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Viaggio senza ritorno: la deportazione degli ebrei romani

Per chi se lo fosse perso, vale la pena di guardarlo, dalla prima all’ultima immagine.

Devo dire che mi ha fatto tanto piacere che siano state nominati anche gli atti di coraggio di chi ha tentato di evitare, chi ha protetto, chi si è rifiutato di essere complice anche con la semplice paura od omissione.

Uomini comuni, gente anche rimasta anonima, che semplicemente è passata, con un gesto o una parola ha salvato, rischiando la propria vita, e poi è scomparsa nel nulla.

Il racconto di Natale

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Uffa. Era ancora lì, a tentare di scrivere quel racconto di Natale che il suo editore continuava a chiederle: e che, si scrive a comando? E poi era nervosa, cominciava a far parte della categoria di quelli che il Natale lo cancellerebbero dal calendario.

Suo marito se n’era andato. No, non era un mascalzone, non aveva trovato un’altra. Piuttosto, era lei ad aver trovato un’altra.

Da tempo, troppo tempo, era tiepida con suo marito, non sapeva neanche lei a cosa attribuirlo. Poi, all’improvviso, aveva capito. All’improvviso le era diventato chiaro che quell’ammirazione che nutriva nei confronti di qualche amica, di qualche donna, per stile, eleganza, charme, cultura, carisma, modalità di movimento e ammiccamento, e chi più ne ha più ne metta, non era ammirazione: era attrazione.

Aveva tentato allora di soffocare questi suoi sentimenti, ci aveva provato con tutte le sue forze, aveva tentato di cambiare suo marito affinché diventasse più attraente, lo aveva fatto dimagrire, smettere di fumare, gli aveva fatto crescere la barba, poi tagliarla, poi i baffi, e poi no… e il pover’uomo si era rassegnato a tutto, per vederla felice, per riaccendere in lei un desiderio, per risentirsi uomo…

Eh sì, perché lui non era di quelli che risolveva altrove il problema, lui amava sua moglie, i suoi figli, credeva nella famiglia, era fedele.

Stavano preparando insieme l’albero di Natale, quell’8 dicembre. Lei era sulla scala, e mentre lui le passava il puntale lei lo aveva guardato e gli aveva detto: “Non dipende da te”.

“Che cosa?”.

“Che… che… insomma, dai, che non stiamo più insieme”.

Lui aveva abbassato gli occhi, mortificato, con un senso di inadeguatezza che a lei era passato per la schiena come un brivido gelido.

“Non sei tu, sono io. Penso di essere… di essere…”

abbassò gli occhi e sussurrò: “di essere gay”.

Le lucine dell’albero, quelle rosse, si accesero quasi per stupore. E poi le gialle, verdi, bianche… il Natale era alle porte.

Il Natale era alle porte, e lui l’avrebbe trascorso da solo. Certo, da solo, non era da lui essere fuori posto, essere dove lui non era gradito, essere di troppo, e troppo era il tempo da cui provava questa sensazione di incredulo disagio, da cui sperava però di uscire, che si aprisse uno spiraglio di luce, che le loro braccia si riallargassero all’antica intimità e all’antico calore.

Era stato lacerante per lei vedergli preparare le sue cose e accatastarle accanto alla porta. Avrebbe voluto abbracciarlo, stringerlo forte, piangere sulla sua spalla, asciugare le sue lagrime e dirgli “Resta! Resta, questa è casa tua. Resta come padre, come figlio, come fratello, non più come marito ma che importa, non è necessario che tu vada!”.

Le parole le morivano in gola. Sapeva che lui non avrebbe mai accettato, e non tanto per orgoglio, quanto per l’amore che le portava, che non gli avrebbe permesso un ruolo diverso: era il suo uomo.

Se ne andò, gli fece gioco avere a disposizione la casa di sua madre, vuota ormai da tempo, che a causa della crisi economica non era riuscito ancora a vendere: o forse in cuor suo prevedeva che gli sarebbe servita?

