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Di aborto e autodeterminazione

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Visto che oramai sto seguendo il filo degli argomenti triti e ritriti, riprendiamo oggi il filone del buon vecchio argomento aborto.

Volevo intanto riportarvi due casi, scusate se mi dilungherò. Probabilmente vi ho già parlato di entrambi, ma ora ve ne parlerò a posteriori, ventisette anni dopo, per raccontarvi come è andata.

Scenari.

Primo caso. Donna sola, adulta, in difficoltà economica. Stupro da un ex che non accettava di essere lasciato, rimane incinta.

Secondo caso. Ragazza di diciotto anni, fidanzata con un ragazzo che alla famiglia non piaceva, decidono scientemente di provare ad avere un bambino, e lei rimane incinta.

Fatti e decisioni-

Primo caso. La donna è in panico, sola, con lavoro precario, e la casa che sembra mangiata da un mutuo esoso, già si vede in mezzo alla strada con il bambino in braccio.

Secondo caso. La ragazza riceve pressioni psicologiche infinite da parte dei familiari, un tampinamento continuo: loro non vogliono quel ragazzo, e il bambino li legherebbe definitivamente, cosa che la famiglia assolutamente non vuole permettere. Tanto fanno e tanto dicono che è il ragazzo, chissà se esasperato o che, a lasciarla. Lei è sola e in panico assoluto, ma quel bambino lo vuole, resiste, oramai il terzo mese è passato e si ritiene fuori pericolo, non può più abortire.

Continua il tampinamento della famiglia, un figlio le rovinerà la vita, nessun uomo la vorrà con il figlio di un altro, avrà difficoltà a trovare un lavoro perché il figlio le legherà le mani, e giù scenari devastanti di come quel bambino le avrebbe devastato la vita. Lei oramai è sola, fragile, spaventata, da una parte contenta che l’IVG non è più permessa, ma coi soldi una soluzione si trova…

Primo caso. La donna è contro l’aborto da sempre, ma spaventata a morte. Sicuramente senza un compagno, potenzialmente anche senza casa e senza lavoro. Le capita a volte di pensare che un aborto spontaneo risolverebbe la situazione, ma quando la minaccia d’aborto si presenta lei lotta con tutta se stessa per salvare quella vita che ha in grembo, mesi e mesi di cure e immobilità.

Secondo caso. Si trova un “cucchiaio d’oro”, la famiglia sborsa una cifra consistente e la ragazza entra in una clinica privata per “risolvere il problema”. In sala operatoria – o forse in sala parto, non saprei dirvi, visto che le hanno indotto il travaglio – ha un ripensamento, non vuole, ma la bloccano, la sedano, le inducono o già hanno indotto il travaglio, non le permettono di tornare indietro, figuriamoci se rinunciano alla somma pattuita.

Primo caso. lo stress provoca contrazione al sesto mese, la donna viene ricoverata in un reparto neonatale. Lì ha modo di vedere i bambini prematuri, e i danni subiti. Vede questi piccoli corpicini intubati e pensa “E io a questo rischio sto esponendo mia figlia? Io stacco la spina da tutti i problemi, e di tutto il resto mi preoccuperò dopo il parto”, e così fa.

Secondo caso: dopo non so quanto travaglio il feto viene espulso, la ragazza si ritrova tra le gambe questo esserino, è scioccata, avrà modo di commentare “sembrava un bambolotto”, inizia a piangere e a urlare “sono un’assassina!”. Successivamente passerà un periodo lunghissimo in stato catatonico, piangendo ogni volta che vede una donna incinta – le sembrano tutte incinte! – o un negozio di abbigliamento per neonati. Una mia amica avrà a commentare “L’hanno rovinata”.

Primo caso. Alla donna non si apre il parto, il ginecologo diagnosticherà una questione psicologica, la paura di come farà ad affrontare il mondo quando quell’esserino sarà fuori di lei. Partorisce con taglio cesareo. Inizia un periodo di corse forsennate, di sacrifici inauditi, di lavori e doppi lavori, pensando sempre di non farcela ma poi, in qualche modo, a volte pure rocambolesco, a volte pure miracoloso, ce la fa.

Ventisette anni dopo:

Primo caso: la prima donna ha finalmente un lavoro stabile, da tanto ha finito di pagare il mutuo, la figlia, un fiore di figlia affettuosa e responsabile, oggi è medico. Ogni tanto ripensa a quel brutto pensiero dovuto al panico di “soluzione spontanea”, se ne vergogna tanto, e corre ad abbracciare stretta stretta sua figlia.

Secondo caso. Le ultime notizie dicono chela ex ragazza ormai donna è stata vista in un magazzino, come lavoro metteva a posto gli scaffali, ingrassata a dismisura, e prova vivente che, anche “con le mani libere”, non ha trovato né l’uomo né il lavoro della sua vita. Ha rimpianto il suo gesto da subito, da prima di compierlo, m’immagino ora.

