza, dove la guerra si cerca di contrastarla)

(Tel Hashomer) Più che un ospedale è un microcosmo di Israele in guerra l’ospedale di Tel Hashomer, ultra-tecnologico, 2000 pazienti in una città di padiglioni. Mentre i volti sorridenti dei soldati uccisi in azione ti inseguono dai giornali e si avvilisce ogni speranza, Tel Hashomer ce la mette tutta. Girando per le sue stanze si penetra il punto interrogativo immenso del perchè in cambio di Gilad Shalit furono consegnati 1500 terroristi palestinesi. In Israele la vita non ha prezzo. Qui arrivano i soldati feriti direttamente dal campo: ne vediamo subito uno semisvenuto, un ventenne pallido, bruno, in barella subito dopo l’operazione.Per arrivare alla sua stanza gli infermieri si fanno largo fra un’ala di amore incontenibile diretta al terzo piano dove sono ricoverati i soldati, ragazzine che portano panieri di biscotti, bambini con disegni, cuori, palloncini, anziane signore americane con burekas fatte in casa, palesemente disadatte agli operati di fresco. Il ragazzo pallidissimo non capisce, non guarda, chissà quale granata, quale scheggia l’ha colpito, ha gli occhi rovesciati dell’ anestesia. Lo seguono, belli quasi come lui, la madre col padre che la tiene forte per la mano. Un altro padre di guardia alla stanza del suo Roy, 21 anni racconta: “E’ stato ferito di mattina, ha ricordato il numero della mamma, ci hanno fatto sentire la sua voce, e dopo ci hanno detto che aveva tutta la mano e parte del braccio spappolato. E’ svenuto, 4 ore sotto i ferri. Conosco bene l’esercito in cui ho servito per tanti anni: vogliamo la pace, facciamo di tutto per risparmiare la vita della gente a Gaza, ma che ci possiamo fare se una banda di malfattori cerca di ucciderci coi missili, usa le loro case per nascondere le gallerie, le armi, i terroristi?”.Natan Mor, 20 anni, ora può essere pilotato dalla mamma sulla sedia a rotelle nel corridoio, la madre sorride anche se il figliolo è tutto fasciato, gambe, braccia… Vuole già tornare dai suoi compagni. A una persona di cultura europea fa molta impressione questo mondo di giovani, studenti, lavoratori, in cui la motivazione verso la difesa del proprio Paese è uguale a destra e a sinistra. “Siamo molto uniti, persino medici israeliani e arabi”- dice il direttore generale dell’ospedale, il professor Ari Shamis -“Questo è l’unico ospedale, sui quattro del centro, in cui i soldati vengono trasportati dal campo. Il tempo è un fattore essenziale, da quando vengono evacuati a quando scendono con l’elicottero. Sono vittime di esplosioni o di spari. E noi siamo già pronti con le trasfusioni, le operazioni, l’assistenza ai genitori… quando li chiamiamo cerchiamo in ogni modo di far sì che sentano la voce del ragazzo stesso, anche già dalla camera operatoria. Abbiamo avuto 50 su 123 soldati feriti in guerra, ora qui ne abbiamo 29. No! ‘sorride trionfante’ non abbiamo perdite per ora. Stiamo curando con successo anche una famiglia palestinese evacuata da Gaza, per noi non c’è nessuna differenza: ricoveriamo chi arriva e lo curiamo al massimo livello”.

Medici palestinesi, malati palestinesi, bambini di Gaza sono la prassi dell’ospedale Tel Hashomer: saliamo col professor Yoram Neumann al terzo piano del reparto oncologico pediatrico. In ogni stanza, in cui l’aria ha il filtro “luminar airflow”, tutto isolato e sterilizzato “più che negli ospedali americani” dice orgoglioso Neumann, è ricoverato un bambino di Gaza insieme ai familiari che se ne occupano. Su 22 bambini, 18 vengono dalla Striscia. Le mamme, vestite col velo, in genere giovanissime, siedono quiete vicino al loro bambino. C’è chi fa la chemioterapia, chi ha bisogno del trapianto di midollo, chi ha terminato la cura ma resta perchè a casa non hanno gli strumenti per seguire il bambino. In inglese stentato la mamma Nevin, mi parla di Aid, il bambino di un anno, ma resto sulla porta per non sciupargli l’aria. “Sono qui da 4 mesi, penso che ci dovrò restare ancora tre”. E il marito?”E’ a Gaza, molto pericoloso, ma sta bene, telefono, mi manca”. Nevin dice che vuole la pace, shalom ripete. Ma non vuole dare il nome completo, Hamas può vendicarsi.

Shalom: tutti vogliono tener viva la speranza. Il padre di Mordechai, 22 anni, anche lui è stato avvertito delle ferite dalla voce del figlio prima che affrontasse cinque operazioni al viso, alle braccia, alle gambe. Non c’è ombra di ansia o di angoscia nello sporgersi sull’orlo della morte alla sua età. Bisogna salvare la vita del Paese. Dice il professor Zeev Rostein, presidente dell’ospedale: “I soldati sono oggi meglio protetti sulla testa e sul petto, le ferite sono soprattutto agli arti. Li curiamo e li riabilitiamo al massimo della tecnologia. Per noi, non c’è nessuna differenza coi ricoverati palestinesi. E’ un grande investimento: pensi che shock è per una famiglia di Gaza vedere che abbiamo con loro lo stesso rapporto che abbiamo con i nostri malati, Dopo tutto quello che gli hanno messo in testa, io penso che sia un grande investimento per la pace. Almeno, speriamo”.