Si trasferì lì, nella sua vecchia stanza da bambino prima, ragazzo poi, nonostante l’abitazione fosse molto ampia e gli avrebbe permesso soluzioni ben più confortevoli.

Aprì l’armadio per cercare le lenzuola con cui rifarsi il letto, e una coperta o due, che faceva freddo.

A un angolo dell’armadio, a sorpresa, ritrovò il suo vecchio orsacchiotto, dalla pezza ormai consunta, quell’orsacchiotto che gli era stato così vicino quando lui, era appena all’asilo, aveva perso il suo amico più caro, riversatosi così, sul banco di scuola, senza avere mai saputo il perché.

Rupert, così aveva chiamato il suo orsacchiotto, era diventato per lui all’improvviso un essere animato, che a lungo aveva preso il posto dell’amico perduto.

Sorrise mestamente pensando: “Ah, ma una moglie perduta non la puoi sostituire, e poi alla mia età non si sostituisce più nessuno con la fantasia!”.

Poi lo riguardò, gli balenò nella mente in un momento tutta la sua vita, la loro vita, e le ultime parole che la moglie gli aveva detto, e realizzò che no, non l’aveva perduta, che ora più che mai lei aveva bisogno di lui. Lei aveva avuto il coraggio di dirlo a se stessa, e poi a lui, ma c’erano ancora i figli, la famiglia, il mondo intero! Non l’avrebbe lasciata sola in quel frangente, lui era il suo uomo, si era impegnato davanti a Dio ad amarla, onorarla e proteggerla: quello aveva sempre fatto e quello, certo, avrebbe continuato a fare! L’avrebbe aiutata a ritrovare la sua vita e poi… e poi la vita, in qualche modo, l’avrebbe aiutato a ritrovare se stesso.

Montò in macchina e si precipitò da lei, che era fissa a guardare quel foglio con gli occhi umidi, doveva scrivere quel maledetto racconto, macché Natale, quello sarebbe stato il peggior Natale della sua vita, aveva spezzato il cuore a lui, all’ultima persona che lo meritava, lo avrebbe spezzato al resto della sua famiglia e poi? Poi per che cosa? Che cosa, che cosa avrebbe potuto portarle ormai quel maledetto Natale, qualle maledetta vita, quel maledetto amore che mai avrebbe potuto vivere alla luce del sole?

Lui suonò il campanello, e aspettò un po’. Poi udì un passo trascinato che stentò a riconoscere: era cambiato tutto, ma cambiato non significa finito.

Lei aprì la porta, e se lo trovò davanti, con una piccola valigia. “Ho fatto un lungo viaggio” le disse, “mi ospiteresti, sorella, compagna dei momenti più belli della mia vita,  e splendida madre dei miei figli?”.

Lei scoppiò a piangere, e lo abbracciò, si abbracciarono così a lungo che sembravano essere diventati, essere tornati ad essere, una cosa sola. Poi lui le sollevò il viso, la guardò negli occhi e le disse: “Ti aiuterò, finché ne avrai bisogno. Diciamo che questo è il mio regalo di Natale”.

Lei si asciugò gli occhi, sorrise, e poi si diresse alla scrivania a riprendere il suo lavoro. Iniziò a scrivere il suo racconto di Natale a partire dalla dedica pensando, con il cuore nuovamente aperto alla gioia, “e questo sarà il mio”.

(Diemme, 1/12/2014)

Ecco, questo è il mio racconto. Nella dedica che lei farà al marito, col cuore gonfio d’amore (in senso universale), posso immaginare parole come queste, splendide, di questi versi del nostro Enrico.

Tempo Prezioso

Scende la sabbia lenta nella mia clessidra
grano dopo grano il tempo andato osservo.

Tra i granelli anche qualche scaglia d’oro:
quelli i giorni che insieme a te trascorsi.

(Enrico Rebora)

 

Non sempre c’è riscatto (Racconto di Natale)

donna neve andare-via“Mi chiami la Ortensi!”, tuonò Molina all’interfono.

Era furioso, aspettava che quella donna si presentasse al suo cospetto per sbranarla, purtroppo solo metaforicamente.

Guerrina si presentò tranquilla e si sedette con un sorriso sereno come fosse – e forse era – perfettamente a suo agio.

Quell’uomo non riusciva a intimidirla ma, d’altra parte, chi ci riusciva?

Un metro e 58 di altezza, non arrivava a 50 kg se non sotto le Feste. Vestita non certo di boutique, anche se tutto addosso a lei faceva la sua figura.

“Sa che potrei licenziarla?”, le disse guardandola con lo sguardo più torvo che potesse.

“Sì,” rispose lei tranquilla “credo di sì.”

Sì? Credo di sì? Ma perché quella… quella… quella pezzente che non era altro non aveva mosso un sopracciglio, non una cellula, non un fremito, non un tremito, al solo pensiero di essere messa in mezzo a una strada, per di più con un figlio a carico?

Provò un altro approccio, ci girò intorno, fece forza su se stesso per prenderla con le buone. “Perché non vuole firmare questo rapporto?”.

“Perché non corrisponde a verità”, rispose tranquilla Guerrina.

“La verità, la verità!” esclamò spazientito Molina, “Che cos’è la verità, un’opinione!”.

“Che poi sarebbe la sua” obiettò lei.

Lui era sempre più furioso, mannaggia le leggi, mannaggia i sindacati, avrebbe voluto rovesciarle addosso la scrivania, urlarle ogni sorta d’insulti, e poi cacciarla a calci nel sedere.

Provò ancora un’altra strategia. Ingoiò il rospo e sorrise.

“Io credo che lei finora sia stata sottovalutata, che ne direbbe di un congruo aumento?” disse strizzandole l’occhio.

Stavolta fu lei a ingoiare, la stava trattando come se lei fosse stata in vendita, ma non voleva passare dalla parte del torto e allora si limitò a precisare:

“Purché non sia subordinato alla firma di quel rapporto”.

Purché non sia subordinato alla firma di quel rapporto? Certo che è subordinato, razza di… razza di…

Molina non sapeva più che fare, poteva licenziarla e assumere qualcun altro più malleabile, più “allineato” alla mission dello studio (che poi, la mission, era quella di guadagnare più che poteva, a costo di chiudere un occhio o anche tutti e due), ma avrebbe richiesto un po’ di tempo, e lui tempo non ne aveva.

Ma a un tratto decise di fare comunque quello che avrebbe voluto fare da sempre, qualunque ne fosse stato il costo, farle capire chi era e chi comandava lì. Le avrebbe fatto passare il peggior Natale della sua vita, e a quell’insopportabile bastardo moccioso di suo figlio di lì a breve non avrebbe avuto neanche di che mettere a tavola, figuriamoci con che spirito avrebbero aperto i regali! Nella vita bisogna sapere chi sta sopra e chi sta sotto, bisogna essere consapevoli del proprio ruolo, e sottomettersi quando è necessario. Non era lei in condizione di dettare regole, e neanche semplicemente di non subirle.

“Ortensi, lei è licenziata!” tuonò tronfio, riempendosi il petto per aver gettato il suo asso.

“Sì” rispose lei sorridendo.

Sì? Lo mandava in bestia quella donna, sempre. Sì, no, senza aggiungere altro, con quell’irritante sorriso come se nulla mai la toccasse, mai un’argomentazione, mai uno spazio di manovra piccolo così. Veramente, doveva ammetterlo, non era stata sempre così: quando era entrata lei era una creativa, propositiva, dinamica, piena d’entusiasmo. Quell’entusiasmo glielo aveva spento lui, non lasciandole mai spazio, con quel suo istinto a prevaricare e ad aggirare etica e regole, così distante dall’indole di lei.

Lui aveva bisogno di essere il “padrone”, era tutto uno status symbol, dalla macchina di rappresentanza all’ufficio di rappresentanza, abiti di alta sartoria, orologio al polso costato almeno due volte lo stipendio di quella piccola pezzente e insolente.

Eppure, tutto questo su di lei non aveva effetto e non solo, non aveva effetto neanche su di lui, che davanti a quella donna si sentiva sempre in difetto: era colta, brillante, preparata. Semplice, immediata, ma un’idealista di quelle irriducibili, una della categoria “mi spezzo ma non mi piego”, mai disposta a un compromesso e allora sì, se era questo che voleva, lui l’avrebbe spezzata.

Guerrina se ne andò, augurandogli buon Natale, anche se con quello che lui le aveva fatto aveva tanto l’aria di sfottò, ma non lo era. Se ne andava ma, chissà come, lui in cuor suo non si sentiva vincitore.

Si guardò intorno e, forse lo realizzò per la prima volta, in quell’ufficio, in quel grande capolavoro d’architettura, si sentiva davvero solo. Si fermò un attimo, respirò, mentre la coscienza bussava assordante.

Le corse dietro, in mezzo alla neve che fioccava non riusciva a scorgerla, ma poi la vide, le avrebbe chiesto di tornare, e insomma, era Natale, non poteva averla sulla coscienza così.

La chiamò, lei si voltò.

“Sì?” gli chiese rispondendo al richiamo.

“Senta, credo che dobbiamo parlare. Vuole tornare per favore in ufficio?”.

“No”, rispose lei con un sorriso, e si allontanò, leggera ed elegante, tra la neve che scendeva, candida come lei.

(Racconto di ©Diemme, 04 Novembre 2013)

Martina

Avevano chiamato lei, e aveva dovuto quasi faticare per capire di chi si trattasse.

Erano ricordi lontani, e in qualche modo avrebbe voluto fuggire, rifiutarsi, dire che avevano sbagliato numero, che non era lei, e in effetti era vero, avevano sbagliato numero, non era lei.

Crollò sulla solita sedia, lo sguardo perso nel vuoto, e volle attingere in quei ricordi lontani, quelli dai quali era fuggita quasi tre anni prima.

I ricordi si rifiutavano di venire a galla, come le confessioni di un coraggioso prigioniero che resiste a qualsiasi minaccia, qualsiasi tortura. Cercò allora un oggetto, una foto, qualcosa che potesse suscitare una voglia di reagire, di prendere il primo aereo e andare, ma non aveva preso nulla con sé, era ripartita da zero, e nessun oggetto della sua casa aveva un passato diverso, esattamente come lei.

Lei l’aereo si può dire lo prendesse ogni giorno, ma quel percorso le sembrava impercorribile, come se fosse dovuta atterrare su un altro pianeta, ostile, su cui l’aria non era respirabile, e non avrebbe trovato nutrimento. Come se per raggiungerlo avesse dovuto passare un tunnel stretto e buio, umido e pauroso.

Aveva avuto una strana vita Martina negli ultimi anni, non era stato facile continuare, inventare un’altra sé per poter vivere, una sé senza passato, e quindi con un futuro che quel passato non lo conoscesse, ma tutto sommato c’era riuscita, e non voleva che niente turbasse quell’equilibrio che da poco aveva incominciato ad essere meno precario.

Quando la richiamarono, chiese chi altri era stato avvisato, chi sarebbe stato presente.

Le risposero che erano già tutti là, le lessero i nomi, molti dei quali davvero troppo estranei. Altri troppo poco.

Aggiunsero che mancava solo lei, e fu solo allora che mormorò a se stessa: “Sono sempre mancata solo io”.

Riagganciò, quindi tornò a sedersi.

Davanti a lei, da quella finestra luminosa, s’intravedeva tanto, tanto spazio. Tutto da ammirare ogni giorno, da attraversare con gli occhi, con la mente, coi pensieri.

Non coi ricordi.

Non ne sono sicura, ma credo che non lo rivide mai.

Forse, però, non se n’accorse.