Conclusioni.

A parte che a questo punto avrete riconosciuto il cosiddetto “primo caso”, quello che voglio dire è che, al di là di qualsiasi motivazione possono portare gli abortisti sulla libertà di autodeterminazione della donne, che libertà ha una donna di scegliere se vla società le fa vivere un figlio come un impegno insostenibile con le proprie forze e come un danno a livello sentimentale e lavorativo/professionale?

Per un momento, tanto per cercare di mediare le posizioni, lasciamo stare chi il figlio non lo vuole e pensiamo a chi invece lo vorrebbe: ma la vogliamo smettere di questa propaganda terroristica per la quale il figlio sarebbe una pastoia, un impedimento, una fonte insormontabile di problemi? Al contrario, i problemi ci sono sempre lo stesso, ma un figlio da la forza e la motivazione per risolverli!

Perché invece di lotttare per 194 e RU486 non lottiamo per una società che tuteli mamma e bambino, asili, sostegni economici, tutele sul lavoro e, perché no, anche forme di affidamento temporaneo affinché la mamma non sia costretta a decidere al momento del parto se tenere il bambino o lasciarlo andare per sempre, ma possa rimanere in contatto con lui, mentre qualcun altro se ne occupa, per poi riprenderlo quando sarà riuscita a mettere a posto i tasselli della sua condizione, magari con aiuti statali, diciamo entro un anno o due? Perché non lottiamo per dare coraggio a queste donne, perché non siano sole, e affinché crescere un figlio non sembri una fatica di Sisifo ma la meravigliosa avventura che è?

Non darmi anche tu parole

Non mi dare anche tu parole, quelle che so da sola, come quella signora sconosciuta che sull’autobus mi disse “Che ci vuole a dimagrire, dia retta a me, basta mangiare di meno, e muoversi di più”, ma che bella scoperta, io non lo sapevo, pensavo che si dimagrisse seduti in poltrona mangiando cioccolata.

Aveva ragione Bruno, lui che era depresso, e che s’incazzava se gli parlavi di cielo azzurro e di uccellini che cinguettano, perché a uno depresso non importa nulla del cielo azzurro e degli uccellini che cinguettano, e così uno grosso, cui non va di camminare, vorrei vedere te ogni volta che ti alzi per andare a prendere un bicchiere d’acqua se dovessi sollevare un incudine di 30, 40 kg, vorrei sapere quanto sarestii solerte ad alzarti o se ti terresti la sete, e se ti verrebbe voglia, visto che è una bella giornata, di portarti l’incudine a passeggio con le ginocchia che ti fanno male.

Vorrei vedere te se ti andrebbe di specchiarti nelle vetrine, che ti restituiscono un’immagine che non conosci, se ti andrebbe di guardare quegli abiti sfiziosi che non fanno per te, e non solo perché non c’è la taglia, perché tanto ti starebbero male comunque.

Vorrei vedere te ricostruire mille volte, e poi perché, il mondo pare vedere solo i diritti degli ingiusti, tutti assolti fuorché gli innocenti, gli unici da penalizzare e da non capire. E’ un mondo che perdona il peccatore, non l’innocente, guardatevi “Scipione detto anche l’Africano”, capirete quello che voglio dire.

Non ne posso più di buoni consigli, come se ne avessi bisogno, la so tutta la teoria, forse manca solo la motivazione, e che uggia quel parentame che con la mano tesa al lato della bocca, quasi a indirizzare meglio le proprie parole, tante volte prendessero un’altra strada, ti ripete col tono tra il rivelatore della grande verità e l’accorato “Non è per l’estetica, è per la salute!”.

Ma va? Ma tutte queste scoperte dell’acqua calda le brevettate? Io al posto vostro lo farei, perché l’acqua calda è utile, c’è da diventarci ricchi!

Mi è stato più utile lui, lui, quando con il suo sorriso meraviglioso, senza sentenziare, ma semplicemente essendone una testimonianza vivente, mi ha detto “Bisogna amare la vita”.

A volte, persino, mi riesce.

La zona rossa la trionferà?

Ho retto sufficientemente bene tutte le restrizione del lockdown.

Appartengo a quella categoria privilegiata che ha potuto lavorare da casa, con stipendio regolarmente accreditato ogni mese.

Appartengo a quella categoria fortunata coi figli in casa che, si sa, bastano a riempire la vita.

Appartengo a quella categoria eletta di persone che stanno bene con se stesse, amano il focolare domestico, sono paghe del godersi la casa, leggere un libro, dedicarsi a mille attività all’interno delle quattro mura.

Ma il troppo storpia, e adesso veramente non ce la faccio più.

Non ce la faccio più perché, come al solito, paga il giusto per il peccatore, perché chi ha rispettato scrupolosamente le regole sta pagando i conti di chi ha fatto i comodi propri, perché tanta gente che non ha lo stipendio accreditato a fine mesi è disperata, tanti negozi stanno chiudendo i battenti, tante attività tirano giù la saracinesca, e questo perché chi aveva tanti soldi ne voleva ancora di più, e chi era abituato ad avere sempre tutto voleva vivere e viaggiare.

Stiamo pagando il prezzo dell’incapacità dei nostri governanti, della mancanza di coraggio di un lockdown più prolungato lo scorso anno, quando stavamo “quasi” per risolvere ma ci siamo venduti la pelle dell’orso prima di averlo ucciso.

Il nostro governo è stato il classico medico pietoso che fa la piaga purulenta, non ci voleva molto a capire che il perdurare di una situazione così grave avrebbe nuociuto all’economia più di quindici giorni in più di lockdown e frontiere chiuse.

Vedo i contagi aumentare ed essere sempre più vicini ed io, anche se appartengo a quelle fortunate minoranze di cui sopra, molto probabilmente appartengo pure a quella sfortunatissima che con una malattia del genere ci lascerebbe le penne.

Ora, ci mancavano pure i coaguli con l’Astrazeneca e, vi dirò, abbenché io sia generalmente favorevolissima ai vaccini, nonostante le battutacce delle corse ad accaparrarsi questo vaccino perché “Trombi con Astrazeneza”, che vi devo dire, io tranquilla tranquilla non sono.

Il fatto è che io, abbenché conduca una vita di m., tutta dovere e niente piacere, amo fottutissimamente vivere e ritengo la salute, in primis il respiro, la cosa più importante che ci sia.

Un anno dopo

Un anno fa, erano già giorni che tremavamo, che viaggiavamo sugli autobus impauriti, e che chiedevamo a gran voce lo smart working. Smart working che mi è stato concesso, temporaneamente, esattamente un anno fa.

Io credo che nessuno si aspettasse questa lunga durata, un virus che ci ha colti alla sprovvista è vero, ma che comunque è stato preso sottogamba e gestito malissimo, sia da noi sia – soprattutto – da chi ci governa.

Che il male dell’umanità sia la stupidità e quello dei governanti l’ingordigia fa parte della storia del mondo, ma toccarlo con mano fa sempre male.

I contagi che sembravano riguardare prima solo la Cina, poi solo la Lombardia, poi solo lontani conoscenti di conoscenti, sono diventati sempre più vicini, fino a toccare noi, i nostri famigliari, nei casi più fortunati si sono fermati ai vicini di casa.

Abbiamo visto scene di una tristezza infinita, i camion dell’esercito che portavano via i cadaveri, anziani morire senza il conforto della famiglia, personale medico stremato a volte perdere la vita sul fronte di questa strana guerra, colpito a sua volta da questo virus infido.

Ma ce l’avevamo fatta. Ce l’avevamo quasi fatta. I contagi a un certo punto hanno iniziato a scendere, abbiamo visto medici e infermieri festeggiare la chiusura dei reparti Covid e poi… e poi appunto, ingordigia, egoismo, stupidità.

Sbagliato riaprire tutto, per che cosa poi, per beceri interessi economici, e sbagliato chi ha abboccato a quella riapertura con comportamento irresponsabile e negazionista, tra il “devo vivere” e il “non ce n’è coviddi”.

Rivedere ieri quelle immagini della gente a casa, che cantava al balcone, che ostentava striscioni arcobaleno con scritto “Andrà tutto bene” mi ha suscitato una grande tenerezza: quanta ingenuità allora, quanta malinconia adesso!

Oggi abbiamo il vaccino, ma l’avidità delle multinazionali, l’incapacità dei governi, e ancora l’egoismo e la stupidità del popolo ci stanno ancora giocando brutti scherzi  😥

 

 

Quale rispetto per i medici? Vergogna!

Dopo che il vaccino Pfizer-BioNTech, che offre una copertura pari al 90-95%, è stato somministrato agli over 80, che di mestiere stanno a casa seduti in poltrona davanti alla tv, ai giovani medici che andranno al fronte e molto probabilemte a contatto diretto con i pazienti Covid viene offerto l’Astrazeneca, che offre una copertura del 60% circa.

Incapaci o criminali?

 

Ma tanto, sono gli stessi che li hanno mandati in prima linea senza neanche guanti e mascherine, e in cambio abbiamo dato loro una cantata in balcone alla memoria, non rinunciando ovviamente ad azioni legali perché magari, sai com’è, ci puoi sempre guadagnare qualcosa.

Update: i medici in rivolta, articolo del Messaggero:

Vaccini, i medici di Roma rifiutano AstraZeneca: «Protezione bassa, vogliamo Pfizer o Moderna»