Fiamma Nirenstein

Test di medicina (by Sissi)

Smettetela di lamentarvi del test d’accesso a medicina: quelle sono le esatte domande a cui dovrete saper rispondere nel corso della vostra carriera di medici! Pensate di riuscire a trapiantare un rene se non sapete che fu Hobsbawm a parlare di “secolo breve”? Non sapete individeare il passaggio logico errato dove si afferma che le rose sono fiorite meglio dopo un gelata? Non sapete se i pali dell‘energia eolica disturbano gli uccelli che migrano, oppure se fanno comodo? Ebbene, non riuscirete mai a curare neanche un raffreddore. Purtroppo quando si sta in sala operatoria è NECESSARIO saper arrangiare a mente la pianta ottagonale del castello di Belmonte. Questo test è anche per il bene dei pazienti, che hanno bisogno di un medico competente, pronto ad aiutarli a fare la settimana enigmistica.

L’Italia è una Repubblica fondata sul diffuso malinteso riguardo a che cosa sia una Repubblica.

Test di medicina

© Sissi

Dimagrire in salute: tentazione NEC

Prof. Gianfranco Cappello 1974 Laurea in Medicina all'Università di Roma 1980 Specializzazione in Chirurgia Generale 1993 Coordinatore della Nutrizione Artificiale Domiciliare nel Lazio

E’ stato come un virus, da un po’ di tempo a questa parte, vedere delle persone col tubicino che usciva dal naso, attraversava la guancia e andava a nascondersi dietro l’orecchio.

La prima la vidi tre anni fa, avevo paura a chiedere di cosa si trattasse, non volevo risultare inopportuna. Poi, rivedi la stessa persona, magra e sorridente, felice di vivere.

“Quanto sei dimagrita?”, “Che hai fatto?”, e giù dichiarazioni di 20, 30, 40 chili persi, senza nessuna difficoltà.

E come hai fatto? Il Policlinico, il sondino, discorsi vaghi, difficile risalire al come, dove, anche le ricerche su internet, all’epoca, non mi diedero grossi risultati; comunque riuscii a risalire al professor Cappello tramite un suo collega, evidentemente scevro di ogni invidia, che rispose gentilmente a una mia e-mail fornendomi il nominativo di questo medico che porta avanti con successo questa strabiliante terapia.

All’epoca non era per me che avevo fatto questa ricerca e così girai il nominativo alla persona interessata, che però allora  non volle prenderlo in considerazione (e oggi si morde i gomiti).

Si chiama Nutrizione Enterale Chetogena, da cui l’acronimo NEC, e nell’articolo che vi ho linkato trovate tutto quello che c’è da sapere.

Ogni sabato il professor Cappello (non solo competente, ma simpaticissimo, determinato, delizioso) tiene un corso di circa due ore, più sessione domande (risponde a tutti, non termina fino a che tutti non hanno avuto la possibilità di chiedere e chiarire qualsiasi perplessità) in cui dà ogni sorta d’informazione sul metodo.

Io sabato scorso ci sono andata, ed è stata una bella esperienza: un video ed un colloquio chiari, lineari, che chiariscono ogni dubbio. Questa terapia è l’uovo di Colombo, ha risolto i problemi, finora, di ben 11.000 pazienti.

Io, in questo momento, non vi ricorrerò, perché sto seguendo una linea che mi piace, però fa piacere sapere che esiste. L’amica con cui mi sono recata alla riunione invece la seguirà. Là abbiamo incontrato tantissime persone che l’avevano fatta e che ne erano felici e soddisfatte, e che a loro volta ci stavano accompagnando amici e parenti: insomma, un passaparola che non accenna a fermarsi.

Nell’aula eravamo circa 200 persone, per lo più in carne, più qualche accompagnatore: facce simpatiche, di gente che riprenderà in mano la propria salute, e di conseguenza, qualunque sia la loro personale situazione, la propria vita.

Fame d’amore

Estratto da un opuscolo informativo ABA – Associazione per lo studio e la ricerca sull’anoressia, bulimia e disordini alimentari.

Il corpo, a volte, diventa il luogo in cui esprimere un disagio: ciò che è interno, una sofferenza profonda, diviene esterno e manifesto. Accade nel caso dei disturbi alimentari […].

L’ABA ne individua principalmente tre:

1) l’anoressia

2) la bulimia

3) l’obesità psicogena

Scrive sull’anoressia:

[…], si cade nel calcolo ossessivo delle calorie e nel controllo spasmodico del peso: modalità che esprimono il desiderio di controllare anche le emozioni e i sentimenti. Ci si illude che cambiando il proprio peso si possa cambiare anche lapropria vita.

[…]: il corpo, scarno e denutrito, diviene una tela su cui dipingere l’immagine di un dolore interiore, un disagio che le parole non possono esprimere.

Il legame tra bulimia e affettività viene descritto in un modo, secondo me, ancora più angosciante:

Un pozzo buio e profondo da riempire di quanto più cibo possibile: ecco cosa vive dentro di sé una persona malata di bulimia. Il bisogno di colmare il vuoto interiore, in questo caso, è disperato, più forte della volontà di chi soffre, e costringe a mangiare in modo eccessivo. […]

e arriviamo all’obesità psicogena, una vera e propria forma di dipendenza:

[…] Come nella bulimia, anche nell’obesità psicogena si è di fronte a una dipendenza, cambiano solo le modalità. Il cibo è scelto con cura e assunto fino ad aumentare di peso in modo spropositato. Viene incosciamente considerato […] un anestetico rispetto al dolore che si ha dentro.

Nell’obesità psicogena, l’adipe rappresenta una specie di barriera difensiva per proteggersi dalla propria depressione.

Insomma, nel mondo c’è tanto dolore, e spesso dove meno ce l’aspettiamo. 